Ri-considero il valore

Insomma, sembra esserci un elemento di soggettività nel sistema di valori non solo fra persona e persona ma persino nella evoluzione, nello sviluppo biologico di una singola persona. Crescendo si cambia, anche in modo profondo.

Ora, tutto questo discorso pare avvicinare pericolosamente il concetto di valore a quello di “gusto” sul quale, com’ è noto, “disputandum non est”. Ma le cose stanno proprio così ?

Per la verità a me sembra di no, anzi, credo che una concezione totalmente individualistica non regga neppure nel campo dei gusti.

Questo un po’ perché di gusti, da che mondo è mondo, si è sempre assai discusso, un po’ perché, una volta superata la fase primitiva ed elementare del “mi piace” o “non mi piace”, qualsiasi persona si sforza di elaborare un discorso un po’ più complesso e strutturato, di rappresentarsi e rappresentare il perché qualcosa gli piace o non gli piace. E nel momento stesso in cui tento di spiegare perché una certa cosa mi piace ed un’ altra invece no, mi sposto inevitabilmente dal piano puramente soggettivo a quello dialogico, creo le basi per un confronto e per un consenso – o dissenso, sostanziato criticamente.

D’ altra parte, non essendoci mai un’ assoluta uniformità di giudizi, anche nel campo del gusto esistono degli “orientamenti maggioritari” tali che molti uomini penseranno che Monica Bellucci sia più attraente di…

Esiste insomma una specie di canone estetico o di gusto che pur non prevedendo per fortuna della riproduzione della specie un’ assoluta uniformità, è nondimeno un orientamento in buona misura condiviso.

Lo champagne non costerebbe così tanto, del resto, se non ci fosse un vasto consenso sul fatto che è una bevanda di pregio, apprezzabile ed apprezzata (appunto) con un prezzo elevato. Si potrebbero fare infiniti esempi, naturalmente, ma  credo che il punto sia ormai chiaro: de gustibus disputandum est…, anche perché, per l’ appunto, il consenso che si tende a creare sui gusti è un consenso legato ad una determinata cultura in un determinato luogo ed in una determinata epoca storica, come sappiamo tutti.

Così come una civiltà in un determinato periodo tende a crearsi un canone estetico abbastanza preciso, così allo stesso modo prende forma il sistema di valori specifico di quella civiltà, un sistema di valori che non è identico a quello di altre civiltà ma che raramente ne rappresenta l’ esatto opposto. Ci sono ampie aree di sovrapposizione, ed è precisamente questo il punto centrale della questione dei valori.

Quantunque non siano mancate civiltà che consideravano giuste o persino doverose azioni che a noi farebbero ribrezzo “morale” (cito l’ infanticidio selettivo come caso che vale per tutti), nondimeno quando studiamo il sistema di valori di una qualsiasi comunità, respiriamo inevitabilmente un’ aria di familiarità, riconosciamo un fondamento a quel sistema, pur non riuscendo a condividerne certi specifici aspetti.

È il momento di indagare forse ancora un po’ più a fondo il significato di questa parola sulla quale stiamo ragionando da un pezzo, vale a dire “valore”.

La parola “valore” ha la stessa radice di “valere”, e qui è facile ricordare che come ogni studente liceale sa, in latino “vale” è una forma di saluto, e significa “stai bene”.

Dunque “valore” potrebbe significare qualcosa che fa stare bene, fa rimanere forti ed in salute, e questo apre una prospettiva tutt’ altro che banale alla nostra piccola indagine.

Considero valore, in sostanza, ciò che mi fa bene, ciò che so o credo essere per me salutare, e non semplicemente piacevole o gradito.

Questa è una distinzione fondamentale per distinguere un sistema di valori da un puro e semplice campionario di gusti personali. Per dire, posso serenamente attribuire maggior valore alla dieta mediterranea, pur continuando ad ingozzare fritti e dolciumi, in quanto mi danno più piacere…

Insomma, si può dunque considerare valore soltanto qualcosa di “benefico”.

Il riconoscimento di valori comuni è il passaggio fondativi di qualsiasi aggregazione di esseri umani.

Perché si possa persino parlare di “comunità”deve essere possibile definire un “noi” e questo “noi” non può che essere basato su delle specificità. Un insieme di persone alla fermata dell’ autobus non è di per se una comunità, ma se queste persone sono un gruppo di studenti in gita, allora lo è.

Una comunità si fonda con un solco circolare, come fece Romolo al momento di fondare Roma. All’ interno del solco ci siamo noi, fuori ci sono “gli altri”. Il termine “circolo” indica proprio questo.

Che cosa differenzia coloro che stanno dentro il cerchio rispetto a coloro che stanno fuori ? Non è sufficiente la semplice appartenenza al circolo originario, in quanto ogni comunità che vuole sopravvivere deve sì tracciare il solco e magari su questo solco erigere una cinta di mura, ma deve anche preoccuparsi di lasciare dei varchi. Ogni comunità ha bisogno di protocolli di ingresso e di uscita, di poter cooptare nuovi membri e di poter lasciare uscire, o persino espellere, i propri elementi di scarto.

Non può essere la semplice presenza in un luogo, o l’ appartenenza per nascita o per sangue, a definire una comunità.  Ci vuole qualcos’ altro, ci vuole un set di credenze condivise, un sistema di  giudizi comuni su cosa è giusto e “salutare”, un sistema di valori.

Ecco come, in uno dei testi più importanti del mondo greco, la commemorazione dei caduti del primo anno di guerra del Peloponneso , Pericle rivendica i “valori” di Atene attraverso un continuo ricorso al “noi”.

(…) Abbiamo un sistema che non copia le leggi degli altri, e più che imitare gli altri, noi siamo da modelli per qualcuno. Quanto al nome, si chiama democrazia perché coinvolge nell’amministrazione non pochi ma la maggioranza: nelle controversie private, tutti hanno gli stessi diritti davanti alla legge, ma per quanto riguarda l’autorità questa si acquista nella misura in cui uno acquista prestigio in un certo ambito, e nella vita pubblica non si è stimati tanto per la parte cui si appartiene quanto per il merito, e se uno può essere di beneficio alla città non ne è impedito né dalla povertà né dall’oscurità dei natali.

