L’ autunno arabo

Finirà come in Algeria, temo. Forse qualcuno si ricorda.

Era il 1991, alle elezioni avevano vinto gli integralisti islamici ed i militari decisero di prendere il potere con un colpo di stato prima di ritrovarsi in una repubblica islamica. Seguirono dieci anni di guerra civile, terrorismo, attentati. Adesso la storia pare ripetersi in Egitto.

La cosa poteva non piacere, c’ erano ottime ragioni perché non piacesse, ma in Egitto i Fratelli Musulmani (o più precisamente quelli del partito “Libertà e Giustizia”) avevano vinto le elezioni, e Morsi era diventato presidente per via democratica, il che in Egitto non era mai accaduto prima. Né il risultato era particolarmente sorprendente, per chi avesse un po’ di pratica di Medio Oriente. Per cinquant’ anni in Egitto la Fratellanza si era, come si usa dire, radicata nel territorio, costruendo un’ organizzazione capillare nonché una rete di solidarietà negli anni bui dei regimi autoritari, un’ organizzazione con la quale i volenterosi giovani di Piazza Tahir non potevano sperare di competere.

Molti (me compreso) avevano persino immaginato che i Fratelli Musulmani fossero il minore dei mali, potessero agire come punto di tenuta del sistema, forza “moderata” in grado di arginare gli estremisti islamici evitando così di dare pretesti ai militari per intervenire. In fondo, anche nei periodi più difficili, avevano sempre rifiutato ogni forma di lotta armata ed il ricorso al terrorismo.

Purtroppo, Morsi si è rivelato subito inadeguato al ruolo delicatissimo a cui era chiamato, si è comportato in modo prepotente, arrogante persino, e con poco senso di responsabilità e senza alcuna visione strategica. Ignorando il semplice fatto che l’ economia egiziana vive dei sussidi americani e non solo, ha tirato la corda su molti fronti fino ad osare l’ inosabile: prospettare un possibile avvicinamento all’ Iran.

Qui bisogna ricordare che in Medio Oriente l’ Egitto non è un Paese come gli altri, è grande e popoloso, è quello con le istituzioni più consolidate e stabili, senza contare che è la chiave di volta dell’ equilibrio con Israele. È del tutto ovvio che un asse Teheran-Cairo, passando magari per la disastrata Siria, rappresenti l’ incubo delle grandi e ricche nazioni arabe sunnite, in particolare dell’ Arabia Saudita, oltre a rappresentare una minaccia mortale per Israele ed un notevole grattacapo per gli Stati Uniti che di Israele sono lo sponsor principale.

Il rischio di una reazione era grande, insomma, e facilmente prevedibile, moniti, avvertimenti e velate minacce non erano mancate, ma Morsi non se ne era dato per inteso, arrivando ad auto-attribuirsi per decreto poteri inappellabili.

Detto questo, rimane il fatto che Morsi aveva vinto legittimamente le elezioni.

E l’ Occidente si trova una volta di più nell’ imbarazzo di aver salutato festosamente la nascita di una democrazia per scoprire subito dopo che la democrazia è fragile e vulnerabile, sempre esposta al rischio di consegnare il potere a chi democratico non è. Non che sia una gran scoperta, lo diceva già Platone.

Antidemocratico nei suoi atti ma eletto democraticamente, Morsi è stato deposto con un vero e proprio colpo di Stato militare (pateticamente definito da qualcuno “golpe democratico”, che è un interessante esempio di ossimoro conciliante, secondo la definizione di Umberto Eco). Un tale intervento, benché ufficialmente sconfessato, non penso possa essere stato condotto senza quanto meno il tacito assenso dell’ America, se non altro per assicurarsi il mantenimento del già citato supporto finanziario.

Gli eventi di questi giorni dimostrano che, nonostante la gestione del potere da parte dei Fratelli abbia scontentato gran parte degli egiziani, il consenso popolare non era veramente scomparso, e la sanguinaria reazione dei militari non potrà che accrescerlo. Persino la clandestinità non potrà che accrescere la simpatia per il movimento, che del resto in clandestinità ha trascorso gran parte della sua storia.

