Un viaggio particolare


Il momento doveva arrivare ed arrivò, inutile negare un po’ di tensione, e d’ altra parte il nome stesso della destinazione desta inquietudine.

Baghdad.

La Saigon del XXI° secolo, il nemico troppo presto dato per domato che ha inflitto così tanto dolore ai suoi dominatori per dieci lunghi anni. E non solo a loro.

Uno stillicidio di attentati, autobombe, camion-bomba, attacchi suicidi, il che vuol dire, letteralmente, che qualcuno ti odia così tanto da accettare di morire pur di avere la possibilità, nemmeno poi la certezza, di farti morire insieme a lui. Nichilismo religioso, sembra una contraddizione in termini, ma che altro è, questa forma di martirio che non mira alla testimonianza ma alla paura ?

Queste cose passano per la mente mentre si ostenta sicurezza di sé nella sala d’ attesa, si finge indifferenza nel salire a bordo, si risponde con un educato diniego alla hostess che ci offre champagne alle sette del mattino, perché questo è il protocollo e così è previsto che si faccia. Poi si decolla, e l’ inquietudine lentamente monta con l’ accorciarsi delle miglia a destinazione.

Ma, come sempre accade, le cose viste da vicino assumono un aspetto diverso.

L’ aeroporto di Baghdad è fatiscente, così come la maggior parte degli aeroporti del Medio Oriente e del Nord Africa, non c’è tanta differenza fra questo aeroporto e – diciamo – quello di Amman. Pare non esserci via di mezzo, da queste parti, tra lo squallore e l’ opulenza un po’ pacchiana dei Paesi più ricchi.

Di essere a Baghdad ci si rende conto dopo, una volta terminate le laboriose procedure di visto e dopo essere usciti dalla sala arrivi internazionali. Ci si rende conto perché si viene letteralmente presi in consegna dagli angeli custodi. Le guardie del corpo.

“PSC” si chiamano, Private Security Contractors, gente assoldata con il compito di farti arrivare vivo da un punto all’ altro della città, e riportarti indietro nelle stesse condizioni, pur essendo tu, in quanto occidentale e per di più ingegnere petrolifero, un bersaglio da leccarsi i baffi per chi voglia continuare a destabilizzare il Paese. E così il muoversi attraverso le strade di Baghdad assume caratteri stralunati e vagamente surreali a ricordare che da queste parti non è ancora il tempo del sorriso.

Una scorta come si deve è un convoglio di almeno tre veicoli. Il primo è una sorta di auto civetta, che ha lo scopo di andare in avanscoperta con gli occhi bene aperti ed individuare le situazioni sospette. Il grosso degli attentati, infatti, viene effettuato con ordigni esplosivi improvvisati collocati ai lati della strada e fatti esplodere al passaggio dei “crociati” (ebbene sì, benché non mi senta certo un guerriero, e meno ancora un combattente religioso, così verrei considerato da un fondamentalista, e non sarebbe certo il caso di intavolare una discussione).  La seconda auto del convoglio invece è blindata, è quella dove viaggio io insieme all’ autista ed al caposcorta, nonché paramedico, nonché soldato di lungo corso. Sono entrambi, lui e l’ autista, armati fino ai denti, AK-47 incastrato fra i sedili e pistola alla cintura. Dietro, la terza auto, anche questa blindata, con altri due angeli custodi, perché se quella su cui viaggio dovesse avere un problema (problema ? che genere di problema ?) verrei trasferito di peso sull’ altra vettura ed allontanato il più velocemente possibile dal luogo del “problema”.

Dopo una breve presentazione dell’ itinerario, spiegazione dei sistemi di allarme remoto e come attivarli nel caso che sia l’ autista che il caposcorta siano impossibilitati a farlo (CHE COSA ?), un breve interrogatorio su mie patologie eventuali, trattamenti medici e gruppo sanguigno (perché lo vogliono sapere ?) e l’ invito a segnalare qualsiasi anomalia, partiamo.

