Maria Testarda

 

 

 

Che peccato che l’ immagine dei nonni nella memoria non possa che essere quella della vecchiaia, che non siano accessibili nella loro energia, nel dispiegarsi della loro potenza, nell’ esprimersi della loro passione. 

Si può solo immaginarli, riavvolgendo il filo, ricostruendo da pochi indizi, da sguardi particolari, reticenze, certe foto mai davvero spiegate, oggetti casualmente rivelatori.
Tracce.

 
Nonna Maria era una vecchietta tutta rinsecchita, magra e nervosa, un volto fatto di corteccia d’ albero centenario, i capelli grigi sempre raccolti in chignon sulla nuca. Capelli lunghissimi e sottilissimi, che una volta soltanto mi capitò di vedere sciolti, entrando nella stanza mentre lei li pettinava. Ebbe un sussulto, come se avessi violato la sua intimità, ed io uscii subito, pieno di un’ inspiegabile vergogna. Per il resto, i capelli della nonna li vidi sempre raccolti e fissati in quello chignon da cui continuavano a sfuggire e che lei continuamente rassettava con le forcine.
 
Era modesta nel vestire, solo abiti lunghi di colori scuri, e quando usciva di casa non mancava mai di sistemare in testa il velo nero, come tutte le donne della sua età in un posto ed in un tempo in cui dell’ islam non si conosceva neppure la parola.
In questa scura composizione di grigio, nero, blu notte, c’ era un’ eccezione, gli occhi più belli che mi sia capitato di vedere, due mandorle perfette, iridi di color verde smeraldo intenso e profondo come mare di scoglio, cangianti con la luce del giorno, contornate da ciglia lunghissime e nerissime. Occhi slavi da donna russa, avrei detto se a quel tempo ne avessi saputo qualcosa, incastonati però fra ciglia inconfondibilmente mediterranee. E se questa è apparente contraddizione, si può ben dire che rappresentasse l’ essenza stessa del carattere di nonna Maria.
 
Modesta e remissiva come si conveniva, negli anni cinquanta, ad un’ anziana donna che abitava in un paesino nell’ interno della Sicilia, questo era il contesto. La sostanza invece era una forza d’ animo ed una determinazione che il nonno fragorosamente contrastava e che poi, alla fine di vocianti e testosteroniche esternazioni, immancabilmente subiva.
 
C’è da dire che da quella donna lui sempre ricavava conforto e sostegno, lei lo aveva assecondato ed incoraggiato, gli aveva dato forza quando da giovane faceva il portalettere in un paese decimato dalla spagnola, e quando, poco dopo, fu tentato dall’ idea di cambiare vita ed aprire un negozio. Non posso aiutarti a fare gli ordini, gli disse, ma di conto so fare e i clienti li posso servire anch’ io.
Nonna Maria era analfabeta, naturalmente, come quasi tutte le sue coetanee. Da vecchia però si mise in testa di seguire le lezioni in televisione del maestro Manzi, voleva imparare almeno a leggere e ci riuscì, aiutata da un voto: avrebbe letto soltanto libri di argomento religioso.
 
A lei sempre si rivolgeva il nonno, silenziosamente, cercando con gli occhi un’ approvazione di cui non avrebbe mai ammesso il bisogno. Lei, abbassando leggermente lo sguardo era come se dicesse – sono qui. E quando infine lei non ci fu più, il nonno si spense come una lampadina, perse la sua innata curiosità, si lasciò andare come se la sua vita fosse diventata un affare d’ altri da concludere al più presto.
“E’ dovuta morire” ripeteva, racchiudendo in un’ espressione dialettale l’ ineluttabilità di un evento illogico al quale si deve sottostare, senza riuscire in fondo a comprenderlo.
 
Ma per adesso eccola lì, la nonna, seduta accanto alla finestra mentre il tardo pomeriggio sfuma nell’ imbrunire. È sulla sua sedia preferita, in nulla diversa da tutte le altre sedie della sala, i piedi poggiati sul bordo del braciere d’ ottone dove arde quietamente una carbonella di gusci di mandorle.
La luce calante ne ritaglia il profilo scavato, il naso prominente, la fronte aggrottata. Dalla tasca del camicione che indossa emerge la punta di un fazzoletto ed i grani neri d’ un rosario. Tra le mani un libro, le vite dei Santi, che sta leggendo lentamente ed attentamente, accompagnando la lettura con le labbra, come in un playback senza sonoro.

