Il club dei salvati


Ho letto recentemente, e con una certa sorpresa, che le iscrizioni universitarie in Italia sono in calo (-10 % negli ultimo quattro anni, addirittura -5% nel solo ultimo anno). La sorpresa deriva principalmente dal fatto che di questo fenomeno non avevo mai sentito parlare in nessuna sede, come se non fosse argomento degno di attenzione.

Mi è venuto in mente che qualche tempo fa da queste parti ragionavamo sul fatto che:
 
Il mondo di oggi sta polarizzandosi fra questi due attrattori, il Nord del mondo ricco, con una struttura tecnologico-scientifica avanzata ed una struttura sociale liberale ed un Sud del mondo povero, con una struttura economica arretrata che trova nella religione il contenitore del proprio risentimento. Un contenitore che è al tempo stesso un ostacolo alla liberazione delle energie intellettuali, un freno allo sviluppo della conoscenza ed un impedimento forte a che il fossato venga colmato.”
 
Perchè le cose stanno così ? Esistono Paesi "predestinati" alla supremazia scientifico-tecnologica ed altri invece condannati ad un eterna arretratezza imbevuta di rancore ?
 
Di sicuro un ambiente intellettuale aperto alla curiosità intellettuale è un elemento a favore dello sviluppo scientifico di una società, un ambiente fortemente negativo rispetto a questo come è quello tipico del fondamentalismo religioso, altrettanto certamente non crea terreno fertile.

In questo ambito il protestantesimo, che ha fondato la sua protesta, fra l’ altro, proprio sul cardine del libero esame, cioè sul diritto di leggere ed interpretare individualmente le Sacre Scritture, si pone in modo più aperto e favorevole rispetto a quello cattolico dalla Controriforma in avanti, che ancora impone l’ osservanza di una dottrina ufficiale e di una interpretazione univoca, “comandata”, delle Sacre Scritture.
Ancor meno favorevole appare l’ ambiente islamico, sia per le caratteristiche di fatalismo ed obbedienza tipiche di quella religione, sia per l’ invadenza nelle strutture sociali derivate dalla concezione integralista che sta alla base del Corano. Difficile in un tale contesto praticare la libera indagine alla luce della sola ragione.
Al confronto, assai più “laico” e meno invasivo appare il confucianesimo orientale, che non sembra ostacolare la curiosità e la libertà intellettuale.
 
Tutto ciò premesso, torniamo all’ argomento.
Esistono barriere insormontabili che inibiscono l’ ingresso di un Paese nel club di quelli tecnologicamente avanzati ? E, viceversa, esiste la possibilità che un Paese tecnologicamente avanzato un giorno esca dal Club ? Quali sono le condizioni di appartenenza ?

Viene subito da pensare a parametri quali il tasso di libertà economica di un Paese, o il grado di maturità delle sue istituzioni democratiche, ma ci si rende subito conto che nessuno di questi parametri sembra davvero discriminante.
 
Il Paese guida, da quasi un secolo, del progresso scientifico e tecnologico, gli Stati Uniti, sono solo quinti nella classifica della libertà economica, che vede ai primissimi posti Hong Kong, Singapore, Irlanda ed Australia e vede il Cile davanti alla maggior parte dei Paesi occidentali più sviluppati (L’ Italia però è sessantaquattresima…).
 
A guardare la classifica del tasso di democrazia è peggio che andar di notte, con gli Stati Uniti addirittura diciassettesimi, preceduti da quasi tutte le nazioni europee (ma non dall’ Italia, trentacinquesima), nonché da Australia, Nuova Zelanda e Malta. Primi in classifica i paesi scandinavi.
Non ci siamo.
 
Eppure, il club dei paesi tecnologicamente avanzati non è un circolo chiuso. Questo è evidente.
Un secolo fa la Gran Bretagna stava in testa alla classifica, seguita da Germania, Stati Uniti, Francia. Nel secondo dopoguerra non solo gli Stati Uniti sono balzati in testa, ma un paese che la guerra l’ aveva catastroficamente persa come il Giappone è riuscito ad emergere addirittura minacciando ad un certo punto la stessa supremazia americana.
E dopo il Giappone abbiamo visto emergere la Corea del Sud, che certo non proviene da una cultura illuministica o da una tradizione industriale.
Basso costo della manodopera ?
All’ inizio certamente conta, aiuto l’ impiantarsi di un’ industria in un paese.
Ma è un vantaggio che non dura.
 
