La strada

L’ amico Guido, sul suo nuovo sito Biblioscalo mi stuzzica con una recensione della Strada di Cormac McCarthy forse un po’ severa. Essendo invece io un fan senza se e senza ma del malmostoso texano, provo a bilanciare con qualche considerazione personale.

Cormac McCarthy non ha una grande opinione del genere umano.

Per arrivare a questa conclusione non serve neppure scavare nella sua biografia, venire a conoscenza della sua riservatezza, specie quando si tratta di giornalisti. È sufficiente leggere uno qualsiasi dei suoi libri, magari cominciando dai western, Meridiano di Sangue o la Trilogia della Frontiera.

Al contrario, Cormac McCarthy ama la natura, tanto quanto detesta gli umani. I suoi grandi romanzi su questo ruotano, la bellezza struggente del mondo, magistralmente resa da una prosa solo apparentemente povera e spoglia, ed il male assoluto costituito dall’ uomo.

Pochi personaggi si salvano, nei suoi libri, nessuno può dirsi innocente. Viene da pensare a quanto sarebbe bello il mondo se non ci fossero gli uomini a guastarlo.

In questa concezione un po’ manichea che fa da sfondo a tutta l’ opera di McCarthy, La Strada rappresenta una specie di punto di non ritorno. Il Male alla fine ha prevalso, l’ Uomo è riuscito ad uccidere la Natura, oscurare il cielo, sporcare irrimediabilmente le acque, sterminare ogni essere vivente in grado di correre, volare o nuotare. Non è rimasto più nulla.

Come sia riuscito a compiere questo miracolo all’ incontrario, McCarthy non lo dice, da qualche labile indizio si può immaginare una guerra nucleare, una catastrofe planetaria di qualche genere, non importa. Quello che importa è che uccidendo la natura l’ uomo ha condannato a morte anche se stesso.

Pochi sono sopravvissuti, e quei pochi devono dedicare tutte le energie residue ad un’unica occupazione, la più basilare di tutte: procurarsi da mangiare. Un compito tutt’ altro che semplice.

Per riuscirci, vale tutto: depredare, saccheggiare i pochi negozi abbandonati che non siano già stati saccheggiati, rapinare o uccidere gli altri sopravvissuti. Fino alla suprema empietà: fare prigionieri altri esseri umani per cibarsene, come se la furia distruttrice del genere umano non potesse che giungere all’ autofagia.

In questo scenario più che apocalittico, si aggira un uomo, anzi, visto che non ne sappiamo neppure il nome, l’ Uomo. Spingendo – sarcastica immagine – i suoi pochi averi in un carrello da supermercato, tenta di portare in salvo un bambino, il Figlio dell’ Uomo.

Una salvezza niente affatto garantita, che si può cercare nell’ unico modo possibile, con l’ attività primordiale dell’uomo, da quando esiste sulla Terra: mettersi in cammino.

Una metafora spietata e crudele della condizione umana, così leggo questa storia, sostenuta da una scrittura che più potente non potrebbe essere, ancora più asciutta e tagliente di quella a cui McCarthy ci ha abituato. Non è affatto poco, per me.

Ma lascio la parola a Guido…

Biblioscalo

In un mondo sconvolto da una catastrofe che ha cancellato la vita animale e vegetale, un uomo e un bambino, padre e figlio, si spostano verso il sud, per sfuggire al gelo di un nuovo inverno. Per sopravvivere è necessario trovare cibo, in qualche locale o abitazione non ancora saccheggiata, e soprattutto difendersi dalle bande di esseri disperati che, per sostentarsi, uccidono altri uomini e se ne cibano. Nel loro lungo viaggio verso il sud e il mare i due sperano di incontrare i sopravvissuti “buoni” e di unirsi a loro.

La narrazione è tenuta da McCarthy a un livello stilistico alto. Il tono è elegiaco. Il discorso intende essere emotivamente coinvolgente. Eppure il libro non convince del tutto.

La presenza del bambino è un troppo evidente ammiccare, anzi un giocare sporco, al patetico. In teoria il personaggio del bambino avrebbe una sua precisa funzione: rappresenta il futuro, la speranza…

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5 commenti su “La strada

  1. guido mura ha detto:

    Nel ringraziarti per l’attenzione, potrei aggiungere che si sta parlando qui di uno scrittore che rappresenta forse quanto di meglio ha espresso la letteratura dei nostri giorni. Non ho letto tutta la sua opera, ma ho apprezzato molto di più altri suoi romanzi, come Suttree (che stranamente ha qualche punto di contatto con il mio ultimo libro, scritto per fortuna prima di leggere l’opera di McCarthy) e soprattutto come Non è un paese per vecchi, che mi è sembrata lo sviluppo, estremamente coerente, nella filosofia e nell’elaborazione, di un’opera che ha segnato la storia del romanzo contemporaneo, e precisamente Santuario di Faulkner.

    • melogrande ha detto:

      Anche per me Suttree è un capolavoro, ma è forse meno rappresentativo dello stile di McCarthy, che in quel romanzo scrive “ricco”. Volendo fare un paragone un po’ spericolato, è come l’ Hemingway di “Per chi suona la campana” rispetto a quello dei racconti.
      Il Cormac McCarthy più “distillato” a mio avviso si trova nella Trilogia, ed in particolare in “Oltre il Confine”, per me il suo romanzo migliore.
      Il solo capitolo di Billy e la lupa merita il Nobel, se mi posso permettere.

  2. tramedipensieri ha detto:

    Avevo visto il film…ricordo una grande ansia, nessuno spiraglio di speranza. Bello ma ….terribile.

    • melogrande ha detto:

      La scrittura è ancora più tagliente, credimi.
      Saul Bellow (non proprio l’ ultimo arrivato) scrisse: “McCarthy usa il linguaggio in modo assolutamente strepitoso. Le sue frasi possono dare la vita o impartire la morte“.

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