L’ isola che non c’è più

Un momento, l’equipaggio della lancia rimase impietrito. Poi si voltarono.

«La nave, gran Dio, dov’è la nave?»

Presto, attraverso veli d’acqua foschi e confusi, ne videro il fantasma obliquo che svaniva, come tra i vapori della Fata Morgana, solo le vette degli alberi fuori dell’acqua; e inchiodati ai posatoi un tempo così alti, per pazzia, fedeltà o destino, i ramponieri pagani affondavano sempre scrutando sul mare.

E ora cerchi concentrici afferrarono anche la lancia solitaria, e tutti quegli uomini, e ogni remo galleggiante, e ogni palo di lancia, e torcendo in giro in un solo vortice ogni cosa viva o senz’anima, trascinarono a fondo anche il più piccolo avanzo del Pequod.

H. Melville – Moby Dick


Il bianco che copre il paesaggio in questi giorni di merla differita sembra stendere un silenzio arcigno sui pensieri oltre che sulle strade attutite e sospese. È un silenzio da cerimonia religiosa, un silenzio da camposanto d’ inverno.

È metafora logora, quella del naufragio, lo so, per forza, sfruttata com’è fin dall’ origine stessa del nostro narrare d’ occidente, il naufragio sta per altro, sta sempre per qualcos’ altro, d’accordo. Eppure, la potenza di questa metafora non tramonta e neppure si attenua nel tempo, rimane intatta secoli dopo la fine dell’ epoca dei viaggi coi velieri, e dei grandi romanzi di mare. Cento Schettini non possono cancellare Achab.

E allora indulgiamo anche noi, per una volta, in questa logora metafora, concediamoci la celebrazione del ricordo di quest’ isola che non c’è più, di quest’ isola che non sarà più trovata.

Siamo qui, naufraghi consapevoli, su provvidenziali piattaforme alternative, in salvo con tutti o quasi i nostri beni, di nessun valore commerciale, d’ accordo, ma come si fa a dare un valore a ciò che non può essere sostituito ?  Ci siamo salvati, questo è ciò che conta, noi amici e compari, compagni d’ avventura, ci riconosciamo e ci contiamo, ci abbracciamo, ci salutiamo a distanza, da una piattaforma all’ altra, chi blogga e chi alzalavista, chi blogspotta e che si wordpressa. Siamo in tanti, però, hai visto chi c’è laggiù ?

Nulla è più efficace per farti apprezzare le cose che l’ aver rischiato di perderle, e allora c’è come un ripensare che quell’ isola non era poi così scontata, era socialità e riflessione insieme, cinguettare va bene ma pensare prima a qualcosa da dire è meglio, no ? Si sono persino improvvisamente rivitalizzati, nell’ imminenza del naufragio, udito il segnale di abbandonare la nave, siti polverosi inattivi da anni, via le ragnatele e template nuovo vita nuova. Bello e salutare scossone.

Non tutto si è salvato, si capisce, moltissimo è andato perduto. Tanti luoghi non più abitati che pure era bello frequentare, forse proprio per quell’ aria disabitata. Luoghi amici persi per noncuranza, luoghi spiati alla cui porta si sarebbe voluto bussare e non lo si è mai fatto, e adesso ci si chiede perché, ma è inutile, che tanto oramai è tardi, luoghi di cazzeggio e luoghi di scontro, luoghi di pensiero e luoghi di sfoghi, di adolescenze ingenue, luoghi di seduzione o di sfacciata provocazione, luoghi d’ invettive e luoghi d’ introversione.

Perdere è prodere, la perdita è tradimento, la mancanza è essere monchi.  Chi avrebbe mai pensato di sentire tante mancanze ? Chi immaginava di avere bisogno di così tanti luoghi ?

Nessun uomo è un’ isola, sì, ma eravamo in tanti su quell’ isola che s’ è inabissata come una balena, come una balena bianca, a voler essere precisi,  una balena bianca come questa neve che continua a non lasciare respiro tutto intorno.

Bianco l’inverno bianco, la neve bianca,
bianca la notte
Bianca l’insonnia bianca, la morte bianca e bianca la paura è bianca
L’universo vacuo e senza colore
Ci sta davanti come un lebbroso
Anche questo è la bianchezza della balena.

