Il nomade non è matto

 

“L’ evoluzione ci ha voluto viaggiatori.  Dimorare durevolmente in caverne o castelli è stato tutt’ al più una condizione sporadica nella storia dell’ uomo. L’ insediamento prolungato ha un asse verticale di circa diecimila anni, una goccia nell’ oceano del tempo evolutivo.”

Bruce Chatwin

Adesso è dicembre, il mese più difficile per lupi solitari, orsi ed aquile (dipende dal livello di autostima), per tutte le bestie in genere che non si muovono in branchi e non volano a stormi, il mese degli affetti casalinghi e della socialità, il mese del calore umano e degli ambienti surriscaldati, delle finestre chiuse e della claustrofobia da termosifoni a mille.

In questo mese così particolare mi viene da pensare che il termine “nomade” in inglese può essere letto come “no-mad”, vale a dire “non matto”. Certi cortocircuiti scattano a tradimento.

Certo è che l’ Homo Sapiens non appena ebbe origine, circa 200.000 anni fa, si mise a camminare, e non si fermò prima di avere raggiunto tutti gli angoli della Terra. Come se l’ essenza della sua natura fosse proprio quella. Muoversi, camminare, andare. Imperativo categorico.

Nel catalogo della mostra Homo Sapiens, Luca Cavalli Sforza e Telmo Pievani scrivono:

“I primi Homo sono esseri slanciati e agili, (…) grandi camminatori(…). Si spostano in cerca di cibo, si diffondono, esplorano ambienti inediti, si muovono, incessantemente. C’è qualcosa di loro, in tutti noi, ancora oggi. Nel momento in cui abbiamo cominciato a diventare umani, abbiamo anche iniziato a vagare negli spazi aperti, a solcare le praterie, ad attraversare vallate e istmi, a cercare qualcosa oltre la collina. Perché ?”

Questo abbiamo fatto per centinaia di migliaia di anni. L’ ultima grande interpretazione del nomadismo fu l’ Impero di Gengis Khan, più o meno ai tempi di San Francesco. Poi, ci si rassegnò.

Il modo di vita stanziale, i villaggi e le città, l’ agricoltura e la pastorizia, la civiltà con le sue leggi, la cultura scritta, le istituzioni stabili, lo Stato cioè “ciò che sta” divennero legge universale dell’ umanità.

Ad ogni bivio corrisponde una scelta, ad ogni scelta qualcosa si prende e qualcos’ altro si lascia. Nel vivere stanziale ci sono tanti vantaggi, è difficile negarlo, stabilità, sapienza scritta, educazione strutturata. Istituzioni che danno sicurezza.

I pochi nomadi, ostinatamente fedeli alla linea, destano sospetto, per non dire ostilità. Fannulloni che non lavorano. Ladri e accattoni, gente che vive alle spalle degli altri, senza responsabilità e senza pensieri. O peggio.

È pesante, il carico che ci siamo messi sulle spalle decidendo di vivere stanziali, ed è l’ aver rimosso un carattere fondamentale dell’ essere uomini. Andare. Sarà che “tutta l’infelicità degli uomini proviene da una cosa sola: dal non saper restare tranquilli in una camera” come pensava Pascal. Ma è certo che così l’ uomo è fatto.

Ora, non è certo un mistero che tutto ciò di fondamentale che viene rimosso ritorna come una malattia.

Ed ecco che il viaggio ci perseguita, nei Miti e nelle storie, nelle favole di tutto il mondo. Quanti principi che vogliono vedere il mondo, quanti squattrinati che partono in cerca di fortuna, quanti marinai avventurosi popolano le fiabe e l’ immaginario. Non esiste mito, o quasi, in cui il protagonista non affronti un viaggio, che quasi sempre si rivela per quello che è, un viaggio iniziatico, necessario perché l’ eroe diventi compiutamente se stesso.

Viaggia Ulisse e viaggia Enea, viaggiano Cesare e Alessandro Magno, viaggia Dante, viaggiano i cavalieri della Tavola Rotonda e viaggia don Chisciotte, persino. Viaggiano Sinbad e il barone di Munchausen. Viaggiano gli eroi di ogni tempo e di ogni luogo.