In modo libero viviamo la vita politica,ed anche per quanto riguarda le quotidiane abitudini e reciproche meschinerie, poiché non ci irritiamo se un altro trae piacere da una sua azione, ed inoltre non adottiamo quegli atteggiamenti tristi, che in sé non procurano danno, ma che comunque sono spiacevoli a vedersi.(…)

Se dunque i nostri rapporti privati sono privi di inimicizie, nella vita pubblica il timore ci trattiene per lo più dal compiere atti illegali, perché ubbidiamo a coloro che di volta in volta rivestono le magistrature ed alle leggi, e soprattutto a quelle che sono stabilite in difesa di chi subisce un torto e di quelle non scritte, la cui trasgressione comporta un’onta agli occhi di tutti.

Abbiamo concesso alla mente moltissimi momenti di riposo dalle fatiche: siamo abituati a gare e feste con sacrifici pubblici per la durata dell’intero anno e a splendide cose private, il cui godimento quotidiano tiene lontano la pena.

Teniamo la nostra città aperta agli altri, e non succede che con decreti di espulsione degli stranieri impediamo a qualcuno di apprendere o vedere qualcosa che se non rimane nascosto potrebbe essere di utilità a un nemico, perché non facciamo affidamento su preparativi e sotterfugi più che sul coraggio che nasce nel profondo di noi (…)

Amiamo il bello nella semplicità, amiamo la riflessione senza debolezze, per noi la ricchezza è più motivo di opportunità pratiche che di vanti verbali, e non è vergogna per nessuno ammettere di essere povero, ma è vergogna non tentare con le azioni di sfuggire alla povertà.
E’ possibile che le stesse persone si occupino dei loro affari privati e di quelli pubblici, è possibile che chi è dedito all’una o all’altra attività abbia comunque una buona conoscenza delle questioni politiche: siamo infatti i soli a considerare chi non se ne interessa persona non tranquilla, ma inutile.

E così via.

Noi ad Atene facciamo così, o quanto meno vorremmo che si facesse così. Questo dice Pericle pronunciando un formidabile discorso politico, elencando l’ insieme di regole, credenze, convinzioni che gli Ateniesi considerano “buone” cioè salutari e benefiche per la comunità. Definendo in questo modo l’ “identità” della polis.

Naturalmente, non esiste nessuna garanzia del fatto che ciò che i membri della comunità considerano buono e salutare, lo sia per davvero, e per questo, assai abilmente, Pericle aggiunge:

“Che non si tratti di vuote parole esagerate nella presente circostanza, ma della verità dei fatti lo dimostra la potenza stessa della città che siamo riusciti ad acquistare grazie a questi costumi.” 

Chiama insomma la grandezza stessa di Atene a “testimone” del fatto che i valori sui quali si fonda siano realmente “buoni”. La Guerra del Peloponneso, com’ è noto, andò a finire male per Atene, ma tuttavia gran parte di quei valori noi li riteniamo ancora adesso “buoni” e “salutari”.

E saremmo anche disposti a concedere che una comunità che adotti un numero eccessivo di valori “sbagliati” sia effettivamente destinata a perire, e che esista pertanto una sorta di grossolana “selezione naturale” dei valori. Se una comunità riesce a sopravvivere e prosperare per un tempo sufficientemente lungo, significa che il suo sistema di valori è sufficientemente adeguato e fondamentalmente “salutare”. Una specie di certificazione a posteriori.

È questo che costituisce la base della famosa rivendicazione della “tradizione dei nostri padri”: un insieme di valori che hanno garantito la sopravvivenza della comunità dai tempi antichi deve necessariamente avere un buon numero di contenuti positivi.

Il problema però nasce dal fatto che, seppure una comunità riuscisse a mantenere intatte le “tradizioni dei padri”, non riuscirebbe però a mantenere intatto il “mondo dei padri”, nel senso che il contesto circostante la comunità, l’ ambiente fisico, sociale, industriale, economico, non rimane fermo, si evolve, muta, e la velocità di questo mutamento è sempre maggiore. Come sanno i biologi, di fronte a mutamenti rapidi dell’ ambiente, sono proprio le specie animali meglio adattate quelle che rischiano di più. In queste circostanze premia la flessibilità più della specializzazione, e le speranze sono concentrate sugli individui mutanti, quelli che, casualmente, possono trovarsi proprio in virtù della loro mutazione, avvantaggiato o meglio preparati alle nuove circostanze.

Benché l’ indebita estensione di concezioni tratte dalle scienze naturali alle scienze sociali abbiano in passato prodotto tragedie, tuttavia qualche metafora sarà lecita: un meccanismo del genere avviene anche nel campo sociale.

In un contesto che muta rapidamente, diventa valore non tanto la “tradizione dei padri” quanto la capacità di trovare nuovi valori, nuove convinzioni, usi e modi di essere, nella speranza che da questi esperimenti venga fuori, magari fortuitamente, un nuovo sistema di valori che consenta alla comunità di sopravvivere e di prosperare nel nuovo contesto.

Un sistema di valori solido, oggi, dovrebbe insomma prevedere uno spazio adeguato per gli originali, gli eccentrici, i fricchettoni e gli emarginati perché proprio da loro, più che dai benpensanti integrati, potrebbe scaturire l’ adattamento della società alle condizioni di domani.

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50 commenti su “Ri-considero il valore

  1. […] (continua…) Share this:FacebookEmailStampa This entry was posted in Senza categoria and tagged idee, pensiero, riflessi. […]

  2. deorgreine ha detto:

    Ma uno degli elementi che fanno sì che un “valore” diventi tale è proprio la condivisione; un’eccentrico, un anticonformista, un fricchettone è per definizione uno che deve stare al margine, che non è integrato in quella comunità della quale parli, non perchè non è potenzialmente in grado di farne parte, ma più spesso perchè la maggioranza (parlando di sistemi democratici) del gruppo non lo ritiene “degno” e quindi “cosa buona” e quindi un valore per il gruppo stesso. E lo lascia lì con le sue magari ottime idee innovative, ma se non comprese dal gruppo, incondivisibili, a macerare nel nulla. La vedo dura. A meno che non si passi da una sistema democratico a un sistema di altro tipo, dove non è più il “numero” a fare la differenza, ma l’originalità innovativa del singolo concretamente utile al gruppo. Si dovrebbe passare da un sistema di singoli omologati e democratici a un sistema di fricchettoni liberi di concretizzare pensiero innovativo, insomma.E’ una questione di fiducia: il gruppo non dà mai fiducia a chi è “altro” rispetto alla maggioranza del gruppo se non quando quell’essere altro è passato al vaglio di anni di analisi, fin oa diventare a sua volta vecchiume; per questo non ci si svecchia mai, per questo la reale e concreta evoluzione collettiva è così lenta, forse impossibile. Per questo le avanguardie storiche oggi non sono Storia e non c’è ancora nulla che ad esse somigli.