In tutto questo, ciò che appare davvero dissolto nel nulla è il movimento di Piazza Tahir, quei giovani e meno giovani libertari, laici, democratici che hanno dato origine alle tante “primavere” e che in tutti i Paesi “liberati” dalla tirannide sono stati incapaci di organizzarsi in partiti, aggregando laici e moderati, che in tutto il mondo arabo certo non mancano.

E, del resto,  bisogna constatare che anche nei paesi occidentali i vari movimenti popolari di protesta, indignados, girotondini, occupatori di Wall Street e simili, non sono stati in grado di traghettare se stessi dalla protesta di piazza (reale o virtuale che sia) all’ azione politica vera e propria. Il motivo ha probabilmente a che fare con il sottofondo individualistico e tendenzialmente anarchico su cui questi movimenti sono nati, una moltitudine che non riesce a farsi massa e dunque “pesare”.

La Rete è preziosa per organizzare la protesta, ma funziona assai meno sul piano della politica attiva, le difficoltà dal movimento di Grillo ne sono una convincente dimostrazione, anche in casa nostra.

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13 commenti su “L’ autunno arabo

  1. stileminimo ha detto:

    Organizzarsi alla protesta non basta, dunque. E’ necessario avere le idee chiare sul da farsi in seguito e visto che il seguito non è mai così facilmente prevedibile, specie se non si tiene conto della complessità delle interazioni in campo perché non si è saputo leggere quali sono le dinamiche più o meno fragili che legano le componenti coinvolte, la preparazione al dopo non è mai sufficientemente studiata. Tu hai dato un quadro sintetico e chiaro che sa colmare lacune che personalmente ho e forse non so bene come colmare. E’ tutto sempre molto più complesso di come appare. Però ho una sconfortante certezza: la sensazione che dopo l’entusiasmo nato a suo tempo, quando un movimento democratico sembrava aver ottenuto la meglio, è davvero triste e assistere agli eventi di questi giorni. E come spesso accade si ha la sensazione che non se ne uscirà mai, perché davvero sembrano non esserci i presupposti perché questo possa accadere e nel contempo ci si rende però anche conto di quanto la democrazia alla quale siamo abituati noi sia cosa fragile ed estremamente preziosa, da preservare con attenzione e partecipazione. E l’importanza di ciò vale ancora di più se si pensa che comunque stiano andando le cose in Egitto e in altri paesi, difendere la democrazia ed i sistemi democratici nei nostri paesi ha una valenza ancora maggiore se si pensa che può essere l’esempio da seguire, seppure di certo non perfetto (tutt’altro), proprio da parte di chi vive in paesi non democratici. Anche la partecipazione a ciò che sta accadendo, attiva o meno, che si può mettere in atto in Rete in tutto il mondo è un segno di democrazia. Ed i segnali di questo tipo non bastano mai.

    • melogrande ha detto:

      Sin dal ’68 era apparso chiaro che un conto è contestare il potere, la società, il “sistema”, tutto insomma (contestazione globale, si definiva), un altro conto è sapere cosa mettere al posto di ciò che si contesta.
      Il 68 ha cambiato, e molto, i costumi ed i comportamenti, ma la politica, quella è rimasta uguale.

      E l’ unico rimedio alla deriva, alla demagogia, alla corruzione della democrazia è esserci, partecipare, informarsi, criticare, non lasciarsi incantare. Pensare, insomma. Tanto più quanto più si prende atto della fragilità di questa strana cosa che si chiama democrazia. Un’ “evidente assurdità” la definì Alcibiade quando tradì Atene per mettersi con gli Spartani:

      “Per quello che riguarda la democrazia, gli uomini di buon senso fra di noi sapevano che cos’ era, ed io forse meglio di tutti, dato che ho maggior motivo di lamentarmene; ma non c’è nulla di nuovo da dire su un’evidente assurdità – d’altra parte noi non pensavamo che non fosse prudente cambiarla sotto la pressione delle vostre armi.”

