Mostrami, o Diva

Sappiamo tutti ormai (più o meno) che “il mezzo è il messaggio”, che nessun mezzo di comunicazione è neutrale e che qualunque forma di trasmissione di un messaggio, da un discorso pubblico ad un tweet, veicola sempre assai più delle sole parole. C’è tutto un modo di predisporre il contesto, di costruire la modalità di ricezione, diversa per ciascun mezzo.

C’è però anche una sorta di interazione reciproca, per cui non solo il mezzo condiziona il pubblico, ma il pubblico a sua volta orienta il mezzo, privilegia quelli che percepisce di volta in volta più affini, e questa affinità varia nel tempo.

Pensiamo ad esempio alla narrazione.

Il raccontare storie risale probabilmente all’ origine della cultura umana, sicuramente precede di molto l’ invenzione della scrittura. Raccontare storie serve. Serve a dare alla comunità un’ identità, attraversi i miti fondativi, serve a dargli regole attraverso il racconto degli dei, serve a garantirne la compattezza attraverso il ricordo delle gesta dei padri e degli eroi, serve a facilitare la socializzazione, serve persino a tramandare il sapere artigianale attraverso la descrizione rituale delle procedure di esecuzione. Si può dire che è il racconto a fare la cultura, piuttosto che il contrario.

E poiché il racconto va tramandato a memoria, la forma che assume alle origini è quella di un canto, accompagnato dalla musica, la cosa più facile da memorizzare che esista.

La narrazione dunque inizia in versi, versi a dire il vero più ritmati che rimati, versi scanditi dagli accenti e regolati nel numero di sillabe. I grandi poemi omerici sono fatti così (“Cantami o Diva…”), e la forma poetica continuerà a dominare la narrazione per molto, molto tempo anche dopo l’ introduzione della scrittura, come sappiamo.

Non che non si scriva in prosa, ma questa rimane a lungo in un ruolo minoritario, in prosa si scrivono fiabe, novelle, racconti, spesso inquadrati in una cornice che li raccolga come nelle Mille e una notte o nel Decamerone.

È solo in tempi relativamente recenti che la narrazione in prosa diventa la forma dominante, attraverso la forma romanzo. Nell’ Ottocento, “Raccontami o Diva” sembra diventare la modalità standard della trasmissione di storie e sempre meno sono coloro che si cimentano nella scrittura di poemi.

Nel Novecento, diventa sempre più importante la forma visuale della trasmissione di storie, una forma per la verità assai antica e mai tramontata, attraverso il il teatro. Nel Novecento però arriva il cinema, che spinge le possibilità di racconto visuale a livelli irraggiungibili nel teatro. Il cinema si presta a raccontare storie come nessun altro mezzo precedente.

All’ ascesa del cinema si affianca gradualmente quella della televisione, e questo sposta ancora di più verso il visuale la forma del raccontare. “Mostrami o Diva” diventa il nuovo verbo.

Sono cresciuto nell’ epoca d’ oro degli sceneggiati televisivi, gli “adattamenti televisivi” dei classici della letteratura, e già il termine “adattamento” fa capire quale fosse ai tempi il rapporto di forze: la letteratura è sovrana, cinema e televisione la “adattano” alle loro possibilità espressive.

Mi sembra che oggi il rapporto di forze stia rapidamente cambiando.

Non mancano, come un tempo, i film – o i telefilm – che si basano sui romanzi di successo, ma il cinema, e la televisione, usano sempre di più soggetti originali, e cominciano a vedersi pubblicati romanzi tratti dalla sceneggiatura di film di successo, un capovolgimento completo rispetto a tempi non troppo lontani. Hunger Games, Twiligt, Game of Thrones, sono tutti esempi di un’ area ibrida i cui non è facile capire da dove si è partiti e dove si è giunti, se dalla narrativa allo schermo o viceversa.

Difficile dire se questa è davvero la modalità del futuro, ma è curioso vedere che scrittori famosi (a partire da Stephen King) abbiano progressivamente spostato il loro interesse verso la produzione di soggetti originali per il cinema o per le serie televisive, piuttosto che adattare le loro opere letterarie preesistenti. Ed è evidente che molti giovani scrittori di talento sono attratti dal mestiere di sceneggiatore.

