Qualcosa d’ antico, rimesso a nuovo

Segue da qui (…)

Una libertà che non degeneri in individualismo è una “libertà responsabile”, rivendica spazi di autonomia personale senza danno alla comunità.

Una libertà responsabile sostiene il laicismo, pretende il diritto di esercitare un pensiero critico nei confronti di ogni autorità e di ciascuna dottrina, predilige un approccio scettico ed interrogativo nei confronti del mondo. La libertà responsabile induce a chiedere conto a qualsiasi autorità della delega su cui essa stessa si basa, pretende che chi esercita un qualsiasi potere ne risponda.

La libertà responsabile forma cittadini, non servi né tifosi, cittadini consapevoli del fatto che il patto sociale richiede il rispetto da parte di entrambe le parti contraenti, ed il rispetto dei patti che consente ai cittadini di esercitare i diritti civili comincia con l’ assolvere ai doveri, rispettando leggi e norme, pagando le tasse e rispettando le norme, divieti di sosta inclusi. Non esistono scorciatoie “responsabili”. Solo questa condizione rende sostanziale ed esercitabile la pretesa che chiunque sia delegato ad esercitare un potere di quel potere pubblicamente risponda.

La libertà responsabile favorisce l’ emancipazione e la maturità, riconosce il diritto di scelta, l’ autodeterminazione, la libertà di impiegare la propria vita come meglio si ritiene, senza doverne rendere conto ad alcuno nella misura in cui non si crei danno alla comunità. La libertà responsabile comprende, come naturale conseguenza, l’ inviolabilità personale, il diritto di accettare o rifiutare cure, la libertà anche di mettere fine alla propria esistenza nel momento in cui non la si ritenga più degna. Nessuno ha titolo di autorità in questo giudizio, che compete solo all’ individuo.

La libertà responsabile produce tolleranza e tutela il pluralismo, ha l’ obiettivo di consentire a ciascuno di formarsi un’ opinione critica informata, desidera una società il più possibile aperta, pratica un riformismo continuo come forma di “manutenzione ordinaria” della comunità.

La libertà responsabile vigila sull’ esercizio di ogni forma di potere, come si è detto, e dunque esige la partecipazione attiva. Non si firmano cambiali in bianco, ed è necessario che chi esercita un ruolo pubblico senta costantemente sul collo il fiato di un’ opinione pubblica informata che è, come diceva Joseph Pulitzer, “la nostra vera Corte Suprema”. È la partecipazione il cane da guardia che rende trasparente la democrazia, smaschera ingiustizie, corruzioni, inefficienza, errori. È la partecipazione il vero “potere dei senza potere”, ciò che costringe a “vivere nella verità” secondo le formule di Vaclav Havel. La libertà responsabile non può convivere con la censura.

“La somma di libertà individuale che un popolo può conquistare e conservare dipende dal grado della sua maturità politica” scrive Arthur Koestler in “Buio a mezzogiorno”.

È la finalità umana, dunque, a rendere responsabile la libertà, ad impedirne la deriva individualistica. La finalità umana tempera la libertà con la solidarietà.

La finalità umana, cioè trattare kantianamente gli esseri umani come fini e non come mezzi, trova compimento nella cura per la comunità, nella difesa dei deboli, nella gratuità. Se gli esseri umani sono fini e non mezzi, allora non tutto può essere ridotto alla logica, pur importante, dell’ economia. Esistono interessi da preservare, la tutela della vita e della salute, la sanità di base e l’ istruzione, indispensabile perché l’ “opinione pubblica informata” non si riveli una presa in giro, e l’ arena democratica non degeneri in una sfida fra demagoghi populisti.

La finalità umana porta a considerare che la cultura, la bellezza e l’ arte sono aspetti sostanziali e non accessori dell’ essere umano, necessari alla sua salute fisica e psichica, e che la loro tutela, che certamente può essere gestita in modo economicamente assennato, non deve assoggettare la sua stessa sussistenza al ritorno economico, ma deve prescinderne. L’ economia serve a trovare le risorse per vivere bene, non è fine a se stessa. Pur in tempi di crisi, ci sono priorità che vanno tenute ferme.

L’ ambiente, il paesaggio, la biodiversità non sono “res nullius”, ma “res omnium”, beni comuni in cui il termine collettivo abbraccia le generazioni future, la finalità umana impone la sostenibilità, il dovere di lasciare ai nostri figli un pianeta vivibile almeno quanto quello che abbiamo ricevuto in eredità.