È abbastanza sconcertante leggere la statistiche OCSE dei salari medi netti riportati a parità di potere d’ acquisto. Nella graduatoria del 2008 (quella ho trovato…) il paese in testa alla classifica dei salari era proprio la Corea del Sud, davanti a Gran Bretagna, e Svizzera, il Giappone era quinto e gli Stati Uniti solo decimi ! 
Nessuno o quasi in Europa guadagna in termini reali, e cioè in rapporto al costo della vita, così poco come un italiano, compresi spagnoli, irlandesi e greci, che dovremmo abituarci  a guardare dal basso in alto e non viceversa.
Ci resta la soddisfazione di battere i portoghesi ed i Paesi dell’ Europa dell’ Est, ma per quanto ancora ?

Non che sia questa gran scoperta, in fondo, a pensarci bene, lo sviluppo economico produce un innalzamento del tenore di vita per cui il basso costo della manodopera può al massimo favorire il decollo di un paese, ma di sicuro non garantisce il mantenimento del volo ad alta quota.
La stessa situazione si verifica osservando gli ultimi arrivati nel club della tecnologia, India e Cina, o come ormai si usa collettivamente indicarli, Cindia. Manodopera abbondante ed a buon mercato ha permesso a questi paesi di invadere i mercati occidentali con merci a basso prezzo, ma oggi entrambi i paesi mostrano ben altre ambizioni, non più esportatori di scarpe ed abiti dozzinali ma di prodotti a tecnologia avanzata. 
Per di più, la Cina ha deciso che i suoi salari medi dovranno raddoppiare nei prossimi cinque anni.

Si tratta di Paesi ad alto grado di maturità democratica, e con sistemi economici particolarmente liberali ? Certamente no, in particolar modo la Cina, com’ è noto.
E allora ?
 
Esiste in America un’ associazione, la National Science Foundation (NSF), che pubblica annualmente un corposo dossier sugli indicatori principali relativi alla scienza ed alla tecnologia. Fra questi, la classifica dei paesi che investono di più in educazione e ricerca scientifica. Scorrendo la classifica (quella che ho trovato io è del 2006) troviamo al primo posto gli USA, con un investimento annuo di oltre 300 miliardi di dollari.
Al secondo ?
La Cina, seguita da Giappone, Germania, Francia, India, Gran Bretagna.
Quest’ ultima, paragonabile all’ Italia per popolazione, investe in educazione e ricerca tre volte di più, ed anche la Corea del Sud, che non supera i 50 milioni di abitanti, investe in questo campo più del doppio dell’ Italia.
Insomma, la classifica vede nell’ ordine USA, Cina, Giappone, Europa (o parte di essa), India e Corea. È chiaro il trend ?

Per essere accolti nel club dei paesi tecnologicamente avanzati si paga il biglietto. E la quota associativa è l’ investimento in educazione e ricerca.
Non dico che questo è l’ unico parametro rilevante, ma di certo mostra un grado di correlazione fortissimo.
 
E allora perché non lo fanno tutti ?
L’ investimento in educazione e ricerca paga nel medio e lungo termine, non nell’ immediato, questo si capisce. Non è peraltro diverso sotto questo aspetto dall’ impiantare un frutteto, una vigna, un oliveto. Si sa che occorrerà attendere degli anni, talvolta molti anni prima di vedere i frutti, ma è da quando l’ uomo è diventato stanziale che dovrebbe avere imparato ad investire sul futuro, no ?

Questo tipo di investimento, piuttosto, è capace di innescare un circolo virtuoso.
Chi non investe in ricerca e sviluppo deve rassegnarsi a subire la cosiddetta fuga dei cervelli. I più brillanti giovani emigreranno laddove avranno maggiori possibilità di vedere valorizzate le proprie capacità.
Ora, l’ educazione di un giovane per tutto il periodo dell’ obbligo e delle superiori è comunque un costo non indifferente per la comunità, che investirà magari meno di altri, ma comunque spende parecchio per le scuole. Se il giovane talento emigra proprio al culmine dei propri studi, è chiaro che l’ investimento fatto per istruirlo sono stati una pura perdita, mentre i frutti del suo talento andranno capitalizzati dal paese che lo accoglie, e che per lui non ha speso nulla.
Insomma, chi investe di più si trova a tempo debito a raccogliere sia i frutti del proprio investimento, che i frutti di chi ha investito poco. A chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quello che ha…
Una regola che funziona in molti campi dell’ attività umana.
 