Da parte mia, mi limito alla sicurezza passiva, indossando il giubbotto antiproiettile che scopro essere basato su una tecnologia avanzata e sofisticatissima: lastre d’ acciaio spesse un dito del peso complessivo di una quindicina di chili. E dal momento che le strade qui non sono esattamente tavoli da biliardo e che una macchina blindata pesa il doppio di una normale, se ne ricava ad ogni tragitto un energico ma non benefico massaggio sulla parte bassa della spina dorsale. In certe circostanze il mal di schiena appare l’ ultimo dei problemi, si capisce.

Il caposcorta si chiama John, e pare la controfigura di Schwartzenegger in “Terminator” (direi che fra i PSC in generale le taglie sotto la XXL sono superflue, ma John è veramente esagerato). Il mestiere delle armi, non si sa perché, è mestiere da britannici, John è scozzese, ha un passato da militare di carriera, prima nell’ esercito di sua Maestà, poi nella Legione Straniera, porta i capelli a spazzola e continua a chiamarmi “sir”.

Sul raccordo all’ uscita dall’ aeroporto due persone ci vengono incontro a bordo di un motorino, senza casco e contromano. Segnalo doverosamente e mi sento rispondere che qui fanno sempre così. Chissà cosa intendono a Baghdad per “anomalia”.

Arrivati in città ci troviamo invischiati in un traffico denso come la pece. Impacchettati sui quattro lati, portiera contro portiera, mi domando cosa potremmo mai tentare di fare se… John però non sembra preoccupato, ed io ho imparato che quando non c’è nulla che puoi fare, preoccuparsi è inutile. Ci mettiamo un’ ora buona a fare una decina di chilometri.

L’ Iraq non è tutto uguale, in certe zone si è raggiunta una non si sa quanto solida stabilità, basata più sul potere di famiglie, clan, tribù piuttosto che su un’ effettiva autorità dello Stato. Si sa chi comanda, insomma, e con le buone o con le cattive l’ ordine viene fatto rispettare.

E se i termini “clan” e “famiglia” vi ricordano qualcosa, non siete molto lontani dal vero.

A Baghdad però è diverso. Lì non c’è un’ autorità riconosciuta da tutti, meno che meno quella del governo. Ci sono lotte di potere, gli sciiti fanno pesare il petrolio e l’ appoggio occidentale, i sunniti cercano di recuperare il potere perduto dei tempi passati “quando c’ era lui”, i curdi s’ infilano in mezzo cercando di allargare il più possibile il loro spazio di autonomia, che ormai è sempre più simile ad una piena indipendenza, non si vede una bandiera irakena in tutto il Kurdistan. E poi ci sono i sadristi, sciiti radicali sostenuti dall’ ingombrante vicino iraniano, vero è che ci sono stati milioni di morti ma l’ Iran è sciita mentre Saddam era sunnita, e prima o poi toccherà spiegare bene che cosa significa davvero tutto questo. Poi ci sono gli irredentisti, quelli che noi chiamiamo terroristi, gli anglosassoni più pragmatici li chiamano “insurgents” e loro chiamano se stessi patrioti e martiri, insomma Al Qaeda, che in Iraq gode di un certo potere, vaste zone franche e di vere e proprie roccaforti, Mosul o Falluja sono città dove gli stessi irakeni con cortese fermezza rifiutano di mettere piede.

Insomma, questa comunanza variopinta si ritrova tutta a competere nella capitale, e la mescolanza di colori dà una risultante rosso sangue. Una dozzina di attentati alla settimana, morti quasi ogni giorno, nella zona di Baghdad.

Eppure l’ essere umano non finisce mai di stupirti, perché dai finestrini corazzati della macchina blindata si scorge la gente per strada, alla fermata dell’ autobus, in giro con le borse della spesa, o seduta al caffè a bere il tradizionale tè del samovar nei bicchieri di vetro, fumando placidamente il narghilè. Li vedi vivere, insomma, a contatto con l’ orrore quotidiano, costeggiando i crateri delle bombe, domandandosi dove esploderà la prossima, chiedendosi se per caso il giovane lì accanto apparentemente intento a scegliere le verdure al mercato non abbia sotto gli abiti una cintura esplosiva, e non si stia scegliendo invece il momento migliore per farsi esplodere.

