Che m’ importa del mondo ?

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Mi viene a volte da pensare che per essere del tutto sinceri nello scrivere, e non solo nello scrivere, si debba probabilmente essere disperati, disperati nel senso proprio, del non avere un luogo a cui tendere, una destinazione plausibile, un ”senso” inteso come direzione, un orientamento per la propria vita.

Occorre forse trovarsi sperduti nel bosco di notte o in mezzo alla nebbia, e “no direction home”, per dirla tutta, e solo allora, quando si è perso tutto ciò che si poteva perdere e non c’è più nulla a cui fare la guardia, solo allora si può rivolgere uno sguardo freddo e puro e tagliente, del tutto sincero su se stessi. Uno sguardo che si rivolge verso ma anche contro se stessi, che è in fondo la stessa cosa, tale è ormai l’ indifferenza di fondo che domina i pensieri.

Nel “Mio cuore messo a nudo” Baudelaire produce frasi come questa:

“Bisogna lavorare, se non per gusto, almeno per disperazione, poiché, tutto ben considerato, lavorare è meno noioso che divertirsi”. (op. cit., X)

E’ cinismo ? Esibizionismo ? Può sembrare che sia così. Eppure, sotto questa facile categoria si percepisce l’ eco di qualcosa d’ altro, di qualcos’ altro, qualcosa di sincero e profondo nella sua spietatezza. Si intuisce che Baudelaire questa cosa la pensa davvero, che davvero si sta confessando all’ “ipocrita lettore” perché di un pensiero simile non saprebbe cos’ altro farsene, e perché delle conseguenze delle sue parole non gli importa poi così tanto, come non gli importa tanto di tutto il resto.

Un cuore disperato e per questo messo a nudo non trova appigli da nessuna parte, un animo disperato diffida di tutto e di tutti, incluso se stesso, e della diffidenza fa un uso programmatico:

“Diffidiamo del popolo, del buon senso, del cuore, dell’ ispirazione e dell’ evidenza.” (op. cit., XXVI)

Per essere del tutto sinceri, ma sinceri fino all’ estremo, insomma, occorre forse perdere persino il rispetto per se stessi, oltre che per tutto il resto ?

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22 commenti su “Che m’ importa del mondo ?

  1. Pannonica ha detto:

    “Per essere del tutto sinceri, ma sinceri fino all’ estremo, insomma, occorre forse perdere persino il rispetto per se stessi, oltre che per tutto il resto?”

    Certo che sì. La risposta è identica alla domanda, tranne “?” sostituito con “.” Anche se qualcosa mi dice che già lo sapevi..

  2. Egle1967 ha detto:

    Si, la risposta credo sia si.
    Ma perdendo il rispetto, si acquisisce consapevolezza di cio’ che e’ , che non e’ poco….e dal niente qualche volta nascono fiori.

  3. germogliare ha detto:

    Non lo so. Invece, sento mio il contrario. Proprio perché si ha il Rispetto di se stessi,la sincerità, l’espressione più pura di sé può scaturire, perché così si annullano i timori verso il giudizio altrui e la sensazione di solitudine interna. E fare questo comporta fatica, lavoro e dolore. Ma ripaga.

  4. stileminimo ha detto:

    Se si riesce ad assere sinceri con se stessi, non te ne frega niente di quello che poi pensano gli altri, quindi sai esserlo sempre. Il punto è che per essere sinceri con se stessi, credo si debba proprio toccare il fondo, guardarsi bene in faccia, guardare il peggio e saper vedere il meglio e poi tornare su, se ce la si fa. E poi tutto assume contorni diversi ed il coraggio di rivendicare quello che si è, il dolore che si è patito per riconoscersi e per accettarsi, diventa essenziale, fondamentale; non vi si può più rinunciare. E allora escono le parole che non mentono, perchè tutte le altre sono inutili.

  5. guido mura ha detto:

    Il fatto è che, anche se non ne siamo consapevoli, una direzione e un senso ci sono nella vita (e magari non sono quelli che vorremmo). Quanto alla sincerità non dovrebbe essere mancanza di rispetto, ma valutazione realistica di quello che siamo e di quello che è il mondo. C’è poi da considerare che la nostra medesima essenza è mutevole e quindi è estremamente difficile essere sinceri, per il semplice fatto che nel nostro pensiero un enunciato che appare vero in un certo momento, un istante dopo può risultare falso. Questo comporta conseguenze a volte drammatiche, soprattutto nei rapporti con gli altri. Paradossalmente, potrei dire che la sincerità assoluta è impossibile; dovremo accontentarci di una sincerità relativa.

  6. C’è una sincerità che si sceglie per disperazione, e allora si usa quasi come un’arma di ricatto verso gli altri… (Esplosioni di rancore trattenuto, raffiche di ‘sincerità’ che emergono sulle ceneri di un rapporto, ad esempio, o in una situazione in cui tutto è perduto)
    C’è una sincerità che nasce da una scelta profonda di congruenza: vivere e infilare, in un’unica schidionata, pensare, sentire, essere, fare e dire. La mia più grande figura di riferimento ha vissuto così, senza porsi l’idea essere per questo amato o dis-amato. A volte vorrei scrivere della
    solitudine dei giusti che non scendono a patti con se stessi.
    ma c’è un’altra sincerità che adoro: quella di chi o ha perso o non si è costruito ancora filtri di ‘buona creanza’…quella dei bambini , ad esempio.

  7. senza porsi l’idea d’ essere per questo amato o dis-amato.
    sorry

  8. melogrande ha detto:

    Una condizione raggiungibile da pochi, quella che descrivi.
    Ciò non toglie che vale la pena tenerla davanti, per orientarsi.
    Grazie sempre, zena

  9. gialloesse ha detto:

    E’ l’intelligenza (straziante ) che porta con se, inevitabilmente, anche la consapevolezza estrema. La sincerità assoluta pertanto.

  10. lillopercaso ha detto:

    Oso giusto perché sono da Melogrande, sotto le cui generose fronde sono nata come blogger; ma…non è che non capisca, a parole capisco tutto; ma se vi dicessi che non mi è chiaro cos’è il rispetto di se stessi?

    • melogrande ha detto:

      Pensa ad una persona verso la quale provi molto rispetto.
      Un po’ fai fatica a dirgli qualcosa di sgradevole, per quanto vero sia.
      Ecco, è la stessa cosa con se stessi, o almeno questo ho immaginato.

  11. melogrande ha detto:

    Trovo abbastanza in linea con il tema del post queste parole (baudelaireane, direi) di Michel Houllebecq, tratte dalla raccolta “Rester vivant” e citate oggi in un articolo sul supplemento letterario del Corriere.

    Coltivare l’ odio di sé.
    Odio di sé, disprezzo degli altri.
    Odio degli altri, disprezzo di sé.
    Mescolare tutto.
    Fare la sintesi.
    Imparare a diventare poeta è disimparare a vivere.

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