Vero, falso, o post moderno ?

 

L’indebolimento del concetto di verità è la principale caratteristica del postmoderno.

Il fallimento delle ideologie nate dall’ Illuminismo e positivismo ha fatto venire meno la fiducia nella scienza e nella possibilità stessa di pervenire ad una “verità”.

Benché la scienza non abbia mai davvero preteso di poter raggiungere la verità, ma semmai di avvicinarsi progressivamente attraverso teorie capaci di spiegare sempre meglio il funzionamento del mondo, tuttavia il successo stesso della tecnologia ha fatto nascere l’ illusione che lo stesso approccio “scientifico” potesse essere usato per interpretare la psiche umana o per progettare una società perfetta.

Non è così, naturalmente, si tratta di ambiti il cui grado di complessità è talmente elevato da rendere impossibile un calcolo matematico e le elaborazioni quantitative, senza considerare poi che precluso il ricorso all’ esperimento, cioè al cardine del metodo scientifico.

Il tramonto di un’illusione trascina con sé il concetto di verità ?

Sta di fatto che nella concezione postmoderna la verità  non sta nella corrispondenza alla realtà, ma in una narrazione accettata; vale a dire che è vero ciò che la gente pensa che sia vero. Nella polemica post moderna contro lo scientismo viene spesso fatto uso di una famosa frase di Niezsche: “ Non ci sono fatti, ma solo interpretazioni”.

Ora, questa osservazione, che si trova in uno dei frammenti postumi, nella sua interezza suona come segue: “Contro il positivismo che si ferma ai fenomeni: ‘ci sono soltanto i fatti’, direi: no, proprio i fatti non ci sono, bensì solo interpretazioni. Noi non possiamo constatare nessun fatto in sé”.

Per un singolare paradosso, la maggior parte degli scienziati contemporanei sarebbe abbastanza d’accordo con questa affermazione, per almeno un paio di ragioni.

La prima è che, fin dagli albori della meccanica quantistica, abbiamo imparato che qualunque osservazione perturba il sistema osservato. È questo il fondamento del principio di indeterminazione di Heisenberg, secondo cui una conoscenza “esatta“ del mondo fisico non può darsi. Certo, non è che si possa mai pensare di spostare un autocarro solo per il fatto di guardarlo, certamente no. Però, a livello subatomico, l’effetto dell’osservatore si fa notare.

Il secondo motivo è più diretto. Le scienze cognitive ormai confermato quello che Kant aveva intuito: ciò che percepiamo non è “la cosa in sé”, ma una rappresentazione della cosa.

Ciò che arriva alla coscienza è già stato processato, selezionato, interpretato dagli organi di senso, messo in forma intellegibile, insomma filtrato. Vediamo gli oggetti in prospettiva nello spazio, sappiamo come varia la loro dimensione apparente con la distanza, selezioniamo forme rispetto ad uno sfondo, isoliamo certi suoni in mezzo al rumore. Insomma quello che percepiamo con i sensi è già un’interpretazione del mondo. I fatti esistono, con buona pace di Nietzsche, ma quello che percepiamo è già un’ interpretazione di quei fatti.

Da qui in avanti però quasi nessuno scienziato seguirebbe Nietzsche negli abissi del nichilismo, né tanto meno ne ricaverebbe la conclusione che tutto è indifferente, un’interpretazione della realtà è buona come un’ altra. Perché le teorie che ricaviamo dai fatti (o dall’ interpretazione dei fatti ad opera dei nostri sensi) possono essere disposte secondo una gerarchia, sulla base della maggiore o minore potere esplicativo dei risultati sperimentali, e più ancora, in base al potere che può essere dimostrato mediante esperimenti successivi.

Una teoria soppianta un’altra non in base a un gusto personale, ma perché dimostra di avere un maggiore potere di descrizione della realtà. Non è vera in assoluto, insomma, ma è “più vera” della precedente. C’è un movimento ascendente, ancorché asintotico. Nulla che giustifichi un relativismo radicale (e post moderno) del genere” vale tutto”, né tantomeno che l’ idea che è vero ciò che un certo numero di persone ritiene vero.