      • Pannonica ha detto:

        inserisco qui il mio commento perché mi hai presentato un tipo, Alcibiade, con il quale ho scoperto di avere un’intesa perfetta.. la democrazia, intesa come il potere del popolo, potrà concretizzarsi solo quando il sovrano (il popolo) avrà le competenze, la consapevolezza e la maturità per amministrare con responsabilità il potere.
        i popoli arabi, a mio avviso, non sono storicamente preparati a portare lo scettro perché la “cultura” della democrazia è ancora un embrione che ha davanti a sé la lunga gestazione di una gravidanza a rischio, e molto anche.
        penso, ovviamente, la stessa cosa del popolo italiano. la democrazia è ancora un’evidente assurdità anche per noi. ci vuole tempo, qualche generazione di proteste e di sviluppo del senso critico, nonché del senso pratico per organizzarsi in partito (stavo per scrivere” democratico” ma poi mi è venuto in mente il pd che non c’entra niente).
        spno d’accordo con te sull’origine anarchica e individualista dei movimenti di protesta. è proprio questa origine che impedisce a un movimento di trasformarsi in organizzazione. L’organizzazione, affinché funzioni, prevede infatti una struttura rigida con regole precise e, soprattutto, una gerarchia. ce lo vedi un anarchico in un’organizzazione gerarchica?
        grazie per avermi presentato Alci!! 🙂

        • melogrande ha detto:

          Alcibiade è la prova in sé di questa teoria.
          Lo incontriamo nel Simposio, giovane rampante della Atene “radical-chic”, ricco, brillante, seducente nei modi e affascinato da Socrate, lo ritroviamo in Tucidide protagonista della guerra del Peloponneso.
          A farla breve, Alcibiade si affermò come esponente democratico, per poi passare ai conservatori, sponsorizzò la disastrosa spedizione in Sicilia, dopo di che tradì Atene e andò a Sparta, per poi tradire anche Sparta e mettersi al servizio dei persiani per poi (ci crederesti ?) ritornare ad Atene, perdonato e accolto come salvatore della Patria.
          Un affascinante farabutto.

        • Pannonica ha detto:

          Non mi smentisco mai, m’innamoro sempre degli str..zi!! 😀

  2. guido mura ha detto:

    Credo che i movimenti di opinione che si basino principalmente sulla rivendicazione di diritti civili e politici, su valori (specie se d’importazione), senza promettere e assicurare anche il benessere materiale del popolo, abbiano ben poche possibiltà di affermarsi per via democratica. La gente cerca rappresentanti che diano risposte in primo luogo ai problemi economici, poi comincia a riflettere anche sui diritti e sui principi. Le necessità quotidiane vengono sempre prima dell’indignazione e anche questa è legata prima di tutto alle disparità economiche. Nei grandi paesi islamici le organizzazioni di matrice religiosa hanno creato strutture di sostegno che laici e filo-occidentali non sono riusciti a replicare. Quindi la democrazia, nel nordafrica e nel medio oriente, o è islamica o non esiste. Sulla compatibilità o meno dei principi dell’islam e delle libertà democratiche si può poi discutere a lungo. Nel dopoguerra l’Italia è diventata democristiana a causa degli aiuti economici americani, e al sostegno delle grandi strutture presenti sul territorio, come la chiesa cattolica e (perché no) la mafia, dove era attiva. Le aree rosse si sono organizzate, spesso con buoni risultati, grazie alla presenza capillare del PCI, sostenuto dall’esterno dal PCUS. I partiti che esprimevano idee, come azionisti, repubblicani, liberali, radicali, ma non avevano un forte radicamento nelle masse e soprattutto non rappresentavano interessi concreti della maggioranza della popolazione, si accontentarono di posizioni subordinate o scomparvero. Nel periodo post mani pulite la difesa dei bisogni materiali dei residenti ripetto agli immigrati ha fatto volare la lega, mentre il desiderio di riduzione delle tasse da parte di autonomi e imprenditori, sempre più consistenti numericamente rispetto a operai e impiegati, ha portato avanti Berlusconi. L’incapacità e l’inadeguatezza dello staff del centrodestra nel tentativo di trasformare l’Italia in un paese moderno di tipo occidentale e il permanere di gran parte della sinistra su posizioni di conservazione dell’esistente hanno concesso spazi a un movimento di protesta che ha ottenuto voti soprattutto grazie alla promessa del salario di cittadinanza. Oggi la crisi del capitalismo e le difficoltà e contraddizioni politiche dei paesi occidentali non possono che favorire, nel resto del mondo, l’affermazione di principi alternativi, che, dove trovano un forte radicamento tradizionale, ottengono il consenso popolare. Mi auguro che non riappaiano santeria e voodoo, nazionalsocialismo occultista e animismo tribale, religione atzeca o maya (dimentico i miti di Cthulhu e Scientology), reincarnati in partiti politici.

