Patrimoni, testimoni, mercimoni e (soprattutto) matrimoni

Piccola premessa etimologica.

La parola “patrimonio” viene dal latino “patrimonium”, composta da “pater” (ovviamente) ed il suffisso “-monium” che indica – dicono – il compimento di un’ azione.

In realtà il suffisso “-monium” deriva a sua volta da un precedente suffisso “-mon” che trasforma un nome in aggettivo. Da padre a paterno, insomma. “Patrimon” vuol dire “paterno, relativo al padre”. Da qui il patrimonio come qualcosa che attiene al padre (i suoi beni).

Ci sono altri esempi.
Le parole “testimonio” e “testimone”, probabilmente derivate in modo analogo rispettivamente da “testimonium” e “testimon” indicano qualcosa relativo al teste. E quindi qualcosa che ha a che fare col “tenere”.

Analogamente, la parola “mercimonio” vale come “relativo alla mercanzia”; solo più tardi assumerà il carattere negativo di “traffico illecito”, all’ inizio solo di “traffico” si trattava.
Se dunque il suffisso “-monio” indica appartenenza, competenza, pertinenza, allora l’ etimologia di “matrimonio” deve essere “qualcosa che attiene alla madre”.

Boh…

Grazie all’ ottimo sito “Conversazioni di Filosofia” (uno dei pochi luoghi di Facebook che vale la pena frequentare) trovo una spiegazione più esauriente in “ Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee” di Emile Benveniste:

“ Il termine lat. ‹matrimonium› è molto significativo […]. Preso alla lettera, ‹matrimonium› significa «condizione legale di ‹mater›», conformemente al valore dei derivati in -‹monium›, che sono tutti termini giuridici (‹testimonium›, ‹vadimonium›, ‹mercimonium›, e naturalmente ‹patrimonium›). La ragione che ha portato a creare ‹matrimonium› non è l’analogia con ‹patrimonium›, nozione del tutto diversa la si scopre in alcune espressioni consacrate in cui ‹matrimonium› assume il suo senso pieno, e cioè per il padre: ‹dare filiam in matrimonium›; per il marito: ‹alicuius filiam ducere in matrimonium›; infine per la fanciulla in questione: ‹ire in matrimonium›. ‹Matrimonium› definisce cioè la condizione alla quale accede la fanciulla: quella di ‹mater› (‹familias›). Questo è quanto il «matrimonio» significa per lei, non un atto, ma un destino; ella è data e condotta «in vista del ‹matrimonium.”

Questo ha già più senso.

In epoche antiche il matrimonio poteva benissimo essere interpretato come un contratto avente per oggetto la compravendita della sposa.

Se ne trova un esempio perfetto nell’ Antico Testamento (Ge. 29, 16-19) in cui Giacobbe “tratta” con lo zio.

“Làbano aveva due figlie; la maggiore si chiamava Lia e la più piccola si chiamava Rachele. Lia aveva gli occhi smorti, mentre Rachele era bella di forme e avvenente di aspetto, perciò Giacobbe amava Rachele. Disse dunque: «Io ti servirò sette anni per Rachele, tua figlia minore». Rispose Làbano: «Preferisco darla a te piuttosto che a un estraneo. Rimani con me».”

Una trattativa commerciale, in cui non ci viene mai detto cosa Rachele pensi della faccenda. La storia peraltro prosegue con una vera e propria frode in commercio messa in atto da Làbano, a cui Giacobbe non riesce ad opporre il diritto di recesso, ed un ancora più curioso accomodamento finale…

È evidente che stiamo parlando di qualcosa di molto diverso da ciò che intendiamo oggi per “matrimonio”, così come viene citato nella Dichiarazione Universale del Diritti dell’ Uomo:

Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione. Essi hanno eguali diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e all’atto del suo scioglimento

e persino da ciò che prevede il Diritto canonico attuale:

Il patto con cui l’uomo e la donna stabiliscono tra loro la comunità di tutta la vita, per sua natura ordinata al bene dei coniugi e alla procreazione e educazione della prole (…) elevato da Cristo Signore alla dignità di sacramento

Cioè un patto che riguarda due persone, e solo loro. È assai significativo, a questo proposito, il fatto che ad amministrare questo sacramento non sia un ministro della Chiesa, ma gli sposi stessi, caso unico di sacramento “autosomministrato”…

