Due o tre cose sul potere

“This is my world
and I am world leader pretend.
This is my life, and this is my time.
I have been given the freedom to do as I see fit.
It’s high time.

 I’ve razed the walls that I’ve constructed”

R.E.M. – World Leader Pretend

Il potere ha una caratteristica curiosa: si è tutti convinti di sapere che cos’è, ma quando si tratta di darne una definizione, o semplicemente di provare a spiegarlo, ci si rende conto che la faccenda è più complessa di quanto ci si aspettasse. Quello che Agostino diceva del tempo, che “se nessuno me lo domanda, lo so, ma se voglio spiegarlo a chi me lo domanda, non lo so più” sembra potersi adattare perfettamente anche al potere, e per la verità potrebbe dirsi altrettanto per parecchi altri concetti centrali della nostra vita, talmente vicini a noi da non riuscire a vederli.

Persino James Hillman, nello scrivere il suo libro sul Potere, adotta un approccio fenomenologico, ne illustra aspetti ed attributi senza mai tentarne una definizione “teorica”.

Altri (molti altri…) ci hanno invece provato, ma non posso qui nemmeno tentare di fare una panoramica delle infinite definizioni di volta in volta proposte. Mi limiterò a dire che, da parte mia, mi sono convinto che il potere sia la capacità di fare accadere qualcosa che non accadrebbe spontaneamente. Un approccio che si avvicina alla definizione (assai più rigorosa) di R.A. Dahl, giusto per essere precisini.

Significativamente, in inglese i termini “potere” e “potenza” vengono indicati con lo stesso termine “power”, nonostante che l’ inglese disponga di un numero di vocaboli assai superiore rispetto alla nostra lingua.

A differenza del “power” inglese, “potere” in italiano è anche un verbo, per cui io posso camminare, mangiare, spaccare legna e pubblicare questo post, tutti eventi che non accadrebbero da soli, ma il campo di applicazione principale delle teorie del potere è ovviamente quello dei rapporti interpersonali.

Che tipo di potere può esercitare una persona nei confronti di un’ altra ? Ovvero, ricordando la “definizione” tentata prima, in quali modi può una persona ottenere che un’ altra persona faccia qualcosa che quest’ ultima non farebbe spontaneamente, come ad esempio alzarsi presto al mattino per andare a lavorare ?

“Per amore o per forza” è un modo di dire che fornisce già una prima grossolana catalogazione degli strumenti del potere: il convincimento e la forzatura. Si potrebbe andare avanti, naturalmente, declinando il convincimento in persuasione, identificazione, carisma o addirittura manipolazione, mentre la forzatura potrebbe comprendere la violenza,  l’ inganno, l’ intimidazione, le punizioni o, semplicemente, l’ autorità formale. Ma il mio intento qui non è fare l’ anatomia del potere. Mi interessa di più la domanda “da dove proviene” il potere ?

È passato il tempo del diritto divino, ed è evidente che, oggi, il potere viene conferito agli uomini da altri uomini, in un modo o nell’ altro. In una democrazia, per esempio, il potere proviene dalla volontà degli elettori che scelgono (ammesso che la legge elettorale glielo consenta) i loro rappresentanti in Parlamento ai quali delegano il potere di fare leggi che regolamenteranno la vita della comunità, e quindi gli stessi elettori. Ne segue una declinazione alquanto complessa di questo potere, con i parlamentari che scelgono il Presidente della Repubblica che nomina il Presidente del Consiglio che sceglie i Ministri, il tutto soggetto alla fiducia del Parlamento, a garanzia che la volontà degli elettori venga rispettata. Solo il potere giudiziario rimane fuori da questa catena di autorità, proprio perché il potere giudiziario deve porsi come il “potere dei senza potere”, il potere di garanzia per definizione.

