Vivere e morire (versione balneare)

La vita appare come vista attraverso un cannocchiale all’ incontrario, gli anni fino all’ adolescenza fissati nella memoria quasi giorno per giorno, e quelli più recenti invece confusi in un ammasso incolore che li rende indistinguibili.

Il peso incontrollabile della contingenza si presentò a chiedere conto sotto forma di un’ onda improvvisa in una bella mattina di sole.

L’ aria calda, sospinta da una brezza leggera, poteva essere percepita, socchiudendo le palpebre, quasi fosse spalmata sul corpo, una specie di unguento che generava calore uniforme, sulla pelle. Il caldo di luglio sul piccolo molo rendeva rapidamente intollerabile l’ avanzare delle ore mattutine, costringendo Ruggero a bagni veloci e frequenti. Non si ha molta pazienza, a quattordici anni.

Il mare inquieto rifletteva il sole come attraverso frammenti minuscoli di uno specchio sbriciolato, spilli di luce che balenavano e si spegnevano per ricomparire subito altrove, su quella trasparenza verde profonda interrotta da creste di spuma ogni volta che un’ onda s’ infrangeva sui piccoli scogli che affioravano, tappezzati di alghe dall’ aspetto vellutato.

Uno di questi scogli era a breve distanza dal piccolo molo sul quale lui prendeva il sole. Per l’ ennesima volta, insofferente, si alzò e si tuffò di testa, in profondità, accogliendo con gratitudine il brivido violento al contatto improvviso con l’ acqua fredda. Con poche bracciate raggiunse lo scoglio, e con precauzione provò a salirci sopra, prestando attenzione alle macchie rosse ed un po’ oscene dei pomodori di mare e soprattutto a quelle nerastre dei ricci. Di questi ultimi ce n’ era abbondanza, per lo più avevano il colore bluastro e la forma schiacciata tipica dei maschi, ma c’ erano anche, gli era parso, delle femmine, dal colore più chiaro, bruno o rossastro, e dalla forma tondeggiante.

Le onde che si rompevano sullo scoglio seguite dal vuoto della risacca rendevano difficoltoso aggrapparsi allo scoglio e Ruggero si trovava alternativamente spinto verso la roccia e risucchiato via prima di avere il tempo d’ individuare un appiglio, o un angolo su cui puntare il piede senza rischiare di calpestare un riccio. La schiuma bianca rendeva difficile vedere sotto il pelo dell’ acqua, e tanto bastava perché il riflusso dell’ onda lo trascinasse nuovamente lontano.

Ritentò l’ approdo due o tre volte, una volta l’ onda lo sospinse contro uno spuntone di roccia che non aveva visto, sentì un colpo al ginocchio, abbastanza forte, pensò, da lacerare la pelle. Infine la presa riuscì, lui si aggrappò con tutte e due le mani, si puntò bene per resistere al riflusso, poi attese che la spinta dell’ onda successiva l’ aiutasse a sollevarsi e si ritrovò in precario equilibrio sullo scoglio infine espugnato.

Una sottile traccia di sangue diluito dall’ acqua gli confermò che il ginocchio si era effettivamente graffiato, ma era abituato a non curarsi di queste piccole ferite, che capitavano con una certa frequenza. Avrebbe smesso ben presto di sanguinare, questo era certo, ed il sale marino, dicevano, faceva da disinfettante.

Le ondate si susseguivano facendolo barcollare, ma Ruggero individuò un tratto relativamente piatto, si accertò che non ci fossero ricci e provò a sedersi. Il contatto della pelle nuda con la vegetazione che copriva lo scoglio dava una sensazione di freddo e viscido, sgradevole ma non intollerabile, e periodicamente, all’ arrivo di ciascuna onda lui si trovava ad essere sollevato di qualche centimetro ed era costretto ad aggrapparsi brevemente con le mani per non essere trascinato via, ma tutto sommato non si trovava troppo male.

Il calore del sole era ancora più forte adesso, e chiudendo gli occhi vedeva una specie di membrana rosa che gli ricordava le foto di feti prima della nascita che aveva visto su qualche rivista.