Ora, mi viene da pensare che, benché si parli di matrimonio nei Vangeli (le nozze di Cana furono l’ occasione del primo miracolo di Gesù), è ben difficile sostenere che sia stato direttamente Cristo ad elevarlo a sacramento, se non altro perché la liturgia del matrimonio fu regolamentata soltanto nel 1215 da papa Innocenzo III nel corso del concilio Laterano IV. Non solo: incredibilmente, l’ istituzione del matrimonio come sacramento da parte della Chiesa è ancora più recente, risale addirittura al 1439, nella Firenze rinascimentale, quattordici secoli dopo le nozze di Cana.

Curioso, no ? Come mai questo ritardo su un tema così fondamentale ?
Qualcosa continuava a stonare, in questa faccenda.

Confesso di averci rimuginato a lungo senza venirne fuori, fino a quando non ho ascoltato una conferenza di Luc Ferry, un politico-filosofo francese, professore alla Sorbona e per alcuni anni Ministro della Cultura ai tempi di Chirac.
Ora, la tesi di Ferry è che il matrimonio come lo intendiamo noi è frutto del capitalismo…
Mi spiego meglio.

Un matrimonio “ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi” come prevede la Costituzione, frutto di una scelta esclusiva di due persone richiede l’ emancipazione di queste due persone, richiede che dispongano di un certo grado di autonomia, della possibilità di esercitare una scelta propria e di dire no a scelte altrui.

Ora, immaginiamoci per un attimo la vita quotidiana di una famiglia contadina (per esempio) medievale. A parte il padre, che potrebbe raggranellare qualche soldo vendendo al mercato i prodotti del campo coltivato, tutti gli altri, moglie, figli ed altri eventuali conviventi, lavorano e basta, lavorano per mandare avanti la fattoria, per accudire alle bestie, per coltivare la terra, e così via. Non sono istruiti, non dispongono di reddito, non posseggono nulla. Il loro status non è di molto superiore a quello degli animali di cui si prendono cura, e non diversamente dagli animali stessi, il pater familias li considera una “proprietà”.

A parte il primogenito, destinato ad ereditare il nome e la terra, gli altri hanno vita grama. Nessun dubbio che il pater ritenga di avere il pieno diritto di dare la propria figlia in sposa a chicchessia, magari al figlio del confinante così un giorno la proprietà si amplia. Poteva magari chiedere consiglio ad un amico, al prete o ai vecchi del villaggio, ma mai e poi mai gli sarebbe venuto in mente di chiedere il parere della ragazza, esattamente come a Làbano. Una situazione ancora comune in Italia alla fine dell’ Ottocento, e che in certi Paesi è tuttora realtà.

Né la cosa aveva un profilo diverso per le famiglie più altolocate, l’ abitudine a combinare matrimoni per motivi politico-diplomatici è stata praticata fino a tempi assai recenti. Insomma, il significato di “matrimonium” come contratto in cui si cede la figlia affinché diventi mater di cui si discuteva prima dovrebbe essere ormai chiarissimo.

Se la scelta degli sposi ha poco rilievo nel matrimonio, ancora meno ne ha l’ amore, come si può ben capire.

“What’s love got to do with it ?”

Ora, Ferry sostiene che soltanto con l’ introduzione del salario e con il progressivo trasferimento della popolazione dalla campagna alle città, dunque dopo la Rivoluzione industriale, si raggiunge quella piena indipendenza anche, ma non solo, economica che consente agli individui di decidere di testa loro se e con chi sposarsi.
E tuttavia a me pare che l’ intera storia della civiltà europea negli ultimi cinquecento anni, diciamo a partire dall’ Umanesimo, sia una storia di progressiva emancipazione, così che oggi si riconosce l’ individuo, qualsiasi individuo, come titolare di diritti universali inalienabili, connaturati alla condizione umana. E da questo il riconoscimento del matrimonio come patto fra due persone, di cui prendere semplicemente atto, e ciò a prescindere dal fatto che le tradizioni sopravvivono e rivelano, ed ancora oggi è il padre che, significativamente, conduce la sposa all’ altare e simbolicamente la “consegna” allo sposo.

