La relatività e i polli allo spiedo


Eravamo sempre in tre. Carlo e Vittorio, per la verità, si conoscevano già, avevano fatto insieme il liceo scientifico, erano addirittura in classe insieme; io invece avevo fatto il classico. Avevo conosciuto Carlo soltanto perché un mio compagno di classe, ed amico, abitava nel suo palazzo, e lui ogni tanto passava a trovarlo. Quanto a Vittorio, lo conobbi solo all’ Università, dove frequentavamo gli stessi corsi. Carlo gli aveva parlato di me, e fu lui a cercarmi.

Il futuro a vent’ anni è l’ assoluto indeterminato, è fatto di sogni e fantasticherie, un giorno ti vedi a sfrecciare su una Ferrari decappottabile, il giorno dopo a fare volontariato in Africa. Tutto è possibile e niente è certo, per quanto le scelte universitarie un principio di direzione ormai lo diano.

C’è un mondo davanti, da spaccare come una noce, e nessuna idea della sua granitica solidità. Immagino sia così per tutti. Non saremmo riusciti, non dico a spaccarlo, ma neppure a scalfirlo, con i nostri temperini spuntati, ma allora non lo sapevamo, né immaginavamo che ci fossero prezzi da pagare ad ogni piè sospinto.

L’ assoluto indeterminato, l’ àpeiron presocratico, un’ angoscia intollerabile.

Occorre domarlo col lògos, occorre parlarne.

E questo facevamo, noi tre. Parlavamo.

Parlavamo all’ infinito, camminavamo e parlavamo, attraverso notti interminabili, che fin troppo presto si rivelavano invece terminabili. Camminavamo e parlavamo, mangiavamo in pizzerie a buon mercato, perché l’ unica cosa rapidamente determinata a vent’ anni è la somma di denaro che ci si trova in tasca. Spendere a cena significava rinunciare all’ acquisto di un libro, o di un disco in un tempo in cui libri e dischi erano sciamani a cui chiedere auspici per il futuro, nulla meno di questo.

Mangiavamo dunque in certe pizzerie di periferia, coi tavoli di formica,  le tovagliette di carta ed i camerieri sbrigativi, o persino, nei momenti di magra, compravamo per strada un pollo allo spiedo e lo mangiavamo con le mani, seduti su un muretto.

E di che si parlava in quelle notti insonni ?

Si parlava di donne, certo, semioscuri oggetti del desiderio, ma soprattutto di scienza, e di come avrebbe certamente potuto rendere il mondo un posto molto migliore se solo tutti quanti si fossero convinti a lasciarsene guidare.

Si parlava dei quanti, della rivoluzione della fisica negli anni 20, della relatività, di Einstein, e se avesse ragione lui o Bohr. Gli scienziati al potere, la razionalità di un nuovo Illuminismo. L’ idea che si possa plasmare un destino collettivo non è affatto assurda per chi sente di poter dominare il proprio, di destino, in attesa di spaccare facilmente il mondo in due come una noce.

Il piano di Carlo era una lucida follia: dopo la laurea in fisica, una seconda laurea in psicologia, scienza ovviamente da ribaltare dalle fondamenta e ricostruire su basi rigorosamente matematiche. Che ci vuole.

Vittorio era più ironico, a lui piaceva giocare con le idee, portarle all’ estremo, scoprirne i paradossi. Interrompeva le lunghe tirate teoriche con giochi matematici, rompicapi, curiosità, saltava da un argomento all’ altro, un giorno si entusiasmava ll’ idea di costruire un telescopio, il giorno dopo aveva cambiato progetto e si accingeva a realizzare un acquario di mare da quattromila litri come quello di Konrad Lorenz. A quel punto gli si faceva notare che un acquario da quattromila litri pesa appunto quattromila chili ed aveva dunque ottime probabilità di sfondare il pavimento del suo appartamento al decimo piano; da lì la discussione deviava istantaneamente sui carichi ammissibili e sui criteri di progettazione dei palazzi moderni, per divagare subito dopo sul numero di viaggi che sarebbero stati eventualmente necessari per riempire l’ acquario di acqua di mare usando taniche da venti litri e quante ce ne potessero stare su una barca a remi senza farla affondare.

Cose così.

L’ acquario naturalmente non vide mai la luce, così come il telescopio e mille altre stravaganti iniziative, però intanto le ore passavano ed il rumore dei passi sul selciato echeggiava nella strada ormai deserta, gli ultimatum genitoriali si avvicinavano e venivano lasciati scadere, e si cominciava, ciascuno per conto proprio, ad elaborare una spiegazione articolata e credibile del perché stessimo in giro così fino a tardi e che cosa facessimo durante tutto quel tempo e perché ci mettessimo tanto a farlo.

