Educazione sentimentale del Nemico

Certi eventi lasciano sbalorditi, e le reazioni, quando arrivano, arrivano dalla pancia assai prima che dalla testa. E così, sulla vicenda Charlie Hebdo ne ho sentite di tutti i colori, e non sempre i colori erano belli. Tanti giudizi, non sempre meditati, tante opinioni non sempre argomentate e condivisibili, e pochi dati di fatto, per dire le cose come stanno. Mentre io resto cocciutamente ed ostinatamente convinto che è meglio prima cercare di capire, e che per capire è assai utile semplicemente sapere. Il primo vero aiuto in questa direzione l’ ho trovato solo il 17 gennaio, nel lungo articolo di fondo dell’ International New York Times recuperato per caso su un volo internazionale, opera assai meritoria e documentata di due veri giornalisti, Rukmini Callimachi e Jim Yardley, la prima dei due ha sfiorato il Pulitzer nel 2009, mentre il secondo l’ ha ottenuto nel 2006, tanto per dire. L’ articolo lo si trova anche online, non so fino a quando. Ne dò conto come posso, ai viandanti desiderosi come me di saperne un po’ di più prima di farsi un’ idea.

Per capire come nasce questa brutta storia dobbiamo fare un passo indietro, direbbe Lucarelli, indietro fino al 1994. In quell’ anno i fratelli Said e Cherif Kouachi, di 14 e 12 anni rispettivamente, rimasti orfani di padre e di madre, vengono assegnati dal tribunale dei minori ad un orfanotrofio, dove crescono come adolescenti qualunque, tra partite di pallone e qualche spinello di nascosto. Lì rimangono fino a quando Said raggiunge la maggiore età e decide di trasferirsi a Parigi con fratello più piccolo. Vanno ad abitare in un quartiere di quelli a forte concentrazione di immigrati nordafricani, non lontano da Belleville, per intenderci, e cercano qualche lavoro. Cherif si impiega come fattorino presso una catena di pizzerie a domicilio. Nulla da segnalare.

Facciamo un salto in avanti fino al 2003, quando i due fratelli cominciano a frequentare una certa moschea in Rue de Tanger. Qui incontrano la prima delle persone “importanti” di questa storia. Si tratta di un quasi coetaneo, Farid Benyettou, un musulmano molto osservante e studioso autodidatta, come spesso accade nell’ Islam  dove non esiste un clero “ufficiale”. Oltre alle chiacchierate in moschea, Farid offre “lezioni private” nel suo domicilio parigino, i fratelli Kouachi ne diventano frequentatori abituali ed il fondamentalismo religioso del loro amico li spinge rapidamente verso una pratica dell’ Islam sempre più rigorosa.

Il 2003 è però anche l’ anno in cui, a seguito dell’ invasione americana in Iraq, emergono e circolano le immagini dei terribili abusi sui prigionieri di Abu Graib. Di questo ovviamente si discute, a casa di Benyettou, di questo e della vendetta, dell’ offesa intollerabile per tutti i musulmani, e della necessità di “fare qualcosa”, dell’ accettabilità secondo il Corano degli attacchi suicidi, della guerra santa insomma. La jihad.

Per effetto di questi discorsi, nel 2004, Cherif Kouachi comincia ad accarezzare l’ idea di un’ azione eclatante proprio lì, a Parigi, in centro, qualcosa che uccida un bel numero di ebrei sionisti, per esempio. Ne parla con Benyettou che lo dissuade, gli nega il permesso, ma gli offre un’ alternativa. Lo mette al corrente di un certo canale segreto per entrare in Iraq ed unirsi ai guerriglieri che a Falluja combattono contro gli americani. Cherif è un ventenne balordo, non ha nessuna preparazione, quel poco che sa di armi l’ ha imparato dalla rete navigando sui siti specializzati, nondimeno decide che non può e non vuole tirarsi indietro, accetta la proposta. Il 20 gennaio 2005 viene arrestato mentre sta per imbarcarsi su un volo che lo avrebbe portato prima in Italia e successivamente lì dove il dovere lo chiama. I poliziotti che lo arrestano lo descrivono come un ragazzo timido, impaurito, quasi sollevato all’ idea del fallimento del suo stesso piano.