Naturalmente, il fatto per noi ovvio che il matrimonio debba fondarsi sull’ amore fra due persone è una considerazione che solo da questo momento in poi diventa rilevante. E dal momento che l’ amore è condizione precaria, “una parte del divenire umano, una condizione inventata e modificata, momento per momento e giorno dopo giorno dalla volontà, dall’ intelligenza e dal cuore (J. Williams)”, il matrimonio fondato sull’ amore e sull’ indipendenza acquisisce necessariamente quella precarietà che molti oggi stigmatizzano come una “corruzione dei costumi”.

Non a caso, ancora alla fine del Cinquecento, il saggio Montaigne avvertiva che “un buon matrimonio, se ve ne sono, rifiuta la compagnia e le condizioni dell’ amore. Cerca di riprodurre quelle dell’ amicizia”.

Mai e poi mai sposarsi con la persona di cui si è innamorati, insomma…

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26 commenti su “Patrimoni, testimoni, mercimoni e (soprattutto) matrimoni

  1. rossana ha detto:

    Ma grazie…
    Un’interessante lettura che da ragione a quanto da sempre ostengo: il matrimonio si fa per il patrimonio. Per l’amore, basta l’amore…

  2. germogliare ha detto:

    Tu non ti devi sposare, vero?
    Baci e abbracci e buonafortuna 🙂

  3. tramedipensieri ha detto:

    “Mai e poi mai sposarsi con la persona di cui si è innamorati”.
    …direi mai e poi mai darsi delle regole…ecco.

    …. alla fine l’educazione e le dinamiche sociali, in un modo o nell’altro si fanno sentire.

    Posto molto interessante, grazie!
    buona giornata
    .marta

  4. stileminimo ha detto:

    E’ vero quel che dice Tramedipensieri: l’educazione e le dinamiche sociali si fanno sentire, ma non sempre il risultato è scontato. E infatti, dalle mie parti, alle figlie femmine della mia generazione si è insegnato che il matrimonio per una ragazza è destino scontato e che non è nemmeno necessario farsi poi tanti problemi sul tipo di studi da intraprendere, tanto poi si finisce a fare la moglie e mamma casalinga.
    Al massimo può essere buona cosa fare una scuola professionale che ti insegni a cucinare o a cucire… cose così.
    Se proprio sei di famiglia borghese allora segui un percorso di studi che possa darti una certa cultura che permetta a tuo marito di non sfigurare in società, ma che nel contempo non rischi di portarti su strade “complicate”, come la ricerca scientifica o peggio…sia mai che poi ti salti in mente di fare carriera.
    Il condizionamento sociale poi è talmente pressante (specie in ambito cattolico, ma non solo) che i risultati sono scontati e confermati dal fatto che le coetanee è effettivamente la strada del matrimonio che seguono… più o meno tutte.
    Perché non è esattamente vero che la scelta è libera; perchè o è condizionata o non lo è. E la scelta è condizionata, c’è poco da fare.
    Qualcuna lo fa perchè “è comodo”; affida la propria esistenza nelle mani di qualcun altro e si toglie il pensiero una volta per tutte, salvo poi andare in crisi quando si rende conto che “forse” avrebbe potuto realizzarsi come persona, oltre che come donna, anche seguendo altre strade possibili.
    Qualcuna però fa la difficile e si permette fin da subito la sfacciataggine di prendere strade che sembrano “assurde”, strade che non prevedono il matrimonio come obiettivo centrale di un’esistenza. Per una donna nata e cresciuta in un contesto cattolico e tradizionalista (dove magari le rivoluzioni 68ine e via dicendo non hanno avuto grande impatto se non in termini di giudizio esclusivamente negativo) tutto ciò risulta scandaloso, ma è così: capita, a volte, che qualcuna si permetta di dissentire concretamente.
    Il Medio Evo non è poi così lontano e la caccia alle streghe mica è finita, ancora.
    E allora quelle “teste calde” che si ostinano a pensare da sole hanno vita grama e difficile, perché non scendere a compromessi costa sangue. Costa subire il pregiudizio (anche nell’ambito delle famiglie di provenienza e non solo nel contesto lavoraticvo e sociale) e costa la recriminazine da parte di chi invece è stata brava e si è uniformata ai dettami sociali e da tutti coloro che non accettano altre strade possibili, perché “innaturali per una donna”.
    Però se le teste calde riescono a fregarsene abbastanza da riuscire a seguire la loro vocazione di non-mogli/casalinghe, ne vale la pena, in termini di senso di libertà personale e di soddisfazioni in termini di realizzazione come Persone, oltre che come Donne.
    Qualcuna c’ha la vocazione della moglie casalinga, qualcun’altra non ce l’ha o ce l’ha solo in parte. Se una non c’ha la vocazione non è il caso di “fargliela pagare”, invece è quel che avviene. Son tutti lì che aspettano, “perché prima o poi dovrà pur capitolare, è inevitabile… altrimenti sicuramente “ha qualcosa che non va”… qualcosa di “malato”, forse.
    E’ una condizione difficile, che pare abbia bisogno di mille giustificazioni per poter essere. C’è moltissima strada da fare in termini di evoluzione sociale e civile in tal senso. Questo accade dal punto di vista di una donna, ma per certi versi è ciò che ci si aspetta anche dal genere maschile, seppure con un’ottica diversa; le pressioni esistono anche per gli uomini.
    Ed è bello sapere tutte le cose che hai scritto Melo, se non altro per aver conferma che ciò che capita di intuire in un intero percorso di vita è già stato pensato e scritto da menti eccelse moltissimo tempo fa.

