Morti sospese

“Per amor di Dio ! Presto ! Presto !

Mettetemi a dormire.

Oppure …

Presto ! Svegliatemi !

Presto ! Vi dico che sono morto !”

In uno dei suoi racconti del terrore, Edgar Allan Poe narra “La verità sul caso del signor Valdemar”. L’idea alla base del racconto è questa: Cosa succederebbe se si ipnotizzasse una persona in punto di morte ?

Poe sviluppa il tema da par suo.
Valdemar, ipnotizzato col suo consenso poco prima di morire rimane in uno stato di semivita (o semimorte, se preferite); insomma né vivo né del tutto morto, talvolta risponde con voce (ovviamente…) cavernosa e terrificante alle domande che gli sono rivolte.
“Sono morto”

La situazione rimane praticamente inalterata, con Valdemar che continua a proclamarsi morto, per ben sette mesi, trascorsi quali il narratore decide di tentare il risveglio.
Una volta terminato il procedimento di risveglio, il corpo di Valdemar si dissolve davanti agli occhi inorriditi dei presenti, quasi che dovesse recuperare di colpo il tempo perduto durante il lungo periodo di morte sospesa.

Il racconto è molto efficace e fra i più riusciti (secondo me) nella produzione di Poe.

Pura invenzione letteraria, naturalmente. L’ipnosi non può certo arrestare la morte, e tuttavia il lettore non può fare a meno di chiedersi quale possa essere davvero lo stato di una persona in quelle particolari condizioni, quali sensazioni possa provare o quali pensieri (ammesso che pensieri possa avere) gli attraversino la mente.
L’abilità di Poe, naturalmente, sta nel suggerire le domande e non dare le risposte, ed il tono strettamente razionale ed oggettivo della narrazione, condotta come se fosse il resoconto di un esperimento scientifico, non fa che amplificare per contrasto l’ incongruità delle domande irrisolte.

Finzione letteraria certo, per quanto efficace. Nessun ipnotizzatore può sospendere la morte, ci mancherebbe.
Ma una macchina ?

Non è forse morte sospesa la condizione di chi rimane intubato, alimentato, idratato, insomma di chi non muore finché le macchine che lo sostengono rimangono in funzionamento, e muore nel momento stesso in cui l’interruttore viene spento ?
Per quanto inappropriato possa sembrare, io non posso fare a meno di figurarmi un parallelo col racconto di Poe.

Che stato è quello del coma profondo ? Che sensazioni prova (se ne prova) chi vi si trova immerso ? Direbbe forse anche lui di essere morto ? Arriverebbe persino ad urlare proprio come Valdemar: “Per amor di Dio ! Presto ! Presto ! Mettetemi a dormire. Oppure … Presto ! Svegliatemi ! Presto ! Vi dico che sono morto !”

Non è questa ovviamente la sede per affrontare le serissime e non facili tematiche del fine vita, per quanto sia bene che ciascuno si sviluppi le proprie convinzioni, non è materia che debba essere lasciata ad altri, la propria vita come la propria morte.

Io, per conto mio, preferirei soltanto evitare una simile via di mezzo….

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Questa voce è stata pubblicata in Storie.

8 commenti su “Morti sospese

  1. guido mura ha detto:

    E’ uno dei migliori racconti di Poe e ha ritrovato una sua attualità nel dibattito ancora in corso sullo spinoso problema dell’eutanasia. Me n’ero occupato anch’io, ai tempi di Splinder. Sicuramente, l’angoscia del morto non morto, che chiede soltanto di essere lasciato andare in pace, diventa quella di tutti noi, quando pensiamo che la tecnologia potrebbe interrompere la nostra morte, ma non la nostra sofferenza, fisica e psichica. Non sarebbe forse questo l’inferno, non sarebbe questa la pena eterna per il peccato di vivere?

    • melogrande ha detto:

      Il post su splinder me l’ ero perso, ma conoscendo te non avevo dubbi sul fatto che tu conoscessi il racconto… 🙂
      In sostanza sì, quello che suggerisco è che questo stato di vita sospesa, che non interrompe la sofferenza ma ne impedisce la naturale conclusione, a me pare qualcosa peggiore della morte.
      E contro natura, al pari dell’ immaginario Valdemar.

  2. lapoetessarossa ha detto:

    In realtà il signor Valdemar viene mesmerizzato 🙂

  3. stileminimo ha detto:

    …pure io! Nella maniera più assoluta! O di qua, o di là!

  4. katherine ha detto:

    Mio padre diceva sempre che non aveva paura di morire, ma di soffrire.In effetti,due giorni prima del decesso, durante l’ennesima crisi respiratoria, aveva invocato la morte, e non ho potuto fare altro che lasciarlo andare.D’altra parte aveva novant’anni,e accanirsi terapeuticamente per regalargli qualche giorno in più di vita sarebbe stato una follia.
    Mio suocero,per contro,portato in rianimazione durante una simile crisi respiratoria,si era ripreso immediatamente appena intubato, ma era terrorizzato dalla rianimazione,dal trovarsi nudo e legato in un letto,con tanti macchinari intorno ed infermieri indaffarati che lo consideravano un numero. Gli avevamo così regalato una settimana di vita non vita, prigioniero delle macchine e solo come un cane.Sia mio padre,che lui,caduti brevemente in coma durante le crisi, non hanno mai parlato di quel che era successo nei momenti d’incoscienza. Mio padre,in particolare,salvato una notte in extremis dal 118, una volta risvegliato non ricordava di aver visto i medici,ne’ di aver ricevuto le cure del pronto soccorso. Era come se si fosse appena svegliato da un sonno profondo senza sogni. Eppure era lucidissimo.

    • melogrande ha detto:

      katherine, ne ho viste abbastanza da convincermi che è l’ accanimento terapeutico – quello sì – davvero “contro natura”.
      Ho anche avuto l’ esperienza di un’ anestesia da sala operatoria e la definirei anch’ io “un sonno profondo senza sogni”. Se morire è così, non fa male.

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