La finalità umana è universale, terzo principio collegato di questa forma di umanesmo posmoderno che ci stiamo figurando. Non è possibile confinarsi in una dimensione locale, le considerazioni che abbiamo fatto forzano ad una visione internazionale.

L’ universalità porta a ritenere che l’ integrazione è un valore, che le persone sono responsabili di ciò che fanno e non di ciò che sono, e che qualunque persona ha diritto ad un’ opportunità equa.

I diritti umani sono universali, ed è necessario che non siano restino enunciati sulla carta ma diventino effettivi, obiettivo da cui siamo ben lontani. I 191 paesi aderenti all’ ONU si sono impegnati nel settembre 2000 a realizzare entro il 2015 otto obiettivi “minimi”, per rendere il mondo un posto migliore, e rendere concreti i Diritti Universali dell’ Uomo.

Questi obiettivi, definiti “Millennium Development Goals”, sono i seguenti:

Quasi dodici dei quindici anni previsti per la realizzazione del programma sono trascorsi, ed è quasi imbarazzante provare a fare una sintesi dello stato di avanzamento di questi obiettivi.

Altre priorità hanno tenuto banco, in particolare gli obiettivi di globalizzazione economica e finanziaria imposti dalle politiche liberiste.

Non è possibile una correzione di rotta, che riporti al centro dell’ attenzione la persona umana, se non si ritrova uno spirito internazionalistico che porti ad una globalizzazione non solo dei capitali ma anche dei diritti dei lavoratori.  Bisogna cominciare a parlare di contratti di lavoro sopranazionali, di diritti e principi irrinunciabili da garantire in tutti i Paesi e da far recepire dalle singole normative nazionali, in modo da armonizzare le discipline del lavoro e mettere fine alle guerre fra poveri. Proporre una certificazione internazionale che attesti il rispetto delle norme minime sul lavoro da parte di qualunque azienda che voglia concorrere sul mercato internazionale.

C’è spazio, tanto spazio, per una politica che voglia riaffermare la propria identità culturale ridando voce a chi da molto tempo non riesce più a farsi ascoltare, ed a chi non c’ è mai riuscito.

A rimettere a nuovo le cose vecchie ancora buone c’è sempre da guadagnare, per tutti.

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27 commenti su “Qualcosa d’ antico, rimesso a nuovo

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  2. quellidel54 ha detto:

    Sul riquadro dei commenti c’é scritto: che ne pensi?
    Penso che se fosse una dichiarazione chiederei una penna per sottoscriverla.
    Non per l’ovvietà di quanto sta scritto. Nè per piaggeria o per liquidare i pensieri che sollevano quelle parole.
    Bensì, sottoscriverei per la realtà innegabile di quanto é scritto. Credo che sia il miglior mondo possibile in cui vivere e non é fantasilandia.
    E’ il luogo dove possiamo condurre la nostra vita vedendo applicate quelle leggi che sentiamo nostre, che ci appartengono da che abbiamo formato un consorzio sociale e politico.
    Non sono cose impossibili, ma semplici e proprio per la loro intrinseca semplicità, possono apparire ovvie. Ma non appartengono all’ovvietà. Alla realta piuttosto. E’ reale che io possa controllare che i denari con cui pago le giuste tasse, mi vengano restituiti con servizi degni e commisurati. Come é reale che non voglio sprecare inutilmente risorse, inseguendo chissà quali momentanee fole speculative. E’ realtà che a chi meno ha, si dia di che esistere dignitosamente e fare tutto il possibile perché il suo disagio cessi o peggio non diventi il disagio di troppi.
    E’ reale che le mie idee, come quelle del mio vicino siano discusse e ragionate per provarne la bontà, oppure scartate perché frutto di una fantasia.
    Potrei andare avanti fino a tediarvi e tediarmi riguardo quanto io sottoscriverei, anzi concludo sottoscrivendole quelle parole, assumendomene la doverosa responsabilità.

    • melogrande ha detto:

      Cape,
      credo che proprio dalle cose semplici si debba ricominciare.
      Tre valori tre, da cui derivare una dozzina di principi, con i quali orientarsi nel casino della politica e della vita quotidiana.
      Sapendo che uno scarto fra ciò che è e ciò che si vorrebbe fosse c’è e ci sarà sempre, ma sapendo anche di volta in volta da che parte spingere per ridurre un po’ quello scarto, da che parte stare.
      Una cosa ovvia, sì, ma ho la sensazione che da un po’ di tempo la si stia perdendo di vista.