L’ idea di prendere qualche riccio lo solleticava, era una cosa che non tutti sapevano fare. Il riccio di mare ha sottilissimi e tenaci tentacoli con cui è in grado di aggrapparsi ad uno scoglio con forza tale che è impossibile staccarlo senza farlo a pezzi. L’ unico modo per catturarlo è dunque prenderlo di sorpresa, afferrarlo di colpo con la mano e staccarlo dalla roccia prima che abbia il tempo di aggrapparsi. Semplice a dirsi, ma naturalmente afferrare di colpo a mani nude un riccio non è la cosa più semplice del mondo, occorre distribuire bene la pressione su tutto il palmo della mano in modo che la presa sia forte ma nessun aculeo riesca a perforare la pelle. Era insomma una prova di abilità manuale che a Ruggero piaceva esercitare, lui che di abilità manuali non ne aveva molte. Senza contare che serviva anche un certo spirito di osservazione per distinguere, nel molle sfumarsi delle cose caratteristico della visione subacquea, e per di più senza maschera, le rare femmine.

Ruggero si tuffò ancora di testa dallo scoglio, aiutandosi con le braccia per guadagnare profondità, e contemporaneamente si guardava intorno. Il fondale era praticamente tappezzato di ricci. Cercò di spostarsi lungo il fondale contrastando contemporaneamente la spinta verso l’ alto, non voleva riemergere troppo presto, non prima di avere preso qualcosa. Vide una femmina piuttosto grossa, nuotò nella sua direzione e l’ afferrò di colpo. Sentì gli aculei sulla pelle, ben distribuiti, poi uno strappo come velcro che si apra, e si trovò in mano il riccio capovolto, la bocca pulsante come l’ occhio senza palpebra di un qualche mostro marino.

Pensò di riemergere, poi cambiò idea vedendo un’ altra femmina, più grande. Passò il riccio che aveva preso nella mano sinistra, e si spinse nuovamente in giù puntando i piedi contro lo scoglio, mentre le tempie cominciavano a pulsargli per l’ apnea e lo sforzo.

Di nuovo afferrò il riccio col palmo della mano destra, come prima, e tentò di strapparlo con un colpo secco, ma il velcro questa volta resistette. Ruggero si diede un’ altra spinta e riprovò, pur sapendo che era inutile, il riccio aveva ormai avuto il tempo di abbarbicarsi alla roccia. Ruggero provò ad infilare le dita sotto il riccio, ma riuscì soltanto a conficcarsi qualche spina nei polpastrelli.

Il pulsare alle tempie aumentava, Ruggero sapeva di essere vicino al limite dell’ apnea. Abbandonò la presa, e cominciò a risalire, esalando lentamente l’ aria dai polmoni in fiamme in una scia di minute bollicine.

Non appena il suo viso ruppe la superficie dell’ acqua, aprì istintivamente la bocca ed aspirò, voracemente, cercando il sollievo dell’ aria fresca all’ oppressione che sentiva nella testa e nel petto. In quel preciso momento l’ onda lo colpì in piena faccia, un’ onda rotta ormai in schiuma, schiuma densa che Ruggero sentì nella bocca, nel naso e nella trachea, schiuma che si scomponeva dentro di lui nei suoi elementi, aria ed acqua, poca aria e tanta, troppa acqua.  Chiuse d’ istinto la bocca, cercando di risputare fuori tutto, ma nel frattempo il peso dell’ onda lo trascinò indietro ed in basso, mentre sentiva il mare richiudersi fragorosamente sulla sua testa. Reagì sbattendo forte le braccia e le gambe, cercando di riemergere, ma sentiva al tempo stesso il riflusso dell’ onda tirarlo lontano dallo scoglio, e spingerlo ancora più in basso, in un turbinio di nuova schiuma, bianca come saponata, nelle orecchie lo scroscio della ghiaia smossa sul fondale, mentre forze contrastanti e più forti di lui parevano contenderselo sballottandolo fino a fargli perdere il senso della direzione. Da che parte era la superficie ?  in quel turbinio tutto appariva ugualmente bianco, sentì il viso colpire la ghiaia del fondale e capì che forse aveva nuotato verso il fondo invece che verso la superficie. L’ acqua inalata gli provocava attacchi di tosse a cui disperatamente resisteva, nonostante la nausea che montava dentro di lui, il pulsare alle tempie era diventato un cerchio infuocato, che pareva rimbombare nelle orecchie con un suono continuo e assordante. Cercò di girarsi per spingersi verso l’ alto col piede, ma scalciò a vuoto nell’ acqua.