V. Capossela – La bianchezza della balena

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31 commenti su “L’ isola che non c’è più

  1. cKlimt ha detto:

    Ma vivere non è proprio questo continuo perdere dall’attimo appena passato e questo incredibile guadagnare dall’attimo che ci viene incontro?
    Il rimpianto, la nostalgia, così come l’aspettativa per il futuro sono quella scia da stella cometa che accompagna il nostro andare.
    Non ci basterà l’intera vita a rimpiangere ciò che non è stato, ciò che abbiamo solo sfiorato.
    Non ci basta il pensiero per contenere l’attesa del nuovo che ci regala l’idea stessa di futuro.
    .
    Alla fine restiamo abbarbicati all’attimo presente e fuggente. Quella è l’unica isola che non perdiamo, se accettiamo di perderla continuamente.
    Alla fine comprendi che è un gioco.
    Un meraviglioso gioco.
    E restare bambini con il senso del gioco è la nostra salvezza.
    Vinicio l’ha capito da tempo e dalla sua isola s’immerge giocando nel mare che abbiamo tutti, tutt’attorno.
    La balena si mimetizza nella neve e la sirena ci viene incontro ancheggiando.
    Ancora un attimo e lo capiamo: è proprio tutto perfetto.
    .
    Come dev’essere e come è sempre stato

  2. melogrande ha detto:

    Come surfisti dell’ attimo fuggente, in equilibrio instabile sulla cresta in movimento tra passato e futuro. Una bella immagine.
    E tuttavia la condizione umana mi appare tale che spesso il peso del rimpianto di ciò che si perde non è bilanciato dalla leggerezza dell’ aspettativa di cio’ che verra’.
    Trovo che questo accade perche’ non siamo atomi sradicati, perche’ il passato e’ cio’ che ci ha determinati, facendo di noi quel surfista dell’ istante, mentre il futuro si annuncia sotto le specie della potenzialita’ e della contingenza., non determina mai, promette sempre, non di rado minaccia, talvolta illude.

  3. ud2 ha detto:

    Non è possibile, ed è una fortuna, non avere rimpianti. Avremmo dovuto avere più coraggio. Intanto un altro giorno se ne va e abbiamo perso un altro treno. Sarebbe il caso di osare di più. Se non lo facciamo è per comodità, insipienza, perché siamo rinunciatari. Un rimedio ci sarebbe. Si può scegliere, sempre. E scegliere di vivere, senza risparmiarsi. Da ora in poi.

    • melogrande ha detto:

      ud2,
      meglio vivere che non vivere, sì, sempre.
      Chi c’è, c’è.
      E non stiamo parlando di blog, mi sa…

      • unad2 ha detto:

        no, non stiamo parlando di blog
        ho imparato a viverli con leggerezza, quelli, come una moleskine, che riempi per te sola, ché tanto, anche se capitasse in mano d’altri, non capirebbero, fraintenderebbero, getterebbero via

        sono solo parole, tra milioni di miliardi di altre parole: niente di non letto già altrove, eppure uniche, lo ammetto, almeno per chi le articola
        un blog costa meno di una seduta da uno psicoterapeuta (lacaniano) 🙂
        (take it easy)

  4. deorgreine ha detto:

    …ma non solo di blog si parla, quando si parla di blog… mai. 🙂

  5. m0ra ha detto:

    Mi ha fatto un certo effetto tornare su Splinder il 1 Febbraio e trovare tabula rasa, quando poche ore prima era ancora tutto intatto, foto, parole, commenti… L’attimo che si porta via ogni cosa. Mi è sembrato più che un naufragio, direi terra che si apre ed inghiotte tutto; oggi c’è la casa e domani percorri il solito tratto di strada e in fondo non c’è più nulla ad attenderti, solo un deserto. Messi da parte i sentimentalismi, ho visto spegnere diversi bloggers dopo la chiusura di Splinder, penne inaridite che probabilmente avevano scelto quella piattaforma perchè permetteva una navigazione non solitaria.

    • melogrande ha detto:

      mora,
      splinder era molto orientato alla community, questo è vero, vedevi chi era online, potevi scambiare messaggi,era molto comodo da questo punto di vista, quasi come un social network.
      Qui è più complicato, anche se, avendo indicato un indirizzo mail, la gente potrebbe comunque tenere i contatti lo stesso.
      D’ altra arte, sui social network di idee ne vedo circolare pochine, sono luoghi di chiacchiericcio spicciolo.
      Non si può avere tutto, e come si diceva, molto è andato perduto.

