Un gesto postmoderno ?

“Ecco il tempo dell’ irrilevanza, della fine del valore, della perdita dell’ assoluto, ecco l’ avvento del relativo, dell’ effimero, dell’ illusorio.”

 F. Nietzsche

 

Se il postmoderno è il luogo del crollo di ogni certezza, va da sé che già definire il postmoderno è di per se un’ impresa. E non certo perché manchino le definizioni. Tutt’ altro. Proprio perché ce ne sono troppe.

Fra i tanti, critici, filosofi, sociologi, psicologi, storici, letterati che si sono occupati del tema, alcuni hanno messo in risalto il crollo delle ideologie culminato con la caduta del Muro di Berlino nel 1989. Altri hanno evidenziato il “rumore di fondo” costituito dal continuo  fluire di informazioni: radio, televisione, social media, il web; sta di fatto che oggi la vera sfida non è informarsi ma al contrario, non farsi sommergere dall marea di informazione non richiesta.

C’è chi sottolinea gli influssi della globalizzazione, l’ ibridazione, la commistione di generi, la cultura della citazione (ehm…) e del campionamento.

Le teorie del tutto cedono il passo alle teorie del caos, l’ arte prende ispirazione dai frattali, le opere diventano  “installazioni” in cui tutto fa brodo, materiali eterogenei, presi dalla vita quotidiana così come i tradizionali supporti artistici.

Le teorie della Storia hanno fallito, non c’è più nessuno oggi che osi parlare di finalismo o di razionalità del reale. Il mondo appare irriducibile alla ragione, e la Storia un racconto privo di senso. Né va meglio alla filosofia, che abbandona ogni pretesa normativa sul mondo, così come ad ogni aspirazione alla verità assoluta. L’ intuizione di Nietzsche che “il rimedio è peggio del male” troverà drammatica conferma nelle tragedie del Novecento.  Una parte dei filosofi si rifugia nel “pensiero debole”, rinuncia ad ogni ambizione di certezza, si ritrae dalle conseguenze di un pensiero forte fattosi ideologia, si confina all’ osservazione critica del dispiegarsi del divenire umano. Un pensiero fatto di rassegnazione e tolleranza, ma anche di quieta disperazione.

Insomma, fra le tante definizioni che ho trovato me sembra che la più centrata sia “la capitolazione dei sensi unitari del mondo a favore della molteplicità dei significati e delle forme”.

Sembra di aggirarsi tra le cronache del dopo bomba, tra paesaggi di rovine ed estetismi steam punk, circondati da personaggi che hanno smarrito la strada. Nessuna egemonia precostituita, questo è lo scenario postmoderno.

Un quadro culturale di questo tipo non può non avere un influenza profonda sull’ individuo, questo va da se. E qui, a costo di rischiare la banalità, non si può sfuggire alla suggestione della “liquidità” di Zigmunt Baumann, che meglio di ogni altra metafora rappresenta la perdita di ogni riferimento “solido”, lavoro, famiglia, amore, passioni. Tutto si trasforma e scivola via, ogni appiglio si rivela precario o illusorio, ci si trova da soli, sballottati dalle onde in un mare in tempesta, senza un pezzo di legno a cui aggrapparsi. Ogni rapporto è a termine, ogni ruolo revocabile da un giorno all’ altro, ogni status instabile e traballante, in attesa del colpo di vento che lo spazzi via. “Vivo, sì, ma senza impegno”, diceva qualcuno.

Ecco, quel “senza impegno” è quasi la bandiera della società postmoderna. Sono vivo, ho un lavoro, una famiglia, un amore, un conto in banca, persino, ed una carta di credito. Senza impegno, però, perché tutto ciò che oggi c’è non è detto che ci sia ancora domani, non è detto affatto.

In questo quadro di sabbie mobili, si compie l’ atto estremo, quello che rende revocabile anche l’ ultimo dei ruoli, quello di padre. Anzi, di Padre. Anzi, di Santo Padre.