In attesa di processo (evidentemente non siamo gli unici al mondo con la giustizia lenta), Cherif trascorre ben 20 mesi nel carcere di Fleury-Mérogis, una delle prigioni più famigerate di Francia. Pullula di musulmani, neanche a dirlo, e di musulmani radicali, e tra questi si trova addirittura una “star”: Jamal Beghal, la seconda persona importante in questa storia di formazione.

Jamal è un jihadista esperto, è membro di Al Qaeda, si è addestrato in Afghanistan, ed è giunto in Francia per una ragione precisa, è stato incaricato di creare una cellula locale che organizzi e metta in atto attentati contro obiettivi americani in Francia. Si trova a Fleury-Mérogis appunto per aver progettato un attentato all’ Ambasciata americana di Parigi, nel 2001.

Il regolamento carcerario prevede l’ isolamento dei detenuti per 22 ore al giorno, ma il carcere è sovraffollato, c’è una guardia ogni 100 detenuti, ed uno come Jamal i modi per comunicare li trova, eccome. Jamal ha una mente sveglia, è carismatico, non è difficile immaginare come il giovane Cherif ne resti subito affascinato, così come pure un altro detenuto, uno che ha la cella proprio sotto a quella di Jamal, un 23enne in carcere per rapina a mano armata. Il suo nome è Amedi Coulibaly.

Cherif esce di galera nel 2006, la condanna è stata mite, il tribunale lo ha giudicato un “pesce piccolo” nella rete di Farid Benyettou,  e di certo lo era, quello che il tribunale non sa è che Cherif non è più l’ adolescente impaurito descritto nei rapporti della polizia, benché un qualche indizio della sua “maturazione” lo dia ad esempio rifiutando di alzarsi in piedi all’ ingresso del giudice, che è una donna.

Uscito dal carcere ritrova il fratello Said, rimasto lontano dai guai ma anche lui sempre più radicale nelle sue convinzioni. Tra un lavoretto precario e l’ altro, è diventato addetto municipale, ma rifiuta di  dare la mano alle donne, pretende di portarsi al lavoro il tappeto da preghiera, insomma tanto fa che si fa licenziare. Cherif intanto cambia casa, nel 2008 si sposa, parte per il viaggio di nozze, in pellegrinaggio alla Mecca.

Nel 2009 escono dal carcere anche Amedi Coulibali ed il boss, Jamal Beghal. Quest’ ultimo si stabilisce a Murat, un minuscolo paesino di montagna a 500 km da Parigi. La polizia lo tiene d’ occhio, naturalmente, e non senza ragione: Jamal infatti riprende presto i contatti con i suoi amici in carcere e fuori, compresi Coulibaly e Khoudy. Prima missione, un’ azione militare per liberare un certo Ali Belkasim, un terrorista di origine algerina condannato all’ ergastolo per un attentato al metrò. Il piano viene sventato, Coulibali e Beghal tornano in carcere, Cherif la scampa, non ci sono prove a sufficienza e lui fa scena muta in tribunale, non una parola per tutta la durata del processo.

Siamo ormai nel 2011, e Cherif (verosimilmente è proprio lui e non Said) parte per lo Yemen usando il passaporto del fratello incensurato, allo scopo di completare la propria formazione in un campo di addestramento della sezione yemenita di Al Qaeda, quella stessa che rivendicherà l’ attacco a Charlie Hebdo. Riesce anche ad ottenere fondi per le azioni che ha in mente, è un terrorista adulto, ormai, il Nemico è pienamente formato, sa come procurarsi le armi, qualcuna gliela trova il suo vecchio amico Coulibaly, che a sua volta si avvicinerà all’ ISIS. Insomma adesso Cherif sa come organizzare un’ azione in proprio, deve solo prepararsi e individuare l’ occasione giusta.