Nel caso di un’ azienda, il potere proviene invece dalla volontà dei proprietari o azionisti, i quali nominano l’ Amministratore, che a sua volta nomina i dirigenti e così via discendendo. Perché, dovrebbe essere inutile rilevarlo, l’ atto di nomina procede dall’ alto verso il basso, mentre l’ atto elettivo segue il percorso inverso. Il potere è delegato dagli elettori allo scopo di vedere perseguito il “bene comune” e la sua architettura è complessa in quanto è opportuno (e vedremo quanto…) evitare l’ eccessiva concentrazione del potere. L’ azienda invece ha un “padrone” che rischia il proprio patrimonio e ritiene, fino ad un certo punto anche ragionevolmente, di non dover rispondere delle proprie decisioni; delega o non delega a sua discrezione e senza preoccuparsi troppo di predisporre contrappesi. L’ obiettivo dell’ azienda è di regola il profitto, ed il suo strumento l’ efficienza; per perseguire i suoi obiettivi l’ azienda procede dunque secondo logiche più “autoritarie” scandite dagli organigrammi che definiscono poteri e dipendenze.

E di conseguenza, democrazie ed aziende non sono la stessa cosa e non funzionano nello stesso modo.

Fin qui, la teoria.

Ma è proprio così che vanno le cose, in politica così come in azienda ? Per esempio, avete notato che in tutta la precedente, sommaria descrizione dell’ assetto costituzionale non si parla mai di partiti ? Siamo sicuri che non contino davvero nulla, nella struttura repubblicana di potere ? Enrico Cuccia, per fare un altro esempio, trascorse gli ultimi anni in Mediobanca nel ruolo di Presidente Onorario, privo di poteri esecutivi. Stava davvero lì tutto il giorno a scaldare la sedia ?

Chiunque segua anche da lontano l’ attualità politica ne dubita, così come ne dubita chiunque abbia lavorato abbastanza a lungo in un’ azienda. Il vero potere non procede affatto in questo modo.

Per capire le dinamiche del potere occorre capire quella che Carl Schmitt chiamava “l’ anticamera del potere” (tutte le citazioni che seguono sono tratte dal “Dialogo sul potere” edito da Adelphi).

“Chi è chiamato a riferire di fronte al potente, o gli fornisce informazioni, è già partecipe del potere.(…) Ogni potere diretto è quindi immediatamente sottoposto a influssi indiretti. (…) Detto altrimenti: davanti a ogni camere del potere diretto si forma un’anticamera di influssi e poteri indiretti, un accesso all’orecchio del potente, un corridoio verso la sua anima. Non c’è potere umano che non abbia questa anticamera e questo corridoio. (…) Nell’ anticamera a volte ci sono uomini saggi ed intelligenti, oppure manager prodigiosi e onesti ciambellani, a volte sciocchi arrivisti e impostori.”

Un meccanismo di questo genere scavalca la gerarchia formale riconosciuta. È il meccanismo che sta alla base dei “poteri paralleli” presso qualsiasi latitudine. Chi è fuori dal circolo subisce il potere di chi è dentro il circolo; chi è dentro gode non solo del potere ma spesso anche dell’ impunità.

Un gruppo chiuso controlla tutto, un circolo autoreferenziale con l’ accesso diretto a chi comanda. Una rete di potere parallelo si articola accanto e sotto a quella del potere ufficiale, chi conta e chi no non è scritto, occorre saperlo, ed avendolo saputo occorre tenerne conto, per evitare spiacevoli e pericolosi errori. Una segretaria può avere più potere di un direttore generale. Chi è fuori non sa, fa fatica anche soltanto per capire che cosa realmente succede.

Ora, dopo avere affermato che “non c’è potere umano che non abbia questa anticamera”, Schmitt introduce un distinguo.

“Quanto più il potere si concentra in un determinato punto, in un determinato uomo o gruppi di uomini, come in un vertice, tanto più si acuiscono il problema del corridoio e la questione dell’ accesso al vertice. E tanto più violenta, accanita e sotterranea diventa anche la lotta fra coloro che occupano l’ anticamera e controllano il corridoio.”

Qual’ è l’ effetto di questo sistema su colui che detiene il potere ?

