Decidere è un po’ morire

 

(…) il terrore di perdere qualcosa, quando, invece, non si vorrebbe lasciar andare nulla, neppure le pieghe dei segni.

Zena

La parola decidere viene evidentemente dal latino, de-cidere come re-cidere, tagliare via, sforbiciare. In ogni decisione c’è un pezzo che salta via, che “cede” ovvero cade come le foglie dei boschi cedui. Senza taglio non c’è decisione, e la cesoia è il suo strumento.

Separazione, divisione, perdita, mancanza. Tutto questo è implicito, che altro ci si potrebbe fare, del resto, con una cesoia ?

Si è discusso da queste parti, un po’ di tempo fa, sul fatto che la parola “perdere” abbia molteplici significati abbastanza eterogenei fra loro, lontani quanto può essere il perdere le chiavi dal perdere una partita o perdere l’ autobus al mattino. E si è trovato, quella volta, che il denominatore comune sottostante a tutte queste accezioni del perdere è il “prodere”, il tradimento. Perdere è un po’ tradire, lasciare che le cose vadano all’ incontrario, è mancare nei confronti di qualcosa che ci chiamava ed a cui non abbiamo saputo, voluto, potuto rispondere. Che peccato…

Ogni perdita è un peccato, un inciampo, o una pecca, una macchia, una mancanza di cura  verso le persone o le cose. Ogni perdita è una colpa, un difetto d’ attenzione, nel significato giuridico o religioso. Mea culpa, dunque. Se fossi stato più attento, vigile, pronto ad ascoltare, forse quella perdita sarebbe stata evitata. Avrei potuto fare di meglio.

Ma se la decisione è una cesoia che recide, quando non uccide, che separa, che fa saltare via un pezzo, chirurgia piuttosto che terapia, allora è proprio facile capire la difficoltà del decidere.

La decisione ci comanda di causare una perdita, e di causarla non per semplice ancorché colpevole mancanza di cura ed attenzione, ma per atto deliberato e “doloso” che infligge al mondo, alle cose, alle persone una perdita, una sorta di potatura. Una separazione volontaria, com’ è quella di chi emigra rispetto a chi viene portato via.

Una separazione, ecco, proprio come quella che sta alla radice del verbo “partire”.

E se certe volte partire è un po’ morire, figuriamoci decidere.

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33 commenti su “Decidere è un po’ morire

  1. stileminimo ha detto:

    NOn ne so molto, ma guardo quella foto e mi vien da dire che quando si recide (decide), poi scoppia più vita; perlomeno in Natura è così.
    Così come quando “si va via” è come se si tagliasse una parte di sè, o come se noi stessi fossimo quella parte tagliata e dovessimo imparare a germinare di nuovo, in qualche modo, da soli, forti soltanto della vita che ci rimane e ancora ci scorre dentro.
    C’è sempre abbastanza vita dentro per riprendere a germinare e crescere ancora.
    Quando si recide una parte di una pianta quella cade a terra, diventa terra e rinasce sotto altra forma, si trasforma; è un processo lungo.
    Questo avviene anche per gli animali, avviene per tutto ciò che è organico, no?
    E intanto, solitamente, la pianta recisa continua a crescere, con maggior vigore, perchè reagisce spingendo nuova vita.
    In Natura decide la Natura; per noi stessi io penso… anche.
    Noi pensiamo, è vero, ma in fin dei conti non sono davvero convinta che sia il pensiero a decidere per noi… ma questa è un’altra storia… o forse è la stessa.
    Ho la sensazione che se io sono come sono lo devo alla terra che ho incontrato prima di germinare… e questo non mi pare dipenda da come penso; semmai viceversa.
    Se invece non si decide mai, perchè magari non c’è pioggia, non c’è neve, non c’è vento e non ci sono lampi che spezzano e recidono, si vive lo stesso, ma non è la stessa cosa. Credo sarebbe un po’ come continuare a nascere già vecchi.
    Dover decidere assomiglia molto a continuare a rinascere come germogli nuovi.
    Se fa bene alle piante, mi sa che fa bene anche agli umani, anche se gli umani pensano che tutto dipenda da cosa e come pensano e invece, magari, è tutta una questione di quante piogge, di quante nevicate e di quanto vento si incontra per strada.