  3. melmaelimo ha detto:

    E io che ne penso? Penso che è una meraviglia, questo post.

  4. Sono così d’accordo che leggo, rileggo e mi commuovo.
    Con gratitudine,
    zena

  5. lillopercaso ha detto:

    E’ perfetto, Melo.
    Certe volte mi prende una sensazione.. maya (dell’India vera, non quella di Colombo) , pensando al resto del mondo, alla distanza tra i traguardi immediati degli uni, degli altri e degli altri ancora. Quanti ripercorreranno la stessa strada (con i dovuti adattamenti ma con le stesse pulsioni)? gli stessi errori moltiplicati x.. molti più umani?
    Ma, come dice inoppugnabilmente Capeh, QUI E ORA è la nostra realtà, e si faccia quel si può fare.
    E… sì, i tuoi post mi aiutano a vedere una direzione.
    Comunque vada, ciò che conta alla fine è che possiamo essere contenti di noi stessi. Anzi, purtroppo, ognuno di se stesso.
    Complimenti per la scelta musicale, A. Kidjo è stata la colonna sonora che mi ha accompagnato per un pezzo di vita, o di viaggio.

    • melogrande ha detto:

      lillo,
      si ricomincia sempre daccapo, ognuno per se stesso, è una conseguenza della condizione mortale, ma almeno si cerchi di utilizzare al meglio l’ esperienza del passato e, se non altro, cercare di non tornare indietro…
      Questa versione di Summertime mi sembrava illustrasse alla perfezione l’ idea di come si possa riprendere qualcosa di “classico” senza lasciarsene imbalsamare.

  6. feritinvisibili ha detto:

    Ciao amici, si sente calore di casa qui da te Melo, mi riprometto di tornare a questo tuo scritto presto, intanto lacio un abbraccio a tutti e ti rubo il bellissimo pezzo di musica Melo, hannah

  7. feritinvisibili ha detto:

    Bello Melo, e mi prendo la libertà di aggiungere un pensiero.
    .. mi sorge il dubbio che noi umani, e non solo i politici, fin’ora abbiamo seguito la spinta dei nostri desideri egoistici senza avere nessuna consapevolezza del fatto che le nostre azioni sono spinte da questi desideri che nascono dalla nostra natura di animali.
    Credo che l’unico vero libero arbitrio che abbiamo è controllare questa nostra natura, iniziare a chiederci: “quello che faccio garantisce una buona vita ai mei simili? Mi preoccupo del bene degli altri, quando parcheggio la macchina, prendo il bus?” per fare un’esempio un po’ scemo, insomma scegliere di essere Umani.
    Penso ad una sorta di rieducazione di noi stessi, eccerto che non sarà facile e ci vorrà un bel po’… ma siamo interconnessi gli uni agli altri, ormai di fronte a questo non possiamo più essere ciechi, lo dice la scienza, tutto quello che ci circonda… se non riusciremo a funzionare come un solo organismo vivente, così come le cellule dei corpi viventi collaborano l’una con l’altra al bene comune, non ci resta che morire di cancro globale…

  8. melogrande ha detto:

    hannah,
    quello che è successo lo ha espresso con una chiarezza di cui mai sarei stato capace Massimo Cacciari sul numero in edicola dell’ Espresso.

    (…)nessun interesse specifico “risponde” a interessi diversi, (…) ciascuno ritiene fermamente di far mondo a se.
    Anche l’ interesse più legittimo si rappresenta come esclusivo, esattamente come il privilegio più iniquo.
    E ciò disfa il tessuto sociale.
    La società che si esprime in questi giorni nei confronti delle misure governativo-europee (a prescindere dal loro valore e dalla loro efficacia) non è una società ma una somma di diversi, disparati e incomunicabili interessi. Viene meno l’idea di reciprocità e relazione, anni luce prima di quella, ben più impegnativa, di solidarietà. La vita si rinserra all’interno di lobby e corporazioni, la cui azione è rivolta alia propria tutela o a pressanti richieste di interventi a spese del prossimo.

    Una società può reggersi soltanto se i cittadini avvertono tra loro una relazione che in qualche modo precede e condiziona ogni loro scelta individuale. O altrimenti “società” diviene una vuota astrazione, un puro artificio.

