Lontani dal nido

“Senza un percorso che fiancheggia la Morte, la perdita di se, non si perviene alla conoscenza di se, e quindi alla vera ragione per cui si ha diritto di vivere, come veri soggetti della propria vita (…) lungo quel sentiero che Nietzsche ha indicato come il vero scopo della vita: ‘Diventa ciò che sei’.”

 

U. Galimberti

Cos’ è tutto questo affanno, questo pretendere di fare i conti che tormenta e non dà pace, questo continuare a cercare un senso ed un fine, un fine alla fine ed un senso al compiersi di questo fine ?

Non è così la natura, non da questo veniamo. È tutto molto ma molto più semplice.

È una forza inconsapevole, quella che spinge a fare ciò che nel fare medesimo è già senso e fine, ciò che non ha alcuna eccedenza, nulla che cresca, fuoriesca e domandi.

L’ uovo contiene, cresce e matura, rompe un’ equilibrio e libera alla vita, alla natura, al volo.

Il volo poi si compie con traiettoria a chiudere, la maturazione a piume e penne remiganti, ali e becco a rostro semplicemente per condurre ad un nuovo nido, ad un altro seme, ad un altro uovo da far maturare nella cova.

Un cerchio è semplice ed appare infinito a chi lo percorra, non si chiede dove vada a finire, cosa venga dopo. Si muove lungo l’ anello come se procedesse lungo una linea retta.

Tutto molto semplice e naturale.

Il disequilibrio umano è la coscienza, il senso di sé e dell’ esserci un limite al futuro.

Questo rompe il cerchio, apre la traiettoria, divide l’ universo in due parti diseguali, con me e senza di me.

È questo a chiedere, anzi pretendere un senso, questa complessità acquisita, questo sapersi e pensarsi e volersi. Questo non riuscire più a dissolversi e confondersi, non riconoscersi parte e volersi fare tutto.

Quest’ ammanco di semplicità.

È in fondo lo scopo stesso della cultura, la conquista della complessità, il riconoscimento dell’ ambigua  natura della condizione umana.  La cultura serve proprio a questo, a sfuggire agli stereotipi, ai luoghi comuni, alle soluzioni facili, serve a riconoscere che non tutto è bianco o nero che le motivazioni sono spesso molteplici ed i comportamenti elaborati. Che l’ animo umano è ricco e risponde in base ad una serie di fattori difficili da prevedere in anticipo. La cultura consiste propriamente in questo nel comprendere questa complessità ed acquisire una molteplicità di schemi interpretativi.

Ogni schema, va da se, è una forzatura della condizione reale, ogni modello una semplificazione del mondo. Ma all’ aumentare del numero di schemi a disposizione, e della loro raffinatezza, aumenta la possibilità di scegliere, fra i molti disponibili, quello che meglio descrive ogni singola situazione. Aumenta, in altre parole, il grado di aderenza fra i nostri schemi mentali e la realtà, aumenta la flessibilità interpretativa, aumenta, in definitiva, il grado di comprensione del mondo.

Eppure, la progressiva acquisizione di complessità è accompagnata da una parallela, e paradossale, sensazione di perdita. Si può sentire di perdere qualcosa mentre ci si arricchisce ?

Perdita di semplicità, perdita di riferimenti sicuri, perdita di valori assoluti in quanto provenienti da fuori, da un’ autorità, da un dio, un re, un libro, qualunque cosa che ne garantisca l’ autenticità e lo metta al tempo stesso al riparo da ogni critica.

La libertà è un peso, non facile da sopportare, per quanto inebriante la prospettiva appaia.

È in fondo la storia della crescita individuale di ciascuno,  del sogno d’ ogni bambino di diventare grande, e quindi libero ed indipendente. Sogno da cui si sveglierà realizzando di avere irrevocabilmente barattato l’ innocenza con la libertà, la sicurezza con l’ indipendenza.

Il crescere ed entrare nell’ età adulta è un confronto col dolore, col peso della responsabilità, con l’ incertezza della decisione, con l’ assenza del conforto.