Anche loro probabilmente sono arrivati alla conclusione che è inutile preoccuparsi quando non ci si può far niente. Li immagino uscire di casa la mattina augurandosi silenziosamente di tornarci sani e salvi la sera, Inshallah, se Dio vuole, altrimenti sia fatta la Sua volontà che per un musulmano è al tempo stesso imperscrutabile ed inappellabile. Allah non ha nessun obbligo verso gli uomini, neppure quello di essere giusto, neppure quello di essere buono.

O forse la verità è che abbiamo perso noi il contatto con la morte e di conseguenza con la vita, imbozzolati in una società iperprotetta e plastificata, e non sappiamo più rapportarci alla morte, neppure tenere la mano ad un moribondo, meno che mai tollerare la vista di un cadavere dilaniato, fosse pure un soldato di professione.

Una volta avevo chiesto ad un amico arabo come potesse, lui che era intelligente ed istruito, considerare ragionevole che un uomo abbia diritto a quattro mogli, se tutti decidessero di conformarsi non ci sarebbero donne a sufficienza, è una questione di aritmetica, no ? Lui mi rispose tranquillo che, tradizionalmente, nella storia araba, la maggior parte degli uomini muore in guerra piuttosto giovane, e di donne ce n’ è sempre state d’ avanzo.

E allora mi domando cosa penseranno quei vecchi seduti al café, intenti a chiacchierare ed a fumare il narghilè, quelle donne che trascinano le buste della spesa, quella gente in carne ed ossa e sangue vedendomi passare nel mio arrogante blindato, e la risposta me la figuro e non mi piace.

Ma intanto John che potrebbe sollevarmi con una mano sola mi sta parlando dei suoi bambini rimasti ad Edimburgo e di quanto è verde e bella la sua terra e di come abbia intenzione di guadagnare ancora un po’ di soldi per poi smettere definitivamente e tornarsene lassù a godersi le sue colline, la sua famiglia ed il suo whisky preferito nel pub all’ angolo, e mi prende la consapevolezza dolente che c’è davvero tanto, troppo di più sotto il cielo di quanto possa comprendere qualunque filosofia.

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36 commenti su “Un viaggio particolare

  1. Egle1967 ha detto:

    Non ho esperienze dirette di questi luoghi e questo tipo di situazioni, ma ricordo che mi rimasero impresse le parole di un artificiere americano , nel film The hurt Locker” che , se inizialmente aveva deciso di fare quel lavoro per soldi, poi continuo’ perche’ solo a stretto contatto con la morte, riusciva a vivere veramente.
    ovviamente stiamo parlando dell’idea della morte, che entra nel reale conla costante della paura di essa….e produce forse la qualita’ del vissuto di ogni attimo….vivere senza pensare al futuro sembra impossibile, e di certo lo slancio per costruire e progettare diviene quasi un miracolo agli occhi di un popolo abituato a costruire certezze, eppure io credo proprio alla precarieta’ della propria vita individuale si possa trovare il “senso” del mondo visto nella sua interezza e globalita’ , diveniamo unici in un insieme di individui che formano la vita….forse quello che ci terrorizza e’ l’idea della morte, un ‘idea molto potente perche’ rappresenta il grande buio e piu’ ci si avvicina, si cerca di guardarla e di convivere con questa idea, piu’ la paura si stempera…
    Credo tu stia facendo un’esperienza indimenticabile e grazie per averla condivisa .

    • melogrande ha detto:

      Sai, egle, se c’è una costante nella storia dell’ umanità in tutte le epoche e a tutte le latitudini è la guerra.
      Le prime storie, i primi poemi, Iliade compresa, sono storie di guerre.
      Mi impressionò sentire Hillman che osservava come la parola pace sul dizionario abbia solo una definizione negativa (“assenza di guerra”) come se fosse lei l’ anomalia e la guerra la normalità. La gente ha sempre vissuto in presenza della guerra, in certe epoche potevi passare la vita intera costantemente in guerra, tanto erano lunghe e continue.

      A questo noi abbiamo perso (fortunatamente) l’ abitudine, ma ce ne siamo allontanati fin troppo, isolati dalla morte fino al punto da non reggere neppure la vista dell’ uccisione di un animale da cortile.

      Però la nostra visione del senso e della vita è stata costruita da gente che viveva a contatto con la morte. E ciò che abbiamo rimosso ci ritorna sempre addosso.

