Sporchi intellettuali

Si corre sempre il rischio di risultare un po’ antipatici a sostenere che il valore aggiunto non dico dell’ intellettuale, sarebbe troppo, ma della persona mediamente istruita come ci si considera da queste parti, dovrebbe essere quello di alzare il livello culturale dell’ ambiente col quale interagisce.

Si corre il rischio di essere antipatici perché sostenere un’ idea del genere si presta facilmente ad un equivoco.

 Troppo spesso gli intellettuali si sono posti, consapevolmente, come un corpo separato ed autoreferenziale, un insieme di persone che si rivolgevano le une alle altre, e per lo più le une contro le altre, esprimendosi in un linguaggio talmente elitario da risultare onestamente incomprensibile, non dico alle “masse”, ma alla generalità dei comuni mortali. Una casta, a dirla tutta.

Queste elite si autodefinivano “avanguardie”, ma un’avanguardia è tale se precede un esercito che avanza, un’ avanguardia senza nessuno dietro che cos’ è ?

Questione di svegliare le coscienze, poi ci seguiranno, dicevano.

Stiamo ancora aspettando.

Questa concezione aristocratica del ruolo ha talmente screditato gli “intellettuali” da attribuire al termine una valenza ormai negativa, viene recepita con un percepibile fastidio.

Non solo non si è radunato un esercito spontaneo, ma la gente ha cominciato comprensibilmente a scansarsi vedendoli arrivare.

 Questo modo sbagliato di interpretare un ruolo ha generato nei più la convinzione che fosse sbagliato il ruolo stesso. Il solo parlare di cultura oggi spesso genera occhiatacce, prese in giro quando non vere e proprie reazioni aggressive. Nessuno è autorizzato a dare lezioni a nessuno, tutte le opinioni si equivalgono, e lo scopo della cultura si riduce a dare una descrizione della società così com’ è senza nessuna pretesa di intervento su di essa. E’ così piano piano siamo precipitati nei reality show più “descrittivi” ed avvilenti.

 Ora, che sia chiaro, il sospetto di per se è legittimo, i tentativi di mettersi alla guida della società per condurla verso un modello ideale costruito a tavolino ha creato tragedie senza fine, non dimenticate e da non dimenticare.

Ma limitarsi a stare in mutande sul divano ad osservare altra gente che sta in mutande sul divano di un’ altra casa, neppure questa può essere una soluzione intelligente, mi pare.

Mettere in comune ciò che si ha senza arroganza o presunzione, offrire più che pretendere di imporre, cercare di stimolare l’ interesse, far capire che ci sono cose di maggior valore rispetto ad altre.

È un compito difficile oggi, molto più che in passato, per i motivi detti prima.

 Ma se non fa questo, una persona istruita, che ha studiato a fare ?

 La cosa di cui questo nostro Paese avrebbe massimamente bisogno, mi pare, è proprio una classe dirigente degna di questo nome, una classe dirigente come quella che portò l’ Italia fuori dalle macerie del dopoguerra, una classe di imprenditori colti, una borghesia illuminata, magari un po’ elitaria, è vero, col suo cerchio magico di salotti buoni. Una classe dirigente praticamente spazzata via.

Quella successiva l’ abbiamo vista tutti, un’ imprenditoria rozza e volgare, interessata al profitto e solo a quello, indifferente a qualsiasi bene comune. Arraffoni e banditi nel business come nella vita, furbi approfittatori e mentitori compulsivi. Illetterato orgogliosi della propria incultura, demagoghi e populisti.

Gente che nei salotti buoni di una volta non sarebbe mai stata ricevuta.

