Rosso di sera

Il trascorrere dei giorni nella frastornante routine del continuo viaggiare è come una leggera anestesia indotta, si direbbe,  per sedare un sordo rumore di fondo, talché l’ idea che questa generazione di entropia fuori di sé possa cessare da un giorno all’ altro porta ad immediato sgomento, per la prospettiva di rimanere a guardare in faccia, nell’ improvvisa quiete, l’ entropia interna come nella calma irreale di un campo dopo la battaglia.

In questo modo l’ andare, moto verso luogo, verso un luogo chiaro e distinto, diventa un vagare, movimento stocastico, vagabondare, muoversi non più verso qualcosa ma via da qualcosa, allontanarsi, andare lontano da ogni sgradita certezza.

Un vagare che a sua volta si tramuta in un di-vagare nella frustrata speranza di trovare un di-vertimento, un di-vertere, sviare l’ attenzione dal vacuo e desolato paesaggio interiore.

Ed il divagare diventa infine un errare.

 L’ immagine fetale di me stesso raggomitolato sul sedile di un aereo, solo in mezzo a trecento miei simili mi rappresenta assai più del viso perplesso che ricambia il mio sguardo dal vetro ad oblò del finestrino da cui osservo un aeroporto, ancora una volta, allontanarsi.

 E’ mai possibile che la vita emotiva debba sempre oscillare fra bonaccia e tempesta ? Possibile che non si possa mai godere di un minimo, ma proprio minimo di vento costante ?

La navigazione serena non è fatta per me, si direbbe, per me che periodicamente mi ritrovo in una specie di palude, calma piatta e soffocante, immobilità vischiosa che spinge all’ abbandono come un lento veleno che si diffonde nel sistema circolatorio e si dirige verso il cuore.

Un senso di distratta sazietà, un ripetersi ad oltranza di cerimonie senza sangue e dal contenuto oramai alieno. Una routine che addormenta e placa, in cui è facile entrare, difficilissimo e doloroso liberarsi.

Non voglio, non posso permettermi di finirci dentro, ed è per questo che me lo scrollo di dosso, questo carico di accidia, come un asino che scalcia, come un toro da rodeo, un cavallo imbizzarrito. Me lo scrollo di dosso con violenza, come una bestia che lotta per la vita, perché di questo si tratta, propriamente ed esattamente, della sopravvivenza emotiva. Lo strappo è brusco e drammatico, ed eccomi proiettato, di colpo, nel pieno di un turbine emozionale come se non riuscissi a crescere, come se non potessi crescere, come se non sapessi crescere mai.

Quando finirà ? Quando imparerò la rinuncia, l’ austerità, la capacità di dire di no, contentarmi di ciò che sono e di ciò che ho invece di cercare sempre il di più e l’ altro, che sia superamento di ciò che ho oppure raggiungimento di ciò che non ho, in uno spirito forsennato che porta alla dispersione delle energie. Concentrazione, austerità, e perché no, rinuncia, non è questo forse il cammino che attende tutti nella fase più adulta della vita ?

Non più tempo di espandersi né di consolidare, semmai tempo di dare, offrire frutti coltivati nel corso della vita attiva, metterli a disposizione degli altri, donarli senza fondo e senza ritorno, questo il ruolo di chi matura. Fare dono di sé, semmai.

Adesso i raggi obliqui del sole attraverso il finestrino chiuso dell’ auto illuminano il cruscotto spiegando tutte le tonalità diel grigio come una foto in bianco e nero. L’ isolamento dell’ abitacolo attutisce i rumori già sonnolenti del quartiere di sabato mattina presto. Aspetto, come un rito che si ripete da molto tempo.

    Vivere non è trascorrere i giorni, ed agire non è avere sempre tanto da fare. Vivere è scegliere, alla fine, scegliere nell’ ambito del possibile quello che si può e si vuole, individuare un percorso unico ed irripetibile come le impronte digitali, lasciare una traccia, fare in modo che il mondo dopo di noi, sia pure per una frazione infinitesimale, non sia uguale al mondo prima di noi.

La vita non mantiene le promesse perché non ne fa. Le promesse le fanno gli uomini, quelli che creano aspettative, come se il mero rispetto delle regole stabilisse principi e generasse diritti di tranquillo successo all’ ombra del consolidamento. Non è così.

