Il racconto, ovvero il mondo

“Abbiamo bisogno di grandi romanzi per strapparci alle letture semplificatrici che siamo soliti fare della nostra vita e di quella degli altri.”

A. Finkielkraut

Il senso delle cose non è davvero nelle cose, ma sta nel racconto intorno alle cose. Il mondo in sé è un groviglio inestricabile ed incomprensibile di accadimenti, un intreccio di fatti e persone, di interazioni casuali e non. Dare un senso al mondo è come estrarre un filo di lana dalla matassa e provare a seguirlo, tirarlo piano piano sperando che non si spezzi, provare a dipanare quanto più è possibile quel gomitolo informe.

“Perché questo mondo che ci pare una cosa fatta di pietra, vegetazione e sangue non è affatto una cosa ma è semplicemente una storia. E tutto ciò che esso contiene è una storia e ciascuna storia è la somma di tutte le storie minori, eppure queste sono la medesima storia e contengono in esse tutto il resto.

Quindi tutto è necessario. Ogni minimo particolare. E questa in fondo è la lezione. Non si può fare a meno di nulla. Nulla può venire disprezzato.

Perché, vedi, non sappiamo ove stanno i fili, i collegamenti. Il modo in cui è fatto il mondo. Non abbiamo modo di sapere quali sono le cose di cui possiamo fare a meno. Ciò che può venire omesso. Non abbiamo modo di sapere cosa può stare in piedi e che cosa può cadere.

E quei fili che ci sono ignoti fanno naturalmente anch’ essi parte della storia e  la storia non ha dimora né luogo d’essere se non nel racconto, è lì che vive e quindi non possiamo mai aver finito di raccontare.

Non c’è mai fine al raccontare. (…) tutte le storie sono una cosa sola. Se ascolti come si deve, sono una unica storia.”

 Quale filo tirare, come seguirlo nelle sue involuzioni, è chiaramente una scelta largamente arbitraria. Si può seguire un personaggio, una famiglia, una comunità, si può attraversare un’ epoca oppure una regione. Però, a seconda del filo che si tira, salta fuori una storia diversa, uno sviluppo diverso, un senso diverso, una diversa interpretazione del mondo.

Il compito del narratore non è facile (…) Pare che sia obbligato a scegliere la storia che racconta tra le tante possibili. Ma naturalmente non è così. Al contrario, si tratta di derivarne tante dall’ unica storia (…) poiché non c’è nulla che cada fuori dai suoi confini. Tutto è racconto. Senza alcun dubbio.

Non c’è senso nel mondo ma solo nella sua interpretazione.

Ma allora l’ affermazione, celebre e a prima vista assai sconcertante di Nietzsche, secondo cui non ci sono fatti ma solo interpretazioni, potrebbe essere intesa, io credo, anche così. Non c’è senso nel mondo ma solo nella sua interpretazione, appunto.

Gli atti esistono se esiste un testimone. Senza un testimone, chi ne può parlare ? In ultima analisi si potrebbe perfino dire che l’  atto non è nulla e che il testimone è l’ unica cosa che conta.

Perché se ne possa trarre un senso, è comunque necessario che una storia arrivi alla fine, si concluda, che senso ha una storia rimasta a metà, o un film interrotto ? Il senso di una storia lo si coglie solo quando quella storia è conclusa, finché non si arriva alla fine potrebbero ancora esserci colpi di scena, svolte narrative in grado di capovolgere tutto il racconto precedente.

Questo costringe dunque il narratore a ritagliare una porzione dal cuore delle cose, isolarne una parte che possa stare in piedi da sola, che possa essere osservata da tutte gli angoli come una scultura, un oggetto. Una storia. Anche chi voglia dare il senso della propria esistenza, in realtà lo fa narrandola, raccontandola come se avesse uno sviluppo coerente dall’ inizio alla fine. Autobiografia.

(…)nessuno può comprendere la propria vita finché questa non è terminata, ma a quel punto com’ è possibile fare ammenda ? (…) la lezione di una vita non può mai appartenere a quella vita. Solo il testimone ha il potere di valutarla. E’ vissuta per l’ altro soltanto.

In principio fu il racconto. E pure alla fine.

 

Nota: tutte le citazioni all’ interno del post sono tratte da Cormac McCarthy – Oltre il confine.

