In cinque giorni è cambiato tutto

rettile 
Lasciatemi fare ancora un ragionamento, poi la smetto con l’ attualità.
Promesso.

 
Per molto tempo ho sentito dire che, benché l’ Italia abbia un debito pubblico enorme, oltre il 120% del PIl, che sarebbe come dire per uno di noi avere più debiti di quello che riusciamo a guadagnare in un anno e rotti, la situazione del Paese non è poi così grave come potrebbe apparire a prima vista.
E non è così grave perché le famiglie italiane risparmiano molto.
In pratica, lo Stato italiano emette molti titoli per finanziarsi, ma questi titoli li comprano in gran parte gli italiani stessi, la cosa resta in famiglia, per così dire, e non comporta grossi motivi di preoccupazione per gli altri Paesi dell’ euro. Sono fatti nostri, più o meno.
 
Sarà. Non posso dire di trovare convincente questo ragionamento, perché se mio padre dilapida ed io continuo a prestargli quattrini, lui si sentirà magari sereno perché non deve chiederli alla sua banca, ma io dormirò male. Sorvoliamo.

E sorvoliamo pure sul fatto che non è neppure del tutto vero l’ assunto, il 40% e più del nostro debito è in mano a investitori stranieri. Come che sia, siamo riusciti per parecchio tempo, con simili argomenti, a convincere i nostri colleghi europei a disinteressarsi, per così dire, dell’ Italia.
Bene.
 
Il debito pubblico italiano è dunque nelle mani delle famiglie italiane che, virtuosamente, risparmiano e comprano Buoni del Tesoro.
Dove tengono le famiglie italiane tutti questi titoli ?
Una volta li tenevano in casa, nella cassaforte di famiglia (chi ne aveva una), ed io mi ricordo questi foglioni filigranati da cui una volta all’ anno occorreva proprio ritagliare materialmente con le forbici, “staccare” la cedola per portarla in Banca a riscuotere gli interessi.
Scene “Vintage”.
 
Oggi i Titoli di Stato, come quasi tutti gli altri, sono immateriali, virtuali, non ti consegnano un bel niente. Se li vuoi comprare devi chiedere alla Banca, questa apre a nome tuo un Conto Titoli, o Deposito Amministrato in cui la Banca stessa custodirà (dietro compenso, è ovvio) i tuoi titoli, occupandosi di staccare virtualmente cedole immateriali accreditandoti il controvalore sul conto, che poi tu potrai prelevare sotto forma di banconote sperabilmente tangibili, finalmente.
Oltre alle commissioni bancarie, anche lo Stato esige il suo, come lo vogliamo chiamare ? pizzo ?, insomma la sua tassa nella forma di un bollo annuo di (finora) 34 euro. In pratica, se voglio prestare soldi allo Stato devo prima pagare al medesimo un bollo annuo, addizionale rispetto alle tasse che già mi impone sugli interessi che mi riconosce. Suona strano, ma è così. Amen.
 
Ai primi di Luglio, in preda al panico da manovra estiva, non sapendo più dove andare a tirare fuori quattrini, il governo decide che i depositi bancari sono una preda appetibile, e soprattutto facile da individuare e colpire, immobilizzata com’è, basta chiedere la lista alle banche.
Decide dunque di ritoccare il bollo modulandolo con varie aliquote a seconda della consistenza patrimoniale (N.B. che ciò non vi faccia venire in mente di chiamarlo imposta patrimoniale, che quella – lo sanno tutti – è roba da comunisti).
In pratica il risparmiatore che possiede titoli, azioni, fondi di investimento, insomma il risparmiatore che investe in qualche modo i suoi risparmi, se appena appena questi superano la soglia complessiva di 50,000 euro, denotandolo quindi come un Paperone, si vede, da subito, raddoppiare il bollo a 70 euro, ma è solo una condizione transitoria, perché tale bollo si stabilizzerà a ben 230 euro l’ anno.
Ora, 230 euro su un patrimonio di 50.000 non sono pochi, equivalgono ad un prelievo dello 0,5 % su titoli che al netto rendono a fatica l’ 1,5 %. Se poi il deposito contiene anche azioni, la faccenda si complica anzi si semplifica, perché la tassa va pagata sempre e comunque, sia che le azioni salgano, sia che scendano di prezzo, sia che fruttino dividendi sia che non ne fruttino. La tassa va pagata non perché quelle azioni producano un reddito ma semplicemente perché quelle azioni costituiscono un patrimonio (attenti però a non chiamarla imposta patrimoniale, ecc. ecc.).
Se infine il nostro risparmiatore ha avuto la sventura o l’ imprudenza di risparmiare ed investire oltre 150,000 euro, allora le cose per lui si mettono male davvero, con una tassa immediata di 240 euro, ed in prospettiva di quasi 800 all’ anno, tutti gli anni, indipendentemente, ecc. ecc.
 