  6. lillopercaso ha detto:

    Dentro e fuor di metafora, è la storia dell’Umanità quella di cercare un posto migliore dove vivere.

  7. melogrande ha detto:

    Unad2,
    Il blog e’ come una moleskine lasciata intenzionalmente in giro perche’ qualcuno la legga.
    Pero’ forse funziona cosi’ anche con i diari…

  8. Anna Laura ha detto:

    Un saluto Melo…
    Credo che in questa nuova realtà senza Splinder si possano riconoscere le vere affinità elettive…
    Passare da te è sempre un piacere.

  9. melogrande ha detto:

    lillo,
    è vero !
    Non mi ricordavo più !

    ERA DOVE VIVEVO DA RE

  10. quellidel54 ha detto:

    Abbiamo avuto l’incontro con la nostra Moby Dick e come Achab abbiamo combatuto più o meno una nostra personale battaglia contro il Leviatano.
    C’é stata e forse ci sarà sempre una “Rachele” che passando bordeggiando in cerca i figli perduti, trova orfani.
    Orfani che non si sono arresi e che riprendono la via del mare, incuranto o incoscenti che la tempesta é sempre lì, al lmitare dell’orizzonte.
    Forse c’ è del vero in quello che é scritto: il mare più bello é quello che dovremo navigare.
    Per quello che abbiamo solcato rimangono, stranamente solo parole che iniziano con la erre: ricordi, rimpianti, rimorsi. Come i relitti.

  11. deorgreine ha detto:

    Nessun rammarico e nessun rancore, nessun rimpianto e nessun rimorso… nemmeno nostalgia, che la vita non è di allora. La vita comincia adesso. Comincia sempre adesso. La vita non ha tempo, se non il tempo che gli cuciamo addosso guardandoci impauriti mentre mente e corpo si modificano, disfacendosi piano piano. E allora non ha senso essere le zavorre che ci hanno frenati, soffocati, resi inabili a proseguire. Adesso siamo altro e adesso ci liberiamo, ancora. Possiamo portare con noi gli strumenti che di volta in volta ci hanno resi liberi; quelli ci servono anche ora, ma non serve cercarli e metterli in valigia, perchè sono già in noi, come lo sono state le nostre zavorre passate e come lo sono i pesi di cui ancora ci dobbiamo liberare. Non c’è nulla di statico, anche quando ci sembra che nulla si muova, tutto in realtà è in lenta evoluzione. E’ che l’uomo va in crisi quando i cambiamenti lo toccano troppo da vicino e gli sconquassano l’animo abituato a crogiolarsi del susseguirsi sempre uguale del suo vivere.

    • melogrande ha detto:

      Sì, lillo, prodere.
      Ti ringrazio per la domanda, come si usa dire, avrei dovuto spiegare meglio, ma la spiegazione non era adatta al tono del post.

      Vedi, la parola “perdere” ha molti significati all’ apparenza slegati.
      Si può perdere un gioiello, nel senso di smarrirlo, si può perdere il treno ma non lo si smarrisce, si può perdere una persona cara quando muore e si può perdere una partita a scacchi senza che muoia nessuno. Si può perdere una battaglia e si può perdere la vita in battaglia. Si può anche perdere un amico.

      La parola ha una radice antichissima che vuol dire, più o meno, “dare al contrario”, con l’ idea di qualcosa che va a male, al contrario di come dovrebbe, che non va per il verso giusto. La radice si ritrova nel verbo latino “prodere” che vuol dire tradire, ed è sopravvissuta nell’ italiano “proditorio”.

      E, se ci pensi, l’ unica cosa che hanno in comune tutte le forme di perdita dette prima, è proprio un gusto amaro, una delusione, una sensazione di tradimento.

      Quasi che la perdita derivasse da una mancanza di cura verso le cose o delle cose verso di noi.

  12. guido mura ha detto:

    Alcuni “amici” che mi avevano accompagnato per qualche tempo erano già scomparsi da un pezzo da splinder; gli altri, in qualche modo, li ho ritrovati; ma soprattutto ho ritrovato me stesso, la voglia di leggere, ricercare, discutere, che stavo perdendo. Rinnovarsi fa bene, finché si ha il coraggio e la forza per farlo. Certo, se guardassi indietro, vedrei una palude immensa, che ha inghiottito persone, parole, idee, ricordi; ma per mia fortuna sono uno che preferisce guardare avanti.