 

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27 commenti su “Il racconto, ovvero il mondo

  1. stileminimo ha detto:

    Ho l’impressione che vi sia qualche cosa che stride in questo ragionamento; ad esempio: se si scrive in maniera autobiografica, per comprendere il senso o per altri motivi, se si racconta raccontandosi, com’è inevitabile che sia quando si scrive, ma i testimoni sono indifferenti, assenti o, più probabile ancora, intenti a loro volta a raccontarsi per sentire che esistono, che ci sono… beh, se è così, e io ho sempre più spesso l’impressione che è così, (basta vedere quanti blog-diario vengono scritti nel web) allora, mi chiedo, chi è il testimone di chi scrive? Dov’è quel qualcuno che dovrebbe dare un senso al nostro raccontare?
    O forse è un problema di metodo, per il quale il raccontare non basta; è necessario riuscire ad arrivare all’altro per renderlo davvero partecipe, testimone. E allora il raccontare ha bisogno di un rinforzo, di qualche cosa che non tutti sono in grado di dare. Paradossalmente chi si racconta e non viene sentito, non viene visto, perché siamo un po’ tutti invisibili, troppo autocentrati, troppo persuasi di essere noi il centro, l’universo, non preoccupandoci troppo di chi ci sta di fronte e dovrebbe comprendere, sentire quello e come siamo, beh, paradossalmente chi si racconta per condividere in questo modo diventa ancora più solo, fine a se stesso. Ed il senso del suo raccontare si disperde nel nulla. Tutti quelli che aprono un blog ci provano, ma pochi ci riescono, e non so se sia dovuto al fatto che il riconoscersi nell’altro, il ruolo del testimone, sono in pochi ad accettarlo. Troppo pochi, perché sono tutti scrittori. O forse la spiegazione è un’altra e io, che forse sono troppo autocentrata, non la so riconoscere. Può essere.

  2. melogrande ha detto:

    Forse è più semplice di così, stile.
    Non c’è senso se non c’è un racconto compiuto, direbbe McCarthy, e perché del racconto compiuto si colga il senso, è necessario un testimone.
    Nessuno coglie il senso della propria vita finché la vive.
    Tutto qui.

    • stileminimo ha detto:

      …correggimi se sbaglio; da quel che tu e McCarthy dite, si direbbe che la vita un senso ce l’ha sempre e comunque, seppure noi, vivendola in prima persona, non lo sappiamo cogliere. E’ così?

  3. Il mio raccontare autobiografico è chiamare me stesso a testimone per cogliere da vivo se ciò che sto vivendo è ciò che vorrei davvero..

    …o se io sono come mi vorrei vedere…

    Sono gli altri che ti danno misura del tuo valore…è il racconto che ti da misura del tuo vissuto…..se emoziona gli altri…vuol dire che la vita è stata per te emozionante.

    Io scrivo di felicità. …

    E ne sono felice..

    GB

  4. guido mura ha detto:

    Parto dal presupposto che l’universo esista anche in assenza di menti che lo percepiscano (o meglio ne percepiscano una parte). Non cesserà di esistere quando non ci sarà più l’uomo, né riprenderà a esistere perché, per qualche altra casuale mutazione, si svilupperà qualche altra specie intelligente, o perché verranno create da questa macchine dotate di intelligenza artificiale. L’unico senso che sembra di intuire per l’esistenza delle cose (e anche per la vita) è quello della conservazione del movimento, senza il quale non potrebbe esservi nulla di raccontabile. Il racconto è la celebrazione del movimento, dell’azione, oltre alla descrizione degli agenti. La celebrazione cessa ovviamente con la morte del celebrante; ma non per questo il celebrato smette di esistere. Chi racconta (lo scrittore) seleziona un minuscola stringa di avvenimenti e la trasforma in parole. Usa artifici e regole estetiche, nella speranza di attrarre qualche lettore. Si sviluppano i piaceri della comunicazione, ammesso che di piaceri si tratti. Se il raccontare non desse piacere o sollievo, o non fosse utile per qualche ragione, nessuno si affaticherebbe a raccontare.

    • melogrande ha detto:

      L’ universo non cesserà di esistere senza l’ uomo, o altre specie intelligenti, è vero, ma forse esisterebbe senza saperlo. Sì, a volte mi viene la curiosa idea che l’ uomo sia una particolare forma di autocoscienza dell’ universo.
      Vabbè, ormai l’ ho detta, adesso sorvoliamo…

  5. suzieq11 ha detto:

    Ti ho ribloggato perché l’argomento è denso di appigli che si diramano in molte direzioni, allargando si a macchia d’ olio. Sono d’accordo con Stileminimo ma anche la teoria di Guido Mura è interessante. Prima di esprimere un giudizio affrettato preferisco rileggere.

  6. Non è l’uomo che cosciente della sua esistenza determina l’esistenza dell’Universo…ma semmai il racconto rende l’uomo cosciente di esistere nonostante la sua apparente inutilità di fronte alla magnificenza del Cosmo.

