La Grazia e la Rete

A volte mi sembra che ci sia stata una specie di corrispondenza diretta – per opposizione – tra quanto avveniva nella società e quanto avveniva  nella Rete. Proprio mentre nel mondo trionfava il liberismo, il dio mercato, al punto da fare assurgere l’ economia allo status di “sommo bene”, divinità suprema alla quale sacrificare vite umane, contemporaneamente nella Rete si svolgeva un processo direttamente opposto.

Non è necessario scomodare qualche sociologo di grido per constatare che gli ultimi decenni, diciamo dagli anni Ottanta in avanti, hanno segnato una rivincita del capitale sul lavoro. Le conquiste sociali ed economiche degli anni ’60 e ’70 sono state gradualmente erose, l’ opinione pubblica è stata gradualmente indotta a capovolgere la sua visione delle cose. Dalla consapevolezza diffusa che il “welfare” fosse l’ apice della civiltà, la conquista da estendere a tutti coloro che ancora ne erano esclusi, l’ ideale a cui tendere da parte di tutti i Paesi che riuscivano ad affrancarsi dal sottosviluppo, anzi, il metro stesso su cui misurare i progressi, siamo passati alla visione diametralmente opposta: altroché estenderlo, il welfare va smantellato. È una zavorra che non possiamo più permetterci.

Chiave di volta della rivoluzione copernicana, boa attorno alla quale si è effettuata la virata, è il tema della globalizzazione. Ne abbiamo parlato qui, tempo fa, non è necessario ripetere. E dunque, tutto gira attorno a questo principio ?

No, non tutto.

A partire dagli anni 90 si andava affermando, per poi consolidarsi e radicarsi nella Rete una cultura esattamente opposta, la cultura della gratuità, della libera condivisione, del freeware, del copyleft.

Oggi siamo così abituati  a cercare – e trovare – nella Rete qualunque informazione, nozione, dato di cui possiamo avere bisogno, dalla data di nascita di Napoleone alla ricetta delle melanzane alla parmigiana, da non renderci neanche più conto di che genere di miracolo sia in realtà avvenuto. Tutto ciò che si trova in Rete è lì perché qualcuno ce l’ ha messo, e siccome quasi tutto ciò che troviamo lo troviamo gratis,  non dobbiamo pagare per averlo, al massimo registrarci, questo semplicemente significa che chi ce l’ ha messo ha lavorato gratis.

Non sempre uno si ferma a riflettere sul significato di un’ impresa come  Wikipedia, per citare la più visibile ed eclatante. Buona parte del sapere umano in Rete e condiviso liberamente grazie al lavoro anonimo, gratuito e spontaneo di, immagino, centinaia di migliaia di persone (nessuno sa esattamente quanti siano, ma si sa che su Wikipedia sono presenti 30 milioni di voci e ne compaiono complessivamente oltre mille nuove ogni giorno). Ci sono lingue in cui, prima di Wikipedia, non era mai stata pubblicata un’ enciclopedia.

E non esiste solo Wikipedia, naturalmente.

Non mi sembra inferiore il miracolo del software “open source”, a partire da linux, per finire con gli infiniti programmi ed utilità disponibili da scaricare gratuitamente. Tanta gente che lavora gratis , e lavora sodo, e per lo più anonimamente, su progetti collettivi.

Tanto è il sapere disponibile gratuitamente online che l’ accesso ad internet comincia ad essere visto sotto il profilo di un “diritto”, naturale estensione del diritto di ogni uomo all’ istruzione e all’ informazione. Internet  come le biblioteche comunali.

Oggi la Rete è una specie di oracolo sempre sotto mano, dove controllare, integrare, confrontare, esaudire semplici curiosità o innescarne di nuove.  C’è un sacco di gente disposta a mettere in Rete e condividere il proprio lavoro, non esclusi, nel nostro piccolo, noi bloggers. Molti post sono originati da informazioni trovate in gran parte online, rielaborate e rimesse online.

Non sono mancati naturalmente i tentativi di recintare la Rete così come furono recintati i commons nell’ Inghilterra del ‘600, ed usando più o meno le stesse giustificazioni: ci sono i vandali, i ladri, gli untori, quelli che devastano. E’ pericoloso. Meglio chiudere, recintare, limitare gli accessi, far pagare l’ ingresso. Ma finora tutti i tentativi hanno trovato la ferma opposizione di un popolo del web che difende coi denti il principio fondamentale della gratuità. Creative Commons, questo siamo.