Non diversamente cresce l’ umanità, scrollandosi di dosso miti, dei, eroi, trova sì la libertà ma in una terribile, insicura solitudine.

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21 commenti su “Lontani dal nido

  1. germogliare ha detto:

    Leggendoti mi è venuto in mente questo libro: Non buttiamoci giù. Nick Hornby. “Perché è più facile buttarsi nel vuoto che accettare le conseguenze di quello che hai fatto?”- Forse sarebbe stato meglio citare:Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach. No, perché la tua frase “La libertà è un peso, non facile da sopportare, per quanto inebriante la prospettiva appaia.” è l’essenza della crescita, della avvenuta maturità, della coscienza che prevale a prescindere l’età effettiva e lo stato sociale. Ma. No, non per questo dobbiamo associarla alla solitudine.
    buonaestate

  2. She ha detto:

    Il nido è anche un luogo pieno di insidie.Essere se’ stessi e uscire all’aria aperta per respirare non sempre è facile e comporta decisioni che possono essere difficilissime.Si rischia di dimenticarsi di se’ stessi…ma poi ,con grande sforzo e con il tempo si riesce ancora a volare…
    Ciao Melo…buon sabato e domenica.

  3. guido mura ha detto:

    Non credo che l’uomo giungerà mai a una liberazione totale, anche perché se la razionalità lo conduce sulla strada dell’indipendenza e della solitudine, persiste sempre il dubbio sull’esistenza di qualcosa di imperscrutabile che domini il tutto e che giustifichi in qualche maniera la realtà, condizionandola. Ovviamente nulla garantisce che ci sia, ma nulla può garantire ugualmente che non ci sia. Accettare l’immotivazione è difficile, ma lo è anche accettare la motivazione, che anch’essa comporta un insieme di ipotesi e una straordinaria complessità. Insomma, la capacità di ragionare ci pone in una situazione comunque difficile e angosciosa, ma non credo che ci piacerebbe rinunciarci.

  4. Sparisego ha detto:

    La libertà non esiste, e se esiste si chiama Morte. Che ci libera da tutti i problemi e legami che la vita ci impone.
    Vorrei molto che la solitudine fosse un buon compromesso, ma non lo è, come non lo è per tutti il generalizzare sulla crescita personale di maturità,
    Ci sono persone che non matureranno e voleranno mai.
    Altri che già da piccoli vengono buttati fuori dal nido senza rendersi conto di nulla.
    Ed è questo allora il senso della tua frase: “Si può sentire di perdere qualcosa mentre ci si arricchisce ?”
    Si, ci si arricchisce del senso della vita mentre hai la cognizione della perdita di dignità nell’umano, ad esempio.

    E poi forse chissà.

    • melogrande ha detto:

      Se la libertà non esistesse, vorrebbe dire che qualunque cosa io faccia non posso fare a meno di farla, né fare diversamente da come faccio. Un automa, una condizione disperata.
      Spero davvero che non sia così e che uno spazio per la volizione, fra tanti ostacoli, rimanga pur sempre.
      In generale, più sai e più illusioni perdi, o più certezze riconosci come illusorie.
      Ma io non credo che questo faccia vada a scapito della dignità dell’ umano, che cosa te lo fa pensare ?

      • Sparisego ha detto:

        Non dico che la libertà non esiste a priori, il mio pensiero è che per ogni libertà trovata, subitaneamente troverai qualcosa altro che ti imprigiona, che ti lega e non ti fa vivere quella libertà che hai appena acquisito.

        Poi c’era un altro fattore, quello della volizione, dico che alcuni individui hanno la fortuna di poter volare con i propri tempi e l’accudizione dei genitori. Altri invece, sono obbligati a dover volare prima, magari senza il paracadute.
        Ed è qui che dico, chi deve per forza volare per prima, è tolto di una piccola dignità umana, che invece altri hanno.