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19 commenti su “Sporchi intellettuali

  1. stileminimo ha detto:

    Questo post mi ricorda il senso di inadeguatezza e disagio che si prova in certi contesti accademici. Snobismo; anche questo mi ricorda. Per me il web è la risposta più efficace a questo tipo di “razzismo” (il razzismo di “chi conosce” nei confronti di “chi non conosce” e viceversa), perchè il web propone di tutto ed è aperto a tutto, nel bene e nel male.
    E anche se non sembra si sa autoregolare, nel senso che riesce a rendere un po’ di equilibrio fra gli infiniti livelli di conoscenza; io che sono un’ignorante e che faccio parte della massa devo molto al mondo dei blog e alla rete in tal senso, perchè in rete, nel web, ci sono degli intellettuali che sanno essere persone anzitutto; da queste, io imparo.
    Dagli intellettuali fini a se stessi, non saprei che prendere, perchè sono ignorante, appunto.
    E c’è interazione nel web, cosa che davanti ad un video televisivo che lobotomizza, non serve dirlo, una se lo scorda di poter dire la sua, seppur dal basso della propria ignoranza.
    Personalmente la televisione mi provoca lo stesso fastidio che provo quando incappo in un gruppo di intellettuali che “conoscono”, ma che si guardano bene dal condividere; si capiscono solo fra di loro come dici tu, Melo ed il risultato è lo stesso di un programma della De Filippi, ovvero il nulla più assoluto in termini di crescita personale. Peccato, mi dico. E pazienza, anche; tanto ci sono dei bellissimi blog di gente preparata e competente, in giro.

    • melogrande ha detto:

      Qualche tempo fa un amico, invitandomi ad allargare la mia visione della crisi, della globalizzazione, eccetera, mi inviò un lungo articolo del prof. Negri.
      In realtà devo dire che non era poi così lungo, ma mi è sembrato interminabile per la fatica che ho fatto a leggere e rileggere ogni singola frase per ricavare un senso sotto l’ oscurità di formule del tipo :

      ” (…)in questa nuova configurazione della regola costituzionale, permane la base materiale della legge del valore: non più lavoro individuale che diviene astratto, ma lavoro immediatamente sociale, comune, direttamente sfruttato dal capitale. La regola finanziaria può porsi in maniera egemone perché nel nuovo modo di produzione il comune è emerso come potenza eminente, come sostanza di rapporti di produzione, e va sempre più invadendo ogni spazio sociale come norma di valorizzazione.”

      e così via.
      Ora, pensando che ho dalla mia parte la fortuna di un’ educazione universitaria ed una vita di letture non sempre banali, mi sono chiesto a chi mai potesse arrivare un messaggio politico (si badi bene, politico, qui non stiamo facendo metafisica) espresso in termini così elitari.
      A quanti è concesso il privilegio della decodifica ?
      Mi è suonato di vecchio, e per certi versi di tradimento di un ruolo che dovrebbe essere ben altro.

      Il web è un far west, c’è di tutto e di più, lì semmai il problema è validare quello che trovi, distinguere il vero dal falso. Ma in qualche modo disordinato e caotico, a me pare che ci si arrivi lo stesso, ad orientarsi, a distinguere, anche grazie all’ interazione diretta di cui parli.

      E’ come quando vai in un posto che non conosci e cerchi una pizzeria su google, non sai fino a che punto fidarti dei giudizi che trovi, però alla fine un’ idea te la fai, e non è che ad andare in giro con le guide rinomate non si prendano fregature lo stesso…

      • stileminimo ha detto:

        Io ho poche certezze, ma che a me non sarebbe stato concesso il privilegio della decodifica in questo caso, è una di quelle poche.
        Mi chiedo perchè lo fanno… mah. Forse non si rendono conto che risultano incomprensibili; probabilmente per chi è abituato a parlare così, non sa che la maggior parte della gente non sa capire.
        Però mi chiedo: se io parlo con un mio “pari” me lo posso anche permettere di sciogliermi la lingua con un registro che è solo nostro (non io, io, cioè, questo è un esempio… che se non si fosse ben capito, non ce l’ho un registro definito ancora), ma se parlo in pubblico e/o per il pubblico, se è vero che voglio farmi capire, come minimo devo parlare la lingua che parlano tutti, no? E poi c’è un’altra cosa; da piccola io parlavo un dialetto tedesco, non l’italiano. Lo parlavamo in 4 gatti, anche oggi, siamo in pochi; però c’è una cosa che ho imparato a fare fin da subito: quando “si sta con gli altri” è da gran maleducati, ovvero cafoni, parlare una lingua che non tutti nel gruppo capiscono. Si sceglie la lingua comunemente più comprensibile, perchè altrimenti che si parla a fare?! E se si fosse intuito che sto dando dei cafoni a certi prof.o meno prof. che le sputano grosse, ma senza sostanza, ebbene si è intuito giusto. (si può dire “si è intuito giusto”?).
        A me il far west è sempre piaciuto, perchè sa di nuovo, di frontiera da esplorare… quasi, quasi potremmo aprire dei blog dal sentore western… che ne so, robe tipo: il Melo, il Bruco e il Gattino, oppure c’era una volta Splinder (o l’hanno già fatto?)