    • tramedipensieri ha detto:

      Non sempre una perdita equivale ad una “sconfitta”. A volte la perdita è voluta, cercata, decisa: è il cambio. Rinascere..come tu hai scritto…meglio di come avrei potuto fare…
      Bel post!
      ciao
      .marta

      • melogrande ha detto:

        Hai ragione, ma anche rinascere spesso necessita di un’ energica potatura, e quello che viene potato è pur sempre legno del tuo legno, o carne della tua carne…

        Grazie, marta, e benvenuta da queste parti.

  2. egle1967 ha detto:

    Decidere, credo sia l’atto che determina la forza di un uomo, un uomo che non puo’ determinare le conseguenze derivanti da questa “piccola morte”, ma che è pronto ad affrontarle. Implica una morte di una parte che esiste in noi ancora e che si decide di lasciar morire , spesso perché farla vivere comporta l’accettazione di qualcos’altro che invece fa male, e non si riesce ad accettare.
    La decisione è provocata dall’inevitabile incontro tra quello che tu pensi e provi , con la realtà che si forma come espressione di altri pensieri e sensazioni. E quindi , a meno che , uno decida di vivere completamente isolato dal mondo (ed anche per questi ci saranno comunque e sempre dei vissuti di decisioni prese da altri), tutti decidiamo sempre, anche quando decidiamo di non scegliere di far morire nessuna parte di noi, in effetti credo che tutte stiano morendo, lentamente, ma muoiono.
    Spesso imputiamo al caso avvenimenti che invece sono sempre il prodotto di decisioni prese da altri. Spesso ci sentiamo superficialmente più liberi quando ci facciamo cullare , come materia che si compone e scompone, da cio’ che abbiamo intorno a noi , dal quale ci ritraiamo e nel quale talvolta ci immergiamo, senza imporre a noi stessi un immagine alla quale attenersi, fare riferimento. A volte evitiamo di far fronte al dolore che implica una scelta, se non quando ci viene imposta dalla chiarezza della domanda di altri, che una decisione l’hanno già presa, e forse questo accade perché riconosciamo in noi stessi più parti che possono trovare una loro collocazione precisa e soddisfacente nella realtà…. Perché non sapendo esattamente quello che siamo ( nessuno lo sa) preferiamo stare nel possibile per non far morire nessuna parte di noi.
    Le decisioni stabiliscono in maniera oggettiva quello che in quel momento siamo e lo stabiliscono proprio perché si imprimono nella realtà , seppur momentanea, riconosciuta dagli altri che ne devono prendere atto.
    Ci definiscono e , per quanto mi riguarda, costituiscono l’unica risposta alla necessità di dare un senso alla mia identità umana e persino di dare un senso alle paure che spesso nascono proprio perché non decido.
    In fondo decidere è togliere sostanza alle nostre paure di agire , in relazione al dolore che potrebbe arrivare come conseguenza incontrollabile per un azione/ decisione fatta da altri…si anticipa il dolore e lo si consapevolizza, razionalmente.
    Decidere è anche la via di ri-trovarsi.
    E’ il frutto di uno sguardo profondo che hai verso di te e verso gli altri, è quella voce che c’è sempre e che ti dice che non puoi continuare a lungo a vivere in superficie, nella fantastica illusione che tutto cio’ che importa viva in un sogno, o nella banale quotidianità costruita sulla base di automatismi. Bisogna fare i conti con se stessi, inseriti in una realtà che si dipana come il risultato di molteplici scelte e decisioni.
    Bisogna guardare dentro e attorno e decidere.

  3. lillopercaso ha detto:

    Vorei sempre fare tuto e tenere tuto, anzi, tuti; confeso che non decido fino a che non son costreta dal’incompatibilità dele parti che vorei fosero un insieme. Posibilmente, prima che gli eventi o gli altri decidano per e su di me. Poi, che lo voglia o no, la vita s’impone, e finora con vigore. Ma anche la parte recisa avrebbe potuto rifiorire, e fa male. Insoma, decidere è un po’ patire, a volte un po’ tanto.
    Ultimamente, pero’, mi lascio un po’ prendere dal’onda. Vorei dire che son diventata fatalista, temo che invece sia un po’ menefreghismo, o forse solo mal di schiena.
    Comunque, non è bene, sia per quanto riguarda il personale sia per il politico; che poi son la stesa cosa
    (chiedo scusa per le dopie, anche qui)

  4. Guido Mura ha detto:

    Decidere è segno di vitalità, di voglia di agire. Da un po’ di tempo ho sempre meno voglia di decidere. Anzi aspetto che il mondo decida per me o che arrivino gli alieni a miracol mostrare. Faccio solo quello che esige il minimo sforzo. Se non mi prende qualcuno per la collottola non mi muovo neanche di casa. Ho rinunciato a cercare un editore per i miei romanzacci e tra un po’ smettero pure di scriverli; non cerco più nuove forme di attività e nuove idee, tagliando via le vecchie naturalmente. Che sia un segno d’invecchiamento?