        Parlo di fortuna, ma magari non è esatto. Penso che chi ha un percorso lineare nella propria vita, non riesca a vedere “la fortuna” che ha avuto nella sua evoluzione di avere tutto. O l’illusione di averla avuta.
        Parlo anche di emarginazione di quelli che non hanno avuto di questa fortuna da parte di chi invece, di fortuna (soldi, salute ecc) ne hanno avuto. E la solitudine forzata di questi primi.

        • melogrande ha detto:

          Tutto ciò che possiedi ti possiede a sua volta, chiede tempo, attenzioni, cura. In questo senso la libertà assoluta non è di questo mondo.

          Sulla questione della sorte individuale, poi, ci sarebbe da parlare all’ infinito—

  5. deorgreine ha detto:

    io avrei un’idea: e se si riunuciasse all’idea di possesso? E ci si limitasse a lascirsi scorrere? A vedere ciò di cui si può godere, vivere senza volerlo per forza fermare, impossessarsene? Perchè in fin dei conti è così: non lo si può fermare davvero, al massimo ci si può illudere di poterlo fare. La libertà sta forse nel non voler forzare nulla, ma proprio nulla di ciò che accade senza per questo non rendersi conto che sta accadendo. 🙂 Perchè se non ti affanni è facile rendersi conto anche di ciò che altrimenti nemmeno vedresti. Anche rendersi conto è inevitabile.

    • melogrande ha detto:

      Deor,
      questa è un po’ la concezione orientale: visto che non potrai mai avere tutto ciò che desideri, perché appena ce l’ hai desideri subito qualcos’ altro, puoi solo cercare di non desiderare nulla…
      L’ unica cosa che posso dire è che per noi non funziona, non so in Oriente, ma noi non siamo fatti così.

      Mi pare più promettente la strada epicurea, che poi è quella di Thoreau: ciò che di volta in volta desideri è ciò di cui hai davvero bisogno ? Il più delle volte la risposta è no.
      Allora questo non vuol dire rinunciare a tutto ciò che non è indispensabile, certamente no, però saperlo mette le cose in una prospettiva diversa, in qualche modo ti riporta a controllare ciò che hai e ciò che vuoi invece che esserne controllato.
      Non è poco.

      • deorgreine ha detto:

        NOn so… mi pare più “onesto” il metodo orientale, che a star qui a chiedersi di che cosa si ha veramente bisogno si rischia di confondersi parecchio con se stessi. Perchè è ben difficile capire il Mondo epicureamente se non lo si vive e allora ci si continua a dire: “vediamo se di quella cosa ho veramente bisogno!” e quella cosa la si cerca, la si vuole e magari la si raggiunge per poi capire che non era necessaria per noi. Il metodo di Thoreau mi sa che invita alla sperimentazione e la sperimentazione è di per sè ricerca di qualcosa e può darsi benissimo che questo qualcosa sia completamente inutile per noi stessi. E allora anche la ricerca potrebbe rivelarsi inutile ed così il tempo che vi dedichiamo. E di tempo ce n’è poco. Nell’osservare il Mondo senza farsi distrarre da false necessità c’è un bel po’ di Vita di cui godere. Nell’osservare gli eventi c’è molto da imparare… forse più che nell’affannarsi a volerli far accadere per forza. Non credo di avere la forza di far accadere nulla che non voglia accadere di suo. Nel dubbio, preferisco non raccontarmi storie. Mi fermo allo scetticismo statico. Sarà che ho radici orientali, forse… o che un tempo ero un tipo epicureo e poi mi son rotta le balle!

        • melogrande ha detto:

          L’ esperimento di Thoreau andava un po’ all’ incontrario: vediamo di quante cose posso privarmi,e per quello andò a vivere nei boschi.
          Ripeto, trattavasi di esperimento, non di rinuncia definitiva, e godersi qualcosa sapendo che se ne può fare a meno è secondo me un modo assai maturo di vivere.