  3. deorgreine ha detto:

    …intendevo dire nell’ultima frase del precedente commento “…è per questo che le avanguardie storiche oggi sono Storia…”

  4. melogrande ha detto:

    Considero valore la capacita’ di tollerare, accettare, persino apprezzare comportamenti stravaganti, originali, devianti dalla norma.
    Sai, mi veniva in mente la societa’ americana nei suoi momenti migliori, l’ America che tutti più o meno abbiamo amato ed a cui abbiamo riconosciuto carisma.
    Una societa’ basata su solidissime tradizioni, ma con la capacita’ di lasciare spazio alla creativita’.
    Ce l’ hai presente Jimi Hendrix che suona una versione distorta ed acidissima dell’ inno americano a Woodstock ?
    Ecco, io penso che da li’ nascano gli Steve Jobs, da quel misto di solidita’ e liquidita’.
    Cosi’ mi immagino le societa’ più creative della storia, la Firenze del Cinquecento o la Parigi di fine Ottocento.
    Magari mi sbaglio.

  5. deorgreine ha detto:

    A me piacerebbe moltissimo che tu avessi ragione. Mi piacerebbe che si consolidasse un pensiero di questo tipo, che si comprendesse il valore di ciò che non è ordinario e convenzionale, che si innalzasse a valore l’inusuale, la sperimentazione dell’ignoto. Perchè se così fosse, ci sarebbe davvero spazio per delle idee libere; questo significherebbe essere liberi di evolverci. A volte ho l’impressione che riusciremmo a fare un viaggio velocissimo che ci potrebbe portare in tempi nemmeno percepibili a qualche cosa di davvero Grande, Immenso, se riuscissimo a liberarci. Un viaggio veloce come un pensiero, veloce come la percezione che ne avremmo, un viaggio senza tempo; sarebbe il raggiungimento di una condizione nuova, non solo fisica, ma spirituale, profonda. A volte penso che potenzialmente c’è in tutti noi questa possibilità, ma penso anche che attualmente siamo troppo appesantiti da zavorre inutili per potervi concretamente arrivare.

  6. 00chicca00 ha detto:

    l’accettazione e l’acquisizione di comportamenti animali è sempre molto complessa e lenta credo e passa a volte attraverso sconvolgimenti politici e anche economici
    a volte sono valori antichi che si colorano diversamente
    se penso al “sogno americano” che ha rappresentato e rappresenta ancora forse il “valore” che unisce fra loro un numero altissimo di persone, ha nel tempo assunto connotazioni molto diverse e contenuti altri, rimanendo comunque sempre un desiderio di realizzazione primaria di se stessi ed ha spesso inglobato proprio quei comportamenti originali e stravaganti di cui tu parli
    se penso invece al valore di “patria” sempre nel mondo USA non è mutato per niente almeno nell’America della provincia profonda, e anche gli “immigrati” che diventano col tempo cittadini americani acquisiscono questo valore a volte molto “ristretto” e chiuso
    credo che una società aperta, dinamica che riesca a guardare oltre i valori personali, sia in grado di svilupparne di nuovi o meglio ancora di modificarne di antichi usando creatività ed intelligenza
    ciaoo
    chicca

  7. melogrande ha detto:

    Tra una società aperta ed una meno aperta, la differenza nel potenziale “evolutivo” balza agli occhi.
    E comunque, se fosse necessario, è spiegata molto bene qui.

  8. quellidel54 ha detto:

    Credo che la società la si possa considerare come una grande costruzione. Per la quale i valori, siano da ritenere come i pilastri, le fondamenta sulle quali si innalza la casa stessa. All’interno poi potremmo avere tutta una serie di soluzioni per occupare e sfruttare al meglio gli spazi. Ciò non toglie però che anche le fondamenta debbono essere in qualche modo manutente. Proprio per ottenere sempre e al meglio, la stabilità della costruzione stessa. e non é detto che ciò che abbiao costruito quà, ora, con questi mezzi sia universalmente riconosciuto. Bene citavi l’infanticidio rituale. Ora ci fa orrore, ma nella Sparta del IV^ secolo A.C. non destava poi troppo scandalo, anzi. era una sorta di modello eugenetico, che guarda il caso … fu ripeso non molti anni fa e a poche centinaia di km da noi, che oggi ne scriviamo con una stretta al cuore.
    Come si evolve la società, così si evolvono i principi che la guidano. Occore vedere se questi principi, questi valori hanno qualla potenza culturale di penetrazione tale da essere assunti, con disinvoltura o almeno essere oggetto di studio e approfondimento. Anche la cultura freak, ha avuto il suo sviluppo, un’apice e una caduta, ma di quella non tuito é stato gettato. si sono ritenute quelle parti che avevano quella “Salutarietà” riconoscibile e fruibile da tutti. Credo che ogni cosa abbia un valore, nel momento che questa cosa susciti dibattito e discussione. Permetta di scegliere tra la “pancia” e la “testa”. Normalmente saziata la prima, i risultati fuggono tirando la catena.
    Per la seconda invece i risultati danno la stura a ricerca, analisi, politica. Rimane qualcosa, una traccia in noi e attorno a noi e su ciò che rimane si costruisce o almeno qualcuno tenta, spinto dall’idea che ciò che é rimasto sia valido, porti dei miglioramenti o sia degno di ulteriori studi e ricerche.Possa un giorno sostiuire un pilastro o consolidare una fondamenta di questa nostra casa immaginata, ma non così distante come pensiamo e crediamo.
    Se é vero che nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma dobbiamo renderci conto che le trasformazioni, soprattutto culturali e societarie sono lente. Prendiamo il problema dell’immigrazione. Alla nostra si affiancano culture, a volte così diverse, ma pur degne, che ci diventa difficile accettarne l’esistenza. La “pancia” ci incita al rifiuto, senza eccezzioni, mentre la “testa” chiede tempo per capire, per cercare punti d’incontro, ma soprattutto d’ancoraggio con quella. Apprendere non vuol dire necessariamente capire, guardare non significa vedere la profondità delle cose.A volte poi le cose arrivano per le strade più strane, attraverso circostanze e cause che mai più avremmo immaginato. A volte le abbiamo sotto gli occhi, ma appunto non vediamo, perché non ne siamo capaci o semplicemente non vogliamo. Per noi il preconcetto é un valore secondo il canone espresso da Melo, da tenere ben legato e da coltivare non ostante tutto e tutti, anche se la strada dell’evoluzione porta da un’altra parte e nuovi valori e principi stanno sorgendo e si fortificano ogni giorno di più.
    Se chiediamo: “Fattore umano”? Ci sentiremo rispondere “Presente”. E’ una “canna” che é difficile da piegare, perché apprezza di più spezzarsi. Perché? Per principio, perché é un valore.

