Un destino dopo l’ altro

“Anime effimere, ecco l’ inizio di un altro ciclo di nascite apportatrici di morte. Non un demone sceglierà voi, ma voi il vostro demone ! (…)

L’ eccellenza non ha padroni: ognuno la possiederà di più o di meno a seconda che l’ abbia onorata o trascurata. La responsabilità è di chi fa la scelta; la divinità è innocente”

Platone – Repubblica X, 617e

Molte antiche storie si raccontano, in ogni parte del mondo, a proposito della reincarnazione, della trasmigrazione delle anime, della metempsicosi e simili. Molte religioni, dal canto loro, si fondano su idee simili. E tutte queste storie, mitiche o religiose che siano, in un modo o nell’ altro, concordano nel suggerire che non siamo venuti al mondo per la prima volta. Ci siamo già stati in passato, più e più volte, addirittura, secondo alcune di queste storie, un numero infinito di volte.

E benché tutti ammettano che di queste vite passate non abbiamo memoria alcuna, ciò non di meno, queste vite precedenti producono effetti sulla nostra vita attuale, su quello che siamo, persino su ciò che ci accade. Secondo molti di questi miti, colpe e meriti accumulati in una vita si scontano nella vita successiva; questa è la base del “karma” indiano; addirittura, nei casi gravi, la pena può essere quella di reincarnarsi in una specie inferiore, un animale più o meno abietto. In qualche caso, involontariamente, il nostro comportamento o i nostri sogni lascerebbere affiorare qualche traccia di ciò che siamo stati nelle vite precedenti.

Favole, naturalmente, prive di qualsiasi fondamento, e tuttavia abbiamo imparato ormai che i miti contengono quanto meno un sapere psicologico profondo, e dunque, anche solo per questo, sono da prendere con una certa serietà.

Cosa c’è al fondo di questo genere di idee è abbastanza chiaro. C’è è il fatto che proprio non ci riesce di rassegnarci all’ idea di essere stati gettati nel mondo senza alcun piano, che il nostro essere qui adesso, piuttosto che altrove in un altro tempo, o anche da nessuna parte, sia il puro frutto del caso, combinazione di eventi fortuiti. Non ci va giù che dietro la nostra esistenza terrena possa non esserci un progetto, un disegno, un fine e, di conseguenza, un senso.

Ancora più difficile è rassegnarsi al pensiero che torti e ragioni, colpe e meriti possano essere cancellati da un colpo di spugna, chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto, senza un bilancio, senza un riequilibrio, senza una resa dei conti, e senza redenzione.

“Ogni cosa sarà dimenticata, e a nulla sarà posto rimedio. Il ruolo della riparazione (della vendetta come del perdono) sarà assunto dall’ oblio. Nessuno rimedierà alle ingiustizie commesse, ma tutte le ingiustizie saranno dimenticate.”

M. Kundera – Lo scherzo

Piace a tutti, invece, pensare alla propria vita come ad una storia, una narrazione con una trama precisa che si sviluppa in modo più o meno lineare o contorto, una narrazione con un senso compiuto se non addirittura con una morale, come se fosse un telefilm, uno sceneggiato o, come si dice adesso, un “biopic”.

E dunque, sotto a cercare i segni di questa trama, le evidenze del filo narrativo, la predestinazione, la vocazione, la chiamata, la traiettoria perfetta di un disegno tracciato con mano ferma.

Fra tutte le versioni dell’ archetipo della reincarnazione, la più raffinata (come poteva essere altrimenti ?) viene dal mondo greco, ed è il mito di Er, posto a chiusura della Repubblica, uno dei più grandiosi miti di tutti i tempi, a mio modesto parere. Non a caso Hillman usa il mito di Er come paradigma del suo “Codice dell’ anima”.

Er è un guerriero, morto in battaglia. Il suo corpo viene portato sulla pira funebre, ma in quel momento si risveglia affermando che gli dei gli hanno concesso di ritornare sulla terra reincarnato in se stesso, per raccontare ciò che ha visto nell’aldilà.

Racconta dunque che le anime dopo la morte ricevono un premio o un castigo, ma siccome le anime stesse sono in numero limitato, premi e castighi non sono eterni, durano “10 volte 100 anni”. Al termine dei 100 anni, le anime si radunano  in una grande pianura, al cospetto delle Moire, le quali tengono in grembo un gran numero di destini.  Il ministro di Lachesi getta fra le anime dei numeri, come in una specie di sorteggio, ed ogni anima prende quello che le è caduto più vicino. Il numero decide l’ ordine in cui le anime potranno scegliere il prossimo destino; tuttavia i destini sono più numerosi delle anime, per cui anche l’ ultima avrà la possibilità di scegliere.