Oggi gli Stati Uniti possono scegliere il meglio dei talenti di tutto il mondo, possono scremare il fiore di quanto producono i paesi meno avanzati, ed utilizzare i risultati di tutti questi talenti. I paesi poco avveduti spendono (poco, ma spendono) e non capitalizzano proporzionalmente il frutto dei loro sforzi.
Così va il mondo.
 
Dove si posiziona l’ Italia in questo contesto ?
Esistono varie graduatorie delle migliori Università del mondo, ed i risultati variano un po’ dall’ una all’ altra in base ai paramentri che vengono considerati rilevanti.
In tutte però gli Stati Uniti fanno la parte del leone, seguiti dalla Gran Bretagna. Con un gran distacco, seguono i soliti noti: Giappone, Francia, Germania, Olanda, Canada, Svezia, Australia, nonché qualche sorpresa, come Russia, Corea, Singapore, Hong Kong.
Non esistono università italiane fra le prime cento del mondo nel loro complesso, limitatamente alle discipline ingegneristiche il Politecnico di Milano, che è la prima in Italia, occupa solo il 63° posto, in medicina la prima italiana è al 144° posto.
Il resto ve  lo lascio immaginare.
 
Insomma, se un trend si può individuare, è indiscutibilmente un trend al ribasso. Stiamo “scivolando” verso il fondo classifica, verso la zona dei Paesi che non sono più leaders economici ma “mercati” dove le grandi economie si confrontano senza esclusione di colpi  e senza timore di ritorsioni, dumping e cartelli e via dicendo.
E quando sento esponenti del Governo consigliare ai giovani precari in cerca di lavoro di andare a scaricare casse di frutta all’ Ortomercato, mi viene la percezione che è proprio lì, verso quel Mediterraneo da cui tutti gli altri cercano di affrancarsi, che noi invece siamo diretti.
 
 

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18 commenti su “Il club dei salvati

  1. SAMOTHES ha detto:

    ma che tristezza … ma davvero… ma che tristezza! E però tutto questo lo si avverte concretamente eccome. Io ne conosco tantissii di ragazzi che hanno mollato l'università per il lavoro. Troppi. E altrettanti e forse ancora di più ne consoco che non sono andati oltre alla scuola dell'obbligo… praticamente il 70 % dei miei coetanei. E io sono nata e cresciuta al nord. Mah… 

  2. SAMOTHES ha detto:

    Però c'è da dire una cosa.. io non ho 20 anni. 😛 E pensavo che magari nel tempo le cose si son evolute positivamente in tal senso. E può darsi che qui nel nord del paese sia anche stato così, ma da qual che mi dici Melo, non mi sembra, non mi sembra proprio. 

  3. egle1967 ha detto:

    Investire in ricerca e sviluppo è fondamentale ora più che mai e deve partire dalle università questo discorso. In italia fin'ora si sono avuti aiuti ( incentivi fiscali) per le imprese che lo facevano, ma ti posso assicurare che le situazioni REALI di ricerca e sviluppo sono state poche rispetto a quelle fintamente create per sgravarsi ulteriormente dalla pressione fiscale. SAi che statisticamente , l'Italia è il paese con il più basso tasso di percentuale di stanziamenti pubblici per R & S dei principali paesi industrializzati
    Nel 2008 lo Stato ha investito in Italia 10 milioni di euro contro i 100 milioni degli Usa? Seguono fanalini di coda, ma pur sempre con percentuali più alte delle nostre, il Giappone, la Germani, l'Inghilterra e la Francia.

    La figura professionale del "ricercatore" trova poco spazio in Italia. Ci sono pochi posti occupati in tal senso…e io mi domando, ma dipende dalla domanda o dall'offerta. Mi sembra che tutti i sistemi economici, soprattuto degli ultimi 30 anni si fondino sull'offerta o sbaglio? Aiutami tu, perchè di storia economica e di teoremi ne so poco niente.

    Ma tu nel tuo post trovi la risposta a questo, mi sembra.
    L'incapacità di pensare ad un progresso, al fatto che i frutti si colgono dopo molti anni di impegno e questo "sacrificio" pare non sia disposto a farlo nessuno, non si riesce a guardare al futuro. Si pensa al qui e subito e al ritorno immediato delle cose.

