Davide dalla finestra

 

 

 
Guarda dalla finestra e dimmi cosa vedi.
Vedo Davide che entra nel Micky’s Bar come fa sempre a quest’ ora quando si trova a Milano.
Entra con la sua andatura dinoccolata, le spalle leggermente curve, il passo un po’ incerto come se provasse un leggero imbarazzo per essere alto e, come si usa dire, uno splendido quarantenne appena brizzolato e un po’ stempiato.

Il Micky’s Bar si trova in centro, in uno dei vicoli stretti ed ombreggiati che si diramano poco dietro le strade più famose ed affollate. Strade, quelle, ostaggio dello shopping ad oltranza; i vicoli, invece, curiosamente silenziosi e freschi, monopolizzati dagli uffici e da pochi residenti assai benestanti capaci di far fronte agli astronomici prezzi per metro quadro. Come se quest’ aria di agiatezza che non necessita di essere ostentata tenesse a distanza, invisibile fantascientifico schermo, un volgo un po’ vergognoso e consapevole.

La gente normale da tempo non abita più qui, insomma, ed il quartiere ne ha ricavato un carattere un po’ schizofrenico, quieto ed ovattato per gran parte della giornata e per tutto il fine settimana, si anima soltanto negli orari in cui gli impiegati entrano o escono dagli uffici.
In quei momenti, qui è tutto un vocio ed un calpestio di passi affrettati, un ticchettio di tacchi a spillo, un colorato sventolio di cravatte firmate e tailleur griffati,  perché gli uffici che si possono permettere di stare da queste parti tacitamente esigono un’ adeguata presenza da parte di chi ci lavora.
Gli impiegati stanno appunto sciamando per la pausa pranzo, ed il Micky’s Bar ben si adatta allo standard del quartiere, piccolo ma curatissimo, persino con qualche punta leziosa come il fiore fresco che ogni giorno adorna, in un piccolo vaso di design, ciascun tavolino. Il proprietario non appartiene certo alla upper class, ma ha avuto fiuto a sufficienza per adeguarsi alle aspettative della clientela con una tavola calda ricercata e curata, perché questa gente occorre saperla stuzzicare a dovere.
 
Adattandosi ai ritmi del quartiere, dunque, il Micky’s Bar alterna lunghi periodi di sonnacchiosa indolenza a brevi frenetiche fasi meridiane, quando ogni tavolino, ogni centimetro di bancone, ogni angolo del piccolo locale è gremito come un ronzante nido d’ api da impiegati vocianti e ben vestiti, tutti naturalmente con i minuti contati come il rango impone. Ed ancora più frenetici appaiono gli altri, gli esclusi, quelli che fuori si accalcano nell’ attesa che si liberi un qualsiasi angolino.
In questo bailamme Micky, o Michele, si aggira con l’ aplomb dell’ ape regina, come un navigato direttore d’ orchestra che incoraggia, rassicura, dispensa sorrisi, sollecita il personale a dare il meglio di se in un crescendo di piadine ed insalate esotiche, un contrappunto di panini eccentrici e macedonie, l’ adagio finale di caffè e conto, così che il frettoloso quadro aziendale venga servito con rapidità ed efficienza, si compiaccia del cibo e del servizio e soprattutto, vero aspetto cruciale della direzione d’ orchestra, lasci rapidamente libero l’ ambito posto a sedere.
Nel pieno dell’ esecuzione di questa ben oliata partitura sinfonica, vedo dunque Davide entrare nel bar con finto imbarazzo e vera sicurezza, facendosi largo fra gli appostati pretendenti, salutare con un gesto della mano il proprietario, dirigersi senza esitare verso il tavolo d’ angolo e con voce squillante interpellare il cameriere al quale ostrusice il passaggio: “Presto, un panino bresaola e caprino !” mentre, al tavolo, tutti si stringono per fargli posto.
 