Il rimedio più semplice a quegli scandalosi rientri antelucani era naturalmente la clandestinità.

Rientrare alle quattro del mattino in punta di piedi, girare piano la chiave nella toppa, evitare gli scatti della serratura, accompagnare la maniglia. Ecco fatto.

Adesso il passaggio più difficile, muoversi senza far rumore al buio, che accendere la luce sarebbe stato come suonare una sirena. Ce la posso fare.

Una sedia sul tragitto, non dovrebbe stare qui in mezzo, ma forse nessuno ha sentito il rumore.

Però dalla cucina occorre passare, il pollo ha provocato una sete formidabile ed il vino da poco una certa acidità alla bocca dello stomaco, il bicarbonato sta sullo scaffale della dispensa.

Che cerchi ?

Cerbero era un dilettante al confronto di mia madre, di certo Ercole non l’ avrebbe mai fregata.

Niente.

Stai prendendo il bicarbonato ? Non hai digerito ?

No, è solo…

E allora che stai cercando ?

Il bicarbonato, mamma.

Che hai mangiato ?

Pollo allo spiedo.

Perché l’ hai mangiato, lo sai che ti fa male. E perché arrivi a quest’ ora ?

Va bene. Accendo la luce.

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45 commenti su “La relatività e i polli allo spiedo

  1. poetella ha detto:

    quel “cose così”…!
    strepitoso!

  2. shappare ha detto:

    Mi ha ricordato un racconto che ho letto, mi pare uno di Tabucchi all’interno di “Piccoli equivoci senza importanza”. Che sono poi gli equivoci migliori.
    bello.

  3. lillopercaso ha detto:

    Bello!! Respiro quell’atmosfera del tutto possibile…
    E ancora lo faccio, con la differenza che ora costruisco per gioco mondi di parole, allora con le parole progettavo seriamente mondi veri!

    Ancora: c’è chi ha avuto Siddharta o Castaneda, chi J. Lennon, chi Lang, chi Huxley o Gesù… io, l’illuminazione, l’ho avuta a un concerto di Pasturius!

  4. deorgreine ha detto:

    Io ancora progetto mondi veri con le parole… solo che nessuno mi dà credito; tuttavia per me son veri. E realizzabili! Però anch’io mi faccio di bicarbonato.

  5. capehorn ha detto:

    Però é stato bello, avere nelle mani un coltello spuntato e non riuscire a spaccare il mondo. E’ stato bello, perché ci abbiamo provato, rincorrendo anche i nostri sogni e tentando di tramutare le parole spese, in fatti concreti. Il fatto poi di dover pagare certi prezzi, in fondo non ci ha spaventati più di tanto. Con il senno del poi ci siamo accorti che quei dazi hanno oscurato dei desideri, demolito dei sogni, infranto delle possibilità.
    Al mondo e alla sua mondatura, adesso si é sostituita l’età dell’incertezza.
    Che quando hai vent’anni é voglia di combattere.
    Alla nostra … la citrosodina a volte non basta.

    ps: Questo é un’altro post da : “Antologia di WordPress”

    • melogrande ha detto:

      E’ stato bello sì, sono cose che restano dentro, come una sorta di sottofondo, per tutta la vita, e gli danno una specie di intonazione generale.

      Alla nostra, cape.

      A quei tempi, più di questo per i brindisi non c’ era.

      • capehorn ha detto:

        riempi il bicchiere. Se é una novità … ben venga.
        sarà sicuramente ottima, perché nonè un caso che sia all’ombra di un … melogrande.

        • capehorn ha detto:

          Adesso che ci penso però, alla vista di tale bottiglia mi ricordo di un pollo arrosto, magiato su di un tecnigrafo alla fine degli anni 70. Ci si domandava chi eravamo, tentando di contestualizzarci. Pensavamo alle nostre origini e se quelle avrebbero influito o aiutato per il percorso che ci prefiggeva. Per alcuni gli obiettivi erano ancora fin troppo mobili, per altri il capolinea era vicino. Giusto per la ripartenza finale di un lavoro stabile, un amore che si sperava e molti volevano, eterno. Poveri e grandi miti, tra avanzi d’ossa e scampoli di desideri; all’epoca, con quei succhi gastrici, ci facevi fondere l’acciaio. Adesso, quella coscietta striminzita, rischi di rimanenrti sullo stomaco. Però tornassi indietro lo rifarei e non con l’esperienza attuale, ma con la stessa incoscenza del desiderio di futuro di allora.

