Leopardi e il gene egoista

Visitare Recanati sulle tracce di Leopardi e’ (quasi)  inaspettatamente emozionante.
Non troppo rovinato dallo sfruttamento commerciale, il borgo conserva una sua severità austera. Vi si può ancora percepire l’atmosfera del conte Monaldo, insomma, e della sua bigottissima consorte.
E si può respirare la claustrofobia del piccolo Giacomo, condannato dal suo stesso genio precoce alla stessa maniera del piccolo Mozart, ma con l’aggravante dell’ handicap fisico, la tubercolosi, la deformità appariscente, le emicranie invalidanti. Breve e infelice vita, accomunata a quella del sublime musicista anche dall’estremo oltraggio della sepoltura in una fossa comune, 39 anni il poeta, 35 il compositore, per chi voglia giocare ai destini paralleli. E riguardo al genio precoce, che dire di uno che a nove anni sapeva il latino, a undici scriveva tragedie e a tredici imparava da solo l’ ebraico confrontando parola per parola la versione latina della Bibbia ? Studio matto e disperatissimo, ma  lo chiama lui, ma capacità intellettuale sovrumana, che studiare non basta di sicuro.

Risuonano in modo particolare nell’animo, e per le vie del centro antico, le parole del poeta nei confronti della Natura matrigna, che illude e delude i figli suoi, negando loro la felicità e, tuttavia, rendendo persino “contro natura” il suicidio, che alla ragione appare come l’unica ragionevole via di fuga dal male di vivere.
E insomma è come se la natura si facesse beffe delle sue stesse creature, basta rileggere i versi amarissimi delle Rimembranze.

Due secoli dopo, sappiamo molte più cose sulla natura e sulla vita, benché le cose che abbiamo appreso non diano molto aiuto a chi voglia rischiarare l’immagine sconsolata del poeta filosofo.
Dopo Darwin, e dopo le scoperte della genetica, e’ difficile continuare a pensare che la natura di cui siamo frutti possa o addirittura debba nutrire sentimenti materni nei confronti delle sue creature. Siamo prodotti di processi naturali, questo si’, ma processi che non hanno intenzionalità ne’ fini.
Vengono in mente semmai le più radicali affermazioni di Spinoza. È assurdo pensare che Dio, ovvero la natura, ovvero la totalità dell’essere, abbia dei “fini” in quanto se ne avesse ci sarebbe qualcosa al di fuori di esso verso cui tendere, dunque egli, Dio ovvero natura, non sarebbe “tutto”, non sarebbe totalità dell’essere.

Oggi diremmo piuttosto che è assurdo pensare che la natura abbia dei fini o che abbiano intenzionalità le strutture autoreplicanti emerse dalla evoluzione, al di là di essere sopravvissute proprio grazie alla capacità di autoreplicarsi.

Siamo servi dei nostri geni, più che altro, macchine necessarie ad assicurare la riproduzione del DNA. La natura, lungi dall’essere madre benevola o ingrata matrigna, pare essere indifferente padrona.
Che il suicidio sia “contro natura” non è affatto contraddittorio, semplicemente non è conveniente per i cromosomi programmati per autoreplicarsi che il loro portatore si faccia fuori da solo…

Mi domando cosa la mente straordinaria di Giacomo avrebbe potuto tirare fuori da tutto questo.
Un pessimismo iperuranio, probabilmente.

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