Viaggiano, gli eroi, rappresentando con la propria vicenda quel divenire che è l’ essenza della condizione umana.

E viene il dubbio che al principio di ogni mal di vivere, dell’ angoscia esistenziale, della crisi dell’ uomo contemporaneo altro non ci sia che la mancanza di movimento.

Il nomade non è pazzo, lo dice la parola, e se non lo dice dovrebbe dirlo.

Il nomade non è pazzo, ma chi resta fermo rischia di diventarlo.

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31 commenti su “Il nomade non è matto

  1. guido mura ha detto:

    Siamo diventati troppo stanziali, anche perché viaggiare costa, se non si accetta di viaggiare da miserabili, vivendo di elemosine, come i poeti estemporanei di Canne al vento, che andavano di paese in paese, da una sagra all’altra. I grandi viaggiatori, anche nei secoli passati, erano nobili e ricchi. Io spesso rinuncio a viaggiare perché mi terrorizza il costo sempre più elevato dei mezzi di trasporto. Di conseguenza, ci adattiamo a vivere dentro una, due o tre stanze, perché ormai anche prendere la metro incide sul costo della vita, manca il diritto a vivere le città, a meno che non siano così piccole da poterle percorrere a piedi; e non mi si parli della bici, perché per andare in bici bisogna avere una condizione fisica discreta, niente osteoporosi, sopportare bene il freddo, rischiare l’incidente ogni giorno e avere tanti soldi, perché di bici te ne rubano una al mese, se ti va bene.

    • melogrande ha detto:

      E’ che siamo ormai abituati ad identificare il viaggiatore col turista.
      Turista è un termine recente, dell’ Ottocento al massimo, viene chiaramente da “Tour”, significa fare un giro e tornare indietro.
      Il viaggiatore nomade che ci portiamo dentro da duecentomila anni è diverso. Tornare indietro è l’ ultimo dei suoi pensieri, almeno finché c’ un’ altra collina all’ orizzonte. Ha a che fare col desiderio e la mancanza, questa sindrome, e non è necessariamente una condizione confortevole.

  2. Lillopercaso ha detto:

    NO MADE è l’abbreviazione di ‘No made for standing’ , non lo sapevi?

  3. Egle1967 ha detto:

    Anche quando si rimane fermi, per motivi contingenti di sopravvivenza legata al lavoro, l’uomo non smette mai di muoversi e lo fa usando la mente…ci sono spazi e universi cosi’ a portata di mano , ovunque, da esplorare e vivere…e capita che a volte non bastino neanche quelli , che ci sia bisogno di vivere altri luoghi e allora basta, almeno a me, andare in montagna , camminare in luoghi mai percorsi , per respirare aria leggera nuova , piena di speranze e immaginazione…
    Bel post.!
    Ciao melo!

  4. Lillopercaso ha detto:

    Ho un’improvvisa voglia di farmi un giro a piedi nei paraggi (almeno questo posso farlo). Esco un po’, torno più tardi. (e questa non è una battuta!!!!!)

  5. James Hillman – Puer Aeternum – Il Puer non si muove in orizzontale, nel mondo quotidiano fatto di continui ostacoli….si muove in verticale….il Puer è nato per volare…..

  6. stileminimo ha detto:

    Personalmente fin dove posso, finché posso vado e finchè ci sono montagne e le gambe me lo permettono, posso. E penso sia per i motivi di cui tu parli, Melo: l’esigenza di muoversi, la curiosità di vedere che c’è dopo e poi dopo ancora, di scoprire e nel contempo di mettersi alla prova affrontando il nuovo, per poi riscoprirsi nuovi è qualche cosa di innato, di insito nell’animo umano. Se così è, allora è vero come dici che corriamo tutti e seriamente il rischio di impazzire se relegati alla sedentarietà, perché effettivamente si tratta di una condizione innaturale, che non ci appartiene in quanto specie. E la pazzia può emergere sopratutto se questa sedentarietà non compensa la mancanza di movimento con soddisfazioni altrettanto necessarie… non parliamo poi del fatto che i contesti in cui si viene relegati sono spesso, troppo spesso davvero brutti da guardare, da vivere. Insomma il più delle volte è esattamente questo che accade. Se cammini, prima o poi qualcosa di bello da vedere lo trovi e se non lo trovi puoi camminare per trovarlo. Se stai ferma in un posto brutto è sicuro come la morte che qualcosa di bello non lo vedrai mai! I problemi di cui parla Guido sono reali, concreti e sono la causa del fatto che non rimane che trovare dei compromessi; Guido, se vuoi viaggiare stando in casa, ti consiglio lo sciamanesimo come religione! 🙂 Ci sarà un motivo se va tanto di moda dall’alba dei tempi in tutti gli angoli del mondo! 😛 Scherzi a parte, mi chiedevo: non è che per caso il camminare è la forma più efficace di connessione fra spirito, corpo e mente e una volta tolta la possibilità di farlo, si debba per forza inventarsi qualche cosa che ne sopperisca la mancanza? Tipo, che so, lo yoga, la zumba, la religione con i suoi riti, la palestra, i corsi di decoupage, di teatro, di tango argentino e chi più ne ha e più ne metta? Insomma, se uno potesse alzarsi all’alba e godersi l’alba cammindo in un posto bellissimo e potesse godersi il giorno ed il tramonto camminando, io ci scommetterei che non gli verrebbe voglia di rinchiudersi in una palestra o mettersi a fare l’uncinetto… forse… penso.

    • melogrande ha detto:

      La connessione c’è, è l’ esercizio aerobico che stimola le endorfine, ecc. ecc.
      Insomma, a muoversi tanto ci si sente bene, e questo è un fatto, è per quello che ci riduciamo a correre da fermi su un tapis roulant o su una cyclette, il che a guardare oggettivamente non sembra il massimo dell’ intelligenza…

  7. gelsobianco ha detto:

    Chi resta fermo, in ogni senso, non vive, diviene pazzo sì.
    Che bel post, Melo!
    🙂
    gb

  8. Pannonica ha detto:

    …il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito.
    José Saramago

    i veri viaggiatori sono degli anarchici, almeno nell’anima. tu lo sei, io lo sono, tanti blogger che frequento lo sono altrettanto, altrimenti non ci leggeremmo nemmeno.
    da anarchica frustrata, quale io sono, ti ho riportato l’about del mio blog, perché anche un blog è un viaggio e perché penso che anche tu la pensi così. 🙂

    p.s.: di tutta la fauna solitaria che hai elencato, io mi riconosco più nell’orso solitario, oltre che goloso e ciccione.

    • melogrande ha detto:

      Non ci avevo pensato, ma effettivamente il nomade un po’ anarchico deve esserlo. Lo Stato e’, letteralmente, “cio’ che sta”. Parole come Stato, istituzioni, stabilita’ mal si addicono a chi riconosce la propria essenza nel movimento.

      Ps.
      Io invece al momento potrei situarmi da qualche parte tra Lone Wolf

      e Wylie Coyote…

      pps.
      Il melogrande ha per sottotitolo “inquietudini e viaggi” mica per niente…
      😉

      • Pannonica ha detto:

        Come regola biologica generale, le specie migratorie sono meno “aggressive” di quelle sedentarie. C’è una ragione ovvia perché sia così: la migrazione, come il pellegrinaggio, è di per se stessa il duro cammino: un itinerario “livellatore” in cui i più forti sopravvivono e gli altri cadono lungo la strada. Il viaggio perciò vanifica il bisogno di gerarchia e di sfoggi di potere. Nel regno animale i “dittatori” sono quelli che vivono in un ambiente di abbondanza. I “briganti” sono, come sempre, gli anarchici.

        (B. Chatwin)

        te le avevo regalate tanto tempo fa, queste parole… ma ora mi viene di regalartele di nuovo, che ci posso fare???

        ciao, Lone Wylie!!!