Non conosco (ovviamente !) le ragioni profonde di un gesto di cui il pontefice, colto ed intelligente, non può avere ignorato le conseguenze. Non ho motivo di dubitare di ciò che pubblicamente afferma, né ho motivi per ipotizzare complotti, tanto più che, a questo proposito seguo l’ approccio di Umberto Eco, “sempre incline a dubitare di qualsiasi complotto, perché ritengo che i miei simili siano troppo stupidi per concepirne uno alla perfezione”. Non è questo il punto. È comprensibile, ed umano, che circa il sentire le forze che vengono meno con l’ avanzare dell’ età, lo capisco bene.

Ma è proprio questo, invece, il punto.

A nulla vale l’ argomento che il papa è pur sempre un uomo e che il suo gesto è un gesto umano. Il papa non è semplicemente un uomo, non lo è, per i suoi fedeli. Nessun uomo viene appellato “Santità”, a nessun uomo è riconosciuta una qualsivoglia forma di infallibilità. A nessun uomo il fedele si rivolge con le stesse parole che usa verso la divinità: “Santo Padre”.

La rinuncia di Ratzinger, al di là delle sue intenzioni, è a mio parere un gesto postmoderno, anzi, il punto estremo del postmoderno, quello a partire dal quale sarà forse possibile, e assai necessaria, una faticosa ricostruzione.

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20 commenti su “Un gesto postmoderno ?

  1. Pannonica ha detto:

    la penso esattamente come te. nulla è più allo stato solido e, dal mio punto di vista, non abbiamo ancora ben compreso fino a che punto la trasformazione dei nostri valori, dallo stato solido a quello liquido, ha stravolto la nostra società.
    la mia paura è una nuova ondata di assolutismo post-moderno, un’involuzione autoritaria, una restaurazione pericolosa. che mostri partorirà?
    con Mehldau mi hai toccato il cuore (e tra l’altro hai scelto uno standard che amo tanto).

    • melogrande ha detto:

      Quando si arriva la dissoluzione arriva al culmine,in genere si profila un nuovo paradigma; come se ci fosse l’ esigenza di cancellare la lavagna e ricominciare.
      Molto si perderà, ed è ancora impossibile capire che cosa arriverà.
      Sembrano tempi da profezie millenariste…

      Brad Melhdau me l’ ai presentato tu (Teardrop, una rivelazione) ho trovato questa interpretazione particolarmente intensa,

      For all we know, per quello che ne sappiamo, appunto…

  2. invecedistelle ha detto:

    Serpeggia una sotterranea e palpabile paura. L’abdicazione del Papa è un gesto che comunica sconfitta, anche forza certo, ma soprattutto testimonia la crisi identitaria e lo sbandamento di quest’epoca. E’ il padre che non se la sente di fare il padre. Non ci si può aspettare più niente se non si può chiedere al padre. E’ l’era dell’ignoto.
    L’immagine che tratteggi ad inizio post ricorda uno scenario alla Har Megiddo, dove qualche umano sopravvissuto trascina i suoi miserabili passi nel freddo e nella polvere. O lasciarsi morire o pensare di ricostruire qualcosa. La decostruzione mica può durare per sempre, a meno che non si voglia dare credito alle teorie che vedono a breve la fine della specie umana, considerando che l’homo sapiens è rimasto tale e quale a com’era e che il suo percorso evolutivo potrebbe essere compiuto. Una volta appurato che tutto, ma proprio tutto, è relativo, non c’è più santo a cui votarsi, che si fa? Speriamo davvero che dopo lo smarrimento non si assista all’avverarsi del consolatorio verso manzoniano “E valida scese una man dal cielo” un po’ come teme anche Pannonica. Il post-moderno finirà quando si comincerà a parlare della sua fine, ma per dire che una cosa è finita bisogna cominciare a vedere l’alba di un nuovo giorno. Stiamo parlando della fine del post- moderno a cominciare dalla paura o dal ricominciare a pensare il futuro?