La vecchia grande casa in cui abitavano era stata ammodernata.
Così aveva voluto il figlio minore, che era andato in America come parecchi fratelli e sorelle dei nonni, e come gran parte dei compaesani della generazione precedente, ma a differenza di questi era ritornato dopo pochi anni e si era ristabilito in paese, dove svolgeva a tempo pieno la duplice attività di medico condotto e scapolo d’ oro.
Era stato lui a comprare la grande stufa a cherosene che tentava di mitigare il freddo invernale in quelle enormi stanze, pur senza riuscire a rendere superflui i grossi bracieri di ottone.
Aveva comprato anche una moderna cucina, appunto, all’ americana, fatta venire da chissà dove, con i grandi piani di lavoro, la cappa aspirante e, addirittura, un paio di fornelli elettrici che diventavano roventi senza neppure cambiare colore, e che avevano costituito a lungo un’ attrazione del paese,.
 
I nonni però avevano voluto salvare la vecchia cucina a legna nel locale ricavato in un angolo del terrazzo, una monumentale cucina in muratura rivestita di vecchi azulejos. Nel ripiano superiore c’ erano due fori circolari grandi ed uno più piccolo, chiusi con una serie di anelli concentrici di ghisa, rimuovibili, che permettevano di adattare il diametro del foro alla dimensione della pentola di rame da inserirvi. Era il nonno, soprattutto, ad usare questa cucina quando c’ erano molti invitati, per cucinare la pasta che faceva in casa lui stesso, o le bistecche sulla griglia, che così prendevano un delizioso aroma affumicato.
 
Ma questa sera no.
Questa sera ci sono solo loro due, in casa.
 
La nonna ha apparecchiato un angolo del grande tavolo della sala, ha messo lui a capotavola, come sempre, e preparato per se di fianco. La sala è in penombra, ma la nonna non accende il lampadario grande, che consuma tanto.
Ha scaldato il latte nel pentolino, lo ha versato in due grandi scodelle dentro cui adesso stanno entrambi spezzando il pane raffermo. Lo schiacciano bene dentro perché si ammorbidisca e lo mangiano lentamente col cucchiaio, in silenzio.
 
 
 

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26 commenti su “Maria Testarda

  1. egle1967 ha detto:

    Solo una parola: mi hanno commosso queste parole.
    Grazie.

  2. SAMOTHES ha detto:

    Bello! Molto. 🙂

  3. feritinvisibili ha detto:

    Grazie Melo, per la nonna, per le tue parole, per la musica

  4. SinuoSaStrega ha detto:

    Hai fatto un ritratto di donna molto bello, ricco di affetto e di ammirazione. Sembra tutto così lontano quello che descrivi, quel mondo dico: lei e tuo nonno, il rispetto, il vincolo forte e profondo, la famiglia, tutto appare così irraggiungibile… Mi è venuta voglia di latte caldo.

  5. melogrande ha detto:

    Grazie a voi, gentili ospiti.
    Devo l' ispirazione di questo post a certe cose che assai meglio di me scrive zena nel suo blog, ad esempio questa o quest' altra.

    Qui come altrove, li intitola lei, ed il mio altrove è davvero "altrove" rispetto al suo, eppure quelle parole arrivano eccome, commuovono, fanno risuonare ricordi involontari, fanno "rivivere" un mondo così lontano e "irraggiungibile", come dice Sinuosa.
    Un mondo oggi pressoché irriconoscibile ma che pure fa parte della memoria collettiva, qui come altrove. Un mondo arcaico e contadino che non ha retto all' urto dei tempi ma che, pure, aveva un senso profondo ed ha ancora da insegnare, non fosse altro che quello, il rispetto, il legame, il condividere un destino come vuole la parola "consorte", costruire insieme, o almeno sempre provarci, in due, senza se e senza ma.
    O magari ero io che li vedevo così.

  6. melogrande ha detto:

    Piacere di rivederti da queste parti, hannah, ed in particolare in una ricorrenza per te importante (era Yom Kippur ieri, credo).