    • melogrande ha detto:

      In effetti credo che il miglior modo per comprendere la Fratellanza sia quello di pensare alle ACLI degli anni 60, o a certe cooperative rosse di quel tempo. Presenza capillare.

      Ed è per quello che dici tu che sarebbe bastato lasciare che il governo Morsi affondasse da solo sotto il peso della crisi economica da lui stesso scatenata.
      Adesso è tutto molto più complicato.

  3. melodiestonate ha detto:

    è vero ora è tutto più complicato……buona giornata

  4. capehorn ha detto:

    Più che autunno, di questi tempi si può ben parlare di inverno arabo. Notizie oltremodo sconfortanti giungono dalla Siria e temo si stia preparando qualcosa che sarà difficile controllare.
    Ora come ora si sta rivelando a tutti come la democrazia non sia esportabile, soprattutto in punta di cannone e come la via democratica debba essere sentita, masticata, vissuta da molto più tempo, rispetto a quello che hanno i popoli arabi.Troppo radicate sono, a mio modesto parere, le rivalità tribali e le correnti religiose. Sunniti, sciiti e poi curdi, palestinesi e chi più ne ha, ne metta.Una cultura millenaria, che ci ha regalato doni preziosi, ora si sta disfacendo sotto le spinte di una guerra intestina che pare non abbia fine. In nome di non so più che cosa, neppure io..
    Sono certo di una cosa, che politicamente la risoluzione della questione palestinese deve e dovrà essere il “focus” da cui partire perché in quelle terre ritorni una pace condivisa, non solo tra israeliani e arabi, ma anche (Giunti a questo punto) tra arabi stessi. Poi ciascuno scelga la via, propria, verso la democrazia, se vuole. Altrimenti scelga il meglio per se. Anche un califfato, se richiesto dal popolo é una risposta democratica, ma non dovrà essere il cannone ad imporlo. Mai.

    • melogrande ha detto:

      La democrazia è una cosa delicata, richiede un’ opinione pubblica matura ed informata, libertà di stampa e circolazione di idee, partecipazione e consapevolezza, non è facile da “trapiantare”, soprattutto in culture dove la separazione tra potere politico e potere religioso non è mai stata davvero discussa.
      Il paradosso però è quello di incoraggiare la democrazia e poi non accettarne il risultato.
      Insomma, tu sei libero di scegliere ciò che io ritengo meglio per te…

      • capehorn ha detto:

        Parafrasando Orwell: tutti gli animali sono uguali, qualcuno però é più uguale.

        Forse qui sta l’imperfezione della democrazia. Quando si ritiene che l’unica é quella che ci ha allevato, nutrito, insegnato ad essere democratici e pronti per insegnare a nostra volta.
        Dimenticandosi però di aggiungere che al suo braccio viaggia la libertà. Libertà di imparare secondo mezzi e capacità e perché no, volontà.
        Forse é per questo che democrazia e libertà viaggiano insieme.
        Perché così fragili, che si debbono sostenere l’una all’altra.

  5. shappare ha detto:

    Il problema è appunto l’imposizione, soprattutto in paesi in cui manifestare dissenso non è quasi possibile.
    Lucida analisi, bella prosa. Mi mancava il mio punto di equilibrio.
    Un abbraccio,
    s.

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