I tempi (non) stanno per cambiare

Si prova un misto di tenerezza e rabbia a rivedere un film come “Zabriskie Point” di Antonioni.

Il film non è particolarmente convincente, questo va detto subito. L’ idea di fondo sarebbe quella di mostrare il conflitto tra il “sistema” e la controcultura giovanile americana degli anni ’60. Un po’ quello che solo un anno prima, con altro spessore, aveva cercato di fare “Easy Rider”, e in diverso ambito stavano facendo musicals come “Hair” e “Jesus Christ Superstar”: far emergere un sistema di pensiero nuovo in opposizione radicale verso il conservatorismo bacchettone degli anni ’50. Che proprio così bacchettoni non dovevano poi essere, avendo prodotto la Beat Generation di Jack Kerouac ed il jazz drogato di Chet Baker e Charlie Parker, tanto per fare qualche nome. Ma non divaghiamo.

Quello che voglio dire è che il film appare poco riuscito semplicemente perché rappresenta più l’ idea che aveva Antonioni di cosa fosse la controcultura, piuttosto che rappresentare ciò che essa davvero era, o cercava di essere. Ed Antonioni ne era irrimediabilmente distante. Ne deriva una certa retorica giovanilistica che a mio parere nuoce parecchio al film.

Ciò che i giovani del tempo cercavano non era semplicemente la liberazione sessuale o la trasgressione delle regole. C’ era un po’ di più, o molto di più, a seconda dei punti di vista.

C’ era soprattutto la percezione, condivisa e diffusa, che un nuovo modo di vivere era possibile, addirittura a portata di mano, a dispetto di tutto. Una spallata era tutto ciò che serviva, una spallata ed il “sistema” sarebbe venuto giù sotto il peso della propria stessa ipocrisia facendo spazio ad un “nuovo mondo”.

Le cose non andarono esattamente così come i giovani immaginavano, lo sappiamo bene. La “controcultura” ebbe sì un impatto profondo sulla mentalità e sui costumi, ma non cambiò il mondo, non ci andò nemmeno vicino.

Da qui la tenerezza che prende nel vedere l’ ingenuità autentica di quella generazione, e l’ incapacità di vedere a cosa andava incontro la loro “rivoluzione”.

La rabbia invece da un lato nasce dal fatto che proprio quella generazione, da cui non posso nemmeno chiamarmi fuori, è quella che oggi detiene il potere, occupa le poltrone, costituisce quello che non si chiama più “sistema” ma “establishment”, e però è la stessa cosa, assoggettato a logiche non meno spietate di quelle di un tempo, quando la globalizzazione non era ancora stata inventata ed il welfare per tutti sembrava una conquista a portata di mano come la Terra Promessa. Tutti imprigionati, qualcuno consenziente, qualcuno un po’ meno , in uno stato di cose da cui nessuno sa più come uscire.

E tuttavia oggi a questa “cultura” non si oppone nessuna controcultura, e men che meno una controcultura giovanile. I giovani oggi vivono un’ emarginazione incomparabilmente più severa di quella a cui sui erano ribellati i loro coetanei di quel tempo, nonché loro attuali oppressori. A tal punto sono state espropriate le loro speranze, che non si ribellano nemmeno, o almeno non si ribellano per adesso.

Perché la situazione attuale non può andare avanti per sempre, questo lo vede chiunque, e prima o poi qualcuno ne chiederà conto, e verrà a notificarcelo un’ altra volta, che i tempi stanno per cambiare.

Magari in versione post punk.

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14 commenti su “I tempi (non) stanno per cambiare

  1. stileminimo ha detto:

    Mi piacerebbe esserci, quando accadrà. Mi piacerebbe davvero esserci!!!

  2. guido mura ha detto:

    Non ho mai creduto, nemmeno allora, che qualcosa potesse cambiare. Quando la mia compagna di corso maoista accanita si è accaparrata un posto in banca, mandando al diavolo le nostre utopie, e quando ho visto i miei compagni sessantottini infilarsi in tutti i buchi dell’Università, ho avuto ben chiara quale fosse la rivoluzione cui aspiravano i figli di papà (e di buona donna) di allora. Ci son stato male per un po’, ma poi sono riuscito a sopravvivere, non avendo preso sprangate in testa. Oggi non mi pare che le idee siano più chiare, la disillusione però è più evidente e non so chi ci possa guadagnare, perché, comunque vada, qualcuno finirà per guadagnarci, questo è certo.
    Quanto al film, confesso che non mi aveva entusiasmato, tranne che per qualche gnocca.

    • melogrande ha detto:

      Così è, si trattava di un’ illusione.
      Guccini lo cantava già nel ’74, col suo caratteristico ottimismo…

      Sono ancora aperte come un tempo le osterie di fuori porta
      ma la gente che che ci andava a bere fuori o dentro è tutta morta.
      Qualcuno è andato per età, qualcuno perché già dottore
      e insegue una maturità, si è sposato, fa carriera
      ed è una morte un po’ peggiore
      .