  9. melogrande ha detto:

    Hai sintetizzato efficacemente, cape, come sempre.

    La paura del nuovo è una reazione del tutto naturale, e sarebbe sciocco negarlo.
    Il “valore” semmai sta nel non fermarsi all’ emozione, cercare di analizzare pro e contro, ricordarsi che in ogni rischio ci sono anche delle opportunità.
    L’ eccessivo ricorso ai principi di “identità” irrigidisce una società, non c’è nulla che abbia maggiori caratteri identitari di un collegio, un convento, una caserma, ogni soldato intercambiabile con un altro. E’ lì che hanno portato tutti i regimi che predicavano troppo i valori identitari.
    Ma è questo un futuro desiderabile ?

    In tempi recenti, quando Sarkozy biasimò pubblicamente “l’ eredità immorale del ’68”, André Glucksmann (uno dei “nouveaux philosophes” del tempo) fece osservare che prima del Sessantotto ben difficilmente il figlio di un immigrato ungherese, pluridivorziato e con una compagna straniera avrebbe potuto aspirare a diventare Presidente della Repubbilca Francese.

    Anzi, a dirla tutta, avrebbe avuto problemi anche solo per essere ricevuto, all’ Eliseo…

  10. deorgreine ha detto:

    Non solo non è desiderabile un futuro fondato su valori troppo identitari, ma nemmeno è realizzabile, non più, a meno che non si ripieghi sul conflitto. Ma il conflitto non è esattamente auspicabile, per nessuna identità, o sbaglio?

  11. Antropologia culturale. Bello. Non mi ci sono mai addentrato.

    La butto li: secondo me l’unico valore costante che mi sembra si possa estrapolare dalla storia dell’homo sapiens, (da 2001 Odissea nello spazio in qua….) è che per l’uomo conta solo il potere ottenuto con il sotterfugio o la forza.

    Tutta la dottrina dei valori serve a nutrire il lato buono della forza, defilando lo sguardo sulla matrice “furba” di ogni conquista dell’uomo.

    Per generare un valore degno di tale nome, dovremo muoverci come in termodinamica quando analizziamo le macchine perfette: senza dissipazione, con il 100% di efficienza meccanica o elettronica.

    L’uomo è una bestia: unico assunto che possa sfidare l’indecidibilità di Godel; ergo l’unico valore in grado di superare indenne i millenni è che vince sempre il più furbo. il più scaltro. il più falso.

    L’unico valore vincente della società umana è l’homo homini lupus hobbesiano. (oggi diremmo Homo Veline Lupus in televisabula….)

    L’onorata società era ed è una colonna portante dell’economia mondiale: non c’è superpotenza economica o politica che non sia “afflitta” da una sua invincibile mafia.

    Oggi come ieri, un tempo come domani o dopo.

    basta vedere l’Italia cosa ha saputo dare al mondo in termini di cultura arte bellezza.

    Eppure hanno sempre governato i furbi.

    Per cui Melo carissimo amico mio, mi appoggio forte al valore che tu rappresenti al meglio fra i molti qui presenti: poggiamo ben per terra i nostri piedi e muoviamoci consapevoli che il mondo gira perchè lo decidono gli altri, ma non smettiamo mai di pensare che potrebbe un giorno cambiare, e se un pizzico di esplosivo lo possiamo mettere noi con la libertà che ci ostiniamo a voler dare al nostro pensare, combattiamo il nostro peloponneso.

    Anche una sconfitta sarà così un vittoria.

    GB (Eccentricus, 68inus, antiSarkozzysticus e multus indignatus. )

    Fricchettone no per favore: tutto ma non fricchettone. la tolleranza non è il mio forte e non mi riesce di vederla un valore specie se espressa dai perbenisti postmoderni.

    quella che esercito ogni giorno è tolleranza sul campo: infatti non ho ancora disintegrato neppure un politicante, non ho raso al suolo nessun campo nomadi, non ho bruciato nessun mago oroscoparo ne ho marchiato in fronte nessun diverso.

    Basta che non mi si stuzzichi…..

  12. m0ra ha detto:

    Il mio pensiero è che esista un tempo critico “intermedio” in cui nuovo e vecchio fluttuano e si mischiano, e tuttavia non vi è ancora la maturità necessaria per definire qualcosa di diverso rispetto al passato. A sancire gli elementi di novità come facenti parte di un sistema condiviso, insomma. Se penso alla Firenze dei Medici e a tutta la cultura umanista dell’epoca, i valori erano vissuti come segno di identità storica e si ponevano in contrasto con il passato. Cosa che fino ad allora, mi pare, non fosse mai avvenuta; voglio dire, il Medioevo ignorava l’ opposizione ad altre epoche precedenti come accadde con l’Umanesimo. E già parlare di epoca ha un suo senso. Quello che conta è, secondo me, la “consapevolezza” dell’autonomia di un sistema culturale rispetto al passato, di uno stacco. Il 1492 segna l’ avvio all’età moderna; il viaggio di Colombo, ma soprattutto la morte di Lorenzo il Magnifico con tutto il senso che può avere in termini culturali la Firenze dei Medici e i suoi valori, l’arte, il potere, la religione, la rivalutazione della natura, l’ottimismo attivo, le elites intellettuali… Ecco, nell’epoca attuale io vedo una transizione, una terra di mezzo che pone molte domande come le tue, che cerca di chiarire per vedere dove stiamo andando, che cerca l’inconsueto, il divergente come possibile precursore di un modo “nuovo” e “differente” in cui trovarsi ad agio in un futuro prossimo. Personalmente sono favorevole alla valorizzazione delle differenze, alle opportunità che offrono, ma penso che la gestazione di un nuovo sistema culturale e valoriale sia un risultato meno ingenuo che non il mettersi in condizioni di accogliere. Occorre una forte componente intellettuale, e sinceramente non vedo intellettuali di spicco, non vedo cultura che non sia parcellizzata e superficiale. Il singolo su questo può fare poco, viene schiacciato o demotivato da qualcosa che non può “sfondare” in modo particolaristico. Non so, melo, ci sarebbe tanto da dire, ma ora devo scappare….