Lo conoscono tutti, Davide. Manifesta un’ eleganza non forzata sia nel vestire che nei modi, quell’ eleganza che non ha bisogno di griffe in mostra ed appartiene a chi è cresciuto fra scuole private e frequentazioni altoborghesi. Chi lo conosce sa che la perenne abbronzatura non è frutto di ordinarie sedute sotto lampade a raggi UVA ma di assidua pratica velica. E del resto, è abbastanza noto che Davide lavori un po’ per svago, benestante com’ è, e passi quasi più tempo in vacanza che al lavoro. Tutti sanno che abita in un quartiere ancora più esclusivo, in un grande appartamento in uno splendido palazzo ottocentesco, vetrate in ferro battuto e scale di marmo, soffitti a volta e giardino interno. Lo sanno anche perché in quell’ appartamento Davide organizza regolarmente cene e feste.
 
Qualcuno gli chiede della sua macchina nuova, una lussuosa berlina inglese. “Quando ti decidi a farti la Mercedes ?” gli chiede qualcuno. “Non mi piacciono” risponde lui con una serietà sproporzionata, come se nelle parole ci fosse qualcosa in eccesso.
 
Davide nel frattempo si è infilato nella comitiva, rapido ed impercettibile come un prestigiatore che rimetta nel mazzo la carta scelta dallo spettatore.
E proprio come in un gioco di prestigio si trova a sedere accanto a Rossella.
Si siede, sorride e chiacchiera, risponde a tutti, sorride a tutti. Nessuno l’ ha mai visto di cattivo umore.
“Non è che hai ripreso a fumare ?” s’ informa Piero con un tono fintamente severo.
Piero è l’ opposto di Davide, un folletto piccolo e vivace, pare avere il dono dell’ ubiquità oltre ad un gusto pronto per la battuta tagliente che lo rende il più delle volte una naturale spalla per Davide.
“Neanche per sogno, sono tre settimane che non tocco una sigaretta e sto benissimo” risponde serissimo quest’ ultimo. “Davvero, sai ?”. Piero lo guarda impassibile, senza dire niente.
“Va bene, stamattina in macchina ho stretto uno in curva senza motivo, ma a parte quello, sto bene, giuro”.
Rossella ride, ride di gusto e piccole scintille come un balenare di stelle in pieno giorno illuminano i suoi occhi azzurri, sottolineati da una ragnatela di piccole rughe. Ride e le compaiono le fossette sulle guance come quando era bambina, incongrue e persino commoventi su una donna di quasi trent’anni.
 
E’ stato un grande amore. Erano i più belli, i più brillanti. Avevano classe da vendere.
Come giovani déi frequentavano i circoli della vela, le stazioni sciistiche, i piccoli borghi della Costa Azzurra. Francis Scott Fitzgerald e Zelda ?
Qualcosa del genere, senza la follia conclamata, benché con un elevato numero di idiosincrasie condivise.
L’ eccesso di intelligenza rende instabile la personalità, e di intelligenza se ne faceva spreco, fra lui ne lei. Ne avevano troppa entrambi, ad entrambi mancava la moderazione. Il loro amore divampava come un incendio nella foresta, visibile a distanza come una nube luminosa che li circondava entrambi, una fiamma che divampò più a lungo di quanto si potesse prevedere.
 
Un brutto giorno di gennaio lei gli confessò una cosa e lui si arrabbiò moltissimo.
Non aveva mai voluto sentir parlare di matrimonio, e meno ancora voleva trovarsi figli tra i piedi, e questa cosa non era in discussione. Lei gli vide una durezza che non aveva mai scorto, né sospettato. Pianse ed urlò, batté i pugni contro il suo petto. Lo odiava, disse. Lui non si mosse di un millimetro.
Lei fece in fretta quello che lui si aspettava, e subito dopo lo lasciò.
Lui non fece nulla per riprendersela.
 
Davide aveva un fratello ed una sorella, e nessuno dei due si era sposato. Vivevano da single entrambi, avevano successo sociale come lui, e nessuno dei due aveva un lavoro fisso. Lavoravano come free lance, quando capitava l’ occasione, e quando non capitava vivevano di rendita.
Il padre era stato un industriale di un certo successo, avevano un’ industria meccanica e, benché la fabbrica avesse da tempo chiuso i battenti, c’ erano le proprietà, ville sul lago e appartamenti in città. Niente di cui preoccuparsi, per il momento.
 
