Fine della rappresentazione

In fondo un po’ ce la siamo cercata.
Non ci è parso vero di poter fare le cose direttamente, saltare gli intermediari, andare alla fonte.
Il viaggio me lo organizzo da solo, altro che farmi prendere per il naso dalle agenzie, compro il biglietto, prenoto l’ albergo e risparmio pure.
Già che ci sono, compro da casa anche il biglietto del concerto, faccio la spesa e pago il bollo dell’auto. Quasi non ho nemmeno bisogno di passare dalla banca.
Abbiamo fatto piazza pulita degli intermediari, nessun filtro, nessuno che ci faccia da interprete. Siamo soli. Ecco.

Al di là del facile slogan della “società liquida”, il vero contributo di Bauman è stato quello di mostrare, con amara chiarezza, la solitudine dell’ individuo nella società contemporanea. Non più una solitudine esistenziale, quella di Sartre o di Pirandello, no. Bauman parla di solitudine sociale.

Niente più appartenenze, comunità di mestiere, clan familiari, gruppi sociali, no. Ognuno sta solo nel cuore della terra, come diceva il poeta, ma al tempo stesso compete con tutti.
Altro che rappresentanza, ognuno cerca di galleggiare, di sopravvivere meglio che può. Tutto qui.

Era logico che di questo passo dovessimo arrivare al problema finale: la rappresentanza politica. Certo, perché i politici sono anch’ essi intermediari, e per di più intermediari di cui abbiamo una pessima opinione.
In buona misura si tratta di una disistima più che meritata, naturalmente, ma occorre anche tenere presente che in un mondo globalizzato la politica, inevitabilmente legata al territorio ed alla dimensione locale, ha un po’ perso la sua centralità. Logica vorrebbe che i politici si muovessero verso una dimensione sovranazionale, ma tant’è, non divaghiamo.
E dunque via anche questa intermediazione, che bisogno ho di questa casta, di questi parassiti ? Mi rappresento da solo, al massimo mi faccio rappresentare da gente come me, gente comune senza la puzza sotto il naso. Giusto ?
Il problema è che non funziona.

Non funziona perché, molto semplicemente, ci sono cose che, con l’aiuto della tecnologia, posso fare da solo e cose che, nonostante o addirittura proprio per via della tecnologia, semplicemente non sono in grado di fare.
Quelle destinate a scomparire sono le intermediazioni semplici, posso fare a meno del cassiere del supermercato e, con l’ aiuto della tecnologia del codice a barre, passarmi la spesa da solo. Ma se ho bisogno di costruire una casa o fare un esame clinico complesso, allora è un po’ più difficile saltare il medico o l’ ingegnere, perché le loro intermediazioni implicano competenze e conoscenze che non sono in grado di rimpiazzare da solo, nemmeno con l’ aiuto di un algoritmo….
È questo probabilmente il vero discrimine tra i sommersi e i salvati in questo mondo liquido e turbolento, il possesso di una competenza sofisticata.

In questo quadro, il politico dove lo mettiamo ?
Nell’ ultimo sciagurato venticinquennio, diciamo dall’ avvento della cosiddetta Seconda Repubblica, ci siamo abituati a sentire denigrare i cosiddetti “professionisti della politica”, gente che non ha mai lavorato in vita sua, mangiapane a tradimento, per limitarci al linguaggio forbito. Insulti spesso più che meritati, come dicevamo prima.
Ma qual’è il contrario di un professionista ? Un dilettante.
E questo spiega molte cose.
Fare le leggi o governare un Paese non è come passare gli articoli della spesa, è una cosa complessa e difficile, richiede conoscenze e competenze specifiche che non si improvvisano.
Bisogna studiare, e non solo i congiuntivi.

Ecco, ho la sensazione che alla base di tutto ci sia un fraintendimento del cosiddetto relativismo.
È vero che col tramonto delle grandi ideologie abbiamo perso fiducia nelle verità assolute, ma da questo non ne deriva necessariamente che tutto si equivalga.
In campo scientifico questo è molto chiaro: non esiste verità assoluta, ogni teoria vale fino a prova contraria, cioè fino a quando un esperimento non ne dimostri la fallacia. E tuttavia ogni nuova teoria che pretenda di prendere il posto della vecchia deve dimostrare di sapere spiegare tutto ciò che spiegava la vecchia, più quello che la vecchia non era in grado di spiegare. Può non essere vera in assoluto, ma è “più vera” della precedente. Ci vuole Einstein per spodestare Newton, ed astronomia o astrologia non sono la stessa cosa.