Sono in volo nuovamente, ancora una volta in questo stato di movimento che pare diventato stato stazionario, contraddizione apparente ma dagli effetti sostanziali. Vado dunque sono, e sono finché vado, protetto dal mio stesso andare, sospeso e libero in un percorso prefissato, animatore indefesso di entropia universale come – appunto – si diceva prima, onde ricavarne illusoria pace interiore.

Vado, dunque non sento, non soffro e non subisco, ignoro limiti e ristrettezza, imbozzolato nel moderno velivolo ad osservare cime montane ed affanni umani con celeste distacco, fino all’ atterraggio prossimo venturo.

A 6000 metri sul livello del mare anche le Alpi sembrano piccole piccole laggiù, le si domina dall’ alto. La temperatura esterna è di venticinque gradi sotto zero, informa preciso il display dell’ aereo. Eppure ci sono montagne assai più alte di così, montagne che non vedrò mai, probabilmente. Fossimo sull’ Himalaya, la quota di questo aereo sarebbe ancora di gran lunga insufficiente a scavalcarle.

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40 commenti su “Rosso di sera

  1. deorgreine ha detto:

    Maturare è saper dare, ma anche aver imparato a cogliere e prendere nel modo giusto, io penso. Il modo è l’essenza. E’ un volo molto bello quello che ho fatto qui con te.

  2. pannonica ha detto:

    OT: sto migrando su iobloggo (pannonica.iobloggo.com). anch’io ho l’obiettivo di wordpress… piano piano…
    grazie per avermi avvertita.

    a presto

    nica

  3. moraletale ha detto:

    Coi piedi per terra dipingeva Mirò. Perchè l’energia viene dai piedi, così sosteneva. Lo stato di fermezza permette di ascoltare le cose che devono salire e dalle quali sfuggire può essere, a lungo andare, controproducente.
    Tu voli sempre invece.

  4. guido mura ha detto:

    C’è chi programma la sua vita per raggiungere la serenità: il suo ideale è la classica compostezza, prediligere Apollo e rifiutare le istanze dionisiache. C’è chi invece vive in perenne inquietudine, sempre insoddisfatto della propria esperienza, sempre alla ricerca di qualcosa che forse non porterà vantaggi, ma che comunque amplierà il suo orizzonte e renderà più ricca e complessa la sua vita.
    In teoria possiamo scegliere; in pratica, finiamo per seguire la nostra indole.
    Anch’io avrei potuto scegliere le soluzioni più semplici, accontentandomi di quello che era noto e sicuro. Con ogni probabilità ne avrei avuto vantaggi materiali e avrei ottenuto maggior potere, ma non avrei fatto nemmeno la metà delle esperienze di vita e di lavoro. Per questo non ho rimpianti, se non quello di non aver fatto ancora di più, di non aver avuto abbastanza coraggio per realizzare un ulteriore allargamento del mio mondo, di non aver aiutato a sufficienza il caso, che a volte ha bisogno di qualche stimolo.

  5. melogrande ha detto:

    Deorgreine,
    Grazie per le tue parole, e per aver viaggiato su questo post.
    Confesso che non ne sono troppo soddisfatto, e’ venuto fuori come un grumo emotivo arruffato ed un po’ confuso.
    Manca di “disciplina”, ma a volte e’ necessario cosi’.

  6. melogrande ha detto:

    Nica,
    felice di ritrovarti al sicuro sulla terraferma…

  7. melogrande ha detto:

    Mora,
    Hai trovato a colpo sicuro il bandolo dell’ arruffata matassa.
    E’ come dici, anche se metterlo in pratica non e’ tanto facile.
    La comprensione e’ gia’ un bel regalo.

  8. melogrande ha detto:

    Guido,
    Sei certamente membro onorario del Club degli Inquieti…
    Il problema e’ quando la complessita’ diventa casino.