In un documento trovato nel suo PC già l’ anno prima si dice: “Un martire si apre la strada nella base nemica, o si dirige verso un guppo sparando a distanza ravvicinata senza aver preparato una via di fuga. L’ obiettivo è quello di uccidere quanti più nemici possibile. L’ autore dell’ azione rimarrà probabilmente ucciso egli stesso”. Il linguaggio è da commando militare, come a Falluja, il fatto che il “nemico” nel suo caso sia armato solo di matite deve essere parso a Cherif un dettaglio poco rilevante.

Questi sono i fatti, questa è la storia, la storia di una formazione, dell’ educazione di un Nemico. Di inquinarla con le mie opinioni non mi va, ve la lascio così com’è.

Il resto è cronaca, che è inutile ripetere qui, ancora riempie i giornali, è cronaca di un massacro anzi di due, l’ azione contemporanea di Coulibaly, secondo il portavoce di Al Qaeda non era stata programmata, la coincidenza è stata semplicemente “una grazia di Dio”.

Annunci

14 commenti su “Educazione sentimentale del Nemico

  1. stileminimo ha detto:

    Q Grazie, Melo. Questo post chiarisce molti elementi importanti, ovvero che cosa c’è dietro ad una persona che riesce a uccidere a sangue freddo dodici persone senza battere ciglio. Ed è questo forse l’aspetto più incomprensibile per chiunque non sia direttamente coinvolto in quel mondo.

    • melogrande ha detto:

      Ho fatto poco, ho solo riassunto il lungo (e documentato) articolo del NYT.
      Ma anche a me ha chiarito un po’ di idee.

      • stileminimo ha detto:

        Credo sia questo che un po’ tutti dovremmo fare adesso; dopo lo slancio emotivo iniziale, pare che si voglia in un certo senso rimuovere il problema, procedere come prima, come se nulla fosse stato. Perlomeno io ho questa sensazione gironzolando da un media all’altro. Va benissimo, se questo serve a non fomentare altri casi emulativi, ma va meno bene se si smette di ragionare, di provare a capire il perché tutto ciò è avvenuto, sta avvendndo ed i motivi che spingono delle persone a morire portandosi con sè chiunque sia a portata di tiro di arma da fuoco. E chiedersi perché serve a chiedersi come è possibile evitare che tutto ciò si ripeta ancora e ancora come invece sta succedendo in molte parti del mondo. Le dinamiche che stanno dietro tutto questo sono molto complesse e anche se si volesse ridurre tutto al gesto di un balordo che ha avuto la sfortuna di incontrare le persone sbagliate sulla propria strada, non si potrebbe, perché di balordi come questi pullula il mondo, anche il mondo occidentale, come si è visto. E questi personaggi sono allevati da un’organizzazione complessa e forte; per combatterla, a parer mio, occorre capire che è nemica di tutti, cristiani, mussulmani o buddisti non importa. Questi sono i nemici della civiltà umana. Il terrore è il nemico da combattere, per esserne liberi e poter vivere in pace, accettandosi e riconoscendosi nelle reciproche differenze e questo lo si può fare solo unendosi. Non è retorica; credo sia l’unico modo per vincere la paura. Per arrivare a tanto abbiamo molta strada da fare e per prima cosa è necessario conoscersi, parlare, avere la cultura necessaria per entrare in sintonia con il diverso. E poi è necessario non abbassare mai la guardia, non per paura, ma per evitare che quello che si sta costruendo venga minato costantemente da degli imbecilli come questi, i quali non sono altro che le braccia di menti calcolatrici e senza scrupoli.

  2. gelsobianco ha detto:

    Grazie, Melo.
    Chiarirsi le idee è importantissimo.
    Resto in silenzio.
    gb

  3. suzieq11 ha detto:

    Grazie Melogrande, ci voleva il tuo articolo per chiarire la faccenda. Lo ribloggo.

  4. guido mura ha detto:

    L’ha ribloggato su Guido Murae ha commentato:
    Anch’io sono dell’opinione che, prima di esprimere giudizi, si debbano conoscere e capire, per quanto possibile, i fatti.