Poco dopo l’esito del referendum sulla Brexit, la direttrice del Guardian  Katharine Viner ha scritto un lungo articolo per evidenziare come la tecnologia abbia demolito la verità. Qualunque bufala circoli sui socia al media viene ormai regolarmente ripresa e rilasciata dalla stampa “ufficiale” senza un vero controllo. Tra queste bufale la Viner cita i presunti vantaggi economici della Brexit, prontamente negati dopo il voto persino da coloro che li sostenevano durante la campagna.

“Quando un fatto comincia a somigliare a qualcosa che vi sembra vero, diventa difficile distinguere tra fatti che sono veri e ‘fatti’ che non lo sono. (…) Non significa che non ci sia più la verità, ma che non siamo più in grado di metterci d’accordo su quale sia. (…) Sempre più spesso, un fatto è qualcosa che qualcuno ritiene vero: oggi la tecnologia consente a questi ‘fatti’ di circolare a una velocità e con una diffusione che sarebbero stati impensabili nell’ era Gutenberg o anche solo una decina di anni fa”.

Fino a qui l’ analisi della signora Viner non mi entusiasma. La storia è piena di bufale – dalla donazione di Costantino ai protocolli dei Savi di Sion– prese per verità fino alle più tragiche conseguenze. Non c’era bisogno di aspettare Internet, che semmai ha reso più difficile tenere nascosti certi imbrogli.  Il punto più interessante è invece un altro.

Gli algoritmi come quello che alimenta il news feed di Facebook sono costruiti per suggerire altri contenuti compatibili con i nostri gusti: questo significa che la versione del mondo che incontriamo ogni giorno nel nostro flusso di notizie è stata modificata per rafforzare le nostre convinzioni preesistenti.”

Questo è effettivamente qualcosa di nuovo e, se devo dire la mia, è il pericolo principale che vedo in questo strano mondo virtuale.

Non solo, o non tanto, il fatto di ritenere vero ciò che noi e la nostra cerchia riteniamo vero, ma il fatto che ciò che il social network quotidianamente ci propone è selezionato proprio per confortare questa convinzione. Come gli antichi sovrani, siamo immersi in un ambiente che tende a darci sempre ragione, pur di indurci alla benevolenza di cliccare sempre più post.

Che ci tocchi prima o poi rimpiangere persino i troll ?

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12 commenti su “Vero, falso, o post moderno ?

  1. romolo giacani ha detto:

    Mi sono spesso chiesto cosa avrebbe detto, pensato, elaborato Heidegger sull’aumento di internet e poi dei social…l’azzeramento delle distanze spazio temporali, la creazione del villaggio globale. Sarebbe stato molto, molto intrigante capire come avrebbe rielaborato tutto questo

    • melogrande ha detto:

      Ho spesso pensato che Platone avrebbe bandito internet dalla sua Repubblica ideale e Aristotele ci si sarebbe buttato dentro a studiare a fondo il fenomeno.
      Una volta ho sostenuto che Leopardi poi sarebbe stato un perfetto blogger.

      Di Heidegger proprio non saprei dire, ti riferisci a qualcosa in particolare ?

  2. guido mura ha detto:

    A dire il vero, un po’ m’infastidisce latteggiamento di finta condiscendenza con cui il web mi propone “novità”, cercando di indndividuare e precisare i miei gusti. Per questo mi diverto qualche volta a spiazzare le macchine, con ricerche contraddottorie e sempre diverse. Prima o poi penseranno che ho una mente confusa o che sono un potenziale anarchico, difficilmente controllabile. Quanto alla verità, è da un bel pezzo che ho rinunciato a credere in qualcosa di stabile e definitivo e la cosa non mi distrurba per niente. Insomma ognuno elabora le strategie di resistenza e sopravvivenza che ritiene migliori.