  13. melogrande ha detto:

    Astro,
    capisco cosa intendi, Hobbes, lo stato di natura, “homo homini lupus”, o come riassumi tu “l’ uomo è una bestia”.
    C’è una lunga tradizione filosofica che persegue questa idea, da Hobbes appunto, a Carl Schmitt passando per certe posizioni di Nietzsche.

    Sai qual’ è il problema ?
    Che a pensarla così si arriva alla conclusione che gli uomini hanno bisogno di un padrone ed hanno bisogno di essere presi a bastonate, perché non sono in grado di governarsi da soli. A simili bestie occorre togliere la libertà e chiuderle nei recinti perché non si facciano del male a vicenda.
    Questa linea di pensiero, insomma, ha sempre fatto da comodo alibi a tutti gli autoritarismi politici degli ultimi cinquecento anni…

    Esiste una tradizione opposta, quella che da Rousseau porta fino a Foucault ed Hannah Arendt, diciamo, che postula se non una bontà, almeno una “neutralità” originaria dell’ uomo.
    Utopie, certo.

    Però a me viene da pensare che il meglio dell’ umanità è sempre venuto fuori dalla libertà e talvolta persino dal caos. E’ stata Atene, e non Sparta, a fare di noi quello che siamo, e nel Rinascimento l’ Italia era un casino mai visto, una lotta di tutti contro tutti assai vicina allo “stato di natura”.

    Certo, un minimo di ordine ci vuole, non si può pensare ad essere creativi mentre i barbari mettono a ferro e fuoco il paese e devi scappare, ma è altrettanto vero che da società troppo irregimentate e conformiste non viene fuori mai niente di buono.

  14. melogrande ha detto:

    m0ra,
    quello che rende assai più complicata la situazione attuale è il fatto che la velocità di mutazione è ormai tale da non dare il tempo di metabolizzare i mutamenti culturali.
    Non esiste una fase di gestazione seguita dalla formalizzazione di un nuovo canone culturale, perchè nel frattempo tutto è cambiato un’ altra volta.

  15. m0ra ha detto:

    Sarò fuori dal tempo. Ma per me il caos non è che un problema, anzi una difesa alla dispersione di quest’epoca.
    Come problema è un ostacolo che va superato, non credo che sia un bene restare in una situazione che non porta a nulla di reale e a nulla di definito. Altrimenti il potere è quello occulto, invisibile, delle suggestioni, delle menzogne, delle illusioni di cui ci accorgiamo senza avere princìpi da opporre. L’illusione che questa sia libertà, per esempio. Non considero il caos come forma di libertà. Nessuno è più schiavo di chi si ritiene libero senza esserlo, lo disse Goethe, e sono d’accordo. Stiamo qui a dire il caos, il caos, con questo ci sentiamo liberi di svolazzare di fiore in fiore, ma… neanche lo conosciamo questo caos, non abbiamo parole per definirlo, e come possiamo anche solo pensare di uscire da questo indistinto in costante mutamento? Col sentimento “buono” e neutro? (o che vol dire neutro?) Con l’immaginazione? Col fiuto? Con l’olismo? O con la rivalutazione dell’emarginato (cosa vuol dire “emarginato” se non colui che possiede meno beni?) Siamo in un mondo che ha sacrificato la qualità in favore della quantità, un calderone immenso, dove il termine emarginato rimanda all’unico valore condiviso, quello della materia, della fortuna. Non è questo il valore che fa la differenza?
    In primis il valore dell’uguaglianza, andrebbe discusso, compreso nella sua trasformazione. Siamo tutti diversi su questa terra ( per chi crede siamo uguali di fronte a Dio), e allora il concetto ipocrita di uguaglianza, dall’illuminismo in poi, cosa è diventato oggi? L’emarginato non è il divergente, un intellettuale che ha idee differenti, ma un poveraccio che non ha quattrini ed è pieno di rate da pagare.

  16. quellidel54 ha detto:

    L’irrigidimento del pensiero sociale. Quello che viene condiviso da tutti e viene perpetuato, almeno il tentativo, da tutti é quello che affossa la società. Non posso non condividere questa analisi.
    Se vogliamo crescere, dobbiamo darci un nuovo ordine di pensiero. Almeno tentare di elaborarne uno. Ex novo oppure lavorando seriamente su quello odierno e cavarne fuori il meglio su cui lavorare.
    Ci riusciremo? Non lo so. Certo é che se rimaniamo fermi e da troppo lo siamo, all’idea di Hobbes, come suggerito dal nostro Astro, più che andare avanti, al massimo segnamo il passo e ancora per molto se non troppo tempo.
    Il caos che auspichi per ora é solo una sorta di gigantesca fornace dove ancora si stanno mescolando gli elementi e non c’é ancora la prevalenza dell’uno sull’altro. La parte nobile, non é ancora emersa e per nobile indico quelle idee su cui fondare un nuovo pensiero (Niente sangue colorato, dunque. Lungi da me quella sciagura,)
    Forse la nostra irequietezza, vorrebbe ora e subito delle risposte, che vediamo tardare.
    Forse non é ancora questa la generazione che permetterà il salto.
    Non possiamo però perdere l’occasione di affrancarci, o almeno dare seppur tenui indicazioni che portino ad allontanarci da questi anni costruiti sulla forza delle zanne e non su quella del pensiero.

  17. melogrande ha detto:

    Devo essermi espresso male, mora.
    Non è che auspico il caos come mezzo per stimolare la creatività, guerre civili e pestilenze per una nuova fioritura artistica, ci mancherebbe.
    Mi sembra però che l’ eccesso di controllo sulla società sia da sempre un ostacolo ben maggiore.

    In nome della “sicurezza dello Stato”, invocando le tradizioni, ma in realtà per il timore di perdere il controllo, tutti i totalitarismi hanno sempre tentato di stroncare sul nascere qualsiasi idea che non fosse un pedissequo omaggio alla ideologia dominante. Hanno di conseguenza sclerotizzato una struttura sociale rendendola incapace di evolversi ed adeguarsi alle circostanze.
    Meglio allora una società un po’ meno sicura, più rischiosa, più caotica persino, ma più libera.