    • melogrande ha detto:

      E’ proprio questo il punto che mi è parso di cogliere, certamente molto al di là delle intenzioni del papa. Ma del resto, non è infrequente che un messaggio assuma per chi lo riceve un significato differente rispetto all’ intendimento del mittente.

      Da questo punto di vista, ho percepito nel gesto di rinuncia il culmine del processo di precarizzazione della condizione umana in questa fase storica, ed insieme il simbolo della dissoluzione del mondo occidentale come l’ abbiamo conosciuto.

  3. gelsobianco ha detto:

    Sono completamente disorientata e non so più che cosa pensare.
    -lacrime nella pioggia-
    Per ora solo questo posso dire.

    Mehldau è riuscito ad entrre in me, ha toccato la parte più profonda di me.

    Grazie, F!
    Torno quando tutto mi sarà un po’ più chiaro.

    gb.

    • melogrande ha detto:

      For all we know this may be only a dream
      We come and go like a ripple on a stream
      Tomorrow may never come
      For all we know

      Per quanto ne sappiamo potremmo essere in un sogno
      Passiamo come increspature sulla corrente.
      Domani potrebbe non arrivare mai,
      per quanto ne sappiamo.

      • gelsobianco ha detto:

        For all I know
        You give me
        Right words
        For all I know

        “Tomorrow may never come”

        Hope tomorrow will be better quotes

        Grazie, F!
        gb

  4. melogrande ha detto:

    Sull’ argomento della rinuncia del papa, ho trovato assai interessante questo commento di Giorgio Agamben (il testo completo è qui):

    Perché questa decisione ci appare oggi esemplare? Perché essa richiama con forza l’attenzione sulla distinzione fra due principi essenziali della nostra tradizione etico-politica, di cui le nostre società sembrano aver perduto ogni consapevolezza: la legittimità e la legalità.
    Se la crisi che la nostra società sta attraversando è così profonda e grave, è perché essa non mette in questione soltanto la legalità delle istituzioni, ma anche la loro legittimità; non soltanto, come si ripete troppo spesso, le regole e le modalità dell’esercizio del potere, ma il principio stesso che lo fonda e legittima.

    I poteri e le istituzioni non sono oggi delegittimati, perché sono caduti nell’illegalità; è vero piuttosto il contrario, e cioè che l’illegalità è così diffusa e generalizzata, perché i poteri hanno smarrito ogni coscienza della loro legittimità.

  5. Si torna per pensare (non pensavo che un mesetto molto influenzato, con uscita elettorale e conseguente peggioramento anche del morale, potesse resettare i neuroni).
    E questo post fa pensare.
    In fondo proprio il Papa sempre schierato contro il relativismo ha compiuto il gesto assolutamente più relativista, accreditando la possibilità di una delegittimazione di ciò che si avvertiva assoluto. Un gesto post-moderno, sì, nel segno della precarietà.
    Un saluto,
    zena

    • melogrande ha detto:

      Sì, è proprio quello l’ aspetto che mi ha colpito.
      Un papa per molti versi tradizionalista compie un gesto rivoluzionario.
      E relativista, molto relativista.
      Un saluto a te, zena

      • gelsobianco ha detto:

        un gesto completamente relativista… compiuto da un Papa!
        da non crederci se non fosse avvenuto.

        …nel segno della precarietà, come giustamente sottolinea Zena.

