La morte è troppo poco

Il periodo festivo ha fatto passare quasi sotto silenzio una notizia che secondo me avrebbe meritato una visibilità ed un dibattito maggiori, per diversi aspetti alquanto particolari.

Cominciamo col dire che il belga Frank Van den Bleeken, per sua stessa ammissione, non è una bella persona. Ho provato a ricostruirne la storia attraverso le notizie apparse in Rete, non posso garantire che sia corretta al cento per cento, ma più o meno è la seguente.

Finito in carcere all’ età di 22 anni per una serie di stupri, cinque anni dopo Frank  viene rimesso in libertà vigilata per buona condotta, e ne approfitta subito per aggredire altre vittime, finendo per violentare e strangolare una ragazza di 19 anni. Se avesse una coscienza, ci si troverebbe sopra anche la madre della ragazza stessa, morta poco dopo per il dolore. Ergastolo stavolta, peraltro più che giustificato. Da allora, e per i successivi 25 anni, Frank è rimasto in carcere ma, secondo quanto lui stesso dichiara, senza perdere affatto il vizio: “Se sarò rimesso in libertà mi comporterò allo stesso modo, sono un pericolo pubblico”. Psicopatologia criminale conclamata e riconosciuta. A tal punto che lui stesso ha chiesto di essere ricoverato presso una clinica specializzata per essere curato. Permesso negato, apparentemente il detenuto è stato classificato “incurabile”, o forse nessuno aveva voglia di accollarsi un simile elemento.

In subordine, Frank ha allora chiesto di poter accedere all’ eutanasia, che in Belgio è legale. “La mia vita qui non ha nessun significato, potrebbero allo stesso modo mettere al mio posto un vaso di fiori. Preferisco morire subito.”.

Polemiche infuocate, naturalmente. Frank non è un malato terminale, e le “intollerabili sofferenze” che dichiara non sono di natura fisica. Si tratta insomma di un caso alquanto estremo di autodeterminazione, al limite dell’ applicabilità di una legge concepita per ben altri motivi, tanto che, a seguito dell’ iniziativa di Frank, pare che altri detenuti abbiano presentato analoga richiesta. Alla fine comunque, dopo una battaglia legale durata due anni, il permesso è accordato, l’ eutanasia fissata per l’ 11 gennaio 2015. (Nemmeno il tempo di finire il post, ed il ministro della giustizia belga annulla tutto e concede il ricovero in una struttura psichiatrica statale).

Ma l’ aspetto più interessante della questione, a mio avviso, è l’ atteggiamento dei parenti, nella fattispecie le sorelle, della ragazza assassinata. Si potrebbe immaginare che abbiano tirato un sospiro di sollievo all’ idea che lo stupratore assassino tolga finalmente il disturbo e liberi il mondo dalla sua nefasta presenza. E invece no. Le sorelle si sono tenacemente opposte alla concessione dell’ eutanasia con la motivazione che si tratterebbe di una via d’ uscita troppo comoda e confortevole per una persona che merita di “marcire in carcere fino alla fine dei suoi giorni”. (Difficile che adesso prendano bene il ricovero in clinica, ma non importa).

Lungi da me il voler fare moralismo o retorica sulla pietà cristiana, ecc., non è questo il punto. Il punto (secondo me) è che da che mondo è mondo la pena di morte è sempre stata considerata il non plus ultra del rigore giudiziario e, per i suoi sostenitori, è semmai il carcere, sia pure il carcere a vita, una scappatoia troppo comoda, un castigo troppo blando di fronte a certi delitti. Occhio per occhio, dente per dente, una vita per una vita, in qualche Paese non proprio all’ avanguardia dei diritti umani è persino riconosciuto ai parenti delle vittime il diritto di eseguire personalmente la sentenza giustiziando il reo con le proprie mani.

In questo caso invece no, l’ eutanasia/esecuzione del condannato viene contestata dai parenti delle vittime, ed il motivo vero della contestazione è palesemente il fatto che Frank l’ abbia scelta e perseguita. Se intendo bene questo approccio contorto, insomma, mi pare che qui superi persino il principio dell’ occhio per occhio. Una vita per una vita non è abbastanza. Quello che conta è infliggere la maggior sofferenza possibile e dunque, se il colpevole veramente la desidera, allora la morte è troppo poco.