“Il potente diventa sempre più isolato quanto più il potere diretto si concentra nella sua persona individuale. Il corridoio lo sradica dal terreno comune e lo innalza in una sorta di stratosfera in cui egli mantiene contatti soltanto con coloro che indirettamente lo dominano, mentre perde i contatti con tutti gli altri uomini su cui esercita il potere, che a loro volta perdono contatto con lui. In casi estremi spesso tutto questo balza agli occhi in modo grottesco.”

La concentrazione del potere si accompagna inevitabilmente all’ isolamento del potente. C’è da credergli. Aggiungerei che il grottesco fa in fretta a diventare tragico, ed uno come Carl Schmitt, che oltre ad essere stato convintamente nazista, del nazismo fu anche un po’ il teorico dovrebbe saperlo bene.

Insomma, questo mi sembra il punto centrale dell’ intera faccenda. La concentrazione del potere nelle mani di un singolo, costringe quest’ ultimo a circondarsi di una “corte”. Nessuno è in grado di fare tutto da solo, e più si cumulano responsabilità, più diventa giocoforza dotarsi di aiutanti, in numero proporzionalmente crescente all’ aumentare delle cose da gestire.

Le persone che circondano il potente, fa notare Schmitt, a loro volta lo condizionano, costituiscono una sorta di “cerchio magico” all’ interno del quale penetra una visione della realtà parziale e deformata.

Il primo effetto di questo cerchio è infatti quello di selezionare gli accessi, fare da filtro al potente che non è più in grado di accogliere tutte le richieste. Si pensi anche soltanto a quella forma piuttosto blanda e relativamente innocua di “potente” rappresentato da un divo, una rockstar, un attore famoso. Ben presto ha bisogno di qualcuno che passi in rassegna la corrispondenza, cestinando, rispondendo, inoltrando, facendo leggere al divo solo ciò costui o costoro, i collaboratori, ritengono che debba vedere. Quanto più drammatica è la situazione della segreteria di un monarca assoluto o di un tiranno ?

Il secondo effetto è quello di rappresentare al potente una realtà esterna che lui, a causa dell’ eccessiva concentrazione di potere, non è più in grado di frequentare. E l’ oggetto di questa rappresentazione non è la realtà, ma una deformazione di essa, in funzione di ciò che i cortigiani pensano che il potente voglia sentirsi dire. Il problema principale del diventare potenti, potremmo dire, è che si raggiunge l’ illusione della propria infallibilità. Quanto più un potente è potente, tanto meno si osa dirgli che sta prendendo una cantonata, alimentando così una deriva narcisistica che lo allontana sempre di più dal mondo reale.

Ma non basta. I cortigiani non sono solo filtro al mondo, sono anche in competizione fra loro per il favore del potente, ciascuno sgomita per aumentare la propria influenza ed il proprio spazio, e per ridurre quello degli altri. Quanto più il potere si concentra, tanto più cresce il numero dei cortigiani e la violenza della guerra di tutti contro tutti. Manovre spregiudicate, calunnie, menzogne, disinformazione cominciano ad essere utilizzate come ordinari strumenti di lavoro quotidiano, insieme al mobbing nei confronti degli esterni che avrebbero titolo o pretese all’ accesso. Una struttura occulta di fatto sequestra il potente e si sostituisce all’ organizzazione ufficiale. Un usciere conta più di un direttore, una segretaria o un’ amante decide i destini di intere divisioni influenzando le decisioni o deformando le informazioni.

La paranoia del potere nasce da qui.

Se tutto questo vi fa venire in mente il Riccardo III shakesperiano o più semplicemente la trilogia del Padrino, sappiate che in giro fioriscono gli studi di “Corporate Psychopathology” che tendono a catalogare molti grandi  leaders e managers come “psicopatici di successo”.

Questo è un altro discorso, ed il post è già troppo lungo, ma dovrebbe spiegare a sufficienza l’ assoluta necessità, per le democrazie, di impedire attraverso un adeguato sistema di contrappesi che il potere si concentri troppo, pur se questo comporta la rinuncia consapevole ad un certo grado di efficacia decisionale.

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31 commenti su “Due o tre cose sul potere

  1. stileminimo ha detto:

    pazienza! I potenti troppo potenti sono più pericolosi di un certo grado di inefficacia decisionale.