Un giorno, parecchi anni dopo, venni a sapere che Davide aveva venduto l’ appartamento e si era trasferito in un condominio più in periferia. “Quella casa era un continuo impegno, a star dietro alle riparazioni, alla manutenzione e tutto il resto. Adesso si trova molto meglio”. La barca invece l’ aveva trasferita dal lago alla Costa Azzurra. Sembra impossibile, costa persino meno.
 
Passarono gli anni, quelli della Milano da bere, della pubblicità, dei tipi rampanti e delle tipe appariscenti. Gli anni passano e le persone si muovono. Persi di vista Davide e tutti gli altri. Dalla finestra non vedevo più il Miki’s Bar.

Fu solo parecchi anni dopo che ne sentii parlare nuovamente, incontrando per caso Rossella. Anche lei aveva lasciato Milano, cambiato lavoro, era tornata a vivere nel suo paesino in riva al lago. Non si era sposata. Aveva mantenuto una bellezza quieta ed un po’ malinconica, come un bosco d’ autunno. Gli occhi erano sempre limpidi e trasparenti.
Mi raccontò che il fratello di Davide era morto l’ anno prima, a seguito di una brutta polmonite, e che Davide e la sorella vivevano insieme, adesso, in periferia.
 
Davide ed i suoi fratelli erano ebrei.
Avevano fatto parte della grande borghesia lombarda.
I genitori erano stati piccoli industriali del primo Novecento, poi travolti, ancora increduli ,dalle leggi razziali, quindi arrestati e deportati in Germania, inghiottiti dal grande buio. Nessuno ne aveva saputo più nulla. I tre figli si erano salvati a stento ed all’ ultimo momento, portati di notte in Svizzera attraverso le montagne e nascosti presso amici fidati.
Una piccola storia, è vero, nient' altro che una minuscola fiamma nel falò dell’ Olocausto fatto di milioni di piccole fiamme simili a questa.
 
Quando tutto fu finito, Davide ed i suoi fratelli ritornarono, si curarono in qualche modo le ferite e decisero che ad un odio così assoluto da farsi sterminio non poteva darsi risposta alcuna. Di comune accordo stabilirono che l’ oggetto di un simile odio poteva, e voleva, soltanto sommessamente scomparire.
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Annunci

5 commenti su “Davide dalla finestra

  1. egle1967 ha detto:

    letto d'un fiato. le parole mi hanno rapito ed è come de Davide l'avessi visto anch'io.
    Complimenti!

  2. melogrande ha detto:

    Grazie Egle ! Magari e’ cosi’ perche’ l’ ho scritto tutto d’ un fiato….

  3. capehorn ha detto:

    Rimane il rammarico di una scelta così radicale.
    Sparire, sottotraccia, per dimenticare e far dimenticare uno dei più grandi scempi che l'uomo ha inflitto all'uomo..
    Quasi a scusarsi di essere sopravvissuti, di non essere capaci a rispondere alla terribile domanda:" Perché io?"

    Bello e struggente. Un regalo prezioso.

  4. Questo racconto (così misurato e avvolgente) mi ha riportato alcune atmosfere de Il giardino dei Finzi Contini, per l'attenzione che riserva non solo ai personaggi ma anche ai luoghi.
    I luoghi sono spugnosi: assorbono e conservano le tracce e continuano a restituirle, nel tempo.

    Credo sia vitale tenere aperte le pagine di una Storia che dovrebbe restare conficcata come una spina nella coscienza collettiva: la memoria va coltivata quale bene comune.
    (grazie)
    z. 

  5. melogrande ha detto:

    La vicenda è un' invenzione narrativa, benché i personaggi siano ispirati a persone che ho conosciuto. Per quello che ne so, le cose potrebbero essere come le  ho raccontato, oppure no, non è la cosa principale.
    Contribuire a ricordare, è importante.

    Se poi le parole sono anche riuscite a destare qualche vostra emozione, ne sono felice, ed anche un po' orgoglioso…

che ne pensi ?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...