    • ilmiosguardo ha detto:

      Condivido una per una le parole di Stileminimo,
      aggiungendo che anche per quel che mi riguarda ci si sposa una volta sola nella vita, indipendentemente dalla positività o dalla negatività dell’esperienza fatta …

      Ma oltre all’amore ci vuole stima, complicità, rispetto, voglia di venirsi incontro, impegno continuo da parte di entrambi, voglia di far funzionare le cose, non dare nulla per scontato … e potrei anche continuare ma devo scappare … 🙂

      Buona settimana
      con un sorriso
      Ondina 🙂

      • stileminimo ha detto:

        Scusa Melo se rispondo a Ondina: son contenta che condividi il mio pensiero, Ondina… però il fulcro del mio discorso, a questo punto esposto in maniera poco chiara, è che personalmente penso che, in sintesi, sposarsi sia una gran cazzata! Anche una volta sola. Ecco, l’ho detto.Ma è una visione del tutto personale e soggettiva e non presuppone alcun giudizio positivo o negativo nei confronti di chi si è sposato o si sposa credendoci davvero. E’ solo la mia presa di posizione in merito alla questione.

        • Scusa Melo se rispondo a Stile….

          Non ritrarre il braccio dopo aver scagliato la pietra Stile in questo caso davvero minimo…..
          Se davvero credi a quel che dici e scrivi, non hai nulla da temere.
          Al massimo uno come me ti può chiedere se sei sposata e sia che tu dica si, sia che tu dica no, proverei a chiederti ….. ma non è che stai dicendola tu una cazzata ?

          altrimenti è meglio tacere.

          ciao nè, figlia dei boschi…. nun te incazzà….ma ho resistito troppo a lungo senza rompere le scatole in questo luogo solitamente incantato….

          ci vuole ogni tanto un dissidente irriverente ed impertinente….

          se no che noiaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa

          (Melo !!!! allora !!!!…il caffè diabolicus ?…ce le femo o nada….)

          Avrei mille cose da chiederti di Bergson & WhiteHead

          GB

        • stileminimo ha detto:

          Mi fa piacere che ti dia soddisfazione dissentire, GB… ma non ho capito il senso del tuo dissentire, abbi pazienza. Dov’è, com’è, perché secondo te ho ritirato il braccio? O__o E no, è vero, hai ragione… personalmente non ho nulla da temere, se non i soliti pregiudizi di gente piccola che popola il mio quotidiano e che a giornate mi passano sopra senza sfiorarmi e a giornate invece mi irritano parecchio.

        • Non avevo dubbi. Non siamo su frequenze affini ed i tuoi recettori capitano solo le posizioni a te confacente.
          Ci ho provato ed ottenuto ho il solito foro acqueo.
          Esco dal confronto per mancanza di confronto.

        • ilmiosguardo ha detto:

          Mi scuso con Melo se rispondo anch’io a Stileminimo 🙂

          Nessun problema Stileminimo se la pensi diversamente da me riguardo allo sposarsi.
          Io l’ho fatto e ne sono contenta. Ho fatto per anni la casalinga _per scelta_ e ho avuto la fortuna di godermi e crescere i miei figli fino a quando sono stati alle medie.
          Ad un certo punto fare la mamma e la casalinga non mi bastava più e _per scelta_ ho cercato di reinserirmi nel mondo del lavoro e ci sono riuscita.