    • melogrande ha detto:

      Ogni tanto, ciclicamente, si tende a dimenticarlo.
      Non molto tempo fa un premier con una maggioranza bulgara in Parlamento ed un’ influenza economica e mediatica senza paragoni in tutto l’ Occidente si lamentava di “non avere potere”.
      Abbiamo seriamente rischiato la Costituzione, ricordiamocelo. C’ è mancato poco.

      • stileminimo ha detto:

        Non so se molti se ne sono resi conto. Non so nemmeno se molti sanno che cos’è e a cosa serve la Costituzione. Per ricordarsene bisognerebbe che ci fosse coscienza politica e civile. Non c’è. Non molta, non quanta dovrebbe essercene.

  2. guido mura ha detto:

    E spesso sarebbe meglio che non decidessero proprio.

    • melogrande ha detto:

      E’ un equilibrio difficile.
      Certamente il bipolarismo rancoroso ed aggressivo che si è voluto passare come decisionista nell’ ultimo ventennio non ha prodotto buoni frutti.

  3. lillopercaso ha detto:

    La solitudine del manager, poveretti!
    (mi son svegliata a un’ora illegale per casa mia, torno poi)

  4. capehorn ha detto:

    Interessante come sempre e l’aggiunta dei commenti di Schmitt rende il tutto anche più attraente.
    Se é vero che nell’assolutismo del potere il potente prima o poi si distacca dalla realtà, vuoi per motivi patologici personali, vuoi attraverso i meccanismi da te citati, é anche vero che nelle democrazie la legge dei contrappesi, seppur prevista, trova delle inevitabili difficocltà ad essere applicata. Anche perché in ogni democrazia si vanno formando dei “poteri”, sia essi di “partito” sia essi di esponenti di spicco allìinterno di quelli, che giocao un ruolo non secondario nel momento politico. Abbiamo assistito all’evoluzione e all’involuzione di quelle che furono dette “correnti”. Gruppi che coagulavao accanto ad una forte personalità e da questa erano guidate e conseguentemente era “guidata” anche la politica e la vita del paese. In un gioco sottile e impalpabile di specchi.
    Domanda logica e lecita é : come difenderci da questa forma di “potere”.?
    Aumentando i contrappesi, mettere sbarramenti o barriere difficilmente valicabili, oppure stabilire “ope legis” tempi certi per poter svolgee l’attività politica e non permettere ogni tipo di scavalco di quei tempi?
    Così facendo, si potrebbe opinare che la democrazia nasce e si sviluppa monca. Che certe sue manifestazioni non possono essere bloccate, lasciate sospese o peggio inibite perché verrebbe a mancare un fondamento dell’azione politica come il tempo. Ci sono cose che bisognano di tempi lunghi e la loro risoluzione rimane incerta soprattutto se chi l’ha concepita e messa in opera, si trovi improvvisamento privato, per i motivi sopra esposti, di portarla a termine o comunque a seguirne tutti gli sviluppi e in posizione tale, che gli sia permesso d’intervenire, alla bisogna.
    Non possiamo neppure immaginare di non avere quegli orgnai di controlo, in quanto da democrazia all’anarchia, il passo non é così lungo come si crede.
    In questi casi la “deregulation”, non é auspicabile, né praticabile.
    Dunque? Dunque iniziamo a vigilare già scegliendo i rappresentanti e continuare a vigilare sul loro operato, avendo onestà e rispetto di se soprattutto quando li si esclude, perché la loro azione é stata insoddisfaciente. Il potere a volte assume le forme che noi vogliamo e il non volere al posto di comando: incapaci, cialtroni o infingardi, é nelle nostre mani, nella nostra responsabilità.
    Perché é vero che il potee logora chi non ce l’ha.
    Soprattutto quando non ha il potere di dismettere e opporsi seriamente a quelle forme indicate nel post.

    ps: manco da molto e me ne scuso con il nostro ospite. Credo di aver recuparato, in parte, con il commento proposto e se é stato noioso, non si é fatto apposta.

    • melogrande ha detto:

      Dunque ? dici tu.
      Domanda legittima, risposta difficile.