    Che poi la gente faccia meno fatica ad adeguarsi ai valori dominanti piuttosto che pensare con la propria testa, è una storia vecchia. Il meglio che possiamo desiderare è che non gli venga impedito con la forza, di pensare ed esprimere un’ idea diversa …

  18. m0ra ha detto:

    Per questa volta non sono molto d’accordo, pur riconoscendo il valore di quello che dici. Sarà che la faccenda mi tocca molto, sarà che lavorando con bambini mi accorgo ( nel piccolo) di cosa sia il caos nella gestione educativa di questo periodo. Perciò e per altre ragioni sento bisogno di riconsiderare il concetto di libertà. Ben vengano le idee diverse, ma se le idee non trovano un ambiente già preparato a riceverle restano delle suggestioni o pseudoidee. Trovo che siamo in una fase di caos perchè mancano i princìpi e, come a un bambino a cui mancano i riferimenti genitoriali, brancoliamo nella confusione. L’asserzione che è importante difendere la libertà resta un enunciato dal sapore retorico e vagamente ipocrita. Non vedo grande libertà nel caos. Nè stelle nascenti. Vedo, sento, respiro confusione e vuoto. A partire dai bambini.

  19. melogrande ha detto:

    Non ho la pretesa di convincerti, per carità.
    Però secondo me è l’ esempio dei bambini che porta un po’ fuori strada.
    Libertà e responsabilità vanno di pari passo, ed è necessario che i bambini abbiano da piccoli un ambiente piuttosto prescrittivo, che poi va mitigandosi a mano a mano che cresce la loro capacità di discernere e di assumersi la responsabilità delle proprie azioni.
    E’ appunto tipico dei regimi autoritari il trattare i propri cittadini come se fossero bambini, incapaci di prendersi cura di se.

  20. m0ra ha detto:

    So bene che gli adulti non sono equiparabili a bambini 🙂
    La responsabilità delle proprie azioni cresce in una società che educa a certi valori piuttosto che ad altri. I progetti didattici “risentono” dei bisogni della società adulta, non a caso l’attenzione è posta sul valore della convivenza civile e dell’educazione alla cittadinanza… Il regime autoritario no, ma uscire dal democraticismo che nasconde un potere sotterraneo assai pericoloso sì. Non tralascio il fatto che anche la cura di sè necessita di un buon abitus e che tale condizione è possibile in un ambiente che si predispone a tale scopo. Non caotico, non casuale.
    Ti sembra così strano che senta bisogno di stabilità e di princìpi (non credo di essere un caso singolo) ?

  21. melogrande ha detto:

    No, non mi sembra strano il tuo punto di vista, in realtà cercavo di chiarire meglio il mio, mi pareva di essere stato un pochino confuso, prima.

  22. deorgreine ha detto:

    Ho letto con attenzione e non so se ciò che d’impulso mi è venuto da pensare riuscirò a renderlo chiaramente, ma vorrei provarci. Penso alla fiducia che è necessario dare a chi pensa in maniera alternativa, a chi sa proporre strade nuove, a chi ha una visione delle cose che può apportare aria fresca ad una situazione troppo ferma, troppo statica perché possa dare risposte concrete ad una situazione in perenne e veloce cambiamento. E penso che questo non lo si possa fare se si pensa ai singoli come a dei bambini che hanno bisogno di essere indirizzati, istruiti o peggio indottrinati. E di contro penso che nessuno che abbia esigenze di stabilità e di principi possa essere minimamente biasimato; tuttavia credo che la stabilità così come è stata intesa fino ad oggi abbia scarse probabilità di poter essere presa in considerazione, perchè la dinamicità dei contesti sociali intesi in senso globale hanno necessità di sistemi altrettanto elastici e dinamici per poter essere efficaci e poter dare risposte concrete che non collimino con le esigenze reali. Non si può pensare ad un’organizzazione sociale troppo rigida, perchè non avrebbe successo; la complessità della questione risiede nella complessità delle esigenze, date a loro volta dalle infinite diversità di pensiero che provengono da una moltitudine di popoli che per forza di cose si stanno sempre più avvicinando l’un l’altro; vuoi per l’effetto interattivo che permette il mondo informatico e vuoi per le migrazioni concrete che si stanno verificando in Europa da un po’ di tempo. Io penso che i cambiamenti in atto a livello globale debbano essere presi in considerazione seriamente anche nella gestione delle piccole realtà locali; non si può fingere che tutto rimarrà per sempre immutato e statico, perchè non è questo che sta avvenendo. Le piccole realtà sono inevitabilmente coinvolte e non solo marginalmente. Allora, se le cose stanno così, ha senso pensare a un sistema organizzativo che vede il riproporsi di idee e di valori che non sanno tenere conto di queste diversità? Io credo che si tratti dell’esigenza di cominciare a diffondere un pensiero che sappia guardare al mondo nella sua complessità, oltre che alla propria piccola realtà. E questo pensiero si dovrebbe fare in modo che diventi una cultura che abbraccia le varie diversità culturali e di valori che per forza di cose stanno interagendo. Non c’è nulla di stabile e di statico in queste dinamiche e bisogna prenderne atto. Per fare questo, secondo me, ci vuole un modo di pensare altrettanto dinamico che non necessariamente rinneghi l’appartenenza di nessuno alla propria cultura, alle proprie origini e al proprio modo di essere, di vivere, ma che ne faciliti l’interazione pacifica con modi di vivere e di essere anche molto diversi fra loro. Perchè questo accada bisogna capire che non esistono principi imprescindibili che possono essere imposti, ma che esistono modi organizzativi che tengono invece conto delle dinamicità sociali in atto. Bisognerà abituarsi al cambiamento costante e con il tempo (e mi sa che ci vorrà moltissimo tempo) fare in modo che venga recepito come una normalità. La resistenza all’inevitabile secondo me non porta a nulla; è come volersi opporre alla forza dell’acqua quando la corrente è troppo forte; è inutile. E anche nello scorrere di un fiume non c’è nulla che apparentemente possa essere paragonato all’ordine; c’è un procedere caotico e apparentemente illogico, che però inevitabilmente segue il suo corso.
    Sarebbe meglio cominciare ad imparare a nuotare e a seguire un po’ l’acqua che scorre, io penso. E si sa che meno si rimane rigidi e più l’acqua ti fa stare a galla.