          Ma pur pensandola diversamente da te, trovo vere le tue parole.

          Ciao ciao
          Ondina 🙂

        • stileminimo ha detto:

          Ok, sono molto felice per te, Ondina, perché si sente che sei soddisfatta delle scelte che hai fatto e di come hai vissuto. Questo è molto bello, davvero. Hai trovato e seguito la tua vocazione; hai tutta la mia stima. Io, di mio, la vocazione credo che continuerò a cercarla fino alla fine, mi sa. 🙂 E magari la mia vocazione è “semplicemente” cercare, chissà.

    • melogrande ha detto:

      Non intendevo sottovalutare il peso dei condizionamenti sociali, anzi, mi interessava ricostruirne semmai le origini.

      Mi è venuto in mente che ancora in pieno ‘500, nel Sogno di una notte di mezza estate, alla pretesa di Ermia di sposare Lisandro contro il volere del padre, il governante Teseo risponde:

      “Tuo padre dovrebb’essere per te
      un dio, perché è lui, fanciulla mia,
      che t’ha foggiata in questa bella forma;
      come un blocco di cera
      ch’ egli con le sue mani ha modellato,
      e può quindi lasciar così com’ è,
      o mandare distrutto, a suo talento.”

      ragione per la quale, ad Ermia non restano molte alternative:

      disponiti pur l’animo a morire
      per rifiutata obbedienza a tuo padre,
      o a vivere, com’è sua volontà,
      accettando d’andar sposa a Demetrio;
      o a pronunciar sull’altare di Diana
      i voti d’una vita austera e sola.

      Certo, essendo ormai Rinascimento, nel resto della commedia, come si sa, ne succederanno di tutti i colori…

      • stileminimo ha detto:

        Seee, Teseo mette Ermia di fronte a due scelte se non ubbidisce al padre: la morte o la vita in convento… e visto che c’è, ci aggiunge pure qualche considerazione sulla verginità, pronunciandosi in questo modo:

        Tre volte sian benedette coloro che,
        frenati gli impulsi del sangue,
        van pellegrine sul sentiero della castità;
        ma, in questo mondo terreno,
        più felice è la rosa distillata che non quella costretta ad appassire sul virgineo rovo,
        che cresce, vive e muore, in solitudine beata.