      Qualche anno fa si sarebbe detto: ci vuole il decentramento, portare le decisioni vicino ai cittadini, a livello locale. Le ultime notizie (o dovrei dire l’ urlo di dolore) che sento provenire dal Pirellone, dalla regione Lazio, dalla Sicilia, insomma proprio da quella politica decentrata che doveva essere il rimedio ai mali,lasciano scoraggiati.

      Si dovrebbe ripartire dalle persone, è vero. Ma quando certa materia organica supera i livelli di guardia, le persone perbene scappano. Non è giusto ma è così. Dimmi la verità, cape, tu ti candideresti infilandoti in un simile ambientino ?

      Mi pare che in questi anni l’ esperienza meno fallimentare sia stata quella dei sindaci. Collegi uninominali di piccole dimensioni porterebbero a conoscere in faccia le persone alle quali conferire la delega attraverso il voto, e magari al desiderio di seguirne un po’ meglio le tracce nell’ attività parlamentare. Ma non mi sembra che questa sia l’ intenzione.

      ps
      Gli amici restano amici anche quando latitano, cape, e sono sempre contento di rivederti quando ti va di ritornare.

      • capehorn ha detto:

        innanzitutto grazie.
        Venendo al sodo, di cenrto non mi candiderei. Primo perché non sono così disonesto con me stesso a millantare capacità di homo politucus, che sento di non avere affatto. Pio visto l’ambiente che si é generato e mi vien da sostenere che una volta si ribava per il partito, ora si ruba al .. parito e non é un bel salto di qualità.
        E’ anche vero che nei collegi uninominali, in pesenza di realtà minuscole o miscroscopiche, se da una parte ci si conosce un po’ tutti, dall’altra on c’é così gran movimento: di potere, di denaro, favori e prebende possibili o meno. Può diventare, però, una buona palestra per misurarsi a gestire la res publicae e intanto essere giudicati per l’operato svolto.
        A questo punto ritengo utile una vera rivoluzione, intesa nelle’liminazione di questo stato di cose, persone, meccanismi e la rifondazione di un qualcosa di più agile, accessibile ed economico, perché no.
        E’ scritto che la toppa nuuova sull’abito vecchio, non regge e la rottura s’allarga.
        E’ possibile che tra i vari passi indietro, aspicatbili, aspicati NOI si faccia un passo indietro e a quel punto la frattura tra questo modello e NOI diventi insanabile e giusta quindi un azione rivoluzionaria.
        Una riscrittura delle regole e una rigida applicazione delle medesime..
        Allora si potrebbe rivedere un avvicinamento alla politica ed un diverso accosto di tutti al “potere”.

  5. odinokmouse ha detto:

    Interessante ma molto impegnativo: solo complimenti!

  6. Sempre porta-pensieri i tuoi post.
    ‘Porta’ perchè ‘aprono a’ e insieme ‘recano’.
    E a me viene da pensare a una piccola cosa (poi ritornerò, appena avrò tempo, sul passaggio da ‘contratto’ a ‘delega’ che mi sembra un altro elemento importante nel costituirsi del potere…).
    Cricca, la cricca del potere.
    Nel nostro dialetto ‘cricca’ significa lo sporco spessorato, quello che non si riesce a togliere neppure strofinando forte.
    Buona domenica, a te e a tutta la pagina.
    zena

    • melogrande ha detto:

      La cricca, zena.

      Se avessi potuto correlare il post con un pezzo antologico, come se fosse un testo scolastico, avrei scelto la lettera di Lavitola pubblicata dai giornali un po’ di tempo fa.

      Al di là di conferme e smentite sull’ autenticità, che l’ abbia scritta lui o qualcuno per interessi concorrenti, sta di fatto che trattasi di un vero manifesto della cricca, nonché di un compendio esplicativo dei meccanismi illustrati nel post, di agghiacciante chiarezza.