D’ improvviso fu preso da un senso di disperazione, gli parve di sentire il peso ineluttabile di un fato che si compiva, se quello era il suo giorno, niente avrebbe potuto salvarlo, qualunque sforzo facesse. Così labile, così mal segnato era dunque il confine, da poterlo attraversare senza avvedersene ?

Sentiva il petto bruciare, la gola serrata riempirsi di un sapore acre, il rombo nelle orecchie crescere ancora fino a farsi sibilo e tuono, poi d’ improvviso la schiuma si ruppe e sentì l’ aria, l’ aria fresca e benedetta sul viso, cominciò a tossire, inspirare, sputare e tossire ancora, capi che doveva inspirare lentamente, ed era questo un ultimo supremo appello alla volontà contro l’ istinto, e riuscì così a dare lentamente aria ai polmoni torturati, al prezzo di un nuovo, violento attacco di tosse.

Le onde l’ avevano spinto nuovamente vicino al un piccolo scoglio, e Ruggero vi si aggrappò, incurante del pericolo di ferirsi, riuscì a puntarsi coi piedi e tirarsi su fino a sedersi, mentre gli attacchi di tosse lo squassavano. Ancora le onde colpivano lo scoglio, ma con meno forza, adesso, come a corrispondere al placarsi del suo cuore e del suo sangue. Lentamente, anche gli attacchi di tosse persero d’ intensità, e nonostante la gola gli bruciasse terribilmente, Ruggero riprese un faticoso autocontrollo. Rivoli di sangue diluito scorrevano su entrambe le gambe, adesso, e sentiva dolore sulla mano sinistra. Sul palmo vide una serie di minuscoli puntini neri dove le spine del riccio dovevano aver bucato la pelle prima di spezzarsi, Ruggero capì di avere istintivamente serrato la presa prima di abbandonare la preda. Non sarebbe stato semplice tirare fuori tutti quei pezzettini di spine, uno alla volta, lacerando la pelle con l’ ago arroventato. Ma c’ era tempo, per questo e per altro.

Si rituffò e raggiunse lentamente a nuoto il piccolo molo. Nessuno l’ aveva visto, e lui non disse mai a nessuno quello che era successo. Nemmeno una parola.

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19 commenti su “Vivere e morire (versione balneare)

  1. guido mura ha detto:

    E’ una bella prosa artistica, Melo (ma esiste anche una versione non balneare?) Stranamente, invece, io mi sto dedicando a una prosa più impegnata e meno artistica e ricomincio anche a interessarmi di musica. Forse intorno agli ottant’anni metterò su un bel gruppo di zombies 🙂 In fondo ho incominciato a strimpellare alle varie feste (Unità compresa) ai tempi dell’Equipe 84 e di Mike Jagger e ricominciare almeno a comporre non mi dispiacerebbe!
    Tu intanto divertiti, ma non pescare ricci, visto che è così pericoloso!

    • melogrande ha detto:

      Guido, sappi che gli zombies sono di modissima !
      Con tutta l’ esperienza dei tuoi racconti gotici, se riuscissi anche a mettere in giro qualche voce di pratiche cannibali da parte dei membri del gruppo, il successo sarebbe assicurato, credimi …

      (ps.esiste una versione motociclistica, in effetti, ma è piuttosto invernale, tutto a suo tempo)

      🙂

      • guido mura ha detto:

        So che anche i cannibali sono molto richiesti. Ma temo che se la crisi continua il cannibalismo diventerà una pratica diffusa e banale, per garantire la sopravvivenza, e dovremo inventarci qualcosa di più orrendo, tanto per far vomitare il pubblico.

        • melogrande ha detto:

          Questione di proteine, dici ?
          Forse non sarebbe neppure la prima volta.
          Lessi una volta un libro di Marvin Harris, antropologo di fama, che ipotizzava che i sacrifici umani degli aztechi servissero soprattutto a sfamare la popolazione.
          E’ la volta che divento vegetariano, mi sa.