Non è tutto oro quel che riluce, naturalmente, qualche aspetto da Far West esiste davvero nella Rete, girano hackers, pirati e pescatori di frodo, si scaricano gratuitamente, se non si sta attenti, anche virus e malware vario. Ma soprattutto, secondo me, le informazioni che vi si trovano hanno il grande problema della validazione. Non sempre possono essere prese per buone. C’è chi mette in Rete informazioni sbagliate in buona fede e chi ce le mette in malafede. E tuttavia, per tentativi successivi ed in mezzo a mille errori si impara a nuotare anche in acque torbide, alcuni punti di riferimento piano piano emergono, anche nel caotico mondo virtuale, ognuno trova i suoi, impara a riconoscere i siti di cui ci si può (sempre fino ad un certo punto) a cominciare appunto da Wikipedia.

Finché sarà così, mi sembra nonostante tutto, un buon motivo per sperare nel futuro.

Un altro, me l’ ha dato recentemente Stefano Bartezzaghi, che sull’ Espresso ha fatto notare (io non ci avevo mai fatto caso) che la parola “blogosfera” contiene dentro di sé il termine “logos”, addirittura…

ModestaMente.

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10 commenti su “La Grazia e la Rete

  1. guido mura ha detto:

    E se l’esempio della rete si diffondesse a tutte le attività umane? Se il lavoro non dovesse più avere un corrispettivo in denaro, eliminando le differenze tra chi è pagato pochi dollari o euro e chi ne guadagna milioni? Nessuno guadagnerebbe più, il denaro non sarebbe più il metro per valutare il successo individuale, si distruggerebbero i principi stessi dell’economia. Resta da capire come fare per consentire a persone che non dispongono di denaro l’accesso al cibo, ai prodotti utili per vivere, ai servizi, all’energia, alla stessa rete. Sarà una nuova società a garantire il diritto alla sopravvivenza come diritto fondamentale dell’uomo, una società senza denaro?

    • lillopercaso ha detto:

      Tipo banche del tempo?

      • guido mura ha detto:

        Sì, si potrebbe giungere a generalizzare sistemi di scambio non monetario, per porre fine all’attuale sistema basato su monete di fatto non più garantite da nulla e su ricchezze fantasma e capitali virtuali, già svalutati nella realtà. Per ora il potere della finanza è ancora dominante, ma sappiamo anche che le sue basi sono molto fragili e non sarebbe male predisporre strumenti alternativi.

  2. tramedipensieri ha detto:

    …di questo passo saremo proiettati in un futuro dove i famosi “marziani” saremo noi! 😉

    In retec’è tutto…tutto quel che ci serve, se è vero come prospetta fantasticamente Guido Mura….un futuro senza moneta…nessuno sarà più povero…tutto quel che si serve in fondo è avere un collegamento.

    Con il tempo il nostro corpo si modificherà, non avremo più bisogno di assumere cibo in quantità nè di avere abiti o casa….

    Pensa nemmeno l’auto!
    Attraverso i forum si potrà costruire ed inventare di tutto….

    …già me lo immagino…

  3. melogrande ha detto:

    C’ è dell’ utopia in questi discorsi, ma è anche vero che solo nell’ Ottocento l’ economia si avvia a diventare l’ elemento centrale della società, tanto da far dire a Hillman che “Oggi la nostra teologia è l’Economia.” e “Siamo avviliti perché abbiamo solo un dio, e questo è l’economia..”

    La via d’ uscita anche per lui non poteva che passare attraverso «l’idea di economia che recupera le modalità del baratto e punta sul dono, e soprattutto la cosiddetta economia sostenibile, quella teorizzata da studiosi come Vandana Shiva, che vuole coniugare il profitto con la cura del pianeta, la giustizia e il limite»

    Non è certo facile, lo so.

  4. gelsobianco ha detto:

    Perchè aggiungere qualcosa a questo tuo post perfetto, F?
    Oltretutto, nella replica ad un commento, hai anche parlato di Vandana Shiva con “la cosiddetta economia sostenibile”.
    Nel tuo blog respiro una Mente non Modesta per nulla.
    Grazie!
    🙂
    gb

  5. Otello Piccoli ha detto:

    Nuclei sociali ridotti in grado di produrre servizi, prodotti e saperi a costo basso e col minore impatto ambientale possibile, federati per garantire un minimo di coordinamento e collaborazione. Questo può essere un futuro salvifico.

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