  2. Carla ha detto:

    Dino Campana non li sopportava proprio!
    li definiva: la cloaca!
    ;-)))
    io sono con lui!

  3. carla ha detto:

    più che conseguenze, espulsioni.

  4. gelsobianco ha detto:

    Non ho dimenticato i tuoi bei post, Melo.
    Assolutamente no.
    Non ho tempo per i blog ora.
    Hai espresso concetti molto giusti in questo tuo scritto!
    Grazie.
    Un caro saluto
    gb

  5. capehorn ha detto:

    Credo che gli attuali intellettuali, salvo rare e difficili eccezioni, siano solo una casta autoreferenziale. L'”Illuminato”, simpaticamente snob é merce rara e forse perché fa dell’intelligenza la sua arma migliore per rapportarsi con la società attuale, preferisce nascondersi ai più. Un pudore ancor più elittario, se vogliamo. Ma tant’é.
    In effetti a leggere quel brano politico, di primo acchito, cala una pesante nebbia e l’ho dovuto leggere un paio di volte per venirne fuori e non so bene come ne son venuto. E’ questo che caratterizza, il limite che fa dell’intellettuale, l’appartenere all'”intellighenzia”. Una sorta di corpo astratto e avulso dalla società, perrebbe. possibilità di evoluzione, di questi tempi, pare non ce ne sia. Tutti a rimirare il proprio ombelico. Forse però il problema é da un’altra parte. La pletora d’informazioni, (perché di pletora si deve parlare) ha raggiunto un livello tale che le voci autorevoli o quelle che dovrebbero essere tali si disperdono nel confuso balbettio dell’oggi.
    Quasi che la maggioranza abbia il connotato di “Buon Selvaggio”.
    “Stile” parlava del mondo web, dove esistono tentativi e anche seri di allargare gli orizzonti e alcuni sono degni di nota e attenzione, proprio perché le idee sono porte come “doni” e quindi senza nessuna pretesa di accondiscenza o peggio di pari restituzione.
    Eppure proprio il web é il luogo dove trovi tutto e il suo contrario e qualche cosa in più. Ove spesso si corre il rischio di veder riproposti stili e parole, che possiamo ritrovare ogni momento, accedendo ai “media” che oramai ci affiancano ogni momento. Anzi a questi troppe volte deleghiamo, idee e parole che anche non ci appartengono, per nostra educazione, formazione.
    Sorge spontanea la domanda: Quale intellettuale vogliamo? Qual’é l’intellettuale perfettibile?
    Inutile dare una risposta, perché le nostre rispettive sensiibilità ci portano risposte diverse e non nascondo, anche divergenti, le une dalle altre.
    Ciò non toglie che degli intellettuali ne abbiamo bisogno, non fose altro che per tentare di avere un interlocutore, che vede le cose da un’altra e migliore prospettiva della nostra, che ci può indicare nuove vie e che stimola e non preclude a percorrerle.

    ps: ti parrà strano, ma di questi tempi diffido fortemente dei “profeti”. Io, che per formazione ne dovrei sentire il palpito. Eppure …

    • melogrande ha detto:

      E’ una questione di mentalità, io credo.
      Nel mondo anglosassone, ad esempio, è molto più facile che un intellettuale non trovi lesivo della sua dignità farsi capire quando parla e scrive o persino, udite udite, fare divulgazione.
      Nel vecchio continente, invece, il vizio del latinorum pare duro a morire.

      C’è bisogno (secondo me) di intellettuali che aiutino a capire ed interpretare la complessità del mondo reale, che spieghino che non ci sono soluzioni facili a problemi difficili, che facciamo apprezzare la molteplicità e la ricchezza della natura umana ed il valore delle differenze, che insegnino che giudicare è sempre una chiusura mentre cercare di capire è un’ apertura, e vale sempre la pena fare almeno il tentativo.