  7. Ciao Melo,
    un post difficile, ma io ho una certa idea, forse sbagliata.Ma voglio cercare di esprimerla.
    Ieri sera vedendo “Report”, che non ha mezzi termini per descrivere certe situazioni, mi è giunta spontanea una riflessione.
    Io credo che il Potere sia direttamente proporzionale a chi questo potere deve rappresentare(nel caso della politica)
    Vorrei passare ad un caso pratico.
    Il caso della regione Sicilia.
    Gli uomini che rappresentavano il potere hanno assecondato le esigenze dei cittadini che hanno permesso di farsi assumere come forestali,pur sapendo che anadavano a lavorare senza sapere neppure che lavoro dovessero svolgere dato che, pare ,in Sicilia non ci siano nepppure tantissimi alberi.
    Alla fine ecco che il potere finisce sempre in mano a coloro che riescono a rappresentare il volere di chi li ha eletti, anche se poi va tutto a discapito della comunità stessa.
    Dio salvi la Sicilia da Siciliani …ho letto da qualche parte.
    Monta la rabbia in questi giorni in Sicilia, ma verso chi?
    Verso il Potere o ,come dovrebbe essere, verso se’ stessi ?

    Nel caso delle aziende è diverso ,naturalmente.

    • melogrande ha detto:

      Il tuo commento è più difficile del post, mi sa…

      Il discorso è complesso, in particolare se si vuole evitare di cadere nei luoghi comuni. Diciamo subito che il meccanismo della delega elettorale da parte dei cittadini ai loro rappresentanti presuppone, per funzionare a dovere, una tacita premessa sul riconoscimento del bene pubblico e delle istituzioni, una consapevolezza del “contratto sociale” su cui si basa lo Stato moderno a differenza dell’ assolutismo di una volta. In parole povere, presuppone la fiducia reciproca.

      Quando questa fiducia non c’è, per motivi che possono essere storicamente determinati oppure contingenti, allora prevale il “si salvi chi può”, ciascuno mira al proprio vantaggio personale, sia pur piccolo purché immediato, ed al diavolo tutto il resto. Se lo Stato non funziona, mi arrangio come posso, cedendo il voto a chi promette un’ assunzione, o il condono della casetta abusiva. Come in tutti i giochi di squadra, se ciascuno gioca per sé, alla fine si perde tutti, è ovvio. Ma in queste circostanze, il principio razionale del “se tutti facessero come me cosa succederebbe ?” viene meno, e non c’è sistema elettorale che tenga.

      Ora, si rischierebbe la recessione all’ infinito a cercare di stabilire se è questo atteggiamento che fa andare male le cose, soprattutto in certe regioni o se è il fatto che le cose vanno male a rafforzare questi comportamenti. È nato prima l’ uovo o la gallina ?

      Il vero compito dovrebbe essere semplicemente quello di spezzare il meccanismo, invertire la spirale malefica. Da questo punto di vista la classe dirigente della Seconda Repubblica nata tra molte speranza dalle macerie di Tangentopoli mi sembra abbia dato una prova persino peggiore di quella della Prima, con ogni evidenza aggravando il male piuttosto che curarlo.

  8. melogrande ha detto:

    A proposito dell’ ultima affermazione circa la performance della Seconda Repubblica, viene opportuna la coincidenza della pubblicazione da parte di Transparency International del Rapporto annuale 2011 sui livelli di corruzione percepita nei vari Paesi.
    Estremamente interessante fare una piccola carrellata all’ indietro.

    A partire dal 1995 (e Tangentopoli è del 1992) il voto assegnato all’ Italia pare crescere in maniera lenta ma confortante fino al picco del 5,5 nel 2001.
    In termini scolastici, sembrava che ci stessimo applicando, e potevamo puntare alla sufficienza.

    Da quel momento in poi, il trend si inverte implacabilmente e ci ritroviamo, da un paio d’ anni a questa parte, a non arrivare al 4.

    Anno Voto

    1995 3,0
    1996 3,4
    1997 5,0
    1998 4,6
    1999 4,7
    2000 4,6
    2001 5,5
    2002 5,2
    2003 5,3
    2004 4,8
    2005 5,0
    2006 4,9
    2007 5,2
    2008 4,8
    2009 4,3
    2010 3,9
    2011 3,9

    Questo è ciò che il mondo pensa di noi.