    Non credo che si possa dire meglio di così, e fortuna che il post l’ avevo già pubblicato altrimenti mi sarei un po’ intimidito.

  9. feritinvisibili ha detto:

    Grazie Melo, ho appena che lo hai pubblicato nel post precedente..sono un po’ tarda, ma piano piano arrivo :-)))

  10. m0ra ha detto:

    Penso che sarebbe il momento di motivare i giovani a raccogliere l’eredità di questi pensieri. Bellissimi.

  11. melogrande ha detto:

    m0ra,
    qua finisce che arrossisco…

  12. guido mura ha detto:

    Penso che mora abbia colto il punto nodale: l’educazione. Sappiamo che la società, almeno quella attuale, è una cattiva maestra e che i buoni principi, anche se correttamente enunciati e insegnati, vengono accolti più o meno come il grillo parlante. Occorre qualcosa di più per convincere gli uomini che agire ripettando le regole ed evitando di lasciarsi dominare dall’innato impulso egoistico produce vantaggi non agli altri, ma principalmente a se stessi. Questo apparente paradosso è stato il punto di partenza del messaggio cristiano e il punto di arrivo del pensiero individualistico stirneriano. E’ inutile dire che, in questa direzione rivoluzionaria, sia il pensiero religioso, sia il pensiero laico, sono stati variamente stravolti e resi inoffensivi. Personalmente, continuo a sostenere che cercare di trovare un compromesso con le esigenze di un mondo mercantile basato sui principi di lotta e competizione sia un errore e risulterà alla fine esiziale per ogni filosofia che miri a stabilire la pacifica convivenza e la collaborazione tra i singoli e i gruppi organizzati

    • melogrande ha detto:

      guido,
      L’ educazione da sola non funziona semplicemente perché ha bisogno di testimonianza, di esempio, di coerenza di comportamenti. I giovani (ma non solo loro) sono molto sensibili nella percezione della distanza fra quello che uno dice e quello che uno fa, e prendono giustamente come autentico il secondo messaggio, non il primo.
      Le parole possono essere falsificate molto più facilmente dei comportamenti, la gente lo sa ed è questo, io credo, a generare l’ effetto grillo parlante.
      Non ci sarebbe nessun messaggio cristiano se quel messaggio fosse stato solo “detto”e non anche testimoniato. Diceva Gandhi “comincia a diventare tu il cambiamento che vorresti”.
      Ora, come mostrava Cacciari, il messaggio vero, quello trasmesso attraverso i comportamenti veri della cosiddetta classe dirigente, è stato per tutti questi anni che non esiste alcuna società, esistono gli interessi personali e di clan, esistono i favori e gli amici degli amici.
      Per cambiare le cose bisogna cominciare anche a testimoniare che si può vivere in un altro modo, ed è meglio per tutti. Un modello di comportamento coerente è in grado di influenzare più di quanto si immagini, può diventare valore condiviso, fare massa critica.
      Non è che sia una cosa semplice, si capisce, ma forse adesso ci sono le condizioni perché cambi qualcosa anche nella testa delle persone, se non altro perché alla fine ci siamo ritrovati col sedere per terra.

  13. quellidel54 ha detto:

    Il quì e ora é un mezzo potente, che abbiamo per ottenere quella stabilità, quella concretezza cui aspiriamo e che desideriamo. Le indicazioni avute fino ad ora riguardavano una sorta di “rivoluzione permanente”, che ha permesso a troppi di pescare e di goderne i frutti in nome di una non ben chiara libertà individuale. Sacrosanta, ma non per questo cieca della libertà degli altri. Proprio in nome della libertà, credo che sia venuto il momento di lierarsi di questo pensiero, che si vuole dominante. Di riaffermare il valore dell’educazione come appendimento delle norme basilri del vivere comune. Educazione come fattore proattivo dell’uomo nella società. Non si tratta solo di insegnare le tabelline o non mettersi le dita nel naso. Soprattutto impegnare l’uomo verso quei valori comuni che, nella mia perversione, ritengo pilastri della società stessa. Senso civico, rispetto delle leggi e del prossimo. Con tutti gli annessi e connessi del caso.
    E’ chiedere troppo a questa forma di educazione?
    O forse dobbiamo fare una rivoluzione per ottenere l “Educazione Permanente”?
    A volte mi domando se l’educazione che io ho ricevuto e in questo contesto storico mi fa provare dusagio e a volte disgusto di ciò che mi circonda, l’abbia trasmessa con giusta ragione a mia figlia. Mi chiedo se le ho fatto un piacere oppure un torto, vedendo esempi che portano da tutt’altra parte.
    Mi chiedo se ho fallito e se lei, mia figlia, ne pagherà le conseguenze ancor aper molto tempo.
    Forse le nuove generazioni, più pronte e attente al cambiamento sapranno arginare e contenere questa ondata di pressapochismo a 360° che si é formata e che si vuole forte e attiva.
    Forse più di noi hanno capito il momento e prenderanno le misure giuste per uscirne fuori.
    Basterà il nostro esempio, che appare così fuori tempo?
    Anche questo potrà servire, anche questo fa parte di quella semplicità di cui parlavo.
    Anche perché sono un po’ stufo di avere le chiappe sbucciate.