        Un saluto caro
        gb

  6. LaPotessaRossa ha detto:

    Sono tempi strani e senza definizione.
    Sembra di essere in una qualche forma di caos in cui le particelle elemetari sono sballottate alla velocità della luce senza riuscire ancora ad incontrsarsi.
    Io sento che esiste una qualche forma di energia sconosciuta, una specie di progresso che non ha nome, o forma ma che sta caricando la batteria del nostro prossimo futuro.
    In questo mare tempestoso ci sono persone alte che ne hanno compreso l’essenza e decidono che la scelta migliore è trasferirsi altrove.
    Una scelta simile rappresenta il gesto ultimo di una maturità non comune e troppo incomprensibile ai più: la consapevolezza di avercela messa tutta e di non essere stati compresi, la conspavolezza di avere fatto tutto il possibile per e di non potere andare oltre.
    In un certo senso mi duole che un gesto simile venga dalla Chiesa e dal suo capo supremo. Vorrei che una simile responsabilità venisse assunta da personaggi della società e della politica, che non sembrano comprendere affatto la gravità e il peso del loro continuare ad esserci sempre e comunque.
    E’ prorprio vero che il potere, rappresentato dalla carica, dalla poltrona, da una qualsivoglia pubblica legittimazione, non è nient’altro che una droga dagli effetti devastanti.
    E chi detiene il potere perde di vista la propria mission, parola così moderna, e così di moda.
    La Chiesa che ha nella propria missione la ragione stessa della sua esistenza è riuscita, con le dimissioni del Pontefice (e qui Melogrande ci potresti raccontare le etimologie di mittere e composti vari) a dare un senso al caos contemporaneo, ad aggregare qualcuna di quelle particelle impazzite, dandogli una direzione e uno scopo.
    Non è la morte a dichiarare la fine del nostro tempo, ma la nostra incapacità a modellarci sui tempi nuovi, la paura che se ci mettiamo da parte possimo solo essere dimenticati.
    Questo clima è prima di tutto terreno fertile per propagande fatte di slogan spicci e troppo urlati, e ricette quick per salvifiche rinascite.
    Il gesto del Papa entrerà nella Storia, come pochi altri in questo giovanissimo terzo millennio.
    A voler guardare sembra che solo Natura abbia il sacrosanto diritto di vedere scritta la propria pagina nei libri di Storia, con i due devstanti tzunami del 2004 e del 2011. Almeno quell lì ce li ricordiamo proprio tutti.

  7. melogrande ha detto:

    E’ molto interessante la tua visione del gesto, sai ?
    Quasi come se fosse un gesto maieutico…

    E’ vero che con un po’ più di dimissioni non saremmo arrivati dove siamo, e che c’è qualcosa di informe nell’ aria che spinge per prendere forma. Noon si sa QUALE forma prenderà il futuro, ma è anche vero che prima o poi bisognerà lasciargli spazio.

    Missione viene da “mittere”, mandare in giro un messo o un messaggio, e dimettersi vuol dire smettere di farlo.
    Però per essere pignoli il papa non si dimette bensì rinuncia, termine che ha dentro la negazione del “nuntius”, l’ annuncio.
    Il papa smette di annunziare, di proclamare al mondo la “novella”.
    Ri-nuncia.

  8. LaPoetessaRossa ha detto:

    Giusto: rinuncia. Ancora più profondo e maturo allora. Ancora più incisivo l’esempio, anzi, l’exemplum.

  9. invecedistelle ha detto:

    Intervengo solo per fare i miei complimenti a Poetessa Rossa, condivido tutto di quanto dice, e mai avrei saputo dirlo con tanta chiarezza e acume. Sarà che poche cose mi qualificano e descrivono quanto la mia vocazione evitativa, e forse è per questo che la rinuncia del Papa mi ha fatto riflettere molto, ma in fin dei conti l’ho giudicata con empatia. Siamo abituati a interpretarla come segno di debolezza, come la liberazione da vincoli e limitazioni, poco invece si guarda al significato della rinuncia come sofferenza e soprattutto come capacità di farsi da parte e interpretare la perdita di potere o di efficienza come un grave attentato al proprio sè. Penso che in una società intollerante alle frustrazioni il gesto di chi sa tirarsi indietro sia importante ed educativo.

  10. invecedistelle ha detto:

    e NON intepretare la perdita come attentato al proprio sè 🙂

  11. lillopercaso ha detto:

    Dateci una certezza, fosse pure di quella di non aver certezze!
    Intanto, Mehldau è appropriatamente svaporato; se ci clicchi sopra esce QUESTO VIDEO NON ESISTE :O

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