Un discorso retorico

 

Chissà se c’è qualcuno che leggendo il titolo non abbia avuto una reazione negativa, di diffidenza per non dire di fastidio ? Immagino sia naturale pensare “ci mancavano solo i discorsi retorici, siamo a posto”. Reazione naturale, direi.

A tal punto è caduta in basso la reputazione di questo termine, da essere ormai usato sostanzialmente come insulto. Un discorso retorico è un discorso aulico, pomposo, altisonante. E al tempo stesso miseramente privo di contenuti. Una roba da palloni gonfiati, o politici di mezza tacca, chiacchiere e distintivo.

Il dizionario recepisce puntualmente. Retorico = “dicesi di discorso o scritto, caratterizzato da ricercatezza formale ma privo di validi contenuti. Ampolloso. Per estensione, dicesi di comportamento superficiale, convenzionale, artificioso ed esteriore”. Non ci va leggero, il dizionario.

Non è sempre stato così, però, tutt’ altro. Prima di ridursi a disciplina “traviata”, la retorica era una signora parola, rispettabile, onorabile e piena di ogni virtù. E non parlo tanto dell’ antica Grecia dove la retorica fu inventata, insieme a quasi tutto l’ uomo occidentale. Parlo di tempi molto più recenti, grosso modo fino al Rinascimento, quando l’ educazione di qualsiasi giovanotto che ambisse a diventare una persona di cultura passava necessariamente attraverso lo studio di alcune discipline specifiche, dette “arti liberali”.

Quattro di queste discipline erano relative alla filosofia naturale, e formavano il cosiddetto “Quadrivio”. Si trattava di aritmetica, geometria, astronomia e (curiosamente…) musica.  Per quanto non molti al giorno d’ oggi considererebbero queste discipline (astronomia a parte) come “scienza della natura”, tuttavia esse rimangono tuttora parte del bagaglio dello studente medio.

Altre tre discipline avevano a che fare con le cosiddette “arti del discorso” e costituivano il cosiddetto “Trivio” (termine che anch’ esso si è un filino involgarito, ma non divaghiamo…). Si trattava di grammatica, retorica e dialettica.

Delle tre, la grammatica gode tuttora di ottima salute, e non potrebbe essere altrimenti, la grammatica tratta delle regole per mettere insieme le parole, nomi, aggettivi, verbi, in modo da trarne frasi comprensibili. Niente di più e niente di meno che una tecnica di base. Una frase come “il triangolo hanno tre lati” è grammaticalmente scorretta, mentre è grammaticalmente corretta la frase “il triangolo ha quattro lati”. La grammatica non si occupa del contenuto delle frasi, ma solo della struttura formale di esse.

Anche la dialettica è sopravvissuta, seppure certi eccessi post-idealisti ed anti-idealisti ne abbiano parecchio offuscato il prestigio. La dialettica è arte del ragionare, razionalità applicata come metodo di indagine filosofica, è, logica che intercorre, “dià-logos” ovvero dialogo insomma, e dialogo filosofico in particolare, alla ricerca di una qualche verità, con o senza la maiuscola. E la filosofia in qualche modo si insegna ancora, anche se l’ attenzione è assai più rivolta alla “storia della filosofia” piuttosto che al contenuto, all’ indagine sulle questioni fondamentali. Un approccio un po’ distorto, come parecchi filosofi importanti non hanno mancato di osservare.

“Al posto di una profonda interpretazione dei problemi eternamente eguali, è intervenuta lentamente una valutazione storica, anzi addirittura una ricerca filologica: si tratta ormai di stabilire che cosa abbia pensato o non abbia pensato questo o quel filosofo(…). Ora quindi la ‘filosofia come tale’ è senza dubbio bandita dall’università. (F. Nietzsche)

“Se la filosofia consistesse nel problema di scegliere fra teorie rivali, allora sarebbe ragionevole insegnarla storicamente, Ma se questo non è vero, allora è uno sbaglio insegnarla storicamente, perché non è affatto necessario farlo; possiamo affrontare direttamente l’argomento, senza alcun bisogno di considerare la storia.” (L. Wittgenstein)

Così come la filosofia è stata sostituita nelle scuole dalla storia della filosofia, così la dialettica viene studiata più come un monumento antico, un reperto archeologico, piuttosto che come uno strumento critico vivo, da esercitare.

La grande assente dagli studi moderni invece è proprio lei, la retorica. Sparita, scomparsa, introvabile nelle scuole di ogni ordine e grado. Non la studia più nessuno, ed a buon diritto, si direbbe, se per retorica  s’ intende quello che dicevamo all’ inizio. Chi ha bisogno di imparare a fare discorsi ampollosi, aulici e vuoti ?

Il punto è che la retorica non è affatto questo. La retorica è fondamentalmente una teoria generale del discorso persuasivo, il suo scopo essendo, per dirla con Aristotele, “non il persuadere ma il vedere i mezzi di persuadere che vi sono intorno a ciascun argomento”; ovvero “la facoltà di scoprire in ogni argomento ciò che è in grado di persuadere”.