      Vivere pericolosamente non è forse il tema di fondo della beat generation, dell’ estetica dei dannati del rock, di tanto cinema da James Dean a Into the Wild ?
      Il senso profondo che sotto una campana di vetro non si vive protetti, piuttosto si muore da vivi…

  2. Egle1967 ha detto:

    Paradossalmente sono convinta che a fronte di un forte bisogno di certezze, di sicurezze anche se consapevolmente a termine, vi sia la stessa paura nell’uomo di conoscere il proprio futuro….quanti risponderebbero affermativamente alla domanda “vuoi conosce il tuo futuro?Cosa fari tra sei mesi?”. non trovi che la paura in ogni caso sia la costante e che quindi la bellezza della vita sia nelle i finite possibilita’ che ci puo’ offrire? e che noi non sappiamo cogliere a pieno questo senso? la paura della morte e’ probabilmente indotta da un forte bisogno di esperire individualmente il piu’ possibile per scoprire il “senso”…ma forse un senso alla nostra vita la troveranno altri quando sara’ definita in maniera inequivocabile, senza piu’ probailita’ ne’ possibilita’, la nostra….e in questo margine di probabilita si dipana la meraviglia di quello che la nostra presenza puo’ determinare…..l’illusione delle certezze nascono dal non capire, o da non sentirsi pronti ad affrontare il fatto che la gran parte dei scenari della vita reale sono incerti….se si vive in questa consapevolezza anche solo per poco, mi sono resa conto di quanto tutto quello che cicirconda assuma un’altra valenza, a partire dall’atteggiamento di disposizione verso il dialogo e le relazioni

    • melogrande ha detto:

      Eppure le due cose sono così intrecciate…
      Vedi, il fatto è che per parlare di “senso” di un film, o di un racconto, o di un romanzo, devi averlo visto o letto tutto fino alla fine, prima della fine tutto può accadere.
      Ogni cosa che vuole avere un SENSO deve avere una FINE.
      Una storia che non finisse mai non avrebbe alcun senso, come la vita degli immortali…

  3. quellidel54 ha detto:

    Come sempre offri, con l’occhio disincantoto del consumato viaggiatore, un possibile parallelo ta il nostro “opulento e plastificato” mondo e un’altro, ove eros e thanatos convivono, quasi incuranti dell’uno con l’altro. Questa indolente fatalità giornaliera, nella quale nulla é dato per certo, ma solo come possibilie riflette di certo gli anni consumati in una guerra devastante. Con il riaffermarsi di antichi costumi e il frantumarsi di nuove , fragili realtà, tanto vicine, eppure così lontane da una radicata mentalità. Poi la religione così onnipresente, che pare oppressiva, ma che credo entrata oramai come codice genetico o quasi. Tante le domande che suscita questo tuo scritto e altrettanti i tentativi di risposta che ci hanno dato, che ci siamo dati, portano però un senso d’impotenza per le troppe questioni ancora irrisolte. Tante e tali perché legate da una catena formata da anelli così forti che non ci raccapezza più. Se tentiamo di sciogliere un nodo ecco che per farlo, si deve prima sciglierne un altro e un altro ancora, in una sorta di flipper ove la pallina continua a rimbalzare da una parte all’altra, ma il contatore rimane fermo o peggio segna numeri negativi.
    Se pensiamo che quelle terre sono state la culla della civiltà umana. Ove l’uomo ha mosso i primi passi verso la prorpia evoluzione culturale e Bagdad é stata per secoli, punto di riferimento tra i più luminosi.
    Adesso ben altro scenario si offre ai nostri e ai tuoi occhi e c’é da domandarsi del perché siamo giunti ad un simile passo, quasi che l’uomo non si curi di eros, badando più a thanatos, dimentichi che questa é solo un necessario attributo del primo.

    • melogrande ha detto:

      Sai, cape, viaggiando tanto in quei posti certi paralleli ti si impongono con la forza e l’ autorità dei postulati matematici.
      E viaggio dopo viaggio ti cresce la consapevolezza che QUELLA è la reale condizione umana, la vita vera, quella che è sempre stata nei secoli dei secoli, e noi semmai l’ anomalia storica fortunata e minoritaria.
      Vedere bambini vestiti di stracci che giocano nel fango delle pozzanghere a Bassora, nel cui sottosuolo ci sono i più grandi giacimenti petroliferi del mondo, è di per se una domanda che non puoi eludere, che tu lo voglia o no.