Questione (anche) di soldi, si capisce, ma questa non è una novità, anche i romanzieri dell’ Ottocento, forti del favore popolare, misero insieme fortune considerevoli.

Ovviamente c’è anche qualche aspetto negativo: mentre il nome dell’ autore di un libro campeggia sulla copertina in dimensiono proporzionali alla sua fama, talvolta maggiori del titolo dell’ opera, raramente il film o la serie televisiva danno lo stesso risalto all’ autore della sceneggiatura, a meno che non si tratti dello stesso regista come (ad esempio) nel caso di Sorrentino.

Ma anche qui, niente di nuovo, o piuttosto trattasi di ritorno alle origini.

Nessuno sa chi abbia scritto i miti, l’ epopea di Gilgamesh o i racconti delle Mille e una notte. E quanto ai grandi poemi omerici, non crederemo davvero che li abbia scritti Omero, tutto da solo, vero ?

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9 commenti su “Mostrami, o Diva

  1. gelsobianco ha detto:

    Oh, che bello leggerti!
    E provo interesse vero.
    E concordo con quello che hai scritto.
    Grazie, Melo.
    Un sorriso
    gb

  2. guido mura ha detto:

    I romanzieri dell’Ottocento, che erano già una categoria abbastanza numerosa, sono diventati ora una caterva. Il numero condanna all’invisibilità, al di là delle qualità tecniche. Non stupisce che chi ne ha la possibilità tenti di sfondare nel cinema o nella televisione. La difficoltà di trovare un lavoro vero spinge molti a cavalcare illusioni. Chi invece non ha motivazioni economiche continua a scrivere per il piacere di raccontare, ma finisce per raggiungere un numero esiguo di lettori. A questo punto, di solito, si abbandona il campo. Occorrerebbero motivazioni superiori, di ordine religioso o di impegno civile, per proseguire. Gli scrittori del passato, dagli autori di testi sacri ai vari Hugo o Zola o Camus, avevano messaggi da offrire e idee chiare (beati loro) da esporre. Oggi il mondo è diventato sempre più complesso e incomprensibile. Forse, se non ci si chiariscono le idee, anche la scrittura diventa un esercizio sterile. Forse, tutto sommato, è più vicino allo spirito del tempo raccontare l’assurdità della nostra esperienza umana contribuendo a scrivere serie come Lost o Life on Mars. Il romanzo, comunque, dopo l’esplosione di provocazioni come quelle di Pynchon o Foster Wallace, è definitivamente morto. I nuovi romanzieri di oggi sono dei nostalgici. Resta da vedere se qualcuno di noi dovrà pagare le nuove tasse sul funerale.

  3. prima cosa: contenta di tornare a leggerti. Ci sono periodi in cui anche fermarsi e ritagliare un attimo per sè diventa difficile. Il mio dura da tanto tempo.
    seconda cosa: il mio vecchio professore di semiotica è solito dire ” all’inizio c’è il racconto “.
    Il verbo si è dato in forma di narrazione. Lo dimostrano non solo le sacre scrittura, i poemi omerici, le saghe e i romances antichi, ma anche le vetrate delle cattedrali gotiche a cui tutti potevano trovare accesso.
    La narrazione dissemina gli eventi nello spazio e nel tempo e trova proprio nel ‘cangiante’ la sua cifra. E in questo ‘cangiante’ sta l’incrocio con gli altri linguaggi, lo scorciarsi o il dilatarsi in contenitori sempre mobili, come appunto il romanzo.
    Io credo che il romanzo evolva, si stringa, si spezzi, cambi voce narrante e narratore, si ibridi, ma sappia anche accogliere il nuovo.
    un caro saluto
    zena

  4. melogrande ha detto:

    Ci sono periodi in cui anche fermarsi e ritagliare un attimo per sè diventa difficile.
    E’ esattamente anche il mio caso.
    Mi spiace molto,naturalmente.

    Cormac McCarthy scrive in Oltre il confine:

    “Il compito del narratore non è facile (…) Pare che sia obbligato a scegliere la storia che racconta tra le tante possibili. Ma naturalmente non è così. Al contrario, si tratta di derivarne tante dall’ unica storia (…) poiché non c’è nulla che cada fuori dai suoi confini. Tutto è racconto. Senza alcun dubbio.”

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