    Ed il racconto ripulisce
    Rielabora
    Migliora
    perchè cancella l’istinto
    la carne
    la miseria

    Auguri
    GB

  7. Enzo ha detto:

    Argomento interessante ma non riesco a focalizzare alcun punto fermo, tra i tanti proposti, se non quello che senza un testimone- lettore la scrittura muore di inedia. Io stesso sono qui a leggervi perchè prima ho letto da Suzie: senza comunicazione non v’è vita nemmeno in una scrittura elevata e intrigante.
    Il resto a mio modesto avviso è accademia di tenore elevato ma nessuno scrive ponendosi preliminarmente quesiti così stringenti e limitanti, penso che li filtri prima ma senza tanta terribile elitarietà, poi li riverifica man mano che procede il racconto. E’ il raccontare ad insegnarci il racconto a guidarci verso lo svolgimento e la fine, lo scrittore deve possedere però orecchie fini e attente, deve crederci, pensare che altri riprendano il percorso assieme a lui. Ho provato decine di volte a mettere in atto il proposito di scrivere per me stesso, non funziona, prima o poi apri all’esterno o chiudi del tutto

    • melogrande ha detto:

      Il tema è spiazzante, lo so, ed anche un po’ “metafisico”, ma Cormac McCarthy non è uno come gli altri, e questo romanzo è quello che mi porterei sull’ isola deserta se ne potessi portare solo uno.
      Mi piaceva l’ idea di condividere con i viandanti queste citazioni, che mi tengo dentro da tanto tempo.

  8. suzieq11 ha detto:

    Penso che siamo tutti testimoni di noi stessi e con le nostre storie contribuiamo ad intessere una rete gigantesca di informazioni. Informazioni che si intrecciano con tante altre, si uniscono e si salvano strettamente tra di loro. Questa è la coscienza dell’universo, secondo me. Poi magari sbaglio… non sono Nietzsche e neppure Hegel.

  9. Qualcosa sfugge…..All’Universo nulla cale dell’uomo.
    Esiste nonostante l’uomo e ben oltre l’uomo.
    noi siamo errori
    siamo si e no fluttuazioni statistiche di dinamiche caotiche su base minus quam quantistica….

    il fatto che noi ce la si racconti non modifica in alcun modo la distribuzione dell’energia nel Cosmo

    a noi miseri tapini il raccontare aiuta a sostenere meglio l’insostenibile leggerezza dell’esser nullità e crea l’illusione che a qualcosa noi si possa servire nel gran disegno di madre natura

    che proprio di noi non sa che fare….

    anche dio si distrae ogni tanto….del resto ha un’eternità da ingannare….magari legge le nostre prodezze letterarie per passare il TEMPO

    Già….il Tempo….

    il fatto stesso che SOLO per noi biomacromolecole fluisca solo in un certo verso dovrebbe farci capire che siamo il lato b dell’Universo….

    buone feste ?
    ma per piacere…

    ciao

    GB

    • suzieq11 ha detto:

      È probabile che all’universo non importi poi molto di noi eppure anche noi contribuì amo all’insieme. Siamo parte degli ingranaggi, che ci piaccia o no.

      • Sorry. ..ma il meccanicismo si applica a modelli molto semplificati. E comunque di derivazione fisica riconducibile alle 4 forze fondamentali.
        Noi non le influenzano in nulla se non in fluttuazioni statistiche .
        Forse i modelli antropici possono adattarsi al tuo noto.
        Quelli post relativistici no.

        Magari un salto al CERN potrebbe aiutare a farsi un’idea più attuale..

        Buon Natale

        GB

        • suzieq11 ha detto:

          Non c’è bisogno di andare a visitare CERN, anche se mi piacerebbe. Non credo che Melo volesse sconfinare nella fisica quantistica. Si è partiti infatti dal dire che:
          ” Il senso delle cose non è davvero nelle cose, ma sta nel racconto intorno alle cose. Il mondo in sé è un groviglio inestricabile ed incomprensibile di accadimenti, un intreccio di fatti e persone, di interazioni casuali e non.”
          Siamo noi ed altri prima di noi a costituire questo intreccio riportando quanto è accaduto e accade attorno a noi.

        • Allora non mi sono spiegato io.
          Che cosa intendi con accadimenti ?
          Che cosa significa prima di noi ….
          Che approccio si vuol avere nel definire reale un evento o un fenomeno ? Il fenomeno descritto nel racconto è reale ?
          O è reale il racconto che descrive il fenomeno.
          Io sono ciò che scrivo o scrivo ciò che sono ?

          Fin qui mi sta bene confrontarci e via dicendo.

          Mi dissocio quando la scala del racconto viene estesa alla proprietà umana di dare esistenza all’universo se lo si va raccontando

          ecco questo non mi piace.

