Storie di un lontano sapere

 

“Prima di noi vennero le nuvole.

C’era un cuore di fango prima del respiro.

C’era il mito prima dell’inizio del mito,

Venerabile e articolato e perfetto”

Wallace Stevens

I miti contengono un sapere, una conoscenza, su questo sono tutti d’ accordo. È sulla natura di questo sapere che sono state avanzate le ipotesi più varie, e talvolta fantasiose. Molti hanno sostenuto (ed alcuni ancora sostengono…) che il mito sia il contenitore di una scienza segreta, di un sapere esoterico, dottrine misteriche che un tempo potevano essere condivise solo dagli iniziati. può darsi, o almeno è possibile che i miti fossero per certa parte suscettibili di doppia lettura, o qualcosa del genere. Persino la Divina Commedia lo è (“il velame dei versi oscuri“). Io non vedo in realtà ragioni convincenti a favore di queste teorie, ma in ogni caso queste dottrine per iniziati sono rimaste sepolte con gli stessi, ed abbiamo ben poche possibilità di comprendere oggi quei significati, religiosi, cosmologici, misterici che fossero. Non ne sappiamo abbastanza per comprendere come quegli iniziati vedessero il mondo. L’ interesse semmai sta da tutt’ altra parte.

Il Mito, com’ è noto, affonda le radici in epoche remote, prima che nascesse la scienza, prima che nascesse la filosofia, e non solo. Il Mito c’era prima che fosse inventata la scrittura, ed è questo il punto interessante.

La scrittura, si sa, viene convenzionalmente fatta iniziare in Mesopotamia intorno al 3.000, 3.500 a.C., benché ovviamente sia il risultato di un lungo e graduale processo di simbolizzazione cominciato chissà quando. Con la scrittura inizia comunque la conoscenza storica del passato, la possibilità di ricostruire date, eventi, dinastie regnanti, guerre, mutamenti politici e sociali. Ma il fatto che da quel momento sia possibile ricostruirli e tracciarli non vuol certo dire che in quel momento siano iniziati. Tutte queste cose c’ erano già prima, molto prima.

Per quello che oggi ne sappiamo, l’ Homo sapiens si è avviato alla conquista del mondo, partendo dalla sua culla nella Rift Valley, approssimativamente 200.000 anni fa, ed ha raggiunto la condizione di specie dominante, dopo avere visto (o causato…) l’ estinzione di tutte le altre specie precedenti  di Homo, circa 40.000 anni fa, epoca in cui si era diffuso in buona parte dell’ Eurasia e forse alche oltre.

Ed è approssimativamente a questo punto della sua storia che l’ Homo Sapiens comincia a manifestare caratteristiche a dir poco anomale: sviluppa capacità di pensiero, abilità creative, senso artistico, tensione spirituale e religiosa insospettabili in uno scimmione. Uno sviluppo esplosivo, attribuito principalmente alla conquista del linguaggio articolato, non il linguaggio semplice nato per accompagnare i gesti, ma un vero linguaggio, capace di esprimere concetti astratti.

Sta di fatto che in questa fase l’ uomo comincia a fare meraviglie: le famose pitture rupestri di Chauvet, Lascaux, Altamira, che hanno tutta l’ aria di essere delle vere e proprie cattedrali paleolitiche, e poi sculture d’ osso, monili complessi, sepolture sofisticate, persino strumenti musicali, e, forse, calendari. Tutto lascia pensare che a questo punto della sua storia conoscesse già le stelle fisse e le costellazioni, i solstizi e gli equinozi, che avesse un calendario. Da questo  momento, l’ Homo Sapiens è davvero umano a tutti gli effetti, intelligente e creativo non meno di noi.

Questo vuol dire che, prima di cominciare a registrare gli eventi, prima dei cinquanta secoli di cui più o meno abbiamo qualche conoscenza, l’ uomo aveva sviluppato cultura per ben quattrocento secoli almeno. Quattrocento secoli.

Di questa lunghissima fase, che inizia ancora nel Paleolitico, non ci rimangono documenti scritti, ma ciò non vuol dire che non ci fosse una conoscenza e dei saperi organizzati. Insomma, non bisogna cadere nell’ errore di pensare che prima della scrittura non ci fosse nulla. Prima della scrittura c’ erano società strutturate e complesse, una tecnologia consolidata ed espressioni artistiche raffinate. Gli uomini erano pienamente umani assai prima di poterlo certificare per iscritto…

Cosa ci fosse di preciso prima della storia nessuno lo sa, ovviamente ma a me piace pensare che ci fossero le storie. Storie che spesso riguardavano il mondo circostante, spiegazioni del perché di tutto ciò che esiste, dei fenomeni naturali, del movimento degli astri, della buona e della cattiva sorte. Spiegazioni che smorzavano l’ angoscia e la solitudine di fronte al sovrastare della Natura.