  6. smilepie ha detto:

    cercavate in voi qualcosa tipo… καλὸς καὶ ἀγαθός…
    : )

  7. Io credo che siamo tutto quello che abbiamo sognato: non perché,l’abbiamo realizzato, ma perché i nostri sogni li abbiamo abitati, condivisi, sono stati il modo con cui ci siamo affacciati al mondo. Tutta una ginnastica di mente e di cuore, che ci predispone, oggi, ad accogliere i sogni dei giovani.
    (Come sempre, io sto bene fra le parole tue e di chi ti legge)
    zena

  8. Pannonica ha detto:

    ti adoro (senza cupidigia, ovviamente 🙂 ). ti adoro perché i tuoi 20 anni sono stati come i miei e li hai raccontati con la stessa dolcezza e la stessa malinconia con cui li guardo io.
    poi adoro anche Pastorius perché ha conservato l’intensità dei suoi 20 anni fino alla fine. sì, lo so, l’alcol, la droga, le risse, e bla bla bla… ma “la poesia prudente e gli uomini prudenti vivono lo stretto necesario per morire tranquilli”, no? Bukowski docet.
    Ah, adoro anche Bukowski, semmai non fosse chiaro. 🙂

  9. guido mura ha detto:

    Post perfetto, Melo. Più leggo le vostre cose e più mi rendo conto di essermi perso qualcosa: tanti sogni e tanta realtà in meno. Pastorius, ad esempio: ha iniziato ad essere famoso quando io stavo smettendo di occuparmi di musica. Il mondo, poi, non cercavo proprio di cambiarlo: avevo già troppi problemi nel cercare di cambiare me stesso. Io i miei vent’anni dovrei viverli adesso, se avessi un po’ di fortuna, e magari potrei anche cambiare il mondo. Lo so: arrivo sempre in ritardo, ma forse provengo da un pianeta in cui il tempo scorre diversamente.

    • Pannonica ha detto:

      anch’io sono una diversamente cronologica. forse quando avevo 20 anni, pure, però non ne ero consapevole. aspettavo chissà cosa e – sotto sotto tramo – una recondita parte di me è ancora da qualche parte che aspetta. 🙂

    • melogrande ha detto:

      Il mondo non lo cambiammo allora, o forse un poco sì.
      Non saremmo tanto più forti, a rivivere i vent’ anni adesso io credo.

      (Guido, finalmente ammettilo, che sei un alieno… 🙂 )

      • guido mura ha detto:

        Qualche dubbio ce l’ho. Innanzi tutto non sopporto la competizione e la lotta, che pare che siano caratteristiche diffuse in natura sulla terra. Inoltre non ho mai usato bicarbonato e simili: con me funziona meglio un goccio di whisky per sciogliere i grassi, come è uso comune tra gli alieni 🙂
        Quanto a cambiare il mondo, forse solo gli alieni potrebbero farlo veramente, perché il mondo è vero che si modifica, di generazione in generazione, ma sempre troppo lentamente, e finché qualcuno avrà desiderio di diventare più ricco di un altro le cose non cambieranno mai in maniera sostanziale.

  10. deorgreine ha detto:

    A me fra la citrosodina e questo video, mi vien voglia di tornare lì e contestare tutta la stupidità umana che ha sempre frenato le ottime idee e la buona volontà delle giovani promesse. Ma son vecchia e saggia ormai: mi limto ad ascoltare e battere il piede andando un po’ a ritmo come la musica chiede… e se per caso mi porta a suonare ancora i bonghi sulle teste di qualcuno, pazienza!

  11. deorgreine ha detto:

    Allora mi tocca rimettermi a contestare attivamente? Facevo semplicemente meglio a confessare che rispetto ad allora mi sono impigrita un po’. Perchè per me la musica ed i libri, mica hanno smesso di essere dei guru. Non hanno mai smesso, in effetti. Son proprio giòvine, io! 😛

  12. m0ra ha detto:

    Bello, ricordi vividi. Pensa te, io a vent’ anni non avevo nè sogni nè realtà, o quasi.

  13. germogliare ha detto:

    Mi hai catapultata indietro nel tempo, lucido e coinvolgente il tuo racconto, azionando lo scattato del confronto con i miei di ricordi. E noto, che per me, il rapporto tra i sogni di oggi e di ieri non è cambiato, con perseveranza continuo a portarli avanti. Li ho solo modificati un po’, cambiando gli attori e il percorso, ma custodendo l’entusiasmo di allora, forse a volte eccessivo (però, con la faccia matura non sempre ci sta, i grandi sono seri…o no?!)

  14. lillopercaso ha detto:

    G.G. : Bravo! Ritengo quell’opera, che so a memoria, la migliore perché eclettica ma equilibrata, sperimentale senza essere indigesta, forte e carezzevole come un gigante gentile. Inoltre, parla proprio di voi tre!

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