Biblioterapia – Leggere le avvertenze

Se non stai attento e ti distrai un attimo, le mode ti sfrecciano accanto.

Ho scoperto, per via del fatto che Sellerio pubblica questo libro  in edizione italiana, l’ esistenza del fenomeno della “Book Therapy”, o Biblioterapia. Non che sia sorpreso, ne ho viste di più curiose, e del resto che le storie possano curare lo sosteneva già trent’ anni fa un pensatore ben più strutturato come James Hillman . E da qualche parte ho anche letto che era abitudine di Benedetto Croce quella di “prescrivere” ai suoi interlocutori i testi che riteneva per loro appropriati, segnandoli su fogli di notes a mo’ di ricette volanti. Insomma, l’ idea non è nuova.

Curioso è semmai constatare che adesso esiste addirittura la figura professionale del “biblioterapista”, uno specialista che sta fra il medico, il professore di letteratura e lo psicanalista, uno che, avendo ascoltato con attenzione tutti i sintomi del paziente, prescrive (su ricettario del S.S.N. ?) i testi da assumere secondo dosi precise fino a remissione dei sintomi. Ma badate bene che quando si parla di terapia, qui non si intende il famoso “mal di vivere”, l’ alienazione dell’ uomo contemporaneo, la perdita di senso della postmodernità e via filosofeggiando. No. Qui si parla di malanni ben più terra-terra come il mal di denti (consigliata Anna Karenina per via del Conte Vronski che ne soffriva), mal di testa (Hemingway, non so perché), obesità (Sostiene Pereira di Tabucchi), ferite e dolori fisici e morali di ogni specie.

Insomma, non tanto psicoterapia alternativa, quanto medicina vera e propria sino quasi al limite del pronto soccorso… Va bene, ogni moda ha i suoi eccessi, si sa, e qualche medicamento lascia un po’ perplessi, come il fatto che uno tormentato da un feroce mal di testa possa convincersi a prendere in mano un libro. Però, in assoluto, l’ idea che del libro-farmaco non mi è del tutto estranea, per quanto non mi abbia mai sfiorato l’ idea di ricorrere ad un vero e  proprio prontuario terapeutico, ecco.

Ho sempre praticato l’ automedicazione, semmai, come penso abbiano fatto molti dei viandanti, scegliendo libri di volta in volta in consonanza con l’ umore e lo stato d’ animo prevalente del periodo, e senza troppo badare ai sintomi fisici. Il punto non è questo.

Il punto è – semmai – che nel considerare il libro come un farmaco (e per conto mio, ripeto, ci può stare) occorre ricordarsi della valenza ambigua e vagamente infida del termine. Farmaco, da “farmakon”, è tanto un medicamento quanto un veleno, non solo perché, com’ è noto, molti farmaci sono effettivamente ricavati da erbe velenose o sostanze tossiche, questione di dosaggio, ma anche perché non c’è farmaco senza effetti collaterali. E siccome viviamo in una società iperprotettiva e più che garantista, nonché agguerrita sul piano legale, i foglietti illustrativi si fanno sempre più lunghi e circostanziati. Come a dire, vi avevamo avvertito…

Ora, se il libro viene davvero equiparato ad un farmaco (sono loro che lo dicono, non io) occorrerebbe porsi quanto meno il problema se sia il caso di allegarci un appropriato foglietto illustrativo (“Leggere attentamente le avvertenze. Può avere effetti collaterali“).

Io, fin dalla tenera età, mi sono auto-prescritto nonché autosomministrato dosi massicce di libri senza mai dico mai badare al foglietto illustrativo. E le conseguenze si vedono.

Forti dosi di Pirandello in età adolescenziale hanno annidato nel mio organismo un pessimismo cosmico circa la natura umana, ed uno scetticismo profondo sulla possibilità di trarre un qualche senso dall’ esistenza.

Sono poi entrato, ancora minorenne, nel tunnel della letteratura americana, complice qualche prof-pusher. Roba forte, da Steinbeck ad Hemingway (altro che mal di testa…) a Kerouac, ricavandone i sintomi di una permanente irrequietezza, uno stato di agitazione costante, una pulsione al movimento le cui conseguenze porto ancora adesso. Nemmeno l’ assunzione dell’ opera omnia di Nero Wolfe è mai riuscita a depurarmi l’ organismo, niente da fare. Perennemente “altrove” ed eternamente inquieto, migrante interiore prima ancora che nella realtà, semplicemente incapace di allineamento e riposo. Intossicato a vita.