        Come dire che la vita casta è na gran bella cosa, purchè non tocchi agli esseri terreni, purché sia confinata allo spirito, ma visto che l’uomo non è solo spirito, occorre un compromesso che meglio gli si confaccia, ovvero che tenga gran conto dello spirito, ma quando si tratta di andar sul concreto, alla castità è preferibile che “la rosa venga distillata”, diciamo così.
        E tutto questo a sostegno di quell’inconfutabile tesi secondo la quale una figlia è oggetto di possesso del padre, il quale può disporne a piacimento nel momento in cui egli ritenga sia il caso di darla in moglie.
        Ebbene, è questa la tesi che mi va di confutare, mica quella secondo la quale una vita virginale, solitaria e beata sia “poca cosa” rispetto alla vita felice di una rosa distillata, non so se mi spiego.
        Questa cosa che Shakespeare dice è verissima, ma oggi si può scegliere di distillar rose anche senza dover per forza sposarsi con il preferito di papà (o quello che la società, il contesto sociale, reputa il classico “buon partito” riferendomi ad entrambi i generi, sia chiaro), parlaimoci chiaro.
        Va da sè che una donna che vien messa di fronte a una scelta obbligata di questo tipo, non nel 500, ma ai giorni nostri, se proprio, proprio i condizionamenti son pressanti, piuttosto che scendere a compromessi lasciando che il contesto la snaturi e la fagociti, diventa seguace della Luna, di Diana e dell’umidità delle rugiade notturne, anzichè del fuoco, del Sole e di Eros.
        Ok, ok, per certi versi è un compromesso anche questo, se vogliamo, ma in termini di soluzioni è quella che, allontanadosi dai voleri esterni, l’avvicina più a se stessa e in tal modo le somiglia forse di più e la snatura meno.
        E se in Shakespeare tutti i tormenti vissuti in “Una notte di mezza estate”, ma mica solo lì, hanno come fine ultimo la maturazione dei protagonisti attraverso i patimenti amorosi (o il dolore di vivere in genere) per portarli alla fin fine al matrimonio (come se il matrimonio fosse l’obiettivo in sè, ovvero la raggiunta maturazione degli animi affinchè questi possano convivere armoniosamente), oggi credo si possa dire che tutto questo possa avvenire anche senza un contratto stipulato com’è quello matrimoniale.
        L’obiettivo oggi, a mio parere e rispetto alle parole di Shakespeare, non è il matrimonio inteso come sacramento istituito, ma la maturazione attraverso e con l’altro al fine di raggiungere un’esitenza condivisa il più armoniosa possibile. E in questo non son previste clausole e contratti scritti. Se poi proprio proprio non si ha la vocazione, o il contesto non permette di arrivare a tanto perché le pressioni sono opprimenti, l’obiettivo può limitarsi anche alla vita in solitudine beata, piuttosto che a una forzata convivenza che snatura gli animi e fa ricchi gli avvocati divorzisti. Perché Puck, ai giorni nostri non è solo il Demone che confonde l’amore falso con quello vero; Puck ai giorni nostri è rappresentato forse anche dal denaro, che dell’amore e di tutto il resto si fa gran beffe, passandoci sopra come un katerpillar. E’ l’elemento per eccellenza che spesso (seppur non sempre) impedisce l’amore armonico e maturo. E fra i condizionamenti alla fin fine è poi questo che, a cose fatte, spesso la fa da padrone. E tutto questo oggi E’ il matrimonio, ma non ha nulla a che vedere con l’amore, la crescita personale e di coppia e la conduzione di una vita armonica come obiettivo; potendo scegliere, queste cose si trovano di gran lunga più facilmente nella beata solitudine, purché si impari a viverla nel modo giusto. Detto questo e con tutto rispetto parlando, concluderei con un “si fottano i condizionamenti, gli avvocati divorzisti e chi non capisce che un’alternativa c’è sempre, foss’anche la beata solitudine”.

  5. katherine ha detto:

    In effetti credo anch’io che il solo amore non basti. Servono rispetto, fiducia, confidenza e condivisione. La passione, il fuoco, l’attrazione fisica possono passare in fretta, ma se restano gli altri valori, l’unione è salva.

  6. Sempre colpa degli uomini o dei costumi….mai una sincera autocritica…..ma secondo voi, l’incremento esponenziale di outings gay a cosa è dovuto ?

    le religioni non hanno mai aiutato nessuno….pensate anche solo alle donne musulmane…

    io sono misantropo per DNA, ma se mi faccio modificare geneticamente, chiederò di restare misogino

    (adoro Nero Wolfe….)

    (penso sia noto che sono sposato felicissimamente con donna straordinaria, in condivisione di tutto dal 1980 e padre di altrettanta straordinaria Figlia..)

    sarò stato solo fortunato ?

    Oppure ….

    (Melo…ti pensavo felicemente single…confesso…)

    GB

  7. Dimenticavo…..su Marte sono tutte Amazzoni…..conquistarne una è stata opera ardua….ma davvero emozionante….

    GB

  8. katherine ha detto:

    Ma tu guarda le coincidenze…Sposati nello stesso anno ( 1980), con figli nati nello stesso giorno ( 6 febbraio)

    Fortuna? Magari un po’, ma sicuramente non sarebbe bastata da sola. Chissà…magari anche le stelle ci avranno messo lo zampino…:D

    • No Kat. Nelle Stelle credo ma per ragioni assai lontane. In questo ambito posso al limite riconoscere al Caso una seppur ondivaga influenza ( vedi Monod, Prigogine…)
      Piuttosto direi che da quel lontano giorno in cui mia moglie ed io ci scegliemmo, non abbiamo più smesso di farlo, poggiando insieme su amore, affetto, e soprattutto rispetto ogni passo delle nostre vite.
      gb

      • katherine ha detto:

        Ovviamente scherzavo! So benissimo come la pensi in fatto di stelle, e anch’io non credo alla loro influenza sulla nostra vita, a parte la sensazione bellissima che ci fanno provare quando le guardiamo. Guardarle in due è poi ancora meglio! 🙂

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