  9. 00chicca00 ha detto:

    Francesco!
    questo è un post scritto per me!
    tu dici una cosa che è il nocciolo del tutto:
    “. Vivere è scegliere, alla fine,”
    sì ho sempre pensato che fosse così e credo che in queste scelte consista anche la maturità, essere capaci di distinguere, e sapere, o meglio essere consapevoli delle responsabilità che implicano queste scelte
    è per me sempre stato un motivo ricorrente quello del volo, e la scelta che ho sempre fatta è stata quella di seguire il volo e ne ho sempre pagate poi le conseguenze
    la calma , la terra ferma, la bonaccia mi tolgono spesso il respiro, ma a volte è stato importante fermarsi anche soltanto per rileggere il diario di bordo, ma poi il desiderio del volo ricomincia
    sempre grandi le tue riflessioni!
    chicca

  10. melogrande ha detto:

    Chicca,
    del Club degli Inquieti tu potresti ambire alla presidenza …

    Ti quoto: la terra ferma, la bonaccia mi tolgono spesso il respiro.

    Se ne paga il prezzo, e’ vero anche questo.

  11. deorgreine ha detto:

    La disciplina, purtroppo e per fortuna, mi appartengono poco.

  12. deorgreine ha detto:

    E si nota da come commento. Scusami, mi correggo, intendevo dire “mi appartiene poco”.

  13. moraletale ha detto:

    Scusa ma volevo dire “coi piedi nudi per terra” dipingeva Mirò. Il contatto col suolo, ecco. 🙂

  14. melogrande ha detto:

    Ehm, ma anche d’ nverno ?

  15. Mi hai fatto ricordare una poesia che amo tanto.
    E’ di Saba, iscritto ad honorem nel Libro dell’Inquietudine, perché è, a sua volta, un Ulisse, solitario e in perpetua navigazione (come il mare e il cielo sanno accogliere gli stessi slarghi, mi viene da pensare…)

    ULISSE

    Nella mia giovinezza ho navigato
    lungo le coste dalmate. Isolotti
    a fior d’onda emergevano, ove raro
    un uccello sostava intento a prede,
    coperti d’alghe, scivolosi, al sole
    belli come smeraldi. Quando l’alta
    marea e la notte li annullava, vele
    sottovento sbandavano più al largo,
    per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno
    è quella terra di nessuno. Il porto
    accende ad altri i suoi lumi; me al largo
    sospinge ancora il non domato spirito,
    e della vita il doloroso amore.

    Io amo pensare all’inquietudine proprio come ‘non domato spirito’, come doloroso amore della vita.
    zena

  16. melogrande ha detto:

    Il doloroso amore della vita trova la sua sede naturale in quella terra di nessuno per eccellenza che e’ il viaggio.

    Grazie sempre, zena.

  17. cKlimt ha detto:

    Sarà un ossimoro ma per me non c’è ne uno più veritiero.
    Il viaggio è la terra più solida, la patria più scolpita dentro che abbiamo.
    E’ lì, soltanto lì, che che possiamoci possiamo “A CASA”
    .
    Invece non mi convince molto quando scrivi :
    “Quando finirà ? Quando imparerò la rinuncia, l’ austerità, la capacità di dire di no, contentarmi di ciò che sono e di ciò che ho invece di cercare sempre il di più e l’ altro, che sia superamento di ciò che ho oppure raggiungimento di ciò che non ho, in uno spirito forsennato che porta alla dispersione delle energie. Concentrazione, austerità, e perché no, rinuncia, non è questo forse il cammino che attende tutti nella fase più adulta della vita ?
    .
    Non sarei certissimo che esista questa evoluzione “naturale” E perchè mai? Può sussistere benissimo il sentire, il soffrire, il vibrare al vento, sempre diverso dei giorni, orientandosi ugualmente al “dono di sè”. Questo si’.
    .
    Non mi convince questa pretesa austerità dei comportamenti e del “sentire” da conquistare in virtù di una maturità da raggiungere
    Vivere non è mai austerità ma “adesione” al flusso vitale sempre mutevole e imprevedibile
    E’ adattamento e ricerca d’equilibrio pur sulle montagne russe! Alpi o Himalaya poco importa.
    .
    Buon inizio di settimana!

  18. cKlimt ha detto:

    scusa gli errori di digitazione, ma nella fretta fra una pratica e l’altra di ufficio non sempre le dita vanno dove dovrebbero…spero si capisca lo stesso il senso

    riscrivo le prime frasi:

    Sarà un ossimoro ma per me, non c’è n’è uno più veritiero.
    Il viaggio è la terra più solida, la patria più scolpita dentro, che abbiamo.
    E’ lì, soltanto lì, che possiamo dirci davvero “A CASA”

  19. melogrande ha detto:

    cKlimt,
    il viaggio lo porto scolpito anche nel sottotitolo del blog.