Insomma, ci siamo capiti.
Resta da immaginare come potrebbe reagire il risparmiatore medio italiano di fronte ad una novità del genere.
Non è difficile.
Esaurite le doverose imprecazioni, il risparmiatore medio va subito a controllare il controvalore, la consistenza del suo patrimonio mobiliare, vale a dire quanti soldi stanno complessivamente nel suo conto di deposito.
Assumiamo che scopra di possedere, diciamo, 60,000 euro in totale. Sarà ragionevolmente portato a pensare che gli conviene liquidarne una parte, vendere subito un po’ di titoli ed azioni in modo da riportarsi sotto la soglia dei 50,000 euro, in modo da evitare di pagare la tassa in misura aumentata.
E se invece scoprisse di possederne 40 o 45,000 ?
Beh, allora non farebbe nulla, e di sicuro non comprerebbe i titoli liquidati del risparmiatore di prima, per non rischiare di “sforare” lui la quota. Giusto ?
Non parliamo poi di chi scoprisse di possedere oltre 150,000 euro in titoli ed azioni.
Troverebbe assai conveniente disinvestire e spostarne la gran parte – ad esempio – su un deposito postale che per imperscrutabili motivi non è soggetto a rincari analoghi.
 
Insomma, questi sono piccoli esempi, ma il quadro è chiaro: il comportamento che è lecito attendersi da una massa di risparmiatori di media intelligenza è proprio quello di vendere titoli ed azioni o evitare di comprarne altri.
In fondo, neppure di intelligenza si tratta, ma di pulsione primordiale di fuga per evitare una punizione.
Cervello rettiliano.
 
Tutto questo accadeva agli inizi di Luglio, la manovra annunciata il 4 entrava in vigore con vari aggiustamenti, il 15.
Come siano andate le cose è noto.
La borsa di Milano ha perso il 25% in un mese.
I titoli di Stato a lungo termine da tanto tempo si muovevano intorno al 3,5 % di interesse, con uno spread di 100- 150 punti rispetto a quelli tedeschi, il che vuol dire che il Governo italiano doveva pagare tra l’ 1 e l’ 1,5 % in più di quello tedesco per finanziarsi. In pochi giorni ha dovuto pagare fino al 3 % in più ed oltre, con tassi che sono arrivati a sfiorare il 7 %.
Insomma è stato proprio come se alcuni cercassero di vendere titoli ed azioni, e gli altri si rifiutassero di comprarli ?
Già.
Chi se lo poteva aspettare…
 
Se i risparmiatori italiani non comprano più titoli di Stato, lo Stato per finanziarsi deve cercare di venderli all’ estero. Ma gli investitori esteri sono assai diffidenti, per non dire prevenuti nei nostri confronti, e non si commuovono se non vedono tassi di interesse talmente elevati da giustificare il rischio. Ecco che i tassi sui BTP sono schizzati così in alto.
Il che però vuol dire semplicemente che i soldi della manovra non bastano più e ne servono altri.
 
Se vi corre un brivido per la nuca è cosa buona: il meccanismo è spietato nella sua dinamica.
A mano a mano che i tassi salgono, il debitore si trova sempre più in affanno a trovare i soldi per pagare gli interessi. È costretto a fare nuovi debiti per pagare gli interessi su quelli vecchi, ed i nuovi debiti sono a condizioni sempre più gravose, a tassi sempre più alti perché si diffonde la percezione delle sue difficoltà e sempre meno gente è disposta a prestargli altro denaro.
Un meccanismo ben noto a qualsiasi usuraio, nonché agli investitori professionisti.
E’ più o meno quello che è successo alla Grecia un anno fa, con tassi che erano al 4% a gennaio 2010, al 7 % ad aprile per arrivare al 20 % alla fine dell’ anno, ha subito ripetuti declassamenti da parte di agenzie di rating bravissime ad individuare i problemi finanziari dopo che si sono manifestati sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo.
 
