Farewell, welfare

Non è proprio un post ferragostano, questo, e me ne scuso.
Ma non è neppure un Ferragosto come tutti gli altri.


Tutta Europa è oggi alle prese con tagli e sacrifici.
Che dico Europa, tutto l’ Occidente.
E non è solamente una questione di debolezza dell’ euro, anche la Gran Bretagna ha avuto i suoi problemi ed ha varato l’ anno scorso una finanziaria che da quelle parti non si era mai vista prima neanche ai tempi della Tatcher.
Per non parlare dell’ America.
Bisogna ridurre le spese, recuperare l’ efficienza se si vuole essere competitivi.
Il fatto che il problema sia comune a tutti desta una certa curiosità, ed ancora di più ne desta il fatto che il soggetto