    La musica è degli agricantus, una bella contaminazione di musicisti siciliani dalla mente molto aperta. 

  7. Arrivo e trovo questo dolcissimo ritratto ed anche il tuo commento, dopo una giornata,  quella di ieri, frastornante perché passata a Milano.
    (Per me è l'altrove, Milano:))

    Che sorpresa, Melogrande, … di quelle che commuovono.

    Io credo nella circolarità del sentire e del ricordare: lanci un sasso in acqua e i cerchi si allargano e com-prendono luoghi lontani. Altre storie, come attorno ad una tavola. 
    Bello che sia così.
    Grazie, di cuore.
    E un saluto a chi passa di qui.

    zena

  8. egle1967 ha detto:

    Il vero senso della condivisione mi riporta all'infanzia.
    Mi hai fatto venire in mente le mie estati in campagna, dagli zii, da bambina.
    Erano contadini e il loro mondo per me, cittadina, era magia e stupore. Ricordo il senso di unione, condivisione, le parole semplici della sera, tutti raccontavano ogni singolo dettaglio di quello che gli era accaduto e si passa la serata in questo modo, niente televisione, niente radio, solo uomini. Nei dettagli c'era il mondo, Un mondo apparentemente piccolo,ma pieno di vite vissute a pieno.
    Scrivi molto bene.

  9. melogrande ha detto:

    Zena, è vero, sono cerchi, arrivano come sulla sponda per rimbalzare indietro con altre storie. Grazie a te.

    Egle, a volte quando sono particolarmente di malumore penso che quando tutto sarà andato a catafascio, proprio da lì, dal mondo contadino, per amore o per forza bisognerà ripartire. L' umanità può fare a meno di tutto e di tutti, ingegneri compresi, ma non di chi produce il cibo.
    Grazie davvero dell' apprezzamento.

  10. egle1967 ha detto:

    Anch'io lo penso ed anzi, senza aspettare di essere troppo di malumore, quasi quasi anticipo i tempi…..

  11. chiccama ha detto:

    dopo tantissimo tempo ritorno a riveder le stelle come si diceva un tempo!
    e passo da te e come sempre trovo lenimento al cuore e alla mente
    un abbraccio
    chicca

  12. melogrande ha detto:

    Chicca !
    Quanto tempo davvero…
    Bentornata.

  13. astrogigi ha detto:

    http://www.astrogigi.it/Tramonto_Pieve_13_Ottobre.avi

     

    Se avrete la pazienza di scaricare i 60mega di filmato, vedrete il Sole tramontare dietro il campanile di San Pietro e della Cattedrale del mio borgo

    Ripresa effettuata il 13 ottobre dal Gradone delle Lame Pendenti (Argine Fiume Oglio) con 800 scatti eseguiti con Canon 20D e ottica zoom Nikon 70-210 a focale 135mm F8

     

    Spero possa piacervi

     

    GB

    (evoca atmosfere di altri tempi, quando campane, campanili, chiese e campi scandivano il percorso del Sole e le vite degli Uomini….) 

  14. capehorn ha detto:

    In fondo sono figlio di contadini, o meglio nipote di tali. Ho il ricordo della sola nonna Elena degli altri solo immagini. Prcché troppo piccolo io e perché troppo vecch loro,iquando se ne sono andati. Eppure da qualche parte nel mio spirito sento i ritmi delle stagioni, quasi come li sentivo loro. Amo ancora il silenzio, il tepore della cucina, il rumore della pioggia, l'odore della terra.
    Sarà che vivo il loro ricordo e non ho vissuto la loro vita, così lontana dalla mia frenesia. Sarà che non ho mangiato con loro stenti e paura, non ho vissuto  la rabbia dopo una grandinata, la soddisfazione dopo una vendemmia, eppure sento ancora, a volte, quel profumo che si respira nelle case di campagna, con la stufa di ghisa che ronfa, le fotografie dei cari sulla credenza in cucina e, la luce fioca di una lampadina ad illuminare una scena, sulla quale da tempo, il sipario della vita é calato.
    Vivo il ricordo o forse la sua nostalgia, ma non mi sottrago e  voglio conservare sia l'uno che l'altro.