    Bello e interessante il tuo post!

  4. melogrande ha detto:

    @Sam
    Sembra proprio che le cose stiano cambiando in peggio, semmai.
    Non sono in grado di giudicare nel merito, ma quello che ho capito è che i giovani considerano la laurea triennale tempo perso, in quanto non offre un vero "salto di qualità" nella successiva ricerca di lavoro, e l' intero cursus universitario un lusso che pochi ormai si possono permettere.
    Di conseguenza, preferiscono lasciar perdere ed iniziare subito il calvario di lavori precari nella speranza di arrivare prima o poi ad un impiego stabile.

  5. melogrande ha detto:

    @egle
    Quello che dici è verissimo.
    Avevo trovato anche le statistiche, che poi ho deciso di lasciar fuori per non appesantire ulteriormente un post che di numeri ne cita già tanti. 
    Comunque, la realtà sul numero di ricercatori è la seguente:

    USA 1.150.000
    Giappone 650.000
    Germania 240.000
    Francia 155.000
    Gran Bretagna 147.000
    Italia 70.000

    cioè meno della metà rispetto a paesi omogenei al nostro per popolazione e dimensione economica. 

    E' per questo che molti giovani brillanti cercano spazio all' estero, generando una perdita di talento creativo di cui nessuno pare preoccuparsi più di tanto.

  6. capehorn ha detto:

    Se é vero che un popolo che non ha memoria del suo passato, rischia di non avere un futuro, allora, quel popolo é proprio il nostro.
    Non solo scendiamo paurosamente e clamorosamente la china riguardo gli investimenti industriali, ma quel che é peggio, non investiamo in cultua.
    Ricerca scientifica: quasi azzerata, sfruttamento (non nell'eccezzione classica del termine) delle risorse scientifiche ottenute: nullo.
    Tagli barbarici alla scuola e a ciò che é collegato ad essa: degni delle più efferati stragi storiche (A scelta)
    La ricerca, l'insegnamento é investimento di lungo, se non lunghissimo periodo. Studiamo ora e ne godranno le generazioni future.
    Ricerchiamo adesso, ma vedremo, se vedremo, i frutti dopodomani.
    In una società del tutto subito, anzi prima, come é quella che abbiamo impostato, ciò non é minimamente pensabile. Occorre poi guardare anche come viene svolta la ricerca e da chi.
    Quante volte emergono "Parentopoli" di vario grado. Non più sei gradi di conoscenza.
    Basta un grado di parentela per far più della scoperta del bosone di Higgins.
    Poi abbiamo il cuorioso vezzo di impegnare soldi, così, come capita. Con quell'insistenza pioggerillina di euro lanciati per aria. Non ci sono settori per cui si debba spendere, giustamente di più e altri meno. O comunque con risorse oculate. I soldi si buttano a caso e se lo "Stellone" illumina la scena, allora ecco ceh potrebbe emergere il genietto. Che naturalmente visti i presupposti, come coglie l'occasione di far fruttare i propri carismi fuori da certi circuiti e logiche, farà godere altri dei suoi sforzi scolastici. Impoverendoci.
    Da una parte perché non avremo brillanti menti, dall'altra perché quel luccichio lo dovremo pagare caro e salato.
    La colpa naturalmente non é solo dello Stato, ma anche dell'Industria in generale, proprio per ciò che ho scritto prima .
    Tutto, subito, anzi prima. L'industria vuole risultati immediati o quasi e poi una cultura di ricerca é sì, nelle nostre corde, ma per lo più affidata a pochi illuminati e fortunati.
    Non é più tempo di rinascimento, se non lo avessimo ancora capito.

  7. egle1967 ha detto:

    La cultura del qui e subito e del buttare i soldi a caso si manifesta chiaramente nell'aumento di acquisto di biglietti della lotteria, enalotto e gratta e vinci. Nessuno riesce a credere in un futuro da costruire. Se non è tempo di Rinascimento , è tempo di Medioevo?