Ed è così che il governo più anti-europeista della storia d’ Italia si è trovato a dover invocare l’ intervento della Banca Centrale Europea perché comprasse lei quei Titoli di Stato che solo un mese prima erano “fatti nostri”.
Accettando le condizioni imposte per la concessione del favore.
 
Ognuno agisce pro domo sua, si capisce.
L’ Italia non è la Grecia, le dimensioni della sua economia sono sei-sette volte superiori ed altrettante volte sarebbe più difficile il suo eventuale salvataggio. Il tracollo sarebbe violento per l’ euro. Volenti o nolenti, i partners europei si sono dovuti prestare subendo essi stessi, subito dopo, severe punizioni sui mercati.
 
Ma è davvero possibile che tutto questo sconquasso sia nato da un piccolo improvvido intervento del Governo sui Conti di Deposito dei risparmiatori italiani ?
Sinceramente non posso affermarlo con certezza, sarebbero necessari dati a cui non ho accesso, e so che è difficile crederlo.
 
Eppure, ogni valanga comincia da una pietruzza, un battito d’ ali di farfalla in Giappone provoca un tornado in Perù, ed ogni lacrima è una cascata…
 
 
 

 

 
 
 
 
 
 
 
 

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7 commenti su “In cinque giorni è cambiato tutto

  1. egle1967 ha detto:

    Una volta si diceva che il battito d'ali di un afarfalla in Giappone poteva provocare un acatastrofe nell'emisfero opposto. Mi sembra che questa iperbole si sia realizzata in economia, attraverso il denaro che essendo virtuale non conosce nessun attrito. Enormi masse di denaro che si spostano, ma non ci sono!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!La cosa più inquietante in questo sistema è il nostro senso di impotenza. Percheè nessun individuo e Stato sembra capace di governare il proprio destino, e questo perchè non ci considera ancora cittadini di un unico Stato che è la Terra, concetto che puo' sembrare utopico, ma che invece lo è solo nelle nostre menti percheè nella realtà economica e finanziaria si è già realizzato.Si conitnua a mettere nel sistema altro denaro inesistente che si abbatterà su di noi come un o tsunami. Forse dobbiamo smettere di "crescere" e a "modernizzarci" per allentare questa morsa. Ma non ho proprio idea da dove si possa cominciare, forse basterebbe fermarci un attimo a pensare che c'è la possibilità di fermarci, anche. Ma è difficile rinunciare , anche di fronte al disastro, che forse non si percepisce a chiare lettere, agli standard di benessere acquisiti.

    Ottima analisi e spunto di riflessione, come sempre.
    Ciao.

  2. melogrande ha detto:

    Di sicuro il sistema politico è in ritardo anni luce rispetto a quello economico, essendo rimasto "locale" di fronte ad una economia diventata "globale".
    Ma il fatto è che neppure l' economia globale pare in grado di governare se stessa.

    La massa di denaro avulso da qualsiasi bene tangibile è ormai enorme, e la grande finanza agisce con dei programmi che reagiscono ai segnali del mercato e comprano o vendono di conseguenza in tempo reale. 
    Ora è evidente che se tutti hanno più o meno gli stessi algoritmi, TUTTI reagiscono, in tempo reale ALLO STESSO MODO.
    Vendendo, ad esempio.

    Così una crisi magari locale e di modesta enttà come quella che ipotizzo, si amplifica automaticamente e diventa valanga, prima che qualcuno riesca ad intervenire, come ci capita di osservare  sempre più di frequente. Tutti lo sanno ma nessuno sa cosa farci.

    Ed aspettiamo la prossima tempesta.

