Essere o non essere (felici e contenti)

I filosofi hanno un problema con la felicità, io credo. Ne parlano piuttosto malvolentieri, e con evidente imbarazzo, come se non sapessero da che parte cominciare. Sentite Kant:

“Il concetto di felicità è indeterminato a tal punto che, nonostante il desiderio di ogni uomo di raggiungerla, nessuno è in grado di determinare e dire coerentemente che cosa davvero desideri e voglia” (Fondazione della metafisica dei costumi).

Io immagino che ci siano diverse ragioni per questo imbarazzo.

Anzitutto, c’è la vecchia storia di Qohelet, ovvero l’ Ecclesiaste per i più tradizionalisti.

“Ho interrogato la sapienza e la scienza,
la stupidità e la follia ed ho capito che
anche questo è un affaticarsi in vano.
Dove c’è molta sapienza c’è molto tormento
e chi accresce il sapere aumenta il dolore

Insomma, più si sa, più si impara delle cose del mondo e più ci si ritrova disillusi, senza speranze trascendenti, senza fedi consolatorie. È vero. Da Socrate a Leopardi, passando per Montaigne, molti hanno testimoniato quanto il sapere sia, a dir poco, destabilizzante.

Ma allora, per essere felici è meglio rimanere ignoranti ? Questa è un’ affermazione che nessun filosofo sarebbe davvero disposto a sottoscrivere. Imbarazzante, no ?

Poi c’è il fatto che la felicità è una di quelle cose che è più facile definire al negativo, che al positivo, è più facile dire che la felicità è assenza di dolore, di preoccupazioni, di paure o di desideri, ma questo equivale a dire ciò che la felicità NON è (dolore, paura, mancanza) piuttosto che ciò che è. Un concetto alquanto indeterminato, come lamenta Kant. Fastidioso, direi.

Un’ altra difficoltà sta proprio in quell’ “assenza di desideri”, o se vogliamo dire altrimenti, “pieno appagamento del desiderio”. Questo, per chi conosca un po’ la natura umana (ed i filosofi si suppone che la conoscano) è un problema davvero insormontabile, perché un uomo veramente privo di desideri non lo si è mai visto. La felicità dovrebbe rappresentare uno stato in cui non si ha nessun posto dove andare, altro non resta che rimanere lì a godersela. Ed è esperienza comune che quando un desiderio, diciamo pure un desiderio importante viene esaudito, si raggiunge una condizione che potremmo pure definire di felicità. Ma è altrettanto esperienza comune che questa condizione non è permanente, piano piano l’ entusiasmo si smorza, il risultato ottenuto viene per così dire metabolizzato e si comincia a guardarsi intorno in cerca di qualcos’ altro. Saliti sulla vetta, ci si sente felici, si ammira il panorama, ma dopo un po’ ci si convince che è ora di scendere.

Insomma, l’ uomo è per natura essere desiderante, e la cessazione del desiderio ha un carattere esclusivamente transitorio. Del resto, è storia vecchia, l’ amore è mancanza e ama ciò che non si ha, e riguardo a ciò che si ha, in realtà si vuole soltanto essere rassicurati del fatto che questo bene continui ad esserci nel futuro. Si desidera, appunto. E questo significa, a voler essere coerenti e consapevoli, che nel momento in cui la felicità si raggiunge, immediatamente la si perde, se non altro per il semplice dubitare di poter permanere a lungo in quello stato. Non appena raggiunta la felicità, ce ne troviamo allontanati.

Felicità e divenire umano, insomma, appaiono inconciliabili.

Non dovrebbe essere così, se guardiamo all’ etimologia della parola. “Felix”, infatti, significa fertile, terreno buono da coltivare, terreno su cui ciò che si semina cresce e dà frutto. Tutto, insomma, fuorché una parola della staticità, dell’immutabilità.

Ma se felice è un campo fertile che dà frutto, allora è evidente che quella felicità non è autocentrata, stazionaria, è una felicità che punta al futuro, si espande, muta. Cresce. Una felicità dinamica.

Quando pensiamo alla felicità in termini statici, stazionari, in realtà non pensiamo davvero, in quelle condizioni, di poter essere davvero felici. Pensiamo piuttosto di poter essere contenti. Perseguiamo la contentezza, non la felicità.

Non è la stessa cosa.

È vero che i due termini vanno spesso a braccetto, non c’è fiaba che non si concluda con la rassicurazione che, dopo tanto patire, i protagonisti “vissero felici e contenti”. Tuttavia, le due parole non sono affatto intercambiabili, al contrario.

Contento viene dal latino “contentus”, corruzione di “contenutus”. Chi è contento basta a se stesso, insomma, è contenuto nella sua sfera vitale e non ha alcuno stimolo ad uscirne, ad espandersi, a mutare ed essere “fertile”. E’ imbozzolato, e si “accontenta”.

Che sia felice, però, non ci giurerei.

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18 commenti su “Essere o non essere (felici e contenti)

  1. katherine ha detto:

    Insomma, l’uomo è un essere molto complicato,che ha così paura di perdere la felicità da rinunciarci,se non per pochi attimi.
    E’ una creatura che si annoia facilmente,che non si accontenta, che vuole sempre ciò che non ha.
    Personalmente mi succede di sentirmi molto felice dopo un periodo di grande apprensione: la guarigione di una persona, un obiettivo lungamente cercato e raggiunto, un pericolo scongiurato. Sono anche felice in mezzo alla natura, quando mi sento bene e la giornata è piena di sole.Ci sarebbe ancora una cosa capace di farmi sentire al settimo cielo: sapere con certezza che mio figlio è felice.

  2. La Felicità è come Dio: una non esistenza che sembra rendere possibile la nostra esistenza. Se no che ci staremmo a fare qui ?

    GB

  3. melogrande ha detto:

    Io intendevo il non pagare il canone sul c/c…

  4. credo che mi ritirerò a vita monastica

  5. lapoetessarossa ha detto:

    Il senso della vita sta nel conoscere le etimologie.
    Io sono davvero felix in questo senso.
    Non mi accontentus per niente.
    🙂

  6. guido mura ha detto:

    La piacevole sensazione di constatare che il nostro corpo (cervello compreso) funziona, che si riesce a far qualcosa a regola d’arte, che si è raggiunto un obiettivo, che si è ottenuta una buona condizione economica o una durevole stima sociale, producono contentezza o felicità? L’autostima o la stima del gruppo hanno una funzione statica oppure spingono a un’attività continua e a un continuo miglioramento? Purtroppo esistono persone che non hanno mai provato sensazioni di questo tipo, ma quelli che le hanno provate potrebbero definirsi felici? Come vedi, il concetto di felicità è veramente indeterminato, anche perché gli uomini non vivono in una stessa realtà psicologica. Quanto alla fondamentale antipatia degli anonimi scrittori della Bibbia per la conoscenza, è cosa nota, e anche nell’Olimpo non si ragionava diversamente, come sa bene il povero Prometeo.

    • melogrande ha detto:

      Quelle sensazioni le definirei felicità, il problema viene dopo.
      Nel momento in cui raggiungi qualcosa a cui tenevi sei certamente felice, dopo un po’ o ti metti in testa di fare qualcos’ altro, oppure ti accontenti…

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