  9. gelsobianco ha detto:

    Dovremmo vergognarci veramente!
    …e cambiare totalmente!
    gb

  10. melogrande ha detto:

    Per cambiare occorre prima di tutto prendere coscienza di dove si sta.

    Di seguito, alcuni dei Paesi che negli ultimi 10 anni ci hanno sopravanzato in classifica e che oggi sono percepiti come meno corrotti dell’ Italia:

    Uruguay, Costa Rica, Turchia, Polonia, Lettonia, Lituania, Georgia, Sudafrica, Giordania, Croazia, Isole Mauritius, Cuba.

    • gelsobianco ha detto:

      Hai perfettamente ragione, Melo!
      Il prendere coscienza della situazione in tutta la sua vergognosa verità deve precedere il cambiamento.
      Come poter e voler cambiare se non si sa bene tutto nella sua crudezza?

  11. Be part of solution…Join the revolution.!

    http://ceraunavoltasplinder.blogspot.it/2012/10/rodchenko.html
    Dovrei aggiungere una fotografia di Rodchenko…ma non ci riesco qui.

    • gelsobianco ha detto:

      Alexander Rodchenko was one of those 25 artists who believed that art should “both facilitate change in people, making them more ideally Soviet, as well as represent Soviet ideals through their materials and construction.”

      Davvero interessante il post!
      gb

      • melogrande ha detto:

        In genere non mi piacciono troppo gli artisti “militanti”.
        Però devo dire che Rodchenko era davvero bravo.
        Perfino troppo, tanto che mi risulta ebbe grane sotto Stalin, il che lo rende già più simpatico.
        Grazie per la segnalazione !

        • gelsobianco ha detto:

          Un grandissimo Artista ed un Uomo vero.
          Haii ragione: neppure a me piacciono molto gli “artisti militanti”, ma Rodchenko fu qualcosa di diverso e più incisivo.

          Io volevo postare, ieri, una sua fotografia, ma non ci sono riuscita!
          Grazie, Melo!
          gelso

  12. lillopercaso ha detto:

    E’ strano che il venire alla luce di fatti come la collusione con la ‘ndrangheta in Lombardia, o della lettera di Lavitola, o delle ruberie di Fiorito, eccetera, non provochi tale reazione dal basso da far crollare, come un terremoto, i castelli di carte del potere. Anzi, sembra che si ottenga l’effetto opposto;
    se la sfiducia dilaga, forse è una sfiducia anche verso se stessi, sedati da anni di Mediaset;
    Mi pare che si sia a un ‘Si salvi chi può’, e se lo penso è perché forse io ce l’ho dentro: a volte, ascoltando di manovre e aggiustamenti finanziari, penso immediatamente, prima di tutto, ai porci, piccoli interessi della mia famiglia e dintorni. Dopo, solo dopo, al resto del mondo. E’ lo scollamento tra il bene comune e il bene individuale. E’ triste, anzi, di più: pare l’inizio della barbarie.
    Al ‘Si salvi chi può’ ho veramente poco da salvare, e mi piace così, era stata una scelta, e si rivela quella giusta.
    (invio prima che sparisca)

  13. lillopercaso ha detto:

    Che brutto commento, prima mi era venuto meglio, ma questo cavolo di pc francobollo con cui scrivo da sdraiata me l’ha cancellato…

  14. melogrande ha detto:

    Beh, il movimento di Beppe Grillo che sembra essere diventato il secondo partito in Italia è una forma di reazione, no ?

  15. lillopercaso ha detto:

    Sì, forse lo sottovaluto.

    • melogrande ha detto:

      Mah, sai, i sondaggi sono sempre cose relative, uno di solito quando vota davvero riflette un po’ di più rispetto ad un sondaggio.
      Inoltre praticamente tutti i sondaggi che ho visto riguardano metà degli elettori, visto che l’ altra metà si dichiara indecisa o si astiene.

      Nonostante tutto, però, che Grillo sorpassi il PdL non è una cosa che si sarebbe potuta prevedere due anni fa.

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