      Tanto per fare qualche esempio.

      • capehorn ha detto:

        @ Melo = Mi trovi assolutamente concorde, con quanto hai espresso. Credo che l’opera dell’intellettuale sia proprio di fare divulgazione. Mostrare ciò che unisce, piuttosto che ciò che divide.Spronare alla comprensione, piuttosto che rimacinare cose già abbondantemente masticate. Spingere alla sperimentazione e on aver paura degli inevitabili errori o delle vie senza sbocco. La crescita non é mai un processo univoco, lento, graduale. Intervengono momenti e forze che s’impennano all’improvviso o rimangono in letargo per un tempo sconosciuto.
        Non bisogna avere paura, se si vuol crescere.

  6. guido mura ha detto:

    Caro Melogrande, sono uno di quelli che hanno sempre criticato acerbamente il mondo intellettuale del Novecento e credo che quella critica fosse necessaria e purtroppo ancora scarsamente condivisa, dato che è difficile valutare onestamente se stessi.
    Credo che l’incomunicabilità della casta intellettuale derivi direttamente dall’eccesso di specializzazione che ha pervaso le culture dell’ultimo secolo, eccesso che ha condotto alla creazione di linguaggi settoriali assolutamente criptici e impermeabili, uniti all’assenza di una visione d’insieme che ha impoverito di fatto la cultura, rendendola peraltro poco appetibile alle persone comuni.
    Mi è accaduto in un’altra epoca, quando tenevo seminari di narratologia all’Università di Cagliari, di dover spiegare agli studenti articoli di allievi di Greimas e Lévi-Strauss, che erano addirittura più incomprensibili dei testi dei loro pur astrusissimi maestri. Mi ero imbattuto in particolare in un elaborato di un certo Rastier, che sinceramente produceva nel cervello effetti simili a quelli di un peperoncino iperpiccante nello stomaco di un comune commensale non assuefatto a piatti indiani.
    Mi ha fatto impazzire per una settimana, ma alla fine, ridotto all’essenziale e tradotto in termini accessibili, si è trasformato in una decina di righe abbastanza banali, che ho potuto comunicare ai miei allievi, con loro notevole sollievo.
    Questo per dire semplicemente che il problema spesso non è la complessità delle informazioni da comunicare, ma la capacità e la stessa volontà di comunicarle. Perché purtroppo tanti uomini di cultura non credono nella necessità e nell’opportunità della comunicazione, più o meno come gli sciamani e i sacerdoti di antiche sette e religioni.

  7. stileminimo ha detto:

    Ma la conoscenza… a che serve se non viene condivisa? Non va a perdersi nel nulla? E’ come lavorare un’intera esistenza per qualcosa e poi buttarla nel nulla nel momento della dipartita. Non è così? E che senso ha?

      • melogrande ha detto:

        Anche.
        La conoscenza è potere, è vero. Se io so una cosa e tu no, ho potere su di te.
        Però è una strada perdente, come dimostrato dalla scienza sovietica (chiusa) rispetto a quella americana (aperta).

        Perché la conoscenza non segue le regole dell’ aritmetica.
        Se io so dieci cose e tu altre dieci, nel momento in cui le condividiamo ne sappiamo venti a testa, il doppio rispetto a chi non condivide.

        Dopo un po’ non c’è più partita…

        • lillopercaso ha detto:

          Bello l’esempio dell’aritmetica. Ma è così dura dividere il podere (con la D o con la T?) Ecco, a proposito… sento che alla radio si parla delle primarie..

  8. paolazan ha detto:

    mi inchino di fronte a tanta capacità di analisi, a tanta sapienza e a tanta devozione, pensando alla mia frivolezza, assunta però devo dire sinceramente, come metodo e modalità di comunicazione sperando in un barlume di efficacia nel coinvogere chi inciampa su di me e attraverso di me sui temi che ritengo cruciali. abbinare alla ricerca sulla comunicazione esercizi di arte visiva può essere molto produttivo, ed è ciò che pratico regolarmente. un vero intellettuale, immagino, non deve aver paura di sporcarsi le mani, anche se io rimango una piccola pasticciona, indifesa e incompiuta.

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