  3. guido mura ha detto:

    A dire il vero, un po’ m’infastidisce l’atteggiamento di finta condiscendenza con cui il web mi propone “novità”, cercando di individuare e precisare i miei gusti. Per questo mi diverto qualche volta a spiazzare le macchine, con ricerche contraddittorie e sempre diverse. Prima o poi penseranno che ho una mente confusa o che sono un potenziale anarchico, difficilmente controllabile. Quanto alla verità, è da un bel pezzo che ho rinunciato a credere in qualcosa di stabile e definitivo e la cosa non mi disturba per niente. Insomma ognuno elabora le strategie di resistenza e sopravvivenza che ritiene migliori.

  4. katherine ha detto:

    Beh, come sempre sta a noi andare a cercare le notizie dove si trovano, senza aspettare che ce le propongano i social su un piatto d’argento.
    Personalmente, tutto quello che mi viene proposto dall’esterno suscita sempre un po’ di sospetto, proprio come quelli che vogliono vendermi a tutti i costi qualcosa che nemmeno m’interessa.
    Noi siamo abbastanza grandi e vaccinati per non lasciarci abbindolare ( ci sono anche i grandi mai cresciuti, ma quelli sono un caso a parte), se mai il problema ricade sui giovani, che sono più ingenui e facilmente influenzabili. Già adesso si parla di spiegare a scuola le trappole di Internet. Chissà, un giorno potrebbe diventare una vera e propria materia di studio. Internet ci mette il mondo in mano, ma nel mondo ci sono tanti luoghi pericolosi e bisogna imparare a starne alla larga.

  5. Pannonica ha detto:

    Non sono sui social, ma credo che i feed di facebook funzionino un po’ le ads di google: da quando ho comprato una pattumiera sul sito ikea, mi ritrovo pubblicità su pattumiere in vendita negli shoponline di tutto il mondo, in qualunque sito mi capiti di navigare che contenga della pubblicità.
    Ora, al di là del Grande Fratello che immagino con la testa tra le mani quando verifica i miei interessi online, trovo veramente fastidioso che mi si riproponga continuamente ciò che già sono e so. Il bello di internet è scoprire cose nuove, non annegare in se stessi… ma vabbè, non sto dicendo nulla di nuovo.
    Non credo che esista un algoritmo così articolato da definire le nostre complessità. Non si può ridurre tutto e tutti ad una formula.. è riduttivo, appunto. Alla faccia della standardizzazione soffocante, il leit-motiv del post monderno.
    Messaggio per il Grande Fratello: non ce la faccio a starvi dietro, mi siedo e aspetto che ripassiate di qua.
    Messaggio per Melogrande: bentornato. W i ritmi umani. 🙂

  6. melogrande ha detto:

    Capita a proposito una nota di Boncinelli a proposito del cosiddetto “realismo diretto” di Searle.

    “I nostri sensi non osservano «passivamente» il mondo, ma lo «interrogano». Cha cosa vuol dire? Vuol dire che noi non percepiremo mai niente che non siamo preparati, biologicamente e non soltanto culturalmente, a percepire. Abbiamo un apparato percettivo che si prepara continuamente a scandagliare il mondo in una certa maniera e non in un’altra. Questa modalità non è soggettiva, perché tutti abbiamo le stesse impostazioni, ma costituisce sempre un’intromissione fra noi e il mondo. Insomma, l’uomo non vede il mondo secondo la propria soggettività, ma vede le cose come gli serve sapere che siano. Per sopravvivere e adattarsi a una realtà mutevole”

  7. […] Qualche tempo fa si parlava di una caratteristica fondamentale del tempo in cui viviamo, spesso definito “postmoderno”, cioè l’indebolimento del concetto di verità. Non è vero ciò che è vero ma è vero ciò che un certo numero di persone ritiene vero e diffonde come tale. La buona vecchia  leggenda, favola, bufala, quel che volete insomma, nobilitata a “post verità”, un termine che mi pare già avviato a diventare la parola dell’ anno. Facevo notare appunto a questo proposito che, per quanto la parola sia nuova, la cosa in sé non lo è affatto. […]

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