Er racconta dunque che il primo ad essere chiamato sceglie, per ignoranza ed avidità, il destino di un tiranno, accorgendosi troppo tardi che in quel destino si troverà ad uccidere i propri figli. Invano si dispera, viene preso, immerso nel fiume Lete perché dimentichi e lanciato nel mondo. Molti altri fanno scelte infelici, in particolare coloro che non hanno, nella vita precedente, avuto esperienza del dolore; chi ha sofferto è invece assai più cauto. L’ anima di Orfeo non vuole nascere da una donna (ha i suoi motivi…) e sceglie di reincarnarsi in un cigno. Aiace sceglie di rinascere leone, Agamennone aquila, entrambi in odio per il genere umano. Per ultima arriva l’anima di Ulisse che “molto patì nell’ animo suo”. Ulisse sceglie la vita di un uomo comune, senza avventure e preoccupazioni. La stessa vita – assicura – l’ avrebbe scelta anche se fosse stato il primo ad essere chiamato.

In questa versione platonica della reincarnazione, dunque, le anime sono del tutto consapevoli della vita precedente, per quanto il ricordo possa essere un po’ offuscato per via del 1000 anni di purgatorio o paradiso. E la scelta che operano del nuovo destino, avviene proprio sulla base dell’ esperienza di vita precedente.

E l’ aspetto più interessante è che il destino successivo non viene dato a compensazione di colpe e meriti precedenti, allo scopo di riequilibrare la bilancia della giustizia, niente affatto. Colpe e meriti sono stati regolati, semmai con i 1000 anni di cui si parlava prima. Il destino successivo viene liberamente scelto da ciascuno. “La responsabilità è di chi fa la scelta; la divinità è innocente”.

Hillman usa il mito di Er come paradigma del suo “Codice dell’ anima”, dunque. E qui (come spesso accade con Hillman) le cose si fanno un po’ più intriganti. Perché l’ idea che ognuno scelga il suo destino ci lascia sanamente e razionalmente scettici. Risibile, lo ammetto.

Ma l’ idea che ciascuno venga al mondo con una “vocazione”, quella siamo davvero disposta a scartarla ?

E cos’è la vocazione se non un modo diverso di ritornare al punto, di riproporre l’ idea testarda che dietro la nostra vita, a dispetto di tutto e di tutti, ci sia davvero un progetto, addirittura un progetto che ci precede e ci trascende, e finanche, a volte, ci travolge ?

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23 commenti su “Un destino dopo l’ altro

  1. Pannonica ha detto:

    E se fosse tutto vero? Se davvero noi ci scegliessimo il destino e persino i genitori, come asserisce Hillman e poi dimenticassimo tutto? Voglio dire, se vogliamo essere illuministi fino in fondo, dovremo pur ammettere che le prove a favore di questa tesi o di quella opposta stanno 1:1, visto che entrambi gli assiomi di base, proprio in quanto assiomi, pur non essendo stati dimostrati sono considerati veri e non necessitano di alcuna dimostrazione empirica. Ergo: non si possono dimostrare né la veridicità né l’ inattendibilità dell’una o dell’altra tesi. Lo so è un po’ forzato, il ragionamento, però…
    Quando lessi per la prima volta “Il codice dell’anima” rimasi folgorata dal concetto di vocazione e non è la prima volta che ti dico che per me, dopo tanti anni, resta ancora il mio libro della vita perché le ha davvero dato una svolta. Detto ciò, il nostro destino, noi, ce lo scegliamo ogni giorno, con le scelte quotidiane, scegliendoci il posto in cui vivere, chi sposare, che lavoro fare; e scegliamo in base al nostro carattere che è anche il nostro destino, come Eraclito mi ha insegnato al liceo.
    Però diciamocelo, la tentazione del cinismo è sempre dietro l’angolo perché l’idea di essere solo una comparsa in un film in cui ci siamo narcisisticamente convinti di esserne l’attore principale, nonché il regista e lo sceneggiatore, è proprio dura.
    Un progetto che ci precede e ci trascende o un progetto di cui ogni giorno tracciamo un piccolo segmento? La vita potrebbe essere solo una di queste cose o entrambe.. per fortuna, non abbiamo le prove. 😉