  3. capehorn ha detto:

    Come per il post precedente, la tua analisi ha dato  contorni capibili a noi umani.
    Ho capito pure io, che in econimia  non valgo un'emerita cippalippa.
    Credo che il mondo economico, si sia diilatato a dismisura e che non riesca neppure lui a governarsi. Le sue leggi le stravolge o le ha stravolte tanto che a questo punto si rivoltano verso di lui.
    Come dici, basta una crisetta, un intoppo banale nel meccanismo della consegna di una qualche materia prima, ad esempio ed ecco che prima va in crisi quel settore e a cascata paino piano tutti gli altri.
    Sono tempi segnati dall'avidità umana, che mai come adesso é insaziabile perché percora dalla paura di perdere le prorpie precipue spinte e perché teme di non avere più di che saziarsi. Un circolo malefico innestato da chi ama cibarsi delle malisorti altrui.
    La speculazione e i grnadi gruppi che alimentano e soreggono questo turpe gioco, ora come ora mettono a segno profitti enormi. Profitti del tutto virtuali, come lo sono le montagne di denaro che spostano sulla scacchiere economico. Non dimentichiamo che il denaro e il suo reale valore, ora come ora é distaccato dal valore delle materie prime e dai beni prodotti e dalle eventuali scorte. Poiniamo il caso che domani l'Italia chiuda i battenti, perché questa volta non ci sono effettivamente più soldi. I debitori nazionali ed esteri rimarrebbero con un palmo di naso. Cha farebbe la Germania, oppure la Francia? Come riuscirebbero  ad esigere i loro crediti? Per mio conto non penso neppure di andare alla Banca d'Italia con il mio BOT e chiedere il controvalore in denaro, visto che con quello a mala pena potrò acquistare un biglietto del metrò.
    Temo che ci siamo infilati tutti in un cul de sac, dal quale nessuo per ora, ha risposte chiare tanto da farci vedere la faticosa via d'uscita.
    Non penso al battito dell'ala di farfalla, ma temo piuttosto che ad un mio respiro,profondo più del solito, venga distrutta l'economia del Togo.
    Non saprei perdonarmi.

  4. melogrande ha detto:

    Capisco poco anch' io di economia, caro cape, ma certe volte il buon senso è più che sufficiente.

    Nei racconti medievali di cui ti diletti si pagava con monete d' oro, il valore delle quali era appunto l' oro di cui erano fatte.

    Poi si passò per comodità dei viaggiatori ad emettere "note di banco" cioè lettere di credito con cui il viaggiatore arrivato a destinazione poteva ritirare il denaro che aveva depositato alla partenza.

    Poi la nota di banco divenne banconota anonima, "pagabile al portatore", che in teoria poteva in qualunque momento andare in banca ed esigere l' equivalente in oro.

    Oggi non esiste più nessuna valuta che sia convertibile, la scritta "pagabile al portatore" è sparita e banconota è diventata un puro pezzo di carta di cui accettiamo il valore convenzionale, che non poggia su nessun corrispettivo tangibile.

    La finanza mondiale ha oggi dimensioni che sono (dicono) dodici volte superiori all' economia mondiale, cioè all' insieme di tutti beni prodotti in tutto il mondo.

    Un sistema del genere deve per forza diventare instabile, non ti pare ?

    Perciò ti prego, cerca di non starnutire…

  5. (sottovoce)

    E' proprio l'abisso che separa la dimensione della finanza mondiale dalla dimensione dell'economia reale a dare il senso di una precarietà galattica:  globalizzazione della paura e dell'incertezza.
    E' sconvolgente pensare che si produce e si vende debito.

    (E ho pure il raffreddore)

  6. melogrande ha detto:

    Esatto.
    Un tempo si investivano dei soldi per produrre qualcosa e venderla guadagnandoci un po'. Questa era l' economia. C' era una realtà soggiacente tangibile, fabbriche, macchinari, magazzini, beni materiali.

    Oggi non più, e gli effetti sono destabilizzanti. 
    Certo, la metafora di Bauman del mondo liquido è un po' abusata, ma non ne trovo un' altra che descriva meglio.

  7. capehorn ha detto:

    Ha ragione colfavore…. la globalizzazione non é solo un fatto economico, ma colpisce la natura stessa dei sentimenti.
    Paura ed incertezza, sono diventati convitati, non di pietra, alle nostre tavole.
    Anzi rivestono i panni degli anfitrioni e non si risparmiano, anzi  il loro iperattivismo a volte diventa così incontrollato e incontrollabile,tanto che, per assurdo, lo sternuto riuscirebbe a calmare le cose.
    Sempre che si abbia ancora voglia ed occasione per sternutire.

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