E fortuna che ho incontrato Nietzsche grande abbastanza da leggerci dentro la disperazione dell’ impotenza dietro l’ arroganza della forza, e non parliamo poi di Céline e dei poeti maledetti. I tormenti di Dostoevski, l’ ansia di non riuscire a piegare se stessi ad una fede, la rivelazione impudica della natura umana così com’è, senza filtri nei miti greci, sono tutti farmaci potenti, da assumere sotto stretto controllo del terapeuta. Per non citare poi libri ancora più pericolosi…

Quando ho cominciato io stesso a scribacchiare, la faccenda mi è parsa ancora più chiara. “Tutta l’infelicità degli uomini ” dice Pascal “proviene da una cosa sola: dal non saper restare tranquilli in una stanza”. Eppure, per qualche motivo, quella stanza è proprio l’ unico posto in cui ho sempre fatto fatica a scrivere. In aereo, in treno, nella macchina parcheggiata, in hotel o al ristorante, nelle sale d’ attesa di mezzo mondo, ma a casa no.

Intossicazione da Chatwin, Hemingway, Pessoa, Dostoevski, quel che volete, inquietudine, irrequietezza, sintomi cronicizzatisi negli anni, avvelenamento farmaco-letterario irreversibile, ecco cosa mi ha colto. State attenti, dunque, prima di prendere in mano un libro, leggete attentamente il foglietto illustrativo e preoccupatevi degli effetti collaterali.

Io sono contento di non averlo mai fatto.

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24 commenti su “Biblioterapia – Leggere le avvertenze

  1. lapoetessarossa ha detto:

    Siamo quello che leggiamo.
    A volte voraci e insaziabili.
    Quando ci innamoriamo di un autore?
    Leggiamo tutto!
    e quando abbiamo letto tutto?
    Disperazione!
    E adesso come faccio, ho bisogno di lui.
    Allora rileggiamo e, cavolo funziona!
    Tipo che quando sono malata di una certa malattia, una mia malatti a che conosco bene, leggo L’insostenibile leggerezza dell’essere. E funziona.
    Alla fine non so perchè sto meglio.
    Me lo sono già somministrato almeno tre volte, che io ricordi.
    Ma son soggetta a ricadute e so che lui è lì, nella libreria. E’ quasi un libro salvavita.
    Pessoa ce l’ho sempre sul comodino e lo apro caso. Va bene un po’ per tutto. Quasi come il paracetamolo.
    Poi c’è la Wislawa, la prendo come un integratore vitaminico, di quelli che se anche ne abusi non ti succede niente, anzi.

    2007
    http://www.lapoetessarossa.it/?p=149

    ero malatissima! 😉

  2. stileminimo ha detto:

    In fatto di farmaci li rifuggo il più possibile e a parte un’aspirina ogni tanto, non ne faccio uso, perchè “mi sentirei malata”: 😛
    Può sembrare una cavolata, ma fino ad oggi ha funzionato!
    Sarà che ho conosciuto gente che si presenta come “medico” e in realtà è solo uno “spacciatore di pillole al soldo delle case farmaceutiche”; spesso rimedi inutili, il più delle volte dannose che creano assuefazione e portano al consumo di altre pillole per mitigare effetti collaterali.
    Detto questo: non mi sognerei mai di leggere le controidiicazioni di un libro, a meno che non implichino la lettura di altri libri, perché se nel tempo in una cosa ho trovato gran gusto, questa è proprio l’imprevedibilità degli effetti reali e concreti, più o meno potenti che dalle letture poteva scaturire. Ed è interessante rendersi conto che tutto quel che si legge sedimenta in noi più o meno consapevolmente per poi riaffiorare dopo qualche tempo, o anche immediatamente dopo aver letto una frase, una concetto, come se si fosse vittime di folgorazioni improvvise, o di una malattia che latente si manifesta solo in determinate circostanze, spesso incurabile se non con altre letture, o con altre esperienze. Perché la lettura chiama la vita e viceversa. E’ una dipendenza senza vie d’uscita; una volta che si comincia è bene sapere che non si smetterà più. Il mago di Oz sottratto di nascosto alla biblioteca della scuola mi fece conoscere l’evasione più totale durante le interminabili giornate estive nei boschi; scatenò la fantasia più assurda e straniante, tanto che chiamò altre letture come il Grande Gigante Gentile e una miriade di racconti dalle fiabe più classiche dei Fratelli Grimm ai libri di Rodari. Tutti mi convinsero da bambina che avevo poteri sovrannaturali, che potevo vivere in mondi paralleli, non meno facili, non meno faticosi viste le interminabili prove da sostenere che immedesimandomi dovevo sostenenre ad ogni lettura, ma sicuramente più avvincenti del lavoro quotidiano. Ero considerata una bambina pigra, perchè “non rendevo abbastanza” nel lavoro. Leggere per i “gfrandi” del mio contesto equivaleva a perdere tempo. E quelle sensazioni di essere “diversa” e “colpevole” non mi lasciarono più; sono tutt’ora sotto stretta osservazione di me stessa per quest’increscioso susseguirsi di condizionamenti. Tolstoy con l’A. Karenina a dodic’anni credo mi abbia deviato definitivamente. Seguirono gli altri: Dostoievskij, Puskin, Gogol e mi commuovo se penso a quanto mi abbiano legata alle mie montagne quelle letture, a quanto ogni passo dei libri si faccia collegare automaticamente ai luoghi in cui li ho letti, che ho amato e che ancora amo, alle atmosfere di allora e che in quei testi ritrovo. Per un po’ pensavo di essere la reincarnazione di una contadina delle steppe russe; poi mi passò. Schopenauer mi sconvolse l’adolescenza con il suo pessimismo senza repliche che cozzava tremendamente con la mia educazione cattolica; avevo quattordic’ anni e fu crisi profonda dalla quale non mi ripresi più! Fu Schopenauer che mi introdusse più tardi a Nietsche, poi intervenne Hesse e mitigò un po’ gli effetti e mi votai alla lettura dei saggi sulle storie delle religioni e alla poesia. Neanche a dirlo il preferito fu Boudelaire, poi scoprii gli altri, piano piano. Mi vendettero Hemingway in uno spaccio da superstore e mi prese una malsana e insanabile voglia di scrivere davvero. Poi Yeates e Bukowsky e poi… e poi credo che finirò qui, perchè mi rendo conto che sto commento si sta allargando troppo e diciamocelo, Melo, non sta bene. Mi scuso.

    • melogrande ha detto:

      Vedi ?
      Dovrebbero scriverci anche “Può produrre dipendenza” 🙂

      Perché la lettura chiama la vita e viceversa. E non solo.

      “(…) saper leggere allunga la vita. Chi non legge ha solo la sua vita, che, vi assicuro, è pochissimo. Invece noi quando moriremo ci ricorderemo di aver attraversato il Rubicone con Cesare, di aver combattuto a Waterloo con Napoleone, di aver viaggiato con Gulliver e incontrato nani e giganti. Un piccolo compenso per la mancanza di immortalità.
      (U. Eco)

  3. rossana ha detto:

    Sì, la book therapy ci può anche stare, concordo.
    Poi però rimane da definire se il prontuario terapeutico si avvale di rimedi “eroici”, cioè di dosaggi e molecole allopatiche, o si rifà alle teorie omeopatiche di Hannemann…
    Per essere più chiari, che qui si sta parlando di salute e bisogna andar cauti con quella altrui: per un’emicrania cronica, quale sarà il rimedio principe? Invito a una decapitazione di Nabokov (rimedio decisamente eroico, quindi allopatico:via la testa, via il dolore), oppure À la recherche du temps perdu di M. Proust (solo piccole dosi protratte nel tempo, quindi trattamento di fondo secondo la scuola hannemaniana)?
    E ancora: se si opta per una book therapy hannemaniana (cncedendo tuttavia rimedi d’urgenza, quale ad esempio le veloci 101 pagine de Il fucile da caccia di Inoue Yasushi), si andrà a prescrivere un drenaggio preliminare degli emuntori a base di Cime Tempestose (che funziona in una direzione o nell’altra, a seconda del soggetto che legge), o basterà una settimanella di Tre uomini in barca (per non dir del cane) di Jerome K. Jerome?
    Ed esistono rimedi da automedicazione?
    Son domande che urge porsi, a mio avviso…

    • melogrande ha detto:

      Hahahahah !
      Il discorso si complica assai !
      E chissà poi se invece di Proust posso prendere il generico ?

      • rossana ha detto:

        Appunto: nulla è più complicato del tentare una qualche linea guida di facile consultazione per il book-therapyst in erba.
        Il generico, chi lo produce? E’ azienda certificata Iso 9mila qualcosa?
        Il generico poi, equivale la molecola del brevetto originale o il suo costo ridotto implica una riduzione di pagine e quindi di componenti attivi?
        Oppure: metti che tu viva in un paese dove Proust è vietato (che già vietare Proust è sintomo di patologia da curare a suon di Proust e madeleines, nonché lunghe passeggiate fra campi primaverili in fiore), vorrai ben avere una equivalente alternativa, no?
        Un Don Chisciotte? Il Milione? Ci vuole qualcosa di lungo, complicato e non facilmente metabolizzabile, per via del tempo di reazione biologica al farmaco omeopatico che agisce in profondità, cambiando lo stato del “terreno” da curare…
        So’ pensieri, oltre che domande…

    • Lillopercaso ha detto:

      Già, già. Anziché la Quarta di copertina ci sarà la Quarta di bugiardina.