  5. gialloesse ha detto:

    Imbottiscono i bambini di tritolo e li fanno scoppiare tra la folla di loro simili; di loro amici; compagni di lavoro, vicini di casa ecc. ecc. Lapidano le donne accusate di adulterio; massacrano i bambini che guardano il calcio in tv; mascherano le donne per togliere loro anche i diritti naturali, devo continuare ? Se adesso anche dio si mette dalla loro parte e gli fa la grazia di far coincidere due massacri allora non abbiamo davvero alcuna speranza. Perché sono forti, feroci, determinati e noi siamo invece divisi, sospettosi l’uno dell’altro e con le mani legate da tanti vincoli morali, civili e politici: sofismi quindi. Tu pensa, Napoleone soleva dire che dio è dalla parte dei più forti battaglioni. Amico caro, io ti stimo tanto e credo di avertelo dimostrato più di una volta, ma sinceramente non me ne frega un tubo di sapere che quegli “animali” hanno tanto sofferto, hanno fatto il carcere, sono orfani. Ciò che hanno fatto ( che aspirano a fare ) è per loro normale amministrazione, è soltanto nostro l’orrore. Sono convinto che la religione non centri per niente, la usano come scusa comoda e inattaccabile, sono invidiosi invece quanto noi siamo stupidi. Ma tra noi ci sono anche i furbi che si riempiono le tasche vendendo loro tonnellate di armi e nessun politico e tantomeno giornalista vincitore di Pulitzer ha pensato a questo aspetto della faccenda. Ma la furbizia è soltanto un surrogato dell’intelligenza, perché un giorno, volenti o nolenti, anche loro dovranno recarsi in moschea, vestire col barracano, aspettare il ramadan e vivere in città sporche e fatiscenti, perché è questo che vuole allah. il bello, l’ordinato, il pulito, il giusto, il confortevole sarà poi nell’aldilà ed è peccato cercarlo in questa terra.
    Con immutata stima, salvo saia.

  6. gialloesse ha detto:

    Per onestà mi corre l’obbligo precisare che secondo me Charlie Hebdo fa porcherie, autentiche porcherie che non dovrebbero essere consentite. Libertà non vuol dire fare quello che ci pare.

  7. Enzo ha detto:

    Da leggere e rileggere, ottimo stimolo all’uso dei neuroni che ci sono rimasti. Il giornalismo italiano spesso latita.

  8. Enzo ha detto:

    Tornato per rileggere con calma ed eventualmente ribloggare. Non so quale sia la tua posizione sull’islam e sui paesi islamici, probabilmente lontana dalla mia, ma questo interessantissimo post è uno degli atti di accusa più tremendi che io abbia mai letto contro l’islam. Vi sono al suo interno alcuni punti che mettono in luce le falle e i grossi nei della società occidentale in cui questi criminali si sono trovati a crescere ma niente giustifica il fatto del mese scorso, niente in assoluto.
    Il problema che dalla lettura esce con chiarezza è che le basi ideologico-religiose nutrono posizioni sociali e umane che in Occidente non hanno più cittadinanza da almeno un secolo e mezzo. Non scriverlo o negarlo, glissare o cercare scappatoie intellettuali serve solo ad aggravare il pericolo, questa è la mia idea. Integrazione è una parola vuota se non accompagnata da chiarezza e fermezza e coscienza di quel che siamo e di come siamo diventati occidentali: il sapere di cui scrivi per me è questo, conoscenza piena delle radici culturali e religiose di questa parte di mondo e, permettimelo, anche orgoglio di essere diversi.

  9. melogrande ha detto:

    Ho evitato di proposito di esprimere opinioni, sia perché avevo le idee piuttosto confuse io stesso, sia perché volevo che a parlare fosse la storia col minimo possibile di filtri.
    Ha parlato a molti, mi pare.
    A distanza di un mese, forse è possibile raccogliere qualche idea e cercare di elaborarla.
    Ci provo.

  10. […] dello sterminio della redazione del giornale satirico Charlie Hebdo. Il post è apparso sul blog di MELOGRANDE e vi consiglio di […]

  11. […] non inferiore, il desiderio di rivalsa, la rivincita violenta, la frustrazione, appunto che abbiamo visto all’ opera nel caso degli autori dell’ attentato a Charlie […]

che ne pensi ?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...