    • melogrande ha detto:

      Nica, è il problema per eccellenza della condizione umana.
      AMMESSO di libero di fare ciò che voglio, sono libero di volere quello che voglio ?
      In che misura determino me stesso ed in che misura sono determinato ?
      Non ci sarà mai una risposta, credo, ma questo non è un buon motivo per non porsi la domanda. Anzi, mi verrebbe da dire che le domande senza risposta sono proprio le più interessanti…

  2. ilmiosguardo ha detto:

    “Il codice dell’anima” è lì, sullo scaffale che mi aspetta da un po’ e, dopo quel che hai scritto tu e Pannonica, mi sa che lo dovrò proprio leggere.
    Buona serata,
    un sorriso
    Ondina 🙂

  3. lillopercasol ha detto:

    Che bella storia!
    Mi è passato per la mente, nell’ordine:
    a) Che quando tutti avranno imparato, e sceglieranno una vita liscialiscia, l’Umanità smetterà di progredire; o forse ricomincera?
    b) Che ciò non succederà, perché da una vita vissuta senza forti emozioni nascerà il desiderio, una volta nell’Aldilà, di sceglierne una opposta;
    c) Che l’altalenare della una storia di un singolo corrisponde all’altalenare della Storia.

    E ora che mi hai rivelato che il Topolino dei Destini esiste

    devo mettermi a riflettere sulla mia, di vita!

  4. katherine ha detto:

    Difficile rispondere ai tuoi quesiti. Di un fatto però sono testimone: mi capita spesso di accompagnare i ragazzi in un monastero di clausura, dove una suora ci racconta la sua storia.

    L’ultima ci parla di una ragazza ventenne con una bella casa, un lavoro, un fidanzato, la macchina, tanti amici, che non si sente mai veramente felice. C’è un’insoddisfazione in fondo all’anima, qualcosa che la spinge a cercare la felicità senza mai trovarla. Un giorno un’amica la invita a trascorrere qualche giorno in un monastero. Alla ragazza sembra una pazzia, ma vuole provare. Entra in convento ed ecco che sente una strana emozione pervaderla, un’improvvisa sensazione di serenità e pace. Capisce che è lì che vuole stare. Abbandona la famiglia, il lavoro, il fidanzato e inizia il suo lungo cammino per diventare monaca di clausura. Anni di lavoro e preghiera, isolata dal mondo, senza una moneta in tasca. Potrà uscire dal monastero solo per tre gravi motivi: per essere ricoverata in ospedale, per votare, per partecipare al funerale di un congiunto.

    La suora ci racconta la sua storia col sorriso sulle labbra, facendoci stranamente sentire felici per lei. Sorge una domanda spontanea: ” Come può essere accaduto che solo in quel luogo abbia trovato la felicità? Un luogo privo di tutto, lontano da tutti, chiuso dietro una grata? ”

    Ci viene risposto, candidamente: “Sono stata chiamata e ho risposto:”

    • melogrande ha detto:

      Mi viene in mente Kant, quando dice che la ragione è un’ isola piccola piccola nell’ oceano.

      Siamo come iceberg, la maggior parte di noi è sommersa nell’ inconscio.
      Da lì probabilmente viene anche la vocazione, la sensazione chiara e distinta di essere nati proprio per quella cosa lì e non per altro…

  5. guido mura ha detto:

    Credo poco alla possibilità di scegliere. Se vi fosse un’infinita libertà, tanti sceglierebbero di essere Dio. Invece con ogni probabilità nasciamo e moriamo una sola volta, con numerosi condizionamenti genetici e sociali. Mi piace pensare che un compito in realtà ci sia, anche se è quello molto banale di contribuire al mantenimento della realtà, di cui facciamo parte, facendo in modo che continui a esistere.