  5. La vita taglia e modella.A volte siamo noi a decidere di tagliare e a volte è lei che fa e disfa come vuole.Essere sempre pronti a rinnovarsi e rigermogliare è difficile.Si è anche stanchi, a volte…

  6. melogrande ha detto:

    Non sono in grado di rispondere individualmente a ciascuno di voi, non saprei cosa aggiungere.

    Non intendevo certamente sostenere la tesi che si debba (o si possa) vivere senza decisioni, si capisce.
    Decidiamo in ogni momento, anche quando non decidiamo. E’ la stessa cosa che facciamo col comunicare, del resto. Anche rimanere in silenzio “comunica” un messaggio molto preciso.

    Volevo piuttosto, partendo dal mio antico amore per l’ etimologia, scavare fuori quel fondo di dolore che si percepisce nei momenti delle decisioni importanti, perché ogni decisione è un bivio ed in ogni bivio c’è una strada non scelta. L’ etimologia aiuta bene questa comprensione, richiamando il “taglio”.
    E questo a sua volta mi ha fatto pensare alla perdita, che è un altro dei miei temi dominanti, ed al senso di colpa che in fondo in fondo accompagna ogni perdita, e dalla perdita il partire…

    Ciascuno di voi ha illuminato in modo eccellente, come sempre, aspetti rilevanti delle dinamiche coinvolte nelle decisioni. A quello che dite ho da aggiungere solo un grazie profondo, per questo e per tutto.

    Come sensibilità personale, mi sento particolarmente vicino a quello che ha esposto Lillo (dopie a parte).

    “Vorrei sempre fare tutto e tenere tutto, anzi, tutti;(…) Poi, che lo voglia o no, la vita s’impone, e finora con vigore. Ma anche la parte recisa avrebbe potuto rifiorire, e fa male.”

  7. melogrande ha detto:

    Per dirla in un altro modo:

    Due strade divergevano in un bosco giallo
    e mi dispiaceva non poterle percorrere entrambe
    ed essendo un solo viaggiatore, rimasi a lungo
    a guardarne una fino a che potei.

    Poi presi l’altra, perché era altrettanto bella,
    e aveva forse l’ aspetto migliore,
    perché era erbosa e meno consumata,
    sebbene il passaggio le avesse rese quasi simili.

    Ed entrambe quella mattina erano lì uguali,
    con foglie che nessun passo aveva annerito.

    Oh, misi da parte la prima per un altro giorno!
    Pur sapendo come una strada porti ad un’altra,
    dubitavo se mai sarei tornato indietro.

    Lo racconterò con un sospiro
    da qualche parte tra anni e anni:
    due strade divergevano in un bosco, e io –
    io presi la meno percorsa,
    e quello ha fatto tutta la differenza.

    Robert Frost – La strada che non presi

    • stileminimo ha detto:

      Ha fatto bene a prendere quella meno percorsa, secondo me… forse. E poi, magari, a volte, le strade sono la stessa strada, solo che non lo si può sapere se non si percorrono.

    • lillopercaso ha detto:

      Poesia ricorente nel tuo blog e nela vita mia.
      Poso dire che quando mi è capitato di scegliere ‘col cuore’ , poi, la strada è stata -anzi, MI E’ PARSA- in discesa. Salvo complicazioni postume. Ma al momento, bè, sono perlomeno andata in pari con il ‘taglio’, e ho tirato un sospiro di solievo, se capisci cosa intendo.
      Con ‘la testa’ non mi è mai suceso di decidere; forse ci si troverebe meglio poi, non so, sarebe ora che la usasi.
      A proposito di recisioni, ti lascio una canzone che mi piaceva molto e mi terorizava al tempo steso, dato che mi imedesimavo in ambedue le parti. Se non la conosci, ascolta le parole.
      E’ l’unica versione che ho trovato, io la conoscevo dai DikDik.