  23. m0ra ha detto:

    Penso che l’utilizzo della metafora dei bambini (mi riferivo al mondo della scuola e a questioni di carattere pedagogico e sociale, non al bambino in sè) abbia portato fuori strada. La scuola è un’ottima cartina di tornasole per vedere quale futuro ci aspetti e per vedere la società attuale più allargata. A parte il fatto che se vediamo la situazione della scuola ci assale lo sconforto (lasciamo perdere), il discorso non è inculcare le persone a certi principi o a cosa pensare, ma insegnare come pensare: la cosa è molto diversa. Detto questo, si finisce facilmente col dare risposte sentimentali ad un problema che si dovrebbe porre in termini fattuali e politico- culturali. Ottima la metafora del fiume e del divenire costante pur nella sostanza che resta stabile e pure nella meta che resta sempre e comunque il mare. Quindi fiducia. Sì. Sarebbe ancora meglio, a parer mio, che si pensasse anche ad altro; per esempio al fatto che specialmente in Italia manca una vera classe intellettuale. Argomento che viene come snobbato, non so perchè, forse perchè vi si scorge qualcosa di antidemocratico. Mentre sarebbe vitale. L’intellettuale che ha il coraggio della verità e quindi di ribadire dei valori facendo sentire la propria voce. Qui si pensa che siano sempre servi di potere, e lo credo. Un Pasolini (e il suo coraggio dnello scritto “Io so”), faccio un esempio. Oppure scrittori come Buzzati… Ma chi ha avuto il coraggio della verità in questi anni di quasi-regime? Nessuno; non resterà nulla nella letteratura realista di quel che è accaduto negli ultimi anni. Eppure è grave secondo me, perchè si vede il grigiore di una non volontà a creare un ambiente ricettivo. Tra Grande Fratello, la Prova del Cuoco, e non so che altro nominare tanto è tutto un pout pourrì dove l’apparizione di un Baricco da Fazio figura come un evento di grande cultura (scusa Melo 🙂 ), come si fa ad avere tanta fiducia? Fiducia, sì. Che l’evoluzione lentissima, pachidermica, porti a qualche cambiamento lontanissimo di cui i miei figli non vedranno neanche la prima propaggine. Questo non può dirsi bastante. Non è questione di tornare al passato o chiudersi in una corazza rigida e protettiva. Nessuno pensa che tornare al passato serva e interessi. Ma capire i bisogni e scegliere, e non solo con una crocetta nella cabina elettorale, si può.

  24. melogrande ha detto:

    Il crollo delle ideologie del novecento, con le immani tragedie causate dalle guerre e dei regimi totalitari, un po’ ha trascinato con se il ruolo degli intellettuali.
    Dopo decine di milioni di morti, che la gente abbia voglia di mettere mano alla pistola appena vede in ideologo si può pure capire.
    La conseguenza è che non ci sono più pensatori forti, si è affermato un “pensiero debole” che è degenerato in un relativismo sterile, non ci sono fatti, solo interpretazioni, e la mia vale quanto la tua.

    E dire che ci sarebbe proprio bisogno, oggi come oggi, di quello che i filosofi della scienza definiscono un “cambio di paradigma”, una rivoluzione nel modo di pensare. E non parlo solo dell’ Italia, un paese in fondo ormai pressoché irrilevante nella scena culturale mondiale.

    Faccio un esempio ? Basta guardare alla difficoltà con cui vengono prese le decisioni relative alla sostenibilità sul pianeta. Si consumano più risorse di quelle che si generano, si brucia più petrolio di quello che ogni anno scopre, s’ inquina più di quanto la terra riesca a recuperare, eppure si continua a ritenere che il problema principale sia quello di far crescere l’ economia più rapidamente.
    E’ come dirigersi verso il burrone a bordo di un pullman coi freni rotti ed incitare l’ autista ad accelerare…

    E così, mi trovo a comprare al mercato in Trentino mele cilene e a Palermo arance israeliane senza che nessuno ci trovi nulla di strano. E’ un problema di prezzi, di competitività, è il mercato globale. Già. Ma siete sicuri di avere calcolato bene i costi ? Anche quelli che non si vedono ?

    Ecco, cose così.

    Il posto degli intellettuali scomparsi spetta ad un’ opinione pubblica più consapevole, meno anestetizzata, In questo processo, la Rete è diventata uno strumento davvero potente, e ne abbiamo dimostrazioni tutti i giorni.

  25. m0ra ha detto:

    Evviva il tuo positivismo!

  26. melogrande ha detto:

    Diciamo che mi aggrappo dove posso…

  27. carla ha detto:

    bravo! l’importante è la presa.

  28. melogrande ha detto:

    Già.
    Non mollare mai…
    🙂

  29. quellidel54 ha detto:

    Credo che Mora abbia toccato un nervo socperto. L’Apparato in fondo ci considera come bambini e come tali ci vuole tenere in una sorta di limbo perpetuato nel tempo e nello spazio. Come ci ammanisce il GF o altre simili scempiaggini, così accetta di buon grado la presena sporadica di alcuni maitre a penser (?), ma abbastanza innoqui e molto autoreferenziali. Fumo tanto, ma arrosto poco.Abbiamo visto come ci sia stata una fuga dal mondo culturale e del mondo culturale, agevolata dalla politica, alimentando una serie di luoghi comuni confidando soprattutto nel nostro individualismo, a volte esasperante, per far attecchire un vuoto pneumatico di cui paghiamo a caro prezzo l’esistenza.
    Purtroppo non esiste una via di mezzo, allo stato dell’arte. Ci si disinteressa oppure si pretende una maniacale presenza di tutti in ogni luogo.
    Pur mantenendo viva la fabbrica del nulla e riversando copiosamente il prodotto sulla testa di tutti.
    La Rete ci salverà? Spero, perché stare nella Rete é effetivamente nuotare.
    Se non sai capace affondi, oppure tendi ad ancorati a quegli scogli che danno un minimo di sicurezza e non implicano sforzi eccessivi.
    L’Apparato confida nella pigrizia, nella non esposizione e nell’azione del singolo, che alla lunga risulta essere solo una puntura d’insetto.
    Fastidiosa forse, ma la zanzara anofele si sa, a far danni é brava.

  30. quellidel54 ha detto:

    Dimenticavo, ma quanto é bravo o pazzo il climber della torre?

  31. melogrande ha detto:

    Cape, l’ Apparato, come lo chiami tu, non ama la Rete, si vede lontano un miglio.
    Non fosse altro, mi sembra già un’ ottimo argomento a favore.

    ps
    quello nel video è un giovane disoccupato indiano, ha cominciato per protesta, dicono, poi ha trovato modo di guadagnarsi da vivere. Fra gli appassionati di parkour è una specie di mito.

  32. quellidel54 ha detto:

    Certo che é un buon punto di partenza.
    Confesso che amo dar fastidio.

    ps: Complimentoni. Bisogna avere quel … quid .. per inventarsi un lavoro, che piace.
    Se non é lavoro é certo un grande divertimento!