  4. tramedipensieri ha detto:

    Mah….quindi presumo che il medico, se di medico si tratta…dovrebbe aver letto una montagna di libri!
    …essere aggiornatissimo, conoscere non solo la malattia ma anche il carattere, predisposizione, il livello di tristezza etc…del paziente.

    Una cosa è certa: leggere male non fa. Però insomma da qui a prescrivere una lettura come (aiuto) soluzione ad una “patologia” ce ne passa…. eh…

    Sono scettica, al momento..

    Grazie per questo interessante post
    buona giornata
    .marta

    • melogrande ha detto:

      Beh, neppure dal medico “vero” pretendiamo che provi di persona tutti i farmaci che prescrive…
      Però sì, credo che andrò avanti con l’ autoprescrizione…
      Buona giornata a te.

  5. Lillopercaso ha detto:

    Fantastico! Mi son messa a leggere un po’in Inglese, che dicono allontani la scemenza danile (opps.. la demenza senile); così ho la scusa per leggere roba leggera leggera.
    Vorrei anche provare a rileggere Chatwin in lingua, ma il bugiardino, tra gli effetti letali, riporta:
    STATE MOOOOOOLTO ATTENTI AL JET LAG.

  6. swann matassa ha detto:

    ma le controidicazioni dei libri sono per lo più sempre le stesse: “attenzione: può indurre a pensare”! attento anche tu, melo, potresti farti dei nemici: il pensiero libero è una patologia sociale che sono riusciti quasi ad eradicare del tutto come il vaiolo, e tu adesso vorresti rinfocolarlo?

  7. guido mura ha detto:

    Tanti si preoccupavano perché da ragazzino leggevo libri da adulto. Ma in fondo tanto male non mi hanno fatto, a parte Voltaire. Pare che Candide, Zadig, Micromegas e compagni, assunti a forti dosi, abbiano come effetto collaterale l’impermeabilizzazione di fronte ad ogni alluvione spiritualista. Per disintossicarmi, in età ormai avanzata, ho cercato di farmi contagiare da autori alieni da qualunque forma di materialismo, ma la lettura di Stirner mi ha fatto ripiombare nell’incredulità. Per riprendermi, ho bisogno ogni tanto di un po’ di cerchi nel grano e di qualche storia di possessione demoniaca. Insomma, il bene e il male ci assillano, anche in forma di libro. Che abbiano funzioni curative è discutibile. Però, ora che ci penso, aver letto Proust durante la mia prima terribile e lunga asiatica, forse mi ha salvato la vita… Forse. Oppure è l’asiatica che mi ha salvato dalla mancata conoscenza di Proust?

    • melogrande ha detto:

      Hai detto niente ! Voltaire !
      Eppure c’e’ scritto chiaramente “Non somministrare sotto i diciotto anni di eta’”.
      E Stirner, poi, che andrebbe limitato ai centri specialistici…
      Sei fortunato a essertela cavata.

      Per conto mio non so se sia stata la filosofia ad allontanarmi dal catechismo come pensavano i miei. Sono convinto che la frequenza del catechismo mi abbia spinto verso altri lidi…

      Proust e’ prescritto come cura omeopatica per la gelosia, ma penso abbia effetti benefici sull’ apparato respiratorio. La lettura di una frase intera e’ un esercizio tonificante per il fiato.

  8. Pannonica ha detto:

    Chatwin, Hemingway, Pessoa, Dostoevski… ti sei fatto di tutto nella vita, sei proprio un tossico!!! 😀 ;D
    Io sono combinata molto male perché non solo ho fatto abuso della parola scritta ma ho mischiato farmaco con farmaco, libri con musica, un cocktail mortale!! me ne sono resa conto quando ho cominciato a seguire il seminario di musicoterapia ma era ormai troppo tardi…

  9. Lillopercaso ha detto:

    Mi sono sopravvalutata, Chatwin in lingua è complicato.
    Ho ripiegato su questo bel thriller

  10. melogrande ha detto:

    😀
    Tu vie di mezzo mai, eh ?

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