  8. marilina ha detto:

    Ciascuno di noi ha il suo modo di vivere il concetto” bastone della vecchiaia”. Federica scrive:

    Ti ho aiutato migliaia di volte a scendere le scale.
    Ora ogni gradino è il vuoto.
    ALLE MIE NONNE

  9. gialloesse ha detto:

    Decidere per il nuovo, per il diverso, per il mistero, per il fantastico, per l’incerto, per il pericolo, per l’incanto, per il più bello, per il rischio, per il dopo, ecco per il futuro, sempre.

  10. tempodiverso ha detto:

    quel “che ne pensi ?” induce a rispondere anche il lettore di passaggio…
    credo che ci sia una differenza tra il perdere per decisione dal perdere per incuria o per accadimenti che non dipendono dalla volontà del singolo. Nel primo caso la scelta scaturisce sempre da un’attenta analisi delle due possibilità di scelta, dai costi e dai benefici di entrambe.
    Qualora invece la perdita ci venga imposta dall’esterno, chiamiamolo destino o caso, allora
    al dolore per la perdità si aggiunge anche la rabbia impotente per non avere avuto la possibilità di esercitare la propria volontà.

    • melogrande ha detto:

      Sono diabolico, vero ?
      😉

      Sì, quello che cercavo di presentare è come ci sia una specie di ” senso di colpa” nella perdita involontaria, per quanto si possa invocare il fato, ed una violenza nascosta in ogni decisione.

  11. m0ra ha detto:

    Per quanto de-cidere sia come re-cidere, quindi un fatto che ha in sè una propria violenza, penso che vi siano modalità diverse di ‘preparare’ la decisione. Anche se può sembrare vile per certi versi, preferirei lasciare che siano gli eventi di anticipare la decisione la quale è certamente un atto di volontà, ma non dovrebbe essere compiuta come gesto eroico nè spietato. Fare il superman non mi sembra il modo giusto per accompagnare un gesto che invece sollecita un intimo sentimento misericordioso. Anche ciò che è stato scartato continuerà a vivere, la nostra vita, volente o nolente è costituita da ciò che abbiamo fatto e da ciò che abbiamo escluso, lasciato, perduto. Nel momento in cui si decide in realtà compiamo un gesto intrinsecamente necessario che gli eventi e le cose ci impongono, ma ben sappiamo che non c’è mai definitiva liberazione da ciò che ci ha toccato nel profondo.

    • melogrande ha detto:

      La tonalità emotiva sottostante al post era proprio quella della “pietas”, m0ra, e la tua sensibilità l’ ha intercettata immediatamente, cosa di cui non dubitavo affatto, del resto…

      non c’è mai definitiva liberazione da ciò che ci ha toccato nel profondo” mi sembra bilanci perfettamente le parole di zena che ho usato come esergo.

      Grazie, sempre.

  12. m0ra ha detto:

    Pardon per il refuso : preferirei lasciare che siano gli eventi ‘ad’ anticipare e non ‘di’ anticipare. Ciao.

  13. Leggevo e pensavo alle due strade di Frost e poi, nei commenti trovo la poesia.
    E mi commuovo, nel senso bello e comune del sentire insieme.
    Ci sono anch’io dentro le parole di Lillo.
    E dentro la fatica del decidere.
    Con affetto.
    (ho una gran voglia di tornare su Prometeo, aspetto d’avere il tempo)

  14. beaticomerane ha detto:

    che bel post.
    son d’accordo pure con te.
    in tutto questo discorso hai dimenticato di menzionare il fatto che decidere è un po’ tagliar via se la persona che prende la decisione se ne assume la responsabilità, copsa quantomai rara. ma si vede che tu sei uno di quelli. rari, dico.

    p.s. non so se questo pensiero sia già stato espresso da qualcuno dei tuoi commentatori, troppo lunghi ‘sti commenti! 🙂

  15. carla ha detto:

    decidere non necessariamente significa: recidere.
    a volte significa rinforzare, dare nuova linfa…
    per questo l’educazione, quella con la E maiuscola, ha sempre avuto un’importanza fondamentale nella formazione del carattere, perchè senza un’educazione Forte l’individuo non è in grado di decidere bene, tentennerà sempre…
    a volte ci vogliono proprio degli eventi estremi, per farci decidere.

    un salutino da un lago senza girini 🙂

  16. carla ha detto:

    iniziano adesso…il faggio si sta colorando di un giallo……divino!
    per non palare delle edere di ruggine…
    novembre è uno spettacolo 🙂

    ciao

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