    E’ per un modo di vivere per molti versi eccitante, ma anche terribilmente dispersivo.
    A volte si rimpiange di non essere un po’ più stanziali, si desidera posarsi, almeno per un po’.
    Fino al prossimo check-in, diciamo…

    ps
    sugli errori di battitura non mi formalizzo, dato che spesso mi viene la pelle d’ oca a rileggere i miei…

    • cKlimt ha detto:

      eh si! lo so…l’avevo notato: proprio leggendo il tuo sottotitolo…
      Per quello sui tuoi blog mi son sempre sentito immediatamente “a casa”
      .
      Quanto al rimpiangere di essere in un altro modo, l’ho provato e lo provo pure io a tratti, ma accetto ciò che mi sento.
      Essere viaggiatori, essere apolidi d’anima, essere inquieti per costituzione fa tutto parte di un modo di intendere la vita.

      Questo non lo cambierei con nulla al mondo. E ti confesso che giusto attorno ai 20 anni ai tempi dell’università mi sentivo penalizzato e quasi mi vergognavo di essere a questo modo:curioso di tutto e in cerca sempre d’altro, senza tregua e senza mai potermi assestare
      .
      Poi leggendo diversi scrittori, maestri, filosofi ho capito che non c’era da fare altro che cercare l’equilibrio con sè stessi attraverso l’accettazione.
      .
      Da allora riesco a vivere perfino per periodi abbastanza lunghi in armonia con le cose e le persone.
      Certo sono permeabile alle malinconie, alle inquietudini esistenziali, anche un semplice tramonto o una qualsiasi manifestazione dell’Altrove mi invade e mi mette sottosopra …eppure ho imparato a conviverci con questi stati d’animo e so qual’è il mio centro. Un centro viaggiante, mobile, insonne. Quello è il mio asse.
      .
      Quando lo riconosci e lo accetti la strada diventa più semplice e sperimenti la pace interiore
      pur attraversando le polarità opposte, gli estremi che ti assorbono alternativamente
      .
      In questo ammetto che è stato Osho a farmi intravedere che c’era un percorso di crescita
      “possibile” e alla portata di ognuno.

  20. cKlimt ha detto:

    incredibileee!
    Metti i casi della vita… ritrovo qui da te Nica (pannonica) che fu la prima blogger che mi impressionò nel lontano febbraio 2005. Una specie di imprinting fu. Rimasi folgorato da qualche suo post che parlava di musica e insieme di filosofia

    Le faccio un saluto e la voglio ringraziare perchè se non fossi rimasto così ben impressionato dal suo blog di allora, probabilmente non avrei mai aperto il mio!
    .
    Ciao Nica!
    .
    Carlo

  21. quellidel54 ha detto:

    Mi chiedo sino a che punto le due entropie, di cui parli, abbiano punti o un punto in comune.
    Cerchiamo fuori di noi, qualcosa, che riempia dei vuoti o comunque attenui il senso del vuoto.
    E nel contempo , osservati i vuoti fuori di noi, vi riversiamo ciò che ci appartiene.
    Quasi che sentiamo il desiderio di pareggiare. DI riempirli, tesi come siamo alla ricerca di un assoluto.
    Forse é questo desiderio, conscio o meno, di essere passando per l’avere.
    Quasi che attraverso il possesso del tempo e dello spazio si possa giungere ad esserli.
    Per non provare più insoddisfazioni, per non essere più costretti a proseguire.
    Certi del nostro personale ed unico nirvana.
    Proprio perché personale e non assoluto, la ricerca continua e ci trascinaimo quel senso di entropia dentro e fuori di noi.
    Insoddisfatti dei nostri limiti? Dei tanti paletti che vivono in noi e che noi stessi abbiamo creato?
    Forse, ma il viaggio é il tentativo, la speranza di colmare quei vuoti.
    Non sempre irrequietezza ed inquietudine sono da sscriversi sotto la voce: perdite.
    Molte volte sono stimoli e mostrano la vitalità dell’essere umano.
    Bisogna vedere se riempire il vuoto é il vero scopo di questo andare, oppure é l’occasione per andare e andando accettare ciò che ci viene incontro e scegliere il meglio per noi.
    Nella lotta si lascia sempre qualcosa di noi, ma si acquista anche qualcosa di inaspettato e anche quello ci solletica a proseguire.
    Non credo si avero che non ci sia nulla di nuovo sotto il sole.
    C’è sempre qualcosa che si deve riscrivere.
    Fosse solo un emozione a 6000 mt. di quota.