          Quanto alla via orientale, magari il monaco buddista ci riesce, ma l’ immagine di me stesso senza più alcun desiderio sinceramente mi inquieta un filino…

        • deorgreine ha detto:

          Mi vien da dire, così istintivamente, che se di una cosa posso fare a meno, non la faccio, non la cerco, che mi sembra superflua. Invece mi piace fare ciò di cui non posso fare a meno, perchè se non ne posso fare a meno, vuol dire che mi piace moltissimo e ne vale la pena! In effetti sono poche le cose di cui non posso fare a meno e cambiano nel tempo, ma di quelle non amo fare a meno, appunto. Poi, di più non so.

  6. lillopercaso ha detto:

    Anche io ho un’idea: diciamo che quel che ci frega non è la mente, ma il corpo, che ci zavorra. Per sopravvivere siamo ostretti al nido e agli obblighi che comporta, fuori dal nido a a darci da fare per sostentare il corpo e siamo persino responsabili della specie. Pensa ai geni della matematica, o della musica…: vivere in un universo parallelo dove contano solo le tue intuizioni, e forse hai bisogno degli altri solo se ti tocca “venderle” per campare.
    Dico musica, matematica e simili perché presumo che un grande filosofo o scrittore o cantautore o studioso umanistico eccetera viva in QUESTO universo.
    Nell’ALTRO universo potrei aggiungere anche i giardinieri?

    Già che son qua, ti saluto, Melo, sono costretta a tralasciare i blog per un po’. La mia mente non vorrebbe, ma devo. Ciao!

  7. shappare ha detto:

    Che bello, Melo… E poi Galimberti, un grande! Ghost è uno dei primi film che ricordo, mi ha un po’ turbata: insomma, non è un film per una bambina di 5 anni!!

    • melogrande ha detto:

      Grazie, Shapparé, Galimberti è sempre molto stimolante, e piacevole da ascoltare, e non solo da leggere.

      Per il resto, sai, in fondo, Ghost mi sembra meno traumatico di molte fiabe, tipo Hansel e Gretel o Pollicino, no ?

  8. m0ra ha detto:

    Un tema semplice e complesso che ho riletto diverse volte perchè tanti e diversi sono gli spunti che vi ho trovato. Segno che sono finita nel mucchio della gente complessa?
    Lo sbocco finale sulla solitudine, dopo aver parlato di semplice, complesso, libero, crescita, mi ha fatto sentire inchiodata alla poltrona. C’è questo ricorrere del discorso sulla solitudine che mi insegue ovunque, nelle letture, nelle emozioni di questi ultimi anni della mia vita, nei pensieri di questi giorni, in ciò che scribacchio. Mi sembra di leggere un po’ ovunque una grande fatica a crescere, a farsi, come dice Nietzsche a ‘divenire ciò che siamo’. Forse nel passato la facile adesione a un’idea o principio agevolava un accomodamento, per posticcio che fosse. Risposte semplicistiche più che semplici. Oggi, per quanto mi riguarda, sento di stimare maggiormente chi accetta la propria incoerenza, perfino coloro che manifestano opinioni discordanti sullo stesso argomento con pari convinzione. Mi rispecchio in costoro con più agio. Il percorso di crescita fio al raggiungimento della sensazione di essere vicini a come si è non può mancare dell’accoglienza della propria ambivalenza, incoerenza, molteplicità. E’ sempre stato così, ma oggi è un’esigenza che coincide con la libertà, anzi col dolore della libertà.

    • melogrande ha detto:

      mora,
      ti assicuro che semplice non sei MAI stata, da quando ti conosco, e che la complessità ti dona alquanto …
      😀

      Il post effettivamente affastella tanti, forse troppi elementi, ed è più istintivo che meditato, e non so bene se la conclusione sulla solitudine sia un destino o meno, questo me lo sto ancora domandando.
      Col passare del tempo mi sembra si diventi per certi versi più indulgenti con se e col prossimo, ma al tempo stesso meno disposti agli accomodamenti facili. Si tende a camminare da soli, ed al tempo stesso si riconosce maggiormente agli altri il diritto di fare altrettanto.

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