  2. She ha detto:

    Melo, lo scritto è infinitamente bello.
    L’ho vissuto in prima persona.Ad un certo punto mi è mancato persino il respiro…A me è successa davvero una cosa cosi’ ,molto tempo fa al largo .
    Un crampo improvviso pero’ e nessun appiglio . Credevo di essere come una sirena e nuotavo nuotavo fino a che un crampo ha bloccato il mio sogno….un piccolo miracolo mi ha salvata.Anch’io non l’ho raccontato a nessuno ,ma da allora cerco sempre il mare, ma con il dovuto rispetto.

    • melogrande ha detto:

      Grazie, She !
      Sai, penso che esperienze del genere siano capitate a tante persone, più di quanto si immagini.
      Momenti in cui davvero il confine sembra incredibilmente vicino,tanto da pensare “ci siamo”.
      Poi fortunatamente la scampiamo, e allora facciamo finta di niente, con gli altri e spesso anche con noi stessi.
      Ma ogni giorno basta leggere la cronaca per trovare qualcuno che il confine l’ ha passato davvero…

  3. stileminimo ha detto:

    Il confine in realtà lo cerchiamo, a volte senza saperlo o senza volerlo ammettere. Lo cercano quelli che per sentirsi vivere hanno bisogno di questo, di avvicinarsi alla Morte. Ed il senso di non-vita è molto diffuso, oggi.

    • melogrande ha detto:

      Quello che dici è verissimo, una vita anestetizzata e protetta, troppo lontana dal rischio e dalla morte diventa essa stessa mortifera, ed è naturale, per quanto paradossale, che la vita stessa si ribelli.
      Ci sarebbe molto da dire, in proposito…

        • melogrande ha detto:

          Non potrei dirlo meglio di quanto abbia fatto James Hillman.
          Ti cito ad esempio qualche brano da “L’ anima del mondo”.

          “Ippolito correva sul suo carro e anche Fetonte correva sul suo carro incontro al Sole, e Icaro precipitò. Tutti costoro distrussero se stessi nei miti greci molto tempo fa.
          Che i giovani guidino a velocità folle non è necessariamente un evento contemporaneo. I giovani hanno sempre cercato di andare il più veloce possibile, fin da principio.
          Persefone voleva scendere nel mondo infero.
          E’ il desiderio totale dell’azzardo, dell’avventura, di entrare nel buio, nel mistero, nella città, nella notte, è un desiderio forte e antico. Psiche trovò l’estasi con Amore nella notte più buia e più profonda. Non si tratta solo dell’oggi.
          (…)
          Quello che i giovani cercano di realizzare è il desiderio di una vita che sia in contatto con la morte – perché una vita non in contatto con la morte è mortale, moribonda. E questo è ciò che traspare dai sistemi di assicurazione e sicurezza che incontriamo nelle immagini senili della società politica. Se cerchiamo la morte nella nostra società, è un errore cercarla nei giovani, dobbiamo cercarla negli anziani e nella loro volontà di avere il controllo su tutto, che è il lato Saturno della vecchia generazione, della mia generazione.
          (…)
          Il dato significativo è che negli Stati Uniti (…) l’ossessione della sicurezza elimina ogni evenienza di fatalità o incidente o disastro, ogni possibilità che gli dèi si manifestino e agiscano nelle nostre vite. L’ossessione della sicurezza elimina ogni inventio degli dèi. Qualunque imprevisto accada, si sporge una denuncia di sinistro e si viene risarciti. Un incidente può essere anche un buon affare. (…) Ma è un insano senso di protezione pensare che la morte sarà tenuta lontana. E così, naturalmente, si tiene lontana la vita! Non c’è rischio, non c’è trasgressione, non c’è pericolo, non c’è avventura. E allora, da dove la prendiamo? dai videogames? dal cyberspazio? Forse. Oppure, dalle droghe o dagli scontri d’auto o dagli incidenti di sci. Tengo a ribadire che il luogo in cui abbiamo collocato la morte è ora proprio in tutti questi sistemi di protezione, che ci impediscono di aprirci al rischio della vita.
          E così siamo totalmente sconvolti dai terroristi, che sono aperti alla morte.”