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8 commenti su “La morte è troppo poco

  1. rossana ha detto:

    Penso che, comunque stiano le cose, non può in nessun caso essere il condannato a scegliersi la condanna.
    Può certo lamentarsene, credo rimanga fra i suoi diritti. Ma se chiede un’opzione diversa perché quella decisa dalla corte non gli sta bene e si sente “un vaso di fiori”, ciò che è incredibile è che questo diventi ragione di tutto un fiorire di possibili alternative purché gli sia assicurata una pena ma solo se di suo gradimento.
    Se per le sorelle della vittima la “morte è troppo poco”, lo pensassero per sé, le si capirebbe senza sentirci costretti ad assistere all’avanti’ndrè del prima sì alla morte, poi no che non fa bello e l’opinione pubblica se ne risente e quindi gli si conceda l’ospedale psichiatrico (ma se il giudice non l’ha considerato in sede di condanna, magari è perché è sano di mente e vuoi che il suo avvocato non abbia tentato in sede giudiziaria questa carta?).
    L’opinione pubblica faccia sì che si cambi la legge ma per tutti, non caso per caso a seconda se il condannato gradisce la pena oppure no.
    Potrà anche far notizia che quello dichiari che preferirebbe essere ucciso, ma ne parli con il suo avvocato, con il giudice, non con la stampa che in queste cose fa di solito più danni che giustizia creando confusione fra delitto, pena e sentimenti del condannato opposti a quelli dei parenti delle vittime.
    Spesso la legge è un’ulteriore condanna in sé, lo sappiamo bene.
    Ma l’opinione pubblica è di solito abbastanza cieca da lasciare a piede libero un B e sbattere in galera il povero di turno per il furto di una spesa al supermercato.
    Ma lì, va a capire perché, passato il momento di commozione del povero non si sa più che fine abbia fatto mentre il B se lo tengono tutti caldo, così che riempia ancora per qualche anno le cronache giudiziarie facendo lavorare quei diversamente disoccupati che su questo campano.

  2. stileminimo ha detto:

    Io credo che una sentenza non possa avere come obiettivo quello di avvalorare il senso e la volontà di vendetta di nessuno. La vendetta non è l’obiettivo di una pena; la pena dovrebbe essere uno strumento che permetta di correggere l’errore che il reo ha inflitto alla comunità. Nel caso specifico e mettendosi nei panni dei familiari della vittima mi rendo conto che sull’onda emotiva verrebbe voglia di dire, ok, se lui ha chiesto di poter morire, noi lo facciamo vivere, così vendetta è fatta. Ma le istituzioni hanno il compito di fare vendetta o di garantire una giustizia che abbia un fine che va oltre alla legge del taglione? A parer mio, le istituzioni hanno proprio il compito di evitare che un delitto chiami un altro delitto; in questo è compreso anche il garantire che un delinquente non venga messo nelle condizioni di poter continuare a delinquere e nel caso che menzioni, anche le istituzioni hanno la loro buona dose di responsabilità, mi pare. Detto questo, la pena di morte è abolita e io, personalmente ne sono felice; se lui vuole morire dovrebbe trovare un modo non istituzionalizzato per farlo. Se la sua è una protesta perché vengano evidenziate le condizioni disumane in cui i detenuti e secondini vivono nelle carceri, allora ben venga la protesta. Il carcere deve ottenere il risultato di migliorare chi vi viene detenuito, non di renderlo più bestia di prima. Lo dico per quegli uomini e donne che in carcere vivono avendo commesso colpe, ma anche per chi in carcere non vive e vuole una società più civile.