Fuori dal campo scientifico il discorso si fa più sfumato, la discrezionalità ha un certo spazio, è innegabile, ma neanche qui vale tutto. In ogni civiltà ed in ogni campo si sono affermati dei canoni condivisi, dei criteri estetici, nessuno ragionevolmente contesta la grandezza di Shakespeare o di Michelangelo o di Mozart, o sostiene che le antologie scolastiche dovrebbero essere composte da brani estratti a sorte e scaricati dalla Rete.

Il relativismo non è il passaporto per l’ arbitrarietà, piuttosto, per usare le parole di Franco Cordero, :significa patrimonio di idee, dubbio intelligente, cautela, ricerca onesta, umile riconoscimento dei limiti umani”. 

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8 commenti su “Fine della rappresentazione

  1. tramedipensieri ha detto:

    Ottima riflessione melo, diciamo che ci siamo infilati da soli in un imbuto…

  2. guido mura ha detto:

    Temo che invece ancora troppa gente creda nelle verità assolute, non in campo scientifico, ma nella vita sociale e politica. Da questo deriva la visione manichea della società. Da questa parte ci sono i buoni, quelli che la pensano come me, che onorano le mie stesse icone, che agitano le stesse bandiere. Dall’altra parte si trovano i cattivi, tutti quelli diversi da me, quelli che vivono nell’errore e che, se possibile, devono essere annientati. Quanti capiscono che la verità non è un dogma, ma una conquista continua, un avvicinarsi infinito a qualcosa che non si potrà mai raggiungere? Certo, una delle reazioni possibili, soprattutto nell’incultura occidentale, può essere proprio quella del concepire il sapere come qualcosa d’inesistente, e quindi di aggirabile e sostituibile con qualunque idiozia alternativa. Si potrebbe arrivare al rifiuto di qualunque professionalità, a farci curare da un santone o da un parafilosofo, a far costruire un ponte o far progettare un velivolo da un disegnatore di comics, a far restaurare un’opera d’arte da un cuoco e così via. Il rischio è che questa tendenza diventi maggioritaria, così da proiettare su un piano planetario i disastri dell’incompetenza. Personalmente continua a preoccuparmi in misura maggiore l’arroganza di chi si crede troppo competente e certo delle sue verità, incapace di vedere le incrinature che iniziano a manifestarsi nel blocco del suo pensiero.

    • stileminimo ha detto:

      mi piace assai ciò che dici, Guido…

    • melogrande ha detto:

      Ognuno finisce per credere nella SUA verità, su cui non esercita più alcun senso critico.
      I social poi tendono a rinforzare questo convincimento, come abbiamo discusso qualche tempo fa.
      Se comperi una sedia sarai invaso da pubblicità di sedie per il resto della vita, se dai a vedere di apprezzare un certo movimento, o partito, sarai invaso da post dello stesso tenore, fino a convincerti che sono tutti d’ accordo con te.
      Brutta faccenda.

  3. stileminimo ha detto:

    Ho scoperto che amo conoscere le verità; ciò implica conoscere il pensiero e più ne conosco e più mi rendo conto che le verità sono interessanti, tutte, forse perché in fin dei conti hanno un’unica origine, che però non ho ancora ben capito dove si colloca, né tanto meno se ha una collocazione… nel frattempo, mi godo sto fatto che, per fortuna, non c’è un solo pensiero, né tanto meno una sola verità, di conseguenza. Il bello sta nelle diversità, solo che una se ne rende conto solo se ci fa caso e ci dedica del tempo per cercare di capire… è appassionante, cercare di capire. Purtroppo non va di moda; qualcosa ha fatto in modo che non avessimo più il tempo per cercare di capire, o che avessimo tutti la sensazione di non averlo, il tempo. Fa un po’ ridere se si pensa che il tempo non esiste, no?

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