  14. melogrande ha detto:

    Cape,
    che vuoi che ti dica, che serva o meno, è il meglio che possiamo fare, e se siamo abbastanza numerosi, piano piano…

  15. deorgreine ha detto:

    Sì, io ci credo, ma non sarà facile. Io a certi dirigenti ci penso, a come ragionano, a come si lavora. Il discorso che fai “sugli amici degli amici” è verissimo e non la vedo facile. Per nulla. Spero davvero che tu abbia ragione Melo, che una via si trovi, perchè anche l’impegno del “comincia a diventare tu il cambiamento che vorresti”, se si rimane isolati o se si viene volutamente isolati, non ha voce, non ha forza. E allora la forza bisogna trovarla da qualche altra parte. Ed è importantissimo l’esempio, su questo non si discute; ma per dare l’esempio in un sistema che ridicolizza la correttezza e l’onestà, si rischia di avere l’effetto opposto, si rischia che il messaggio che passa è “se sei onesto e corretto sei solo un pirla, perchè quelli che si ostinano a voler fare le cose in un certo modo sono dei perdenti”. Se tu sei onesto e corretto, se hai dei principi, tu diventi l’esempio del perdente e nessuno vorrà seguirti. Questo è stato costruito e all’insegna di questo si continua a costruire. Questo è il messaggio che passa ed i giovani si adeguano di conseguenza, imparano presto ed il futuro che si crea non è certo all’insegna dei concetti che tu hai espresso così meravigliosamente. Io ci credo, ma credo anche che sarà molto difficile, molto.

    • melogrande ha detto:

      Deorgreine,
      io penso (e spero) che quel tipo di ubriacatura sia passata, e che il leccarsi le ferite possa funzionare, almeno per qualche tempo, come un vaccino, il tempo necessario perché si crei una massa critica di segno contrario.
      Forse mi illudo, lo so.

  16. deorgreine ha detto:

    Io non posso non crederci, perchè l’alternativa sarebbe soccombere al niente che mi circonda, però ci sono contesti dove l’ubriacatura ancora perdura e paradossalmente sono quelli dove la cruda realtà delle cose ancora non ha preso piede, perchè ci sono cuscinetti che ammortizzano, perchè ci sono interessi affinché questo ancora non accada. Se la tua è solo un’illusione, allora lo è anche la mia ed in entrambi i casi, spero davvero che non sia tale.

    • melogrande ha detto:

      deorgreine,
      facciamo che ti passo una della mie citazioni preferite, va bene ?

      “Disse che mentre ci si vorrebbe augurare che Dio punisca coloro che compiono azioni simili, e che spesso la gente se lo augura davvero, sapeva per esperienza che non era possibile parlare al posto di Dio e che gli uomini che avevano storie malvagie da raccontare spesso conducevano vite comode, morivano in pace e venivano seppelliti con tutti gli onori.
      Disse che era un errore aspettarsi troppa giustizia da questo mondo.
      Disse che la nozione secondo cui il male è raramente ricompensato è stata molto sopravvalutata, perché se non ci fosse vantaggio nel male gli uomini lo eviterebbero, e come potrebbe allora essere considerata virtù astenersene ?”.

      Cormac Mc Carthy – Oltre il confine

  17. deorgreine ha detto:

    Giusto: è da ingenui aspettarsi troppa giustizia da questo mondo. Ma non aspettarsi nulla di buono è così vuoto e demotivante, che preferisco starmene a contare i semi delle graminacee quando cadono, piuttosto che soccombere all’inevitabile. Perchè un’occupazione per non pensare al male inevitabile, l’uomo la deve pur trovare, che altrimenti muore prima di esser morto.

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