  4. deorgreine ha detto:

    Non so come reagirei a quel mondo, ma credo che mi farebbe palpitare il cuore, che forse stenterei a capirlo, che mi creerebbe grande confusione e nel contempo credo che potrei riconoscermi, che ne sentirei la follia, perchè è umana e io sono umana. La paura forse la saprei vivere, ma non ne sono certa, perchè lì è inevitabile, vera e forte e non edulcorata, resa “più accettabile” di ciò che è realmente. In poche parole mi chiedo se vivendo in quel modo, come quelle persone che descrivi, sempre a contatto ravvicinato con la morte, paradossalmente non potrei sentire di più la vita. La guerra è troppo, la povertà è troppo, la violenza e la sofferenza che ne conseguono sono troppo per l’umano, ma la morte, la morte fa parte del vivere e in fin dei conti non ci lascia mai, anche se non lo vogliamo dire, non lo vogliamo sapere, vedere. Eppure fa parte di quell’invisibile che ci portiamo dentro dal momento in cui nasciamo. Tu ci dici che in quei posti diventa visibile, quotidianamente, come lo è a chi lavora negli ospedali, ad esempio, o nelle case per anziani. La morte che incombe in ogni attimo del giorno e della notte, che è vicina, palpabile e che rende impotenti e per cercare di sfuggirle illude qualcuno dell’esistenza dell’immortalità; provo a immaginare, ma in realtà non lo so sentire davvero, anche se il tuo scritto è molto efficace. Non so sentirle queste cose e di conseguenza, forse, non so nemmeno più viverle. Come non so più vivere anche molto altro che ha sempre fatto parte della vita quando la vita non era condotta in modo così rassicurante, probabilmente. Come se una parte di me fosse rimasta sempre spenta. Il confronto con realtà come queste, per una come me, è forse a questa consapevolezza che porta.

    • melogrande ha detto:

      Sì, è quello che intendevo dire.
      In condizioni simili, la vita vissuta è reale e vivida in un modo che noi non percepiamo più, ottenebrati dalla nostra stessa privilegiata sicurezza che ci fa da schermo.

  5. m0ra ha detto:

    Per me che ho viaggiato praticamente zero, leggere un post come questo è lo spalancarsi della porta sul senso del “viaggio” ovvero una scuola di umiltà e di decentramento. Credo che la morte induca all’affermazione della vita, e dentro alcune realtà che paiono mortifere e violente ci sia più vita di quanto si possa pensare. Da noi i soldati combattono facendo uno pseudo-oblio sull’alta probabilità della propria morte, si va in guerra come fosse “un lavoro come un altro”. Voglio dire che esiste un rimosso culturale intorno alla morte. Pensiamo a come teniamo protetti i nostri bambini quando muore un congiunto, temiamo traumi, incubi, senza pensare che la realtà vera è più brutale e precaria di quella che ci stiamo raccontando.
    Hai raccontato molto bene con un occhio dentro ed uno fuori, come al solito. Il pacato distacco di questo scritto farebbe di te un ottimo giornalista, Melo.

  6. melogrande ha detto:

    I nostri soldati (come in Libia) combattono per modo di dire, sganciano bombe da un aereo ed i rischi che vengano uccisi sono in realtà ridottissimi persino per loro, ed è così perché chi governa pensa all’ opinione pubblica nel caso dovessimo avere delle vittime.
    L’ esempio che fai dei bambini è appropriato: temiamo che li traumatizzi la morte, cioè l’ evento più universale, naturale e d inevitabile dell’intera condizione umana, ma facendo così non li isoliamo in realtà dalla vita, dalla vita vera di cui la morte è un portato inevitabile ?
    …Altroché se c’è un rimosso….