    • melogrande ha detto:

      Un trasloco ogni tanto mantene in forma, è vero, e devo ammettere che nel passaggio a WordPress il melogrande mi pare ci abbia persino guadagnato, questo template lo trovo più pulito e gradevole di quello che ero riuscito a costruire su splinder, ed in questo periodo mi sono trovato a scrivere più di quanto facessi negli ultimi tempi.
      Sarà lo stimolo del cambiamento, come dici tu.

      Tuttavia, il peso della perdita di tanti blog di valore la sento, dal Cerchio dell’ Oracolo ad Angelus Novus, allo stesso blog che mi aveva invogliato ad aprirne uno mio (Metanoie, si chiamava).
      Guardiamo avanti, va’.

  13. A me quell’isola manca, nonostante la nuova abbia consentito l’incontro di altre scritture, divenute immediatamente care, e la conservazione degli amici di lungo corso.
    A mancare sono i luoghi che non ritrovi altrove, dove avevi trovato e lasciato parole, a mancare sono le lucine accese che, durante un lavoro lasciato a metà, ti dicevano che a distanza di un clic c’era un possibile saluto. L’isola era in realtà un arcipelago di cassetti aperti.
    Adesso tutto è più dislocato e meno immediato.
    A darmi fastidio è il dispendio di tante belle scritture che han fatto naufragio, un’intera miniera inghiottita. Mi pare uno spreco imperdonabile.

    • melogrande ha detto:

      Fra tante buone cose (tra cui la possibilità di salvare i post in bozza e non doverli pubblicare all’ istante), wordpress ha dei limiti. Il principale è proprio quello di non avere funzionalità di community.
      E’ vero, poter vedere chi c’ era online e poter scambiare qualche commento “fuori onda” era una gran bella cosa. Ci sono le mail, ne ho persino creata una ad hoc per il sito (ma i vecchi amici hanno anche quella personale), ma si è perso in immediatezza.
      Splinder era un paesello, wordpress è una metropoli, col buono ed il meno buono che la differenza comporta (e guarda che a me le metropoli piacciono…).
      Sulla perdita, sono d’ accordo con te.
      Quelle scritture erano frutto di fatica e di impiego di tempo.

  14. lillopercaso ha detto:

    Melo,
    ‘proditorio’, già!

    Bella interpretazione; a rigor di logica, perdere dovrebbe derivare da ‘prendere al cotrario’, ma in quel caso ridurremmo tutto a una questione di partita doppia.
    E’ vero che la perdita ha il gusto di tradimento: sarebbe bastato un giorno ancora, una parola o un silenzio in più, un’altra possibilità, e invece, ZAC, fregata. Cerchi di rimediare in extremis con un regalo, con una lapide, con un ultimo post… Ma se non è colpa tua è più facile: così è la vita, dici. A proposito, ho visto un sacco di post commemorativi. Li raccolgo e li mando alla sig. Splinder?

    Personalmente, non sento ‘sta gran perdita: c’ero da soli due anni (soli? ah, però!), alla fine mi si era inceppato tutto, e poi, nella vita reale, ho affrontato almeno venti traslochi -quelli che mi ricordo e senza contare i provvisori. Perciò…

    • melogrande ha detto:

      Sì, c’è un senso di tradimento ed un senso, come dire, di colpa nella perdita.
      Come se non si fosse stati attenti.
      E quando si perde qualcosa si dice “Peccato”
      C’è da rimuginarci sopra.

      lillo, tu splinder non l’ hai veramente vissuto, sei stata dentro troppo poco tempo e per di più inceppata.

      I post potresti mandarli ad Anna Laura, alias Diannediprima, su “c’ era una volta splinder” (lo trovi fra i link).

  15. lillopercaso ha detto:

    Ma perché, Zena, si saran trasferiti e scriveranno altrove, quelli a te cari saprai come trovarli… sanno come trovare te… mi sfugge qualcosa di importante?

    • Parlo proprio di scritture, Lillo, magari di blog ‘dismessi’, ma che generosamente erano stati lasciati come libri aperti, sui tavoli di una biblioteca virtuale. Un nome per tutti: Herzog, il blog di Effe. Affondato.
      Anche di altri si son perse silenziosamente le tracce.

  16. lillopercaso ha detto:

    Che peccato! Davvero!
    Vero è che ci son stata poco; ma se ricordo come sono andata in crisi (in astinenza!)quando ha cominciato a incepparsi tutto…

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