    • melogrande ha detto:

      Il che già non sarebbe compito da poco…

      🙂

      • guido mura ha detto:

        Non posso avere certezze su vocazioni e chiamate, né sul ritorno nell’una o nell’altra forma, ma la mia coscienza di esserci e di far parte di un insieme più ampio e strutturato non può essere scalfita da considerazioni e sofismi. Quindi, la nostra funzione non può non essere quella di esistere e di far parte di qualcos’altro, comunque lo si voglia chiamare. Per questo qualcos’altro la nostra esistenza è fondamentale, perché senza di noi quest’universo sarebbe diverso, perché noi contribuiamo alla sua esistenza, uomini e formiche, astri e neutroni. Il nostro pensiero, in quanto capace di modificare la creazione, di generare vita e altro pensiero, di modificare fisicamente o chimicamente la materia, è indubbiamente rilevante nell’economia dell’universo. Poi, che forze esterne e superiori ci chiamino e ci spingano ad essere creatori o distruttori, assassini o vittime, possiamo solo immaginarlo, magari anche crederlo, ma difficilmente ne avremo la certezza, almeno fino a quando la scienza non ci consentirà di ottenere la dimostrazione dell’esistenza di Dio.

  6. melogrande ha detto:

    Per una di quelle fortunate coincidenze o sincronicità che a volte ci arrivano addosso, sono incappato in una lirica di Czesław Miłosz, scritta in tarda età, in viaggio verso Capri.
    Ne trascrivo qualche passo, la si può trovare tutta intera qui.

    Qu’as tu fait, qu’as tu fait de ta vie? – chiamano voci nelle varie lingue collezionate errando per due continenti. Che hai fatto della tua vita, che hai fatto?
    Pian piano, ponderatamente, ora che è compiuto il destino, m’inoltro tra le vedute del tempo andato,
    Del mio secolo nel quale, e in nessun altro, mi fu detto di nascere, lavorare e lasciare un segno.

    (…)

    Riceviamo per tempo la chiamata, ma rimane incompresa, e non subito risulta quanto l’abbiamo seguìta.
    La corrente del fiume scorre come un giorno sotto la chiesa di San Giacomo, e sono lì, con la mia stoltezza, che mi dà vergogna, ma quand’ anche fossi stato più saggio, lo stesso non sarebbe servito.
    Ora lo so che le intenzioni quali che siano hanno bisogno di stoltezza, per compiersi, di traverso e non completamente.

    (…)

    Allora sanno per certo che siamo chiamati tutti, ciascuno e ciascuna medita sull’ eccezionalità del destino individuale.
    Assieme alla mia epoca me ne vado, pronto alla sentenza che mi conteggerà tra i suoi spettri.
    Se io, fanciullo devoto, qualcosa ho fatto, è stato solo inseguendo sotto travestimento la perduta Realtà.
    La vera presenza della Divinità nel nostro corpo e sangue, che sono al tempo stesso il pane e il vino.

    La chiamata del Singolo, che ingigantisce in onta alla legge terrena dell’annullamento della memoria.

  7. stileminimo ha detto:

    La memoria forse serve a ricordare se stessi e se è vera sta storia che si vive più volte e nemmeno ci si ricorda di averlo fatto, allora è ben difficile ricordarsi chi si è, non sapendo chi si è stati. Ma se è vero che ad un certo punto ci scegliamo la nuova vita un punto di congiunzione fra le varie vite, da qualche parte dovrà pur esserci. Il senso logico lo richiederebbe; perchè per sapere dove si sta andando bisognerà pur sapere anche da dove si viene. Lo diceva pure il mio prof. di Letteratura che insegnava pure la Storia. Magari il momento del ricordo ha sede fra una vita e l’altra, sarebbe più logico, perché è lì che avverrebbe un cambiamento… l’unico che ci è permesso di “vedere”, quantomeno. Come se la memoria di noi stessi fosse conservata in un punto della nostra esistenza, ammesso che l’esistenza possa essere un qualche cosa di continuativo, che si rivela solo fra una morte e la nascita successiva. Mi pare anche una roba utile al non ripetere vite già vissute, o simili a vite già vissute, no? Per evitare di annoiarsi troppo ripiegandosi su se stessi, senza crescere mai con un cambiamento buono che ci metta un po’ alla prova ogni volta in base ad esperienze già fatte, intendo. Che è un po’ quello che si cerca di fare vivendo. Se così fosse non si smetterebbe mai! Non so se sarei contenta di sto fatto, ammesso che fosse vero; voglio dire, sarebbe na gran faticaccia senza fine. Non si arriverebbe mai alla vetta. O forse, il fine ultimo c’è e allora alla vetta prima o poi, a forza di vivere ci si arriverebbe… non so… La conoscenza dell’ultima vita appena lasciata mi par poco al fine di una scelta oculata per una vita futura. Bisognerebbe ricordarsi anche di tutte le altre vite già vissute, se è così che funziona. E se ci ricordassimo di tutte le vite precedenti chissà quanto indietro nel tempo potremmo andare con la memoria! Chissà… Se invece finisce tutto dopo la morte e si muore e basta, a me sta bene lo stesso, che come disse qualcuno, se son morta la morte non m’interessa più. Mentre vivo però mi vien da dire che mi interessa la trama che si dispiega nel presente e che questa sia condizionabile o meno dalla mia personale volontà, trovo che il senso stia nel gusto che ci potrei provare nel viverla, ammesso che un po’ di gusto mi sia concesso, o riesca a prendermelo, a seconda se dipende da me o meno. Perché la differenza è molto simile a quando una storia che si legge ci prende e ci assorbe davvero e fino al midollo, fino all’ultima pagina, oppure ci annoia e fa sì che lasciamo il libro alle prime pagine dimenticandoci poi di averlo mai iniziato. Vivendo la trama, che la possa scrivere io o che sia già stata scritta, preferirei farmi assorbire davvero fino al midollo dalla prima all’ultima pagina, potendo.