  22. melogrande ha detto:

    cKlimt,
    modestamente, sono piuttosto orgoglioso della qualità dei miei frequentatori…

  23. melogrande ha detto:

    cape,
    sai cos’è, in fondo ?
    E’ che il battito cardiaco è fatto di sistole e diastole, il respiro di espansioni e contrazioni.
    Aperture e chiusure, in altalena.
    Espandersi stanca, disperde energie. Il moto rallenta, la massima espansione pretende il suo ritorno.
    Per poi ricominciare.

    • cKlimt ha detto:

      ecco vedi ? questa tua replica con la metafora sistole/diastole come se il vivere fosse sul serio un ritmo di espansioni contrazioni, una sorta di danza naturale… mi fa dire che abbiamo consapevolezza delle medesime cose. Poi ognuno sceglie le metafore o le immagini che più gli appaionoi pregnanti ma il substrato di consapevolezza e’ il medesimo
      Vuoi la controprova?
      Confronta cosa ho scritto io pochi giorni fa e dimmi se non si parte dalla stessa convinzione

      Leggi questo post, alla luce della tua metafora sull’alternanza sistole diastole:

      http://curiosidelmare.blogspot.com/2011/11/eterna.html

  24. cKlimt ha detto:

    magnifica! Questo sì che è scrivere per immagini! 😉

  25. Pannonica ha detto:

    “Come regola biologica generale, le specie migratorie sono meno aggressive di quelle sedentarie. C’è una ragione ovvia perché sia così: la migrazione, come il pellegrinaggio, è di per se stessa il duro cammino; un itinerario “livellatore” in cui i più forti sopravvivono e gli altri cadono lungo la strada.
    Il viaggio perciò vanifica il bisogno di gerarchia e di sfoggi di potere. Nel regno animale i “dittatori” sono quelli che vivono in un ambiente di abbondanza. I “briganti” sono, come sempre, gli anarchici”.
    (Bruce Chatwin, Le vie dei canti)

    c’ho messo un po’ ma l’ho recuperata. è una citazione che Ivano Fossati fece ad un suo concerto, qualche anno fa.

    te la regalo

    Nica

  26. quellidel54 ha detto:

    Forse hai ragione.
    Il vento va e poi ritorna.
    Ritorna portando umori e odori.
    Ci interessano? Ci intrigano? Ci spingono anche noi, a migrare?

  27. melogrande ha detto:

    Un regalone proprio, Nica.
    Grazie !

  28. Pannonica ha detto:

    @cKlimt: leggo ora il tuo commento in cui parli di me e del tuo primo impatto col mondo dei blogger. non sapevo di essere la tua “madrina”… urca!! 🙂

    @melo: sono contenta, anche perché ti si addice .

  29. Pannonica ha detto:

    mi si è sconfiferato il gravatar (la gravatar??) ma quella di sopra sono sempre io…

  30. P. ha detto:

    Alcune rinunce non s’imparano mai, specie se si è temporali di marzo (sto parlando di me, naturalmente:))

  31. melogrande ha detto:

    C’è quasi da augurarselo, P…
    (ci siamo già conosciuti su splinder ?)

  32. P. ha detto:

    Non penso, difficilmente avrei dimenticato una scrittura come la tua. Avevi lo stesso nick?

  33. melogrande ha detto:

    Grazie del complimento !
    Sì, il nick è lo stesso, su splinder stavo qui

  34. P. ha detto:

    No, sono certa di non averti mai intercettato su Splinder. Il mio blog, comunque, ormai è questo di cui ti ho lasciato l’indirizzo. ( Ne avrei pure uno qui.. mai decollato. Mi riprometto di prenderlo maggiormente in considerazione. Questa è una piattaforma molto stimolante. Di qualità).
    Contenta d’averti scoperto.

  35. melogrande ha detto:

    Contento anch’io, ho un po’ curiosato nel tuo blog, notevolissima saponetta galleggiante (non mi sarei mai permesso, di mio, sia chiaro…).
    A presto.

  36. P. ha detto:

    Eccellente esploratore 🙂
    A presto, sì.

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