  9. lapoetessarossa ha detto:

    […]
    Il nomade muove sulle solitudini
    e non sconfina dai due poli dell’errare:
    vagare/sbagliare.
    Così siamo noi, pastori erranti, e pascoliamo il nostro gregge di pensieri sugli altopiani dell’anima,
    sottraendoli ai lupi della notte.
    Nomadi erranti
    e più erriamo
    più siamo lontani
    dal vero.

    (Massimo Zamboni)

  10. melogrande ha detto:

    Ma a me viene in mente anche questo:

    per orizzonte stelle basse
    oppure niente

    • lapoetessarossa ha detto:

      Mi viene in mente il Giacomo sul finale del canto del pastore

      Forse s’avess’io l’ale
      Da volar su le nubi,
      E noverar le stelle ad una ad una,
      O come il tuono errar di giogo in giogo,
      Più felice sarei, dolce mia greggia,
      Più felice sarei, candida luna.
      O forse erra dal vero,
      Mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
      Forse in qual forma, in quale
      Stato che sia, dentro covile o cuna,
      E’ funesto a chi nasce il dì natale

      C’è un momento nella vita in cui il profumo del viaggio bussa alla porta. E’ una miscela di libertà e fuga, egoismo e troppo amore. Puoi decidere di seguirlo, per trovarne la sorgente, e se inizi quella ricerca non tornerai mai più. E non avrai bisogno di casa.
      Se non lo segui ti resterà il privilegio (dannato) della nostalgia che annuserai talvolta, di fronte al mare, in un negozio di frutta, in una libreria, mangiando una focaccia, sotto la neve che cade, osservando il volo di un gabbiano, in silenzio guardando l’Acropoli…

  11. egle1967 ha detto:

    Dolly si alzava ad ogni ora della notte; ci portava lo sciroppo per liberarci la gola e ravvivava il fuoco perché stessimo caldi. Contrariamente al solito, Verena non accettò queste attenzioni come se le fossero dovute. «In primavera,» promise a Dolly, «faremo un viaggio assieme. Potremmo andare a trovare Maudie Lara al Gran Canyon. Oppure potremmo andare in Florida: non hai mai visto l’oceano.» Ma Dolly si trovava a meraviglia dove era e non aveva desiderio di viaggiare: «Non mi divertirei vedendo offuscate da panorami più nobili le cose che conosco.»

    Truman Capote – L’arpa d’erba

    il viaggio è nella testa.

  12. melogrande ha detto:

    Nero Wolfe sosteneva che la gente che parte, di solito non è più felice nel posto in cui arriva di quanto fosse nel posto da cui era partita. Lui pertanto viaggiava solo con la mente, facendo ruotare il suo gigantesco mappamondo.

    Sarà, ma il punto non è quello, secondo me…

  13. gialloesse ha detto:

    E che dire di chi è costretto a partire per cercare, fuggire, o cambiare per vivere ? Penso che in questo discorrere, sincero e profondo, ci stia anche la mia opinione, fredda e oggettiva, espressa con un video sul mio blog per chi volesse conoscere un altro viaggiare.

  14. Lillopercaso ha detto:

    Premetto: quel che segue vale per me, che nasco nella fettina di mondo che sta bene.
    La parte del viaggio che di gran lunga preferisco è lo spostamento da un posto all’altro. Non avendo altro da fare viaggerei a piedi, in treno, sull’asino; con qualche volo così tanto per cambiare sala d’aspetto. Mi piace la sensazione del tempo sospeso. Che sia immaturità e desiderio di disimpegno? Sono forse la nonna di PeterPan?
    O magari il motivo è un altro: è la situazione in cui si entra più facilmente in contatto con gli altri. E il viaggio è anche se non soprattutto l’incontro con l’altro(ve). Che ne dici?

    • melogrande ha detto:

      La sospensione del tempo è l’ aspetto del viaggio che anch’ io prediligo, ci ho fatto addirittura uno dei primissimi post.
      Purtroppo la socialità non è proprio il mio forte, ma quanto meno è un occasione per osservare …

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