Vivendo volando

Local time at destination.

Allacciando le cinture,

su sedili di velivoli

più o meno reclinanti.

Giorni tra meridiani e paralleli

sorvolando, sorvolando

l’ im-mondo, logoro d’ abusi.

Nuvole a pecorelle sottostanti.

Approaching destination

incontriamo turbolenze,

e pulviscolo nell’ aria,

e polvere alla polvere.

Fabbri, non creatori,

immagine e somiglianza,

e capri espiatori,

sopravviviamo, testimoni, 

fino all’ arrivo.

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14 commenti su “Vivendo volando

  1. Effimera ha detto:

    Spero tu stia bene, sorvolando.

  2. melogrande ha detto:

    Non tanto, S.
    Ma ti ringrazio.

  3. guido mura ha detto:

    Sopravvivendo, più che vivendo. Con l’orribile sospetto di essere una di quelle innumerevoli nuvole a pecorelle, in un mondo dove altri (più in alto) comandano e dove chi sta al di sotto non ha il coraggio né la forza di ribellarsi, per paura di perdere anche quello che rimane: la sopravvivenza.

    • melogrande ha detto:

      Sai, Guido, comincio a domandarmi se davvero ci sia qualcuno, lassù, nella cosiddetta “stanza dei bottoni”, o se invece non abbiamo messo in piedi qualcosa che nessuno è in grado non dico di controllare, ma nemmeno più di comprendere.

      • guido mura ha detto:

        Forse non c’è nemmeno una stanza dei bottoni. Ce ne accorgiamo quando a quella stanza ci avviciniamo e vediamo che a stanza è sempre più evanescente, una sorta di ologramma, un’idea, magari un pregiudizio. Forse abbiamo tutti un bottone, che non sappiamo se e come usare, perché la realtà è diventata troppo complessa per essere gestita. Forse sarà il caso a salvarci, ammesso che riusciamo a non scomparire.

  4. stileminimo ha detto:

    …o forse saremo noi a salvarci. Anzi credo che solo noi potremo salvarci e credo che sarà così, bottoni o non bottoni, perché abbiamo anche i bottoni giusti, mica solo quelli sbagliati che ci ostiniamo ad usare, chissà perché, con tanta insistenza. Dobbiamo solo imparare a riconoscerli e ad usarli. Non dico sia cosa semplice, ma nemmeno impossibile.

  5. lapoetessarossa ha detto:

    Ci vorrebbe un treno. Di quelli di una volta. Che fanno tutte le fermate. Di quelli abbastanza lenti da permettere di guardare fuori dal finestrino senza farti venire lo strabismo da alta velocità. Di quelli a scompartimenti da sei, per chiacchierare con i compagni di viaggio, magari anche solo quelli che salgono per un viaggio breve e che quando scendono ti dicono buon viaggio, e arrivederci con il sorriso. Senza tablet, senza cellulare. Al massimo un libro o una rivista presa all’edicola della stazione. Una rivista di quelle che si comperano solo per i viaggi in treno.
    Il treno con i suoi movimenti e i piccoli rumori, il sobbalzo sullo scambio, che se anche stai dormendo ti desta quel secondo buono, gli occhi si socchiudono un istante e il pensiero è ancora un sogno, perché non sei ancora arrivato. Nessuna voce che ti annuncia la prossima fermata, solo i cartelli blu delle stazioni e un po’ di ansia, quando si avvicina l’ora dell’arrivo, per non sbagliare a scendere.
    Ci vorrebbe un treno con i finestrini che si possono abbassare, per sentire l’odore della campagna e quello della città, il profumo del mare o delle brioche del bar della stazione, per godersi l’aria che ti spettina quando corre su un rettilineo e per farti sorprendere quando incrocia un altro treno.
    Ci vorrebbero quelle soste incomprensibili, in mezzo al nulla, in attesa che passi (passi chi? che cosa?), per assaporare un limbo tutto terreno fatto di alberi campi rovi cespugli fattorie fabbriche cave stagni canali corvi sassi cielo nuvole che come una scenografia di un teatro ad un certo punto e quasi magicamente inizia a muoversi, a cambiare per farti sprofondare di nuovo nel sedile, nella conversazione leggera, tra le pagine del libro.
    E poi il treno parte e arriva in città, o nel paese, o nel borgo, e quando scendi sei dentro un posto nuovo o conosciutissimo, che ti accoglie con una piazza , grande o piccola, con una fermata d’autobus, un’edicola, un bar, un’aiuola, un monumento con qualcuno a cavallo o una fontana, con tanta gente o anche nessuno, il taxi o l’insegna taxi, un mendicante e una signora con le borse della spesa, qualcuno con la valigia e magari l’ombrello, il sole di mezzogiorno oppure la nebbia (che mica avrai sbagliato stazione). E allora torni con i piedi per terra e ricominci a camminare, con la tua rivista in mano e in testa la ricetta della pasta con le sarde della signora con il vestito verde seduta di fronte te.

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