Un po’ di rispetto

Ci sono parole più ambigue di quanto uno tenda a pensare, e “rispetto” è una di queste.

Certo, il rispetto è una cosa rispettabilissima, una delle prime cose che ti insegnano da piccolo, devi rispettare gli adulti, la maestra, i compagni di classe. Tutto va bene finché, crescendo, scopri che la “gente di rispetto” non è un club di gentiluomini, e rimani perplesso. Ancora più perplesso (e pesto) rimani la volta che un bullo ti mette le mani addosso perché – secondo lui – gli hai “mancato di rispetto”.

Ora, crescendo ancora un po’ ho imparato a non dare nulla per scontato, in particolare il significato delle parole, ed è ormai per me un riflesso condizionato chiedergli il certificato di nascita. La parola “rispetto” viene dunque dal latino, è il participio sostantivato del verbo “respicere”, dove “spicere” indica l’ atto di guardare con insistenza, scrutare. La stessa radice la si trova nello specchio, e persino nella specie, che è ciò che si vede, l’ immagine di qualcosa. Specie, speciale, specifico, indicano qualcosa su cui vale la pena soffermare lo sguardo.

L’ atto del rispetto è dunque un “guardare indietro”, un ricambiare lo sguardo, un po’ la stessa cosa del “riguardo”, insomma, dove però l’ accento è più sull’ avere cura.

Ricambiare lo sguardo crea una comunicazione, sempre, indica il prendere atto che l’ altro c’è, accorgersi di lui e fargli posto. Il dizionario recita: “rispetto = sentimento che nasce dalla consapevolezza del valore di qualcuno o di qualcosa”. Per dirla con Kant, che era uno che se ne intendeva, il rispetto è “una massima di restrizione della nostra autostima, mediante la dignità dell’ umanità in un’ altra persona”. Restrizione della nostra autostima, non so se mi spiego.

Tutto bene, dunque. Dov’è l’ ambiguità ?

L’ ambiguità in Kant non c’è, perché lui è prussiano, va per imperativi categorici, obblighi morali. Obblighi. Per Kant, come per i nostri genitori, il rispetto è qualcosa che si paga agli altri per il fatto di vivere in una comunità. Rappresenta un dovere.

Ma ciò che per me è un dovere, visto dall’ altra parte è un diritto, no ? Se io ho il dovere di rispettare, l’ altro ha il diritto di essere rispettato. E viceversa, naturalmente. Ma un conto è dire “riconosco il tuo valore, vedo che sei speciale”, un altro è dire  “ehi, senti un po’, io sono speciale e tu devi riconoscerlo, intesi ?

Un conto è considerare il rispetto un mio dovere nei tuoi confronti, un altro considerarlo un TUO dovere nei MIEI confronti. Perché è del tutto umano, ed universale, il fatto di sentirci tutti “speciali”, e che ciascuno attribuisca a se stesso un valore piuttosto alto, generalmente più alto di quello che gli altri tenderebbero a riconoscergli. Ed è dunque facile convincersi che gli altri non ci rispettino quanto dovrebbero, quanto avremmo diritto in base al valore che ci auto-attribuiamo.

Diceva Pennac che certi verbi, come leggere o amare non reggono l’ imperativo; ecco, a me pare che anche l’ imperativo “rispettami!”, più o meno come “amami!” il più delle volte produca l’ effetto opposto…

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9 commenti su “Un po’ di rispetto

  1. tramedipensieri ha detto:

    Io rispetto a prescindere. Perché non dovrebbero rispettarmi anche gli altri? In genere mi rispettano perché sentono che io mi rispetto.

    Un caro saluto
    .marta

    Ps: nessun imperativo, meglio…

  2. romolo giacani ha detto:

    Citi Kant, Pennac…come faccio a non essere d’accordo? E comunque sì, l’imperativo (catagorico?) su certi verbi suona proprio male….;-)

    • melogrande ha detto:

      Non facciamoci mancare Leopardi, allora…

      Noi supponiamo sempre negli altri una grande e straordinaria penetrazione per rilevare i nostri pregi veri o immaginari che sieno, e profondità di riflessione per considerarli, quando anche ricusiamo di riconoscere in loro queste qualità rispetto a qualunque altra cosa.

  3. Pannonica ha detto:

    bisognerebbe stabilire una volta per tutte se il rispetto sia un atto dell’intelletto o del sentimento. mi pare di capire che tu propenda per quest’ultimo e, si sa, al cuor non si comanda…
    io credo, però, che se si imponesse a tutti come atto dell’intelletto, vivremmo tutti molto meglio. non sempre è bene lasciarci guidare dal cuore se l’obiettivo è una convivenza civile (con rispetto parlando, ovviamente). 😉

  4. Lillopercaso ha detto:

    Ciao. Mi piace questa cosa che “il rispetto è qualcosa che si paga agli altri per il fatto di vivere in una comunità” Anzi, forse un po’ mi dispiace, ma mi convince. Meno romantica ma più funzionale.

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