    • melogrande ha detto:

      Pensa che Nietzsche si era spinto persino oltre.
      Dal momento che il tempo è infinito e gli atomi invece no, è chiaro che la mia vita mi troverò a riviverla, tale e quale, un numero infinito di volte, incluso questo commento in risposta al tuo (che anche a te toccherà riscrivere parola per parola infinite volte….
      All’ apparenza è una prospettiva agghiacciante, ma lui sosteneva che se accetti questo punto di vista, allora ogni scelta che fai, anche la più insignificante, la fai per sempre, e dunque devi esserne assolutamente consapevole.

      ps
      Dopo uscì pazzo.

      • stileminimo ha detto:

        Bene… bene… sì, hmmm, bene. Credo che non sia vero che gli atomi non siano infiniti. Ok, ok, non ho i mezzi per potertelo dimostrare, ma la butto lì così, giusto per confutare la teoria di uno come Nietzsche che, a mio parere, forse, a volte sbagliava, mentre io no, io non sbaglio mai. E se è vero che gli atomi sono infiniti, così com’è infinito il tempo, che anzi non esiste nemmeno, perché qualcuno disse che pure quello è relativo, allora potrebbe darsi che ogni scelta è semplicemente vita e che ogni vita è una roba a sè, con probabilità di ripetersi estremamente minime. Così, giusto per confutare NItetzsche che, in fin dei conti, chi è lui… rispetto a me? Eh? Che cosa ha fatto lui più di me? Pensato, detto, o scritto… eh? Niente, o quasi… o no?

  8. Lillopercaso ha detto:

    Ma perché sempre la stessa vita? Le combinazioni degli atomi sono tante, se non infinite (dato che gli atomi a quanto dici non lo sono), perciò dovrei ripetere all’infinito sia questa vita che le altre (AIUTO, un matematico , sull’infinito.)

    • Lillo, se vuoi essere tranquillizzata dovresti scorrere alcune pagine di un classico dal titolo allettante…..La nuova Alleanza. Prigogine. …. (allettante alleanza quando hanno appena cacciato letta…..)
      Ogni vita è unica ed irripetibile.
      Già in un altro classico, il caso è la necessità di J. Monod si introduceva una perentoria biologica irreversibilita’ della freccia temporale.
      destino predefiniti non ve n’è.

      Per l’infinito mi riservo spazi più ampi….

      troviamo ci al bar Spok su Vulcano.

      Gb

  9. melogrande ha detto:

    L’ infinito è un campo minato irto di paradossi.
    In teoria, dato un numero elevato ma finito di atomi ed un tempo davvero infinito, avrebbe ragione Nietzsche,qualunque combinazione sarebbe destinata a ripetersi non una ma infinite volte.
    Nella realtà il tempo non è affatto infinito, “questo” universo esiste da pochi miliardi di anni e la nostra Terra non sopravviverà ancora per miliardi di anni, e dunque le probabilità che una vita si ripeta esattamente uguale per due volte non sono poi così tante…

    • Lillopercaso ha detto:

      E a proposito di Ramanujan: allora, se anche il tempo fosse infinito, ci starebbe ANCHE la possibilità che una vita NON si ripeta mai.

      Bene, dormirò tranquilla. ( Ma non mi dire che invece il tempo non è infinito, sennò mi sogno quei numeri primi che piangono perché son rimasti fuori e addio tranquillità)

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