  3. guido mura ha detto:

    Sai che la mia posizione nei confronti di alcuni concetti giuridici è molto particolare. Io sostengo l’irresponsabilità di molti criminali, soggetti a pulsioni anomale che li spingono a delinquere. Quando le cause sono individuabili in una condizione socio-culturale o in una serie di esperienze traumatiche, il discorso non cambia. Si tratta sempre di condizionamenti, che impediscono la libera scelta di un individuo.Di conseguenza non concepisco nemmeno il concetto di pena, ma semmai il diritto-dovere da parte dello stato di proteggere le possibili vittime attraverso la separazione-segregazione degli individui anomali, se riconosciuti pericolosi. Detto questo e pur non accettando la pena di morte, in quanto pena e in quanto vendetta da parte della società, ritengo che bisognerebbe però consentire all’individuo pericoloso di togliersi la vita, se decidesse di farlo. Nel caso in questione, la scelta di un organo giudiziario di sottoporre a trattamento sanitario il detenuto, significa riconoscerne lo stato di malattia e di conseguenza la non punibilità. Di fatto siamo di fronte a un provvedimento contraddittorio, in contrasto con le precedenti decisioni, anche se probabilmente non privo di buonsenso.

  4. tramedipensieri ha detto:

    Sono contraria alla pena di morte.
    ….dovrebbero essere le istituzione a decidere.

    Dopo tutto il “coraggio” che ha avuto a fare quel che ha fatto com’è che non trova il coraggio di togliersi la vita e invece chiede che siano gli altri a farlo?

  5. capehorn ha detto:

    Mi trovo naturalmente contrario alla pena di morte. Come deterrente ha fallito soprattutto in quei paesi, dove viene applicata in maniera sistematica. Li, temo, sia applicata come mezzo coercitivo di tutte le coscienze e come sistema repressivo. Nel nostro caso, mi pare strano che uno Stato, lasci ad un solo ramo istituzionale la dimissione di un tale problema. La Magistratura che decida se sia lecita o meno la richiesta di un condannato e ne cassi gli effetti. Raggiungendo limiti interpretativi al limite dell’imbarazzo. Ora se da una parte l’ultima parola se le messa in bocca il potere Politico, sbarrando la porta ad una simile esecuzione e negando gli effetti scellerati di una simile sentenza, dall’altra la protervia dell’accanimento da parte dei famigliari lascia altrettanto sconcertati.
    Insomma il detenuto pare avviato ad una terra di mezzo nella quale la sua fuga dalla vita, da questa vita così come la sta vivendo, non é possibile, anzi é inammissibile. Dall’altra invece si reclama a gran voce che questa vita é l’unica possibile sino allo spirare naturale della medesima. Al centro uno Stato che non riesce ad imporre una propria via e ondeggia, tentenna sotto la spinta dei tentennamenti e ondeggiamenti dei suoi rappresentanti. Già il Belgio ha attraversato una stagione politica orribile, c’é da riconoscerlo. Ora questa tegola che oramai é un tetto intero, non gioca a favore di un ristabilito clima politico sociale.
    Il caso si sta sgonfiando verso un ricovero “ad libitum” per quell’uomo, sempre che non ci si aspetti che lui stesso o qualcuno tra i suoi simili, ponga in essere quell’ultima ferale azione.
    Così ci sarà un eroe colpevole e certe coscienze troveranno pace.

  6. melogrande ha detto:

    L’ argomento è complesso, e le diverse e argomentate posizioni dei viandanti lo dimostrano, proprio questo lo rende interessante.
    Mi limito ad aggiungere qualche precisazione.

    1. In Belgio la pena di morte è stata abolita, anche non da così tanto tempo come ci si aspetterebbe; ed in ogni caso nemmeno lì ovviamente il condannato può scegliersi la condanna.

    2. Chi si trova in carcere è sotto la “custodia” dello Stato, viene privato di qualunque cosa possa fare male a sè o ad altri, inclusa la cintura e i lacci delle scarpe. Suicidarsi in carcere non è tanto facile.

    3. La legge belga sull’ eutanasia parla di “sofferenze fisiche o psichiche intollerabili”, ed in questo caso è (giustamente) l’ interessato ad avere l’ ultima parola sulla tollerabilità o meno della propria condizione. Proprio su questo ha fatto leva Frank.

    4. L’ azione legale di Frank e di quelli che lo hanno imitato ha messo in difficoltà l’ autorità, da questo nasce il “pasticcio”, con il conflitto tra il potere giudiziario che aveva negato il ricovero ed un potere politico che per togliersi d’ impiccio lo impone.

  7. katherine ha detto:

    Beh, a questo punto io comincerei a preoccuparmi se fossi una dottoressa o un’infermiera di quell’ospedale psichiatrico…

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