  8. SAMOTHES ha detto:

    Mi piace lo spirito ottimistico che si respira quiando si analizzano le cose per quelle che sono…
    vabbèh… io so per certo che chi ritiene la triennale un percorso che non porta da nessuna parte in termini concreti, ha ragione… e infatti penso che un giovane che si iscrive alla triennale dovrebbe farlo, per come stanno le cose oggi, con l'unico obiettivo di terminare il ciclo quinquennale.
    Diverso è se si vuol vedere la cosa esclusivamente in termini di crescita personale; allora in tal caso la triennale serve; ma mi chiedo: che se ne fa un giovane di una laurea triennale se non trova da nessuna parte modo e occasione per farla poi fruttare nel mondo del lavoro e dovrà comunque andare a fare il precario, se gli va bene?
    Non che un laureato con la quinquennale se la veda meglio, però forse qualche chances in più ce l'ha, proprio in virtù del fatto che avrà sempre meno concorrenza. E questo sa di classismo ed è tremendamente triste e preoccupante.
    Perchè è vero che comunque non tutti possono permetterselo e se non basta la stupidità dilagante che è stata diffusa con la cultura del "tutto e subito" di cui qui si parla, basta la paura delle ristrettezze economiche a far cambiare strada.
    Non che un precario se la passi gongolando e sorridendo, ma perlomeno supplisce alla fobia (concreta) di non dover morire di fame.
    Lo studio sta diventando un lusso per pochi e in fin dei conti mi sembra sia questo che si vuole da un po' di tempo a questa parte, no? Perchè per arrivare a questo sono state prese delle decisioni, son state fatte delle scelte precise, mica ci si è arrivati per caso.

  9. melogrande ha detto:

    Cape,

    Gli americani sono maestri di consumismo, eppure quando si tratta di ricerca e sviluppo sanno bene che è la fonte della loro supremazia. 
    Investono senza risparmio, e si accaparrano il meglio dell' intelligenza mondiale come ho cercato di mostrare.

    Quanto poi a mantenere il posto di lavoro, al ricercatore universitario americano non serve avere uno zio primario: ha bisogno del parere favorevole dei suoi colleghi, degli amministratori nonchè degli studenti che seguono i suoi corsi (e che pagano profumatamente per questo).

  10. melogrande ha detto:

    Egle, Sam, quando i tempi sono incerti la gente si aggrappa dove può, tutto fa brodo…

    (Certo, forse è meglio che la smetta di pubblicare post con effetto ansiogeno depressivo sui miei pochi frequentatori…)

  11. SAMOTHES ha detto:

    NOn è colpa tua Melo, io so' ansioggena di mio in questo periodo e proprio per motivi legati a queste questioni qui, pensa :P…. Ne riaparliamo fra qualche giorno magari, sperando di aver riacquistato un po' di ottimismo nel frattempo.  Sperem…

  12. melogrande ha detto:

    Che Atena dea della sapienza ti protegga…
    (Se vuoi ti presto la mia civetta, va', ma guarda che non garantisco niente…)

  13. SAMOTHES ha detto:

    grazie, la prendo allora, non si sa mai… 

  14. egle1967 ha detto:

    L'effetto ansiogeno c'è ma mica per i tuoi post …anzi ..

  15. melogrande ha detto:

    Ecco, appunto…che dire di fronte a cose così ?
    Un applauso. !

  16. astrogigi ha detto:

    a me è caduto un rene…il resto era già caduto per lo scempio politico degli ultimi 30 giorni….

    ci vorrebbe Mike….Sempre più in altoooooooooooooooooooooo

    mamma mia…

    ciao Melo

    fra poco arrivo….spero….

    (sto ultimando riprese di Giove non male….)

    GB

  17. melogrande ha detto:

    Chi non fosse ancora sufficientemente depresso può aiutarsi consultando il rapportoOECD – Education at a Glance 2011 emesso proprio oggi.

    Nella sintesi che ne fa il Corriere:

    Quanto alla spesa destinata all'istruzione, nel 2008 in Italia era pari al 4,8% del Pil: 1,3 punti percentuali sotto la media Ocse (6,1%). Un dato che posiziona il nostro Paese al 29esimo posto sui 34 Paesi che aderiscono all'Organizzazione.
    Il rapporto evidenzia anche la scarsità di laureati: sono il 14% della popolazione adulta (solo Turchia e Brasile ne hanno meno) e il 20% della fascia di età 25-34 annicontro 37% della media Ocse (il che relega l'Italia al 34esimo posto su un totale di 37 Paesi considerati).

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