        • stileminimo ha detto:

          sconvolti dal terrorismo, dal terrore. Ma se è vero che in occidente ricerchiamo la morte per sentirci più vivi, allora perchè il terrorismo, che sembra garantirla sollevandoci dalla responsabilità personale di cercarla, ci fa tanta paura?

  4. melogrande ha detto:

    Il ragionamento di Hillman è che nella società moderna abbiamo rimosso la morte, l’ abbiamo esorcizzata in mille modi. Entra in una qualsiasi chiesa antica e vedrai quante immagini di morti, moribondi, martiri e simili c’ erano un tempo, dappertutto.
    Ma tutto ciò che rimuovi ritorna sempre, e ritorna in forma patologica, in questa attrazione per il pericolo, che rimane inconscia ed inconfessata, ma che serve a sentirsi vivi.
    Il terrorista ci mette di fronte a questa realtà rimossa, la rende esplicita. Ancora Hillman:

    “Perché il terrorista? Perché il terrorista vive a fianco della morte, e in una società che ha escluso la morte e il rischio di morte, che si rifiuta di prevederne l’eventualità, è lui che possiede la vera arma segreta. E l’arma non è la bomba che ha in mano, né le sostanze chimiche tossiche che inocula: la sua arma segreta è il suo voler vivere a fianco della morte.
    (…)
    Preferisce la morte – mentre il rivoluzionario preferisce il cambiamento.”

    • stileminimo ha detto:

      Popper parla di cambiamento e di rivoluzione che non passano necessariamente attraverso la violenza. Non so se il nichilismo dilagante sia veramente ciò di cui tu parli che cerca come alternativa a se stesso. Credo invece che qualcuno porti il terrorismo come “soluzione accettabile”, visto che l’evoluzione del pensiero e della società occidentale sta seppellendo la presenza di dio a favore della presenza della tecnica. La presenza di dio fa comodo, ha sempre fatto comodo ai poteri forti; è sempre stata la leva sulla quale poggiare i conflitti, quindi i profitti, l’accumulo di potere. Rinunciarvi è inevitabile, sembrerebbe, perchè è già accaduto dal momento in cui a dio si è sostituito il denaro e la tecnica. Un terrorista che si fa saltare in aria ha a che fare con dio molto più di qualsiasi evoluzione tecnologica e scientifica, perchè parla un linguaggio primordiale, viscerale, per nulla ragionevole, per nulla evoluto. Avere paura dell’irrazionale è ciò che ad un occidentale viene meglio, perchè noi siamo il frutto di secoli di pensiero razionale e sul e nel razionale viviamo dai greci in poi. Chi parla il linguaggio terroristico e lo fa con i fatti ha compreso perfettamente su quale leva è meglio pigiare per avere dei risultati. La domanda è: se l’effetto di terrore è così efficace per questo motivo, quale può essere la soluzione, il meccanismo che può contrastare la condizione succube dell’Occidente di fronte a ciò che per sua natura (culturale e filosofica e quindi morale) non è accettabile?
      I video game hanno sostituito la nostra parte irrazionale; ciò che un tempo si rischiava di vivere nelle strade viene confinato a degli schermi, al virtuale e si cresce nella convinzione che sia SOLO virtuale. La visione distorta del reale non sa gestire il reale nel momento dell’emergenza, salvo con il diffondersi di panico e paura: ci rintaniamo nella protezione passiva, perchè non sapremmo fare altro. Ma questo non avviene in tutto il mondo, ma solo in una parte del mondo. C’è una parte del mondo che parla un linguaggio ben diverso ed è quello della dinamite, purtroppo. Dire però che questo linguaggio ci è necessario trovo sia spingersi troppo oltre. Noi occidentali viviamo un disagio reale e innegabile, ma forse le soluzioni non stanno nella ricerca del limite violento.

  5. (piace tornare e poterti leggere)
    un saluto, intanto.
    z

  6. germogliare ha detto:

    e sempre bello leggerti, quando poi parli di viaggi ancora di più. In fondo anche questo è un viaggio, che arriva a toccare i confini della morte attraversando le linee tra il cielo e il mare.

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