Lo studio della retorica è simile alla frequentazione di una palestra, gli allievi si sottopongono ad esercizi che non hanno altro fine pratico che metterli in condizione di padroneggiare al meglio tecniche argomentative di volta involta più efficaci per sostenere un argomento, indipendentemente dall’ argomento stesso.

Non è scopo della retorica quello di perseguire la verità, ma quello di sviluppare la conoscenza delle tecniche del discorso. E’ evidente che la padronanza delle tecniche retoriche è bagaglio fondamentale di ogni buon avvocato, lo scopo di qualsiasi arringa è proprio quello di sviluppare nella maniera più convincente possibile gli argomenti in favore del proprio patrocinato. La contrapposizione delle arringhe in un processo non è il momento della ricerca “oggettiva” della verità, ma è la fase fondamentale che la precede.

E tuttavia nei piani di studio delle facoltà di giurisprudenza  ho cercato invano un corso di retorica. Così come poche tracce si trovano nelle Facoltà di Filosofia. La poca retorica che ancora sopravvive si rintana nelle Facoltà letterarie, generalmente malvista e ridotta a servire da ancella alla Linguistica, oppure travestita da ragazzina alla moda e si presenta, guardata con altrettanto sospetto, nei corsi di scrittura e comunicazione.

Un destino triste, per una regina delle arti del discorso.

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5 commenti su “Un discorso retorico

  1. Come hai detto bene, la filosofia che si studia nelle università oggi non è filosofia, ma storia della filosofia. Ed allo stesso modo si bandisce tutto ciò che può produrre pensiero critico, perché se si conoscono le tecniche dedite alla persuasione è ben difficile che ci si faccia persuadere senza opporre una qualche resistenza. Così è per la filosofia; imparare che cosa hanno pensato i filosofi del passato non equivale ad imparare a pensare in modo consapevole il presente, non equivale ad imparare a creare pensiero. Così come imparare una poesia a memoria non equivale ad imparare a sviluppare una sensibilità poetica che permetta di fare poesia. La meccanicità nell’apprendimento smorza la creatività e con essa le coscienze. Ed è strano come venga applicata sistematicamente nei metodi di insegnamento nel nostro paese.

    • melogrande ha detto:

      Sviluppare il senso critico dovrebbe essere il compito primario dell’ educazione (ex-ducere, tirare fuori). Ed in questo senso, svalutare la cultura classica lo considero un errore storico.
      Se le parole hanno un senso, lo scopo è quello di condurre i giovani alla maturità, non semplicemente ad una competenza.

  2. guido mura ha detto:

    Imparare a pensare o a parlare e scrivere con efficacia può essere interessante, a volte perfino divertente. La nostra scuola invece ha fatto di tutto per rendere noioso anche quello che non lo era. La conseguenza è che oggi si pensa senza coerenza e senza conoscere gli strumenti del pensiero, così come si parla e scrive usando in maniera inconsapevole gli strumenti che rendono interessante ed efficace il discorso. Personalmente ricordo gli studi preuniversitari come un lungo incubo. Non ho mai capito perché, anziché esercitarmi a elaborare un mio pensiero, dovessi apprendere il pensiero degli altri, espresso peraltro in maniera sintetica e spesso incomprensibile e distorta, come avviene spesso per le semplificazioni. Allo stesso modo, mi si chiedeva di comprendere poeti e scrittori, senza che mi venissero forniti gli strumenti di valutazione e i rudimenti dell’arte poetica. Insomma una formazione di base noiosa e inutile, costituita da una congerie di nozioni che per lo più si dimenticavano un paio di giorni dopo l’interrogazione. L’università aveva invece i suoi momenti di efficacia e d’innovazione, anche se nel settore filosofico continuava a imperare l’odiosa storia della filosofia, che tutti cercavano di evitare, sostituendola magari con altri insegnamenti filosofici più specifici e meno nozionistici. La retorica ai miei tempi era tornata di moda con Genette e compagnia e devo ringraziare quegli studi se ora riesco a capire qualcosa del lavoro dello scrittore.

    • melogrande ha detto:

      La retorica insegnava appunto ad utilizzare nella maniera più efficace possibile gli argomenti a favore o contro una qualsiasi tesi, indipendentemente dalla verità o meno della tesi stessa.
      Era un po’ come fare esercizi in palestra, insomma, finalizzati solo ad impratichirsi.
      Ed è solo così che ci si impadronisce veramente delle arti del discorso, così come ci si impadronisce di una qualsiasi tecnica..

  3. Lillopercaso ha detto:

    Educare all’autonomia di pensiero??? Ma siamo pazzi??? Forse, giusto qualche mamma o maestra coraggiosa ci prova…

    Sono in un bar, vedo con la coda dell’occhio la tv accesa su un programma in cui un tipo beve il latte col naso e poi lo spruzza lontano con un occhio…

    Ogni velleità di commentare in modo intelligente e autonomo è falcidiata!

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