Raccontare è un’ attività primaria, verrebbe da dire che è una pulsione dell’ essere umano. Raccontare storie la sera attorno al fuoco, oppure per far dormire i bimbi. Raccontare storie anche per insegnare. Raccontare storie soprattutto per dare una spiegazione all’ assurdo. Perché il mondo esiste ? Che ci facciamo noi qui ? Che cosa sono le stelle, il sole, la luna ? Perché esiste il male ? Cosa c’è dopo la morte ? Quattrocento secoli di storie per cercare di mettere ordine nel mondo. Questo è il retroterra del Mito. Da questi millenni, o decine di millenni di civiltà muta, da questo substrato ricco e fertile di umanità primordiale, da tutto ciò provengono le storie che noi chiamiamo Miti.

I miti sono fossili, reperti archeologici di un tempo remotissimo in cui il sapere umano era organizzato in modo diverso, in forme che oggi facciamo fatica a comprendere. Eppure, questo sapere esisteva in quanto si era accumulato per decine di millenni.

Questo sapere era codificato, appunto, in forma di storie, e spesso in forma di storie eroiche, fantastiche, sorprendenti e proprio per questo, facili da ricordare. Nei miti, e nelle forme di sopravvivenza del mito attraverso i racconti popolari, ed in particolare nelle storie più stravaganti ed apparentemente incomprensibili, proprio lì potrebbero essere fossilizzate tracce di un sapere preistorico, echi delle storie che madri paleolitiche raccontavano ai bambini, o tribù di migranti si narravano fra loro attorno al fuoco.

Non sapremo mai quando esattamente sono nate le storie del mito, ma la mia sensazione è che alcune di queste  potrebbero essere più antiche di quanto si pensi. Molto ma molto più antiche.

Molti studiosi hanno messo in rilievo le sorprendenti somiglianze tra miti di popoli lontanissimi vissuti su continenti diversi. J. Campbell parla addirittura di “monomito”, Santillana nel Mulino di Amleto mostra coincidenze dettagliatissime tra miti europei e miti precolombiani, o delle isole del Pacifico. Gli uomini della rivoluzione paleolitica di 40-45.000 anni fa giunsero nel Sudest asiatico 30.000 anni fa, in Sudamerica 10-15.000 anni fa. Mi domando se non potrebbero già loro aver portato con sé un sapere codificato in un piccolo nucleo di storie. Il monomito, appunto.

Ma perché proprio le storie, poi ?

Prima della scrittura c’ era (ovviamente) un enorme problema di trasmissione del sapere, che poteva solo essere affidato alla memoria. La vita dell’ uomo ha una durata effimera, pochi decenni, ed ogni nuovo nato nasce “vuoto”, con la necessità di reimparare tutto daccapo. Ora, credo sia esperienza universale che è molto più facile ricordare una storia, una narrazione piuttosto che un testo di saggistica. Raccontare una storia è un modo molto potente per trasmettere conoscenza. Ancora meglio se la storia è narrata in versi, tutti sanno che è più facile imparare a memoria una poesia piuttosto che un testo in prosa. Ed ancora di più se la narrazione in versi è scandita da una musica, ciascuno di noi, anche il più duro di cuore avrà pure in vita sua memorizzato il testo di qualche canzone particolarmente amata….

È questo il motivo per cui la letteratura nasce coi poemi, ed in particolare con i poemi epici. Ed è anche il motivo per cui, all’ interno di questi poemi, lunghe parti apparentemente incongrue riguardano ad esempio il modo esatto di eseguire un sacrificio, o le istruzioni dettagliate per costruire una nave, o addirittura un’ interminabile genealogia. Trasmissione del sapere, appunto…

Tutto il sapere veniva veicolato in questo modo, in un mondo senza scrittura, ed era importante memorizzare bene il proprio albero genealogico così come i fondamenti del proprio mestiere.

Anche così dovremmo leggere certe curiose storie mitiche e certi incongrui racconti popolari, come reliquie di un antico sapere, reperti archeologici di epoche lontanissime e per molti altri versi mute.