          L’Universo lascialo in pace.
          Guarda al racconto ed alle sue caratteristiche.
          Parla di cose umane.
          Il Cielo è ben Oltre le cose umane.
          Possiamo solo godere di averlo intorno a noi.
          E qualcuno ce l’ha dentro di sé.

          Ed allora non lo racconti.
          lo vivi.

          GB

  10. suzieq11 ha detto:

    Forse ho usato a sproposito la parola Universo.
    Accadimenti va inteso nel sensi di storia, fatti successi a noi e a gente prima di noi e raccontati. Fatti che si intrecciano con altri e costituiscono il mondo. Fatti reali che hanno provocato una reazione a catena che ha fatto sì che il mondo sia quello che vediamo.
    “Io sono ciò che scrivo o scrivo ciò che sono?” Prima bisognerebbe chiedersi chi sono veramente e se quando scrivo scrivo di me come sono, oppure se scrivo di come vorrei essere.

    • Io vivo quel che scrivo
      Io vivo quando scrivo.
      Io sono quel che vorrei essere nel momento che lo vivo
      Non sempre scrivo quel che Sono.
      Nessun racconto potrà contenere ciò che vivo.
      Io conosco l’Universo.
      Io lo vivo.

      GB

      • suzieq11 ha detto:

        Mi hai incuriosito, signore delle stelle. Ho praticamente passato la notte passando dal Principio antropico di Brandon Carter alla relatività di Albert Einstein. Naturalmente soffermandosi sugli altri signori incontrati. Ora sono ferma sull’esperimento del treno, della luce e del passeggero A, mentre il passeggero B sta in stazione. Mi concedo una sosta ora, sento che sono vicina al Big Bang. Come vedi anch’io vivo quando scrivo.

        • Se ti capita qualcosa di Bergson, Russell, Heidegger…..Prigogine….lasciaci svolazzare il lato onirico della mente. ..

          Se capiti invece sull’ipotesi di Riemann….avrai la sensazione che provo io da ormai quasi mezzo secolo….

          Buon viaggio SuzieQ….

          Si dice che Il bello non sia la meta raggiunta….ma il viaggio….

          Questo viaggio….non ha fine. …

          GB

        • suzieq11 ha detto:

          Il bello è il viaggio in sé, giusto. La meta raggiunta non tanto come traguardo quanto come partenza
          verso una tappa successiva.
          Chissà, forse ci incontreremo, nello spazio tutto è relativo…

  11. caro Francesco, auguri a te quasi in contemporanea:)
    Spero che quest’anno sia gentile e generoso: lo auguro a te, a chi vuoi bene, a tutti i tuoi lettori (vedo qui il carissimo signore delle stelle) ed anche a noi, reduci da un anno terribile e pieno di tante angosce. Giriamo pagina, con tutta la speranza necessaria.
    Un saluto d’affetto e stima.
    zena

    • melogrande ha detto:

      Grazie, Zena, e che l’ anno che viene sia benevolo.
      Un saluto a te.

    • Ciao Col !!!!! Ciao Padron Lino !!!!!

      Eh si, voltiamo pagina….io per sicurezza quasi quasi la strapperei.,…ma non potrei poi venire a rileggere come magari si sia riusciti ad uscire dal baratro….

      per cui la lascio…in tutti i sensi….

      Melo….io sto rileggendo il codice dell’anima di Hillmann….per scendere dal mio trono….ma temo il mio daemon si sia smarrito nella mia animosità contro un’anima dannata che in me dev’essere scesa….per sbaglio….

      e se devo esser sincero…probabilmente il 2015 che definisco l’Anno del Contatto lascerò che la mia Anima eterna esca in tutta la sua forza….e lascerò a lei le ridine per il mio scendere sulla terra….

      Buon Tutto a tutti

      ed anche a me

      GB

  12. melogrande ha detto:

    All’ Universo nulla importa dell’ uomo, è vero, ma nemmeno – io credo – gli importa di se stesso.
    Parole come magnificenza, illusione, importanza, immaginare, vivere o prendersi cura presuppongono una coscienza. L’ uomo è un prodotto dell’ universo in grado di pensare l’ universo stesso, forse l’ unico e forse no, ma in un certo senso (filosofico) l’ uomo può persino essere visto come una forma di autocoscienza dell’ universo stesso, ecco tutto.

    Per il resto, il racconto di certo non genera la realtà, solo uno sfrenato idealista arriverebbe (forse) a sostenerlo, ma, per come intendo io le parole di McCarthy, il racconto genera il SENSO di questa realtà, e lo genera attraverso il collegamento tra i vari accadimenti.
    Questo senso dipende dal punto di vista del narratore, la stessa realtà può essere narrata in mille modi diversi ed assumere sensi diversi.

    Buon 2015 a tutti i viandanti !

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