  15. egle1967 ha detto:

    @cape: le fotografie dei cari sulla credenza….passare di qua sta diventando difficile…..troppa nostalgia per qualcosa che si è solo sfiorato…

  16. capehorn ha detto:

    # 15 = quelle fotografie rappresentano la nostra personale storia. Sono l'esempio del nostro passato cui non possiamo e non dobbiamo sottrarci. Siamo noi, oggi, fieri anche, di chi ci ha preceduto.
    Ho una scatola di fotografie. Immagini anche di persone sconosciute, ma che sono entrate anche per un momento nella vita della mia famiglia.
    Il gioco della memoria aiuta non solo a ricordare volti o situazioni, ma anche a spiegare a chi ci segue da dove viene e da chi viene.
    La nostalgia si trasforma in memoria storica, in lessico amigliare e si trasmettono, anche inconsciamente, quei valori che hano sorretto i nostri antenati e noi, nel camminare in avanti.
    Guardare indietro non vuol dire sospirare e solo ricordare un tempo che non c'é più, ma accorgrci che dietro di noi c'é chi potrà aiutarci se non ora, dopo.
    Da quel "bislungo" che sono ti posso dire che bisogna andare avanti guardando indietro e poi ti confesso che venire qui e trovare sempre "un terzo tempo" non ha eguali.

  17. egle1967 ha detto:

    @cape: anch'io ho scatole piene di fotografie, alcune inserite ordinatamente in album e quando le guardo mi sembra che mi sfugga qualcosa…è come se desiderassi tornare laggiù, non per nostalgia o per un passato da voler rivivere, ma per guardarlo con gli occhi di oggi …
    ciao.

    @melogrande: grazie dell'ospitalità!

  18. melogrande ha detto:

    Ospitarvi è un privilegio !

  19. Chapucer ha detto:

    io credo che la potenza dei Nonni stia proprio in quello sguordo antico…
    Ciao Melo 🙂
    Chapù

    (p.s., Giove così grande mi causa una vertigine…)

  20. astrogigi ha detto:

    Mi scuso per l'invasione gioviana….

    ma è un'animazione rivìcavata da riprese effettuate dal mio giardino lo scorso 3 ottobre e non mi riesce di ridurre la dimensione …
    cmq si apprezza ben il moto di Europa e della sua ombra sul pianeta nelle circa 2 ore e mezza della sequenza….

    se i miei nonni (ma credo anche i miei genitori) vedessero cosa ho combinato con attrezzature amatoriali realmente dal giardino dove razzolavo da bimbo sotto i loro sguardi antichi, probabilmente non crederebbero ai loro occhi

    e io ne godrei un mondo tronfio per il loro stupore….

    GB

  21. SAMOTHES ha detto:

    Mi sembra una delle cose più belle che io abbia mai visto girare, questo Giove!!! 🙂 Dico davvero! 

  22. capehorn ha detto:

    Complimentoni ad astro, fatti con il cuore.
    Per essere un video amatore sei veramente un grande.
    Stupisci noi e quindi immagino i tuoi nonni. Rimarrebbero a bocca aperta, increduli.
    Rimanendo in tema gioviano ma … quel foruncolone che si vede, non quello in basso piccolo e marron scuro, l'altro grosso color mou, sarebbe cosa? 
    grazie e ancora … bravissimo.

  23. capehorn ha detto:

    # 17 = non mi son dimenticato di rispondere e che Giove, per giove, é uno spettacolo.

    RItornare o avere la possibilità di tuffarsi in qualche vecchia fotografia?
    Perché no!
    Non per soddisfare un'operazione nostalgia, piuttosto per la sete di curiosità di nomi, fatti situazioni di allora.
    Non so con quali occhi li guarderei, se con quelli del momento o con quelli di oggi.
    Di sicuro li terrei bene aperti.

    Di sicuro a casa di Melo c'é tutto e di più.

  24. astrogigi ha detto:

    GMR, grande macchia rossa, una tempesta che da quando Galileo per primo la intuì, non si è mai sognata di smettere di ululare il suo lamento fortissimooooooooooooooo

    sono solo nubi, in tempestoso scostante fermento….

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