 

Annunci

8 commenti su “Storie di un lontano sapere

  1. stileminimo ha detto:

    Leggere storie, raccontare storie, cantare storie, capire le storie, conoscere le storie, vivere storie. Ascoltare, musicare storie.

    • melogrande ha detto:

      Pare proprio che, non appena diventati umani, ci siamo messi a camminare per il mondo e, camminando, a raccontare storie.
      Mi fa un certo effetto pensarci.

      • stileminimo ha detto:

        Anche a me fa un certo effetto; ed è camminando che si raccolgono storie da raccontare. Io conosco gente che ha talmente tanto fiato da saper camminare e raccontare senza mai fermarsi.Gente che secondo me si fa chilometri e accumula talmente tante storie che se non le potesse raccontare forse, forse impazzirebbe… più di quanto già è pazza, intendo.

  2. guido mura ha detto:

    Che tutti i miti siano derivazioni di un unico mito, variazioni sul tema insomma, e che questo tema rifletta l’unicità del pensiero umano, era convinzione di pensatori come Greimas, Lévi-Strauss ecc. L’analisi che si rifa agli archetipi si colloca sulla stessa lunghezza d’onda. In realtà però la costruzione dei miti ha seguito determinati schemi, che possono essere studiati (ne può essere individuata e studiata la struttura) e la stessa trasmissione orale tramite sacerdoti e procedure misteriche può essere ricostruita e compresa. Gli studi tradizionali, l’esoterismo, hanno svolto proprio questa operazione e, alla fine, molta parte di quella tradizione è stata messa in forma scritta, molti veli sono stati sollevati. Guénon ha scritto un libro sull’esoterismo di Dante e un altro sul simbolismo della croce, che possono essere utili per comprendere il pensiero di tutta la tradizione misterico-esoterica, dall’antichità ai giorni nostri, e possono essere di particolare interesse anche per chi non aderisce alle tesi elaborate da quel pensiero.

    • melogrande ha detto:

      Questo è vero, Guido, ma credo si riferisca pur sempre a tempi storici.
      La domanda che mi sono posto è: “ma quanto sono vecchie, queste storie ?”.
      L’ immagine che ho postato è la ricostruzione di un Neanderthal, non di un Homo Sapiens. Le due specie hanno però convissuto nello stesso periodo preistorico.
      Come si vede, non si tratta di uno scimmione, ma di un essere culturale. Io non ho dubbi che la sera, attorno al fuoco, quegli uomini si raccontassero delle storie.
      Anzi, delle Storie.

  3. capehorn ha detto:

    Non posso che condividere quanto hai scritto. Il Mito è , non a caso uso il presente, un’arma potente per la trasmissione del sapere. In ogni sua manifestazione. Anche quando trasmette delle sciocchezze. Certe storie si trasformano in Miti e rimangono nella memoria collettiva, senza che si riesca ad estirparle del tutto. All’inverso il Mito é e diventa coscienza e conoscenza collettiva. Prendiamo gli aborigeni australiani. Reggono, anzi giustificano, la loro Storia, sui Miti e una delle testimonianze migliori l’ha data Chatwin con il suo “La via dei canti”.
    Ancora oggi le tradizioni aborigene sono orali o al massimo fIgurative, come se il tempo si fosse fermato ad Lescaux o Altamira o ai glifi della val Camonica.
    Sembra che facciano parte di un nostro patrimonio, che non siamo riusciti né a dimenticare, né a cancellare del tutto, ma che emergono sotto altre forme, sostanze ogni qual volta le circostanze lo richiedano.

    • melogrande ha detto:

      Tutte le comunità crescono attorno ad una Storia, ad un Mito che le definisca, ad un “da dove veniamo”.
      Ed è fondamentale che queste storie vengano preservate e tramandate come una sorta di materiale genetico della comunità stessa.

      • capehorn ha detto:

        In effetti il Mito diventa il cemento, il collante di una società. Luogo dove riconoscersi e ritrovarsi, anche se vengono spezzati i legami con essa.
        Per l’emigrante ad esempio é l’ultimo legame con le proprie origini e rimane l’ultima memoria di una identità collettiva nella quale é nato e cresciuto sino ad un certo punto.
        Per certi versi e in certi casi rimane anche nelle e per le generazioni successive.
        Un modo come un’altro per non dimenticare le origini.

che ne pensi ?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...