      Quanto al film, Antonioni era bravo, ma qui mostra che aveva capito assai poco di quello che stava succedendo.

  3. tramedipensieri ha detto:

    Uno per tutti e ciascuno ……..per sè.
    Purtroppo si parla bene…ma …qualsiasi generazione ha mostrato di ragionare di pancia.

  4. Enzo ha detto:

    Leggo. Mi accomodo, mi sembra di stare a casa, anni fa, in un’altra città. In un’altra vita?
    Zabriskie era solo una visione elitaria, partiva da un’idea e ne faceva un’assioma, come ogni assioma era imperfetto ma, a dir la verità, erano imperfetti tutti i protagonisti, ragazzi e guru inclusi. La musica permettetemi era splendida, non me la toccate accidenti.
    Dylan era perfetto e lo erano gli Airplane, i Byrds, i Rolling stones, Frank Zappa, Led Zepelin, Simon& Garfunkel…mi fermo per non incazzarmi. La musica, come dire la metafisica era perfetta. ci rappresentava nelle più nobili intenzioni; quella è rimasta, su quella ci si può sognare e scriverci sopra.
    E’ andata male perchè siamo caduti prima e l’ideologia ha funzionato meglio dell’eroina: ci ha bruciato i neuroni prima; siamo andati così appresso ai mercanti di morte, sorci dietro il suonatore di flauto.
    Oggi? Possiamo ricordarci dove abbiamo sbagliato e quando abbiamo comprato il primo Lp sbagliato. Possiamo raccontarlo ai nostri ragazzi che nonostante tutto abbaimo messo al mondo…l’unica vera rivoluzione.
    Bel post come sempre.

  5. […] Melogrande mi ha riportato indietro agli LP […]

  6. lapoetessarossa ha detto:

    Provo misto di fastidio e ripugnanza, al solo pensiero di andare a vedere un film come “50 sfumature di grigio”
    Un film molto convincente, visto il successo che sta ottenendo. L’idea, la sostanza, è quella di mostrare al mondo femminile una serie di belle scopate patinate che riportano sul grande schermo l’immaginazione di migliaia di lettrici (e lettori) che, per dire ovvietà nell’ovvietà, non hanno a disposizione una cinepresa per girare un pornazzo casaling(u)o fai da te. (e ci sono fior fior di amanti del genere!)
    Il film, il libro, rappresentano una sconcertante pochezza culturale e sono un risultato, diciamo l’attuale peggior risultato, delle porte che si sono aperte grazie alla controcultura.
    Liberazione sessuale. Ottenuta
    Trasgressione alle regole. Ottenuta (quali regole poi…si potrebbe aprire il dibattito)
    Un nuovo modo di fare sesso è possibile? Ohibò! Nessuno ancora me lo aveva detto.
    Ecco qui il best seller dei libri che si leggono con una mano sola!
    50 sfumature non è che una goccia d’acqua in un mare di noia. Un affare per una bieca festa della donna anticipata. I distributori avranno dibattuto a lungo se farlo uscire a san valentino o all’ottomarzo.
    Se fosse uscito l’ottomarzo avremmo avuto un risveglio unanime di post femministe incazzate radical chic.
    Intanto da giovedì scorso e per tutto il fine settimana è stato un via vai di orde di donne in pellegrinaggio nei multisala e in pizzate (o sushi) post cinema. 50 sfumature contribuisce a far girare l’economia, che non è poco di questi tempi.
    La pizzata, solo il termine pizzata, mi dà estremo fastidio.
    Come il sushi. Io sono per il fritto misto. La fiorentina. La spaghettata aglio e olio di notte, magari nudi (si leggano le Ricette Immorali di Montalban e te le do io le 50 sfumature…)
    50 sfumature no, non è controcultura, non è cultura, non è arte, è un prodotto spazzatura usa e getta, un junk food per multisala affamate di clienti.
    I tempi sono cambiati.
    Non ci sono più le sale a luci rosse.
    I tempi son proprio cambiati.

    • melogrande ha detto:

      Mah..
      Non è che si dovesse aspettare Mr. Grey, in fondo la gente il modo di riprodursi lo trovava pure ai tempi del puritanesmo, e quanto a libertà di costumi nemmeno i libertini del ‘700 avevano inventato niente…

  7. Lillopercaso ha detto:

    Profetico! Leggo solo ora, a pochi giorni dal referendum irlandese, e guarda caso mi accompagna un ‘the times they are a changin’ di sapore proprio irlandese (certo che i Pink Floyd, Zappa, la Janis) …
    Bello, no? Non tutto è perduto

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