  33. 00chicca00 ha detto:

    un saluto e un arrivederci a dopo il 26!
    che la vita ti sia propizia sempre!
    chicca

  34. egle1967 ha detto:

    Ciao Melo, volevo augurarti un felice Natale…

  35. melogrande ha detto:

    Chicca,
    Un buon Natale e buon tempo a te !

    Egle
    un mondo di auguri anche a te.
    Ma tu non migri ?

  36. E’ da tanto che giro attorno a questo post e al corollario dei suoi commenti: non so ‘contenerlo’:), nel senso che è tutto così profondo e aperto a mille direzioni che non riesco a focalizzarne una.
    Comincio, per approssimazione, col dire che spesso mi sono sentita portatrice sana (più o meno sana) o almeno ammiratrice di valori addirittura eclissati: la gentilezza, ad esempio, che non è la carta velina con cui incartare gesti e atteggiamenti, ma un modo di sentire e di rapportarsi all’altro, sostanza, non forma.
    Se è vero che è vano tentare di tenere viva la tradizione dei padri quando il mondo dei padri non esiste più, se è vero che la nostalgia è spesso pericolosa quanto la dimenticanza (perché rischia di bloccare la ricerca del nuovo e diventa chiusura, impermeabilità), credo sia anche possibile affermare che i valori hanno una loro capacità di travalicare mondi e di prefigurarli. Esattamente come le utopie. E io considero valore anche le utopie:)
    Certo, in un mondo che cambia così velocemente c’è bisogno di individuare valori nuovi, capaci di dare strumenti per la convivenza, ma credo siano necessari sia la discontinuità, sia l’innesto virtuoso.
    Mi piacerebbe ad esempio che non venisse dimenticata l’antica lezione della tolleranza, ma vorrei che il suo ceppo germinasse in ‘inclusione’, così come l’uguaglianza andrebbe declinata (almeno!) in pari opportunità. E il concetto di libertà, a mio parere, andrebbe sempre più sostanziato: si è liberi se si è ‘liberi da’…. Dal controllo dell’apparato, certo,dall’omologazione, dal pregiudizio, ma, ancora di più, dal bisogno.

    (Credo di essere stata confusissima:), ma mi sta molto a cuore il discorso dei valori: nel mio microscopico paese si sta cercando di mettere a fuoco valori che possano unire e di cui prendersi cura, nell’esercizio di una responsabilità diffusa)

    Giorni buoni a tutti i viaggiatori della Melosfera.
    zena

  37. lillopercaso ha detto:

    Lo leggo un po’ alla volta, eh, ché non son più allenat!

  38. melogrande ha detto:

    Carlo,
    Grazie di cuore, Auguri a te ed a tutti i curiosi del mare.

  39. melogrande ha detto:

    zena,
    sei stata chiarissima, invece.
    Capita in tutto ciò che è vivente che l’ equilibrio, l’ omeostasi sia di tipo dinamico e non statico, tra forze che tirano in direzioni opposte.
    Non un sistema imbalsamato di valori serve ma un continuo confronto fra tenere e cambiare.
    Parli di germogli, di innesti, ed è una metafora appropriata, il giardinaggio. Serve un tronco vecchio, per dare linfa ai nuovi getti, ma se si recide sistematicamente ogni nuovo germoglio, l’ albero finisce per morire.

  40. melogrande ha detto:

    Lillo,
    ma è un regalo di Natale, rivederti !
    Dove ti eri nascosta ?

  41. Lillo ha detto:

    Non potevo rispondervi, e poi, in crescendo, commentare e postare.
    Tutta colpa di Splinder.
    Se non ci fosse stato lui mi avreste detto nì
    (il dubbio, il dubbio!)

  42. melogrande ha detto:

    Lillo,
    Abbiamo saputo del grave affronto, e di conseguenza disposto la chiusura di Splinder…
    Era intollerabile.

    😀

  43. quellidel54 ha detto:

    BUON NATALE a tutti quelli della Melosfera.
    Che sia buono e ricco di piccoli grandi doni.
    Soprattutto di quelli che fanno bene al cuore.

    ps: LILLO ritorna st’ WP aspetta te… Ci manchi … sniff…

  44. guido mura ha detto:

    Wow! Rischiavo di perdere questa lunga e articolata discussione. Mi viene in mente che in genere le società sviluppate e sicure della propria forza possono permettersi il lusso della tolleranza del diverso e l’apertura all’innovazione. Le società insicure, ancora in crescita, o quelle in decadenza, tormentate dal timore di perdere i propri vantaggi finiscono per orientarsi verso la rigidità e l’intolleranza.
    Gli USA sono stati un caso complesso, in cui valori identitari e valori innovativi si sono scontrati, senza mai veramente integrarsi. Rivolta giovanile, beat e caccia alle streghe, multietnicità e valori wasp, un gran calderone in cui si può diventare billionaire o barbone, in cui l’assistenza sanitaria non era garantita, ma in cui tutti trovavano lavoro e spesso facevano carriera. Cosa diventerà la società americana, se la crisi la porterà a implodere e ad avvitarsi su se stessa? E cosa diventerà l’Europa, tra paura e accoglienza, tra crisi e difesa del benessere raggiunto anche con lo sfruttamento di altre parti del mondo?

  45. melogrande ha detto:

    Cosa succederà non lo sa nessuno, Guido, per adesso la crisi produce uno humour piuttosto pessimista…

    Però la parola “crisi” non è una parola vuota, proprio per niente.
    Ha la stessa radice di cernere, di criticare, c’ è l’ idea di una scelta, è come trovarsi davanti ad un bivio, richiede una decisione.

    Che può anche essere quella di far finta di non vedere, naturalmente….

  46. guido mura ha detto:

    Ma dalla scelta derivano il pericolo e la paura conseguente (fear nella scritta). Ma il pericolo sta alla base di tutto, anche dal punto di vista etimologico (protoindoeuropeo per-, greco peira, lat. periculum, protogermanico feraz, norreno far, tedesco gefahr) . Per questo gli uomini, con i loro strani linguaggi, che si sovrappongono e si succedono, vivranno questo nuovo anno come un anno pericoloso e speriamo che, come tutti gli animali in pericolo, non reagiscano con la follia.

  47. melogrande ha detto:

    Hai ragione sull’ etimologia di pericolo, non ci avevo pensato.
    Vedi il bello della blogosfera ?

    Auguri, Guido !

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