  7. Pannonica ha detto:

    In un’intervista, Hillman ha dichiarato quanto sia nociva, a suo avviso, la moderna “cultura dell’air bag”, della protezione e della sicurezza a qualunque costo; persino al paradossale costo della rinuncia alla vita, mentre si è ancora in vita, per scongiurare il pericolo della morte.
    La morte in vita è il problema della società moderna, vittima di se stessa e delle sue paure. La società moderna è la madre della nevrosi e di tutte quelle patologie dell’anima che, in quei paesi, non hanno motivo di esistere… forse perché lì hanno problemi tipo “salvare la pelle”, che distraggono dalla nevrosi tipica della cultura occidentale.
    Io non sono in grado di dire se sia più “sana” la cultura dell’air bag o la cultura della guerra, perché entrambe le culture hanno i loro effetti collaterali…

    • melogrande ha detto:

      Bisogna essere stati in America per capire dove può portare questa “cultura dell’ airbag”.
      In nome della sicurezza (o per dirla tutta, per paura degli indennizzi che potrebbe chiedere chi si facesse male ed intentasse causa…) si arriva ad eccessi esilaranti come quello di vietare l’ uso delle scale mobili a chi indossi scarpe con le stringhe.
      Non sto scherzando, giuro che è tutto vero.

      Seduto a bere un caffè in un bar coi tavolini all’ aperto leggo nell’ ordine:
      – Un avviso lungo un chilometro sul rischi derivanti da una possibile improvvisa chiusura o ribaltamento dell’ ombrellone per un colpo di vento e sulla necessità di proteggersi per tempo in caso che l’ aria non sia del tutto immobile.
      – Un avviso sul bicchiere del caffè che mi ammonisce sul fatto che il caffè è molto caldo e potrebbe causare lesioni ed ustioni anche con danni permanenti se bevuto in modo incauto
      – Un avviso sul menu che mette in guardia dal mangiare la ciambella senza bere perché essendo asciutta potrebbe causare soffocamento con esiti anche letali.

      Ma è vita, questa ?

      • Pannonica ha detto:

        con questi avvisi americani mi hai ricordato Antonio Albanese:
        “Sarebbe come scrivere sulle mutande di lana: “Queste mutande irritano e vi gratterete il chiulo tutta la vita!”.

        ecco. credo di aver risollevato il tono della discussione, adesso. 🙂

        p.s.: si può dire chiulo, sì?

  8. samothes ha detto:

    Io, personalmente, sarò banale e fuori tempo, ma preferisco i boschi alla vita con l’airbag, possibilmente senza il preposto alla sicurezza alle calcagna.

  9. guido mura ha detto:

    Splendida cronaca, Melo, di una realtà che hai avuto la fortuna di conoscere. Dico fortuna perché vedere e provare in prima persona è l’unico modo per vivere veramente. La nostra vita iperprotetta rischia di essere un percorso nevrotico e veramente estraneo alla realtà che si manifesta nel resto del mondo. Eppure nemmeno questo giacere sotto una campana di vetro ci rende sereni e garantiti dalla paura. Abbiamo paura di tutto: delle malattie, delle aggressioni, per quanto improbabili, delle calamità naturali, reali o immaginarie, e quasi desideriamo che qualcosa succeda, anche di tragico, perché riuscirebbe a sottrarci a quella morte lenta che è la noia, dell’attesa della morte, comunque inevitabile, che prima o poi vedremo arrivare.
    Istintivamente si ha timore di affrontare l’insicurezza di paesi non stabilizzati; ma poi credo che ci si possa abituare anche all’incertezza. Una sola volta ho attraversato un paese in guerra, la Croazia, ancora non indipendente, con una macchina che non era certamente attrezzata per resistere a un attacco, ma non ho avuto paura. Oggi sono felice di quell’esperienza, che mi consente di capire come si possa vivere davvero anche col rischio di trovarsi in mezzo a una sparatoria o a un bombardamento e di non farci caso. Perché la storia non si può capire soltanto dai libri o dai telegiornali: bisogna esserci dentro.

    • melogrande ha detto:

      Considero una fortuna avere avuto la possibilità di viaggiare tanto e prendere atto che l’ umanità può essere declinata in mille modi diversi, tra i quali non ce n’è uno giusto e tutti gli altri sbagliati.
      E che il NOSTRO modo, se non sbagliato, è certamente minoritario, molto minoritario.

      Esistono popoli che vivono in condizioni di guerra e, sì, vivono, non si limitano a vegetare attendendo il compiersi del fato.
      Vivono, con un po’ di fatalismo e, paradossalmente, persino con meno paranoie, così come abbiamo fatto noi per secoli nelle stesse condizioni.

  10. lillopercaso ha detto:

    Penso a mio nonno, ai Ragazzi del ’99 che alcuni di noi han fatto in tempo a conoscere, a come la sua memoria riandasse alla grande guerra con orrore e nostalgia insieme: nostalgia per un’età che era quella della giovinezza, certo, ma anche perché il senso della precarietà della vita lo portava a vivere intensamente il presente, come dopo mai più, stando a lui; e di sicuro anche perché i legami che si creavano sul confine (il Confine!) tra la vita e la morte erano estremi e indissolubili. Un po’ gli stessi sentimenti di cui parli tu, che dici? E così forse le persone che in zona di guerra vivono e crescono; Ma per lo più immagino che ci sian costrette; potendo scegliere, ne farebbero a meno, o magari se ne andrebbero? Cosa dicono gli Iracheni che lì lavorano, tecnici ma anche personale alberghiero e così via, con cui sei a contatto? Le donne? Si possono conoscere?
    Chiedi, chiedi.
    Ecco, ora io mi chiedo con un brivido se sei già tornato o sei ancora lì, che leggi i commenti sullo smartphone; e ripenso a quando, tanti anni fa, la parola Bagdad mi procurava brividi di altro tipo, batticuòri da Mille e una notte, Elefanti e Tigri (?????? ero piccola), Il Ladro di Bagdad e così via.

    • melogrande ha detto:

      Lillo, chi è nato lì ci vive e non ha scelta; chi ci va (in genere tecnici) inizialmente lo fa perché nei posti disagiati si guadagna di più.
      Eppure, alcuni ci restano, forse presi da quella sindrome da “Hurt Locker” di cui parlava Egle, perché una vita in condizioni di rischio è più intensa e vivida. Non dico che sia una sindrome salutare, ma sono sicuro che esiste.

      Le donne in Iraq stanno messe meglio che in altri paesi, tra i regimi della zona quello di Saddam era uno dei più “laici. Ho conosciuto donne in posizioni di responsabilità, qualcuna persino rivendicando orgogliosamente la sua fede cristiana…

    • lillopercaso ha detto:

      Cavolo, mi sembra di aver già scritto qualcosa di simile, di dire sempre le stesse cose… non è un buon segno!!!

  11. lillopercaso ha detto:

    Ripensandoci.
    Capisco anche chi ci va di proposito; però mi viene in mente un fatto: al mio compagno era stato proposto di tornare a lavorare nelle zone instabili del subcontinente indiano; avevamo un bambino ancora piccolo, chiese il mio parere: “Se vuoi andare perché ci hai lasciato il cuore, come potrei trattenerti? Non ci perderemmo comunque, sta tranquillo; ma se vai per metter via soldi, sia pur per noi, ti dico: me ne infischio, resta”. Restò, per fortuna.

  12. lillopercaso ha detto:

    Melogrande… Tipo 🙂

    Pannonica,
    il padrone di casa è troppo gentile per pronunciarsi in proposito…
    Forse “Chiulo” sì, ma “Chiurlo” no?

  13. melogrande ha detto:

    Ci vedo Giunone sulla soglia di casa col matterello in mano.

  14. parolesenzasuono ha detto:

    scherzosamente ti direi che per essereingegnere sei molto “umano”—

    🙂

    ***

    poi seriosamente ti farei i complimenti per il resoconto dettagliato diuna realtà complessa, certamente a noi poco intelleggibileper via di diffferenti presupposti culturali (non solo religiosi) che rendono quel tipo di assetto sociale apparentemente “inspiegabile” se confrontato al nostro—

    l’abituarsi all’orrore quotidinao, quello che emerge dalle tue righe, in unaapparente normalità—

  15. deorgreine ha detto:

    Giunone con un mattarello in mano deve essere una visione spaventevole, in effetti…

  16. […] non meno antica di Ninive, che è riuscita più o meno a tenersi fuori dai guai, ed avevo visitato Baghdad, la “città della pace”, come era chiamata una volta, che invece la pace non riesce proprio […]

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