C’era una volta un Paese

C’era una volta un Paese chiamato Italia. Anzi, a dire il vero ancora c’è, sempre che ci intendiamo sui termini, che di solito quanto più sono d’ uso comune e tanto più diventano scivolosi come gradini di marmo consunti.

Che cos’è un Paese ? Direi che è prima di tutto un’ “espressione geografica”, un territorio più o meno vasto, ininterrotto, considerato come un’ entità autonoma. Se accettiamo questa definizione, dunque, il Paese Italia c’è ancora, ha confini certi e stabili ormai da parecchio tempo, e soprattutto indiscussi, nessun territorio soggetto a controversie, nessuna disputa di confine. Il Paese Italia indiscutibilmente c’è, benché per una certa frangia dei suoi cittadini, questa non sia una buona notizia.

Oltre che un Paese, l’ Italia è uno Stato, e qui la materia si fa già più spinosa. Infatti uno Stato è fondamentalmente un’ istituzione, il risultato di un patto, di un contratto sociale tra i cittadini, un “oggetto sociale” lo chiamerebbe qualcuno. Le caratteristiche di uno Stato sono di essere indipendente (e qui ci siamo), centralizzato e coordinato tra le sue parti, e qui ci siamo assai meno perché le diversità di funzionamento della macchina statale tra le diverse regioni sono macroscopiche, e l’ impressione è che con la scusa del federalismo le differenze si siano pure accentuate, invece che ridursi, con gran gusto della frangia di prima.

Lo Stato è, etimologicamente parlando, “ciò che sta”, saldo e fermo, senza vacillare, e con le buone o con le cattive impone il rispetto delle regole a tutti i cittadini, indistintamente. E qui si vede subito che lo Stato italiano, altro che saldo, paurosamente vacilla, tra regole che valgono e non valgono, norme che si contraddicono, abusatori condonati, innocenti perseguitati, evasori scudati, inconsapevoli stangati, rei prescritti e reati depenalizzati, condanne indultate e reati amnistiati. Tutto opinabile, altro che incontrovertibile.

Lo Stato esercita (o dovrebbe esercitare) il monopolio della forza allo scopo di difendere i cittadini onesti, e nessun altro all’ interno del Paese può esercitare la violenza, e andate a raccontarlo a mafiosi e camorristi se siete capaci. Ma soprattutto, lo Stato è governato da un governo e amministrato da un’ amministrazione, una burocrazia che dovrebbe assicurare quell’ uniformità impersonale di cui si parlava prima. Ora, di governi in Italia ne abbiamo avuto (se non ho sbagliato il conto) 57 in 56 anni, non esattamente un miracolo di stabilità. Nello stesso periodo, per dire, in Germania i governi sono stati 22 ed in Gran Bretagna 14. Di burocrazia, invece, direi che non ce ne siamo fatta mancare, e fra le due cose un legame c’è, perché quanto più la politica è debole e tanto più l’ amministrazione, lasciata a se stessa diventa ipertrofica, autoreferenziale. Si allarga, si espande, si dilata, si moltiplica, diventando sempre più ossessiva, invadente ed al tempo stesso inefficiente. Tutto viene in mente al burocrate fuorché il fatto che il cittadino che a lui si rivolge è in ultima istanza il suo datore di lavoro.

Insomma, possiamo concludere che anche lo Stato italiano, oltre al Paese, esiste, benché il più delle volte non ci sia tanto da vantarsene. Oggi la rete consente di sapere facilmente come gli altri ci vedono, e cosa pensano di noi. Siti per espatriati, blog di studenti stranieri, guide al “living in Italy” sono concordi nel dire che l’ amministrazione pubblica in Italia scoraggerebbe pure Kafka, e che l’ Italia, pur essendo un buon Paese dove vivere, non è un posto dove si possa fare conto sulle infrastrutture. Sullo Stato.

E che dire infine della Nazione Italia ? Esiste o no ?

Nazione è un concetto serio, altro che storie. Nazione vuol dire comunità. E benché Stato e Nazione vengano spesso usati come sinonimi, in realtà sinonimi non sono, se esistono nazioni senza Stato (per millenni lo sono stato gli ebrei, oggi lo sono, ad esempio, i curdi), e Stati che ospitano più nazioni (fiamminghi e valloni in Belgio, ad esempio, o la Gran Bretagna che riunisce inglesi, scozzesi, gallesi e parte degli irlandesi). Nazione viene da “nascere”, è l’ insieme delle persone nate in un certo Paese, e comunità viene da “munus”, dono o debito, per significare che in una comunità tutti hanno legami reciproci di dare e avere. C’è il senso del noi nel concetto di nazione, qualcosa che unisce le persone, che sia lingua, storia cultura, mito, religione, etnia, tutto fa brodo, non ci sono ricette fisse, basta che ci sia qualcosa a fare da collante, e che funzioni. La Svizzera è indiscutibilmente una nazione da secoli, benché abbia quattro lingue, ed anche gli Stati Uniti sono indiscutibilmente una nazione, pur essendo multietnici per eccellenza. Nel loro caso è la Costituzione a fare da collante, tanto che al momento di acquisire la cittadinanza americana, due sono gli esami da superare: conoscenza dell’ inglese e conoscenza, appunto, della Costituzione americana. Non gli serve sapere altro.

E l’ Italia ? Cosa tiene insieme l’ Italia ?

Qui il discorso si complica, l’ idea di nazione è affine a quella di società, una comunità regolata da usi, costumi, tradizioni quelli che gli antichi chiamavano “mores” e da cui trae origina la parola “morale”. Insomma, c’è una nazione se c’è un collante dello stare insieme, se c’è una comunanza di cultura, religione, usi, costumi, tradizioni, una comunanza etica, se vogliamo usare questo termine impegnativo, un modo di intendere il mondo e la vita.

Tutto questo è chiaro non appena cerchiamo di farci un’ immagine mentale di cosa intendiamo per “nazione tedesca”, o “nazione francese” o “nazione americana”. Quello che ci viene in mente sono sempre valori, stereotipati, forse, ma pur sempre valori condivisi che vanno dal “liberté egalité fraternité” a ”Dio, Patria e torta di mele”, magari. Sappiamo, o almeno pensiamo di sapere cosa si intenda per “american way of life” o quando si dice “fare le cose alla tedesca”.

Che vuol dire allora “all’ italiana” ? Cosa viene in mente a chi cerchi di farsi un’ immagine della nazione italiana ? Anche qui, basta farsi coraggio e azzardare un giro per la Rete. Per quanto gli italiani appaiano a chiunque gente generosa ed ospitale, il giudizio complessivo è impietoso: istintivi e disorganizzati, anarchici, immorali, edonisti, ritardatari cronici, mammoni. Furbi certamente, e specialisti dello scaricabarile. Creativi, certo, spesso persino geniali, se presi uno alla volta, ma nel loro complesso gente poco responsabile, a cui non affideresti nessuna faccenda importante che ti riguardi. Stereotipi anche questi ? In certa misura sì, certo, ma è come se l’ essenza della nazione italiana venisse universalmente percepita proprio come il suo non essere nazione, la mancanza di una responsabilità collettiva (e spesso anche individuale).

Sulle origini storiche di questa sindrome ci sarebbe troppo da dire. Prescindendo dall’ antica Roma, si deve riconoscere che l’ Italia fu una delle prime “Nazioni”, così definita negli atti del Concilio di Costanza a metà del Quattrocento. Una lingua comune, una letteratura, un’ arte che fra il Quattrocento ed il Cinquecento furono la meraviglia d’ Europa.

Che è successo, dopo ? Qualcuno dà la colpa alla Controriforma, al ripiombare sotto l’ ala protettiva ed asfissiante, ma anche de-responsabilizzante, della madre Chiesa, e della sua morale gesuitica. Altri dicono che l’ Italia perse l’ occasione di diventare Stato-Nazione come Francia, Spagna, Inghilterra, Olanda e rimase bloccata, frantumata e terreno di caccia per le potenza straniere.

Troppo lungo addentrarsi nel discorso, ho già abusato della pazienza dei viandanti. Come che sia, di mancanza di “spirito nazionale” parlava ancora Leopardi nel suo celebre “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani” nel 1824.

“Il popolaccio italiano è il più cinico di tutti i popolacci. “

“Gli usi e i costumi in Italia si riducono generalmente a questo, che ciascuno segua l’uso e il costume proprio, qual che egli si sia.”

Non molti anni dopo giungerà il Risorgimento, e con esso la sospirata unità politica. Ciononostante, centocinquant’ anni dopo, un critico come Montanelli ripeterà più o meno gli stessi concetti.

“Anche quando avremo messo a posto tutte le regole, ne mancherà sempre una: quella che dall’interno della sua coscienza fa obbligo a ogni cittadino di regolarsi secondo le regole.”

” un gregge di pecore indisciplinate che credono di affermare il loro ribelle individualismo non rispettando il semaforo rosso”

È questa, null’ altro che questa, l’ eterna “questione morale” che da secoli ormai ci sta davanti, e della quale  non riusciamo a venire a capo, oggi meno che mai.

Annunci

12 commenti su “C’era una volta un Paese

  1. guido mura ha detto:

    Eh sì, il problema è quello, ma l’assenza di una morale deriva a sua volta sulla mancanza di un presupposto su cui fondarla. L’italiano non ha una guida autorevole, dei valori condivisi, non rispetta veramente alcuna idea o autorità. E’ un dato di fatto. Non esiste popolo meno religioso, per cui una morale fondata su precetti religiosi non è pensabile. Manca un’autorità degna di essere rispettata e seguita, che imponga il rispetto della legge. Ogni tanto ci si affida a personaggi dalle qualità dubbie, sperando che risolvano magicamente ogni problema, senza naturalmente che i cittadini si rendano conto che la soluzione dei problemi deriva sempre da uno sforzo collettivo. Manca l’educazione all’impegno, ci si accontenta dell’improvvisazione salvifica, si spera nell’exploit dell’eroe. L’assenza di uno stato nazionale per troppo lungo tempo ha creato una casta intellettuale cosmopolita, legata ai vari principi o monarchi italiani e soprattutto europei. Questa caratteristica, rilevata a suo tempo da Gramsci, ha facilitato l’integrazione degli italiani nel mondo, ma ha indebolito la cultura propria dell’Italia. Il collante storico e ideologico manca. Non c’è Heimat, non c’è una tradizione culturale e nazionale forte come in Francia (dove pure la percezione della classe politica da parte del cittadino non è migliore di quella che ghanno gli italiani). L’unico modello vincente in Italia è stato quello mafioso, quello di strutture di potere elitario che si affermano con la violenza. Lo Stato non ha fatto altro che riproporle in grande, con la repressione piemontese del sud, poi con il fascismo. Uno stato nemico e oppressore non può che essere estraneo all’individuo oppresso. Ma che si poteva sperare da uno stato unitario inventato dalle società segrete, senza vera partecipazione popolare?

    • melogrande ha detto:

      Manca l’ autorità, dici.
      È il mio amore per l’ etimologia mi porta a notare che il termine autorità viene dal latino augere che vuol dire accrescere.
      Autorità è ciò che fa crescere, giusto il contrario del “Lei non sa chi sono io” a cui siamo tanto affezionati.

      Sarà per quello che non cresciamo mai ?

  2. tramedipensieri ha detto:

    Ma che si poteva sperare da uno stato unitario inventato dalle società segrete, senza vera partecipazione popolare?

    ecco, penso che Guido, e non solo…sappia la risposta. 😦

    • melogrande ha detto:

      Per quello che ho capito leggendo un po’ sul Risorgimento, c’ era passione vera, benché la maggior parte di loro non prevedeva certo che l’ Italia unita avrebbe avuto un re.
      È dopo l’ unità che, per dire, si è un po’ perso il filo….

  3. stileminimo ha detto:

    A volte penso che se c’è un modo per unire gli italiani, quello è farli viaggiare nel loro paese, perchè si rendano conto da vicino delle reali differenze che li accomunano e perchè nella diversità si possano riconoscere come parte di qualcosa di buono, di bello, di positivo. E invece tutti a farsi le ferie alle Maldive, in Scozia, Brasile o Giappone. Quando magari non si sa che cosa c’è oltre la collina dove si abita. Viaggiare nel nostro paese significherebbe far prendere coscienza delle Bellezze immense che ci potrebbero unire, se solo sapessimo che esistono, vedendole e vivendole con i nostri occhi; significherebbe darci un ottimo motivo per sentirci orgogliosi della terra in cui viviamo, farcela amare, anche se si trova oltre la linea extraurbana che prendiamo di solito per andare a lavorare. Poi però guardo a come si scegliamo i politici che dovrebbero rappresentarci e inevitabilmente cado nello sconforto. Gli italiani, noi italiani, siamo una massa di genti malate di provincialismo che fondano il loro esistere non sul principio di stato o di nazione, ma sui pregiudizi e sulla mancanza di morale e di legalità e pare che sia di questo che abbiamo bisogno per sentirci accomunati da qualche cosa. Non ci si prova nemmeno a guardare un po’ più in là. Tutto questo è intriso di una profonda ignoranza e di un profondo atteggiamento ottuso; tutti lì a dire che “la regione più bella è la mia, che l’orto più ricco è il mio, che il campanile più alto è quello del mio paese, che il mio dialetto è una lingua a sè stante e che non lo si tocchi e via dicendo”. Tutti (giustamente, legittimamente) orgogliosi del microcosmo in cui vivamo, ma totalmente ignoranti e refrattari nei confronti dei microcosmi altrui ed esterni. Forse perchè non c’è nessun processo di accomunanza e di crescita di appartenenza che si possa svolgere coattivamente; o è spontaneo o non è. Eppure ci si sente furbi in quanto italiani e ci si sente italiani in quanto furbi. E’ un gran peccato che il senso di appartenenza a qualcosa si riduca a questo, perchè le furberie non sono certo una gran qualità e nemmeno un buon biglietto da visita, ma pare che non ce ne rendiamo conto. Continuiamo a vantarcene e a eleggere “il più furbone della compagnia”. E ho come l’impressione che tutto questo sia voluto, imposto con metodi potenti, gli stessi che potrebbero servire perchè prenda vita un riconoscimento sereno in una morale ben diversa. E’ un peccato che si lasci che altri scelgano per noi i principi malati nei quali riconoscerci e nei quali da fuori ci riconoscono, mentre tutto il buono viene relegato in fondo alla lista, possibilmente nascosto gelosamente come se condividerlo significasse privarcene definitivamente. E invece sarebbe un buon modo per crescere, insieme. Finchè sarà così non ci sarà mai un popolo italiano.

    • melogrande ha detto:

      Avere confuso la furbizia con l’intelligenza è un peccato capitale da cui non riusciamo a liberarci.
      L’ intelligente persegue il proprio interesse tutelando anche l’ interesse generale, il furbo persegue il proprio interesse danneggiando gli altri.
      Un paese in cui tutti fanno i propri interessi danneggiando quelli degli altri non può che andare in malora.
      Non serve nemmeno troppa intelligenza per capirlo.

  4. capehorn ha detto:

    Rimane inevaso il dettato risorgimentale: fatta l’Italia, occorre fare gli italiani. A seguire la storia del Risorgimento a fronte di un territorio frantumato in piccoli e grandi stati autonomi fieri, ma anche protervi nella e della loro autonomia, non solo politico-sociale, ma anche linguistico-culturale, ci troviamo oggi a non averlo ancora risolto questa sorta di nodo gordiano. Credo che già chi mi ha preceduto, ,ma anche chi mi seguirà, non dovrà far altro che battere sui noti chiodi della nostra mancata identità nazionale: lo sfinente campanilismo, l’imbarazzante individualismo coniugato in ogni modo possibile, l’untuosa asservanza a tutto ciò che arriva dai confini statali e che troviamo assolutamente insuperabile, disprezzando quanto abbiamo in casa nostra. Questi “temi” sono il vero legante di un popolo che non é ancora riuscito a dimostrare il proprio valore morale, di essere oltre che un gruppo di persone parlante la medesima lingua, che possiede la stessa identità nazionale e persevera nella storia, con gli stessi mezzi, per ottenere univoci fini.
    Invece non facciamo nulla per smentire il facile marchio di inaffidabilità generale, che ci hanno assegnato e di cui abbiamo fatto abito ancorché scomodo, ma che continuiamo ad indossare, non foss’altro perché la nostra pigrizia ci impedisce di guardare nell’armadio se c’é qualcosa di più confacente.

    • melogrande ha detto:

      Eppure la passione c’ era, per quello che ho imparato del Risorgimento, gente orgogliosa di dare la vita per un’ idea di Patria. I Mille erano 30,000 alla fine.
      Poi abbiamo perso il filo…

      • capehorn ha detto:

        Oh … Senza andare poi tanto in là nel tempo … Nell’altro secolo … Il ‘900 per intendersi gli appassionati per la Grande Guerra (Tra gli altri anche insospettabili e di ben diverso colore politico, di quello di cui poi s’ammantarono !!!) furono molti e di alcuni ne sono pieni i libri di storia. Indicati come eroi ed esempi.
        Noi siamo pieni di eroi, navigatori, santi e poeti, sembra più per necessità culturale che per altro, ed é per questo che il nostro filo é così labile.

  5. Provengo da un periodo strano e difficile: abbiamo dovuto disambientarci non per scelta ma per necessità.

    Cambiare luogo, anche soltanto per qualche mese, significa cambiare stazione d’osservazione, sentire la presenza di ‘città sottili’ che vivono all’interno del grande.
    Sono ‘città sottili’ spesso accomunate da una situazione di incertezza, di caducità, di malattia. Micromondi autoreggentisi, come le calze, con sofferenza. Micromondi in cerca di un contenitore-istituzione che rappresenti anche i loro bisogni.

    La realtà è fatta di tanti bisogni senza rappresentanza, senza voce, senza soluzione.

    Lo stato non ha saputo dare dignità ai bisogni di tutti né a prendersene cura essenzialmente perché è lontano dalla realtà: non vede, non ascolta o preferisce ignorare. E’ facile capire, in questi momenti di crisi, come democrazia rappresentativa non significhi democrazia diretta, a diretto contatto con le persone.
    Lo stato si è perso nella sua macchina rappresentativa in una continua, incessante surfetazione di passaggi, ruoli, funzioni, operazioni, lontanissimo dai tempi della necessità.

    Diventa difficile sentirsi parte di uno stato che arriva spesso soltanto come tassa, come obbligo, come gabella, come vincolo, e pure in termini di inefficienza e di ritardo.

    Questa riflessione non vuole comunque assolvere né singoli né comunità, né tanto meno vuole invocare uno stato ‘assistenziale’. Anzi.
    C’è che il distacco dalla vita attiva, dal fare per il bene comune, ha fatto sì che il tessuto sociale si sia sfilacciato e con esso il senso di responsabilità della parte in rapporto al tutto. Quando la comunità ha smesso di essere, almeno nel piccolo, una comunità educante?
    Nel piccolo ci si prova, ma l’offesa recata al bene comune dall’esercizio del potere de dalla pratica della furbetteria (corruzione, ladrocinio, privilegi, silenzi, false verità…) è sfibrante.

    • melogrande ha detto:

      zena, mi fa specie pensarti fuori dal tuo ambiente quasi quanto pensare me fermo in un posto…

      Il senso della comunità si è perso con l’ allontanarsi dalla dimensione arcaica, e questo è accaduto un po’ dovunque, la civiltà urbana è molto più individualista e anonima. Tuttavia altrove si è riusciti a mantenere vivo un senso dello stare insieme, un riconoscersi che lega senza soffocare, un filo che da noi pare sfilacciato se non spezzato.
      E quando il filo si spezza, la furbetteria ha libero corso e diventa addirittura motivo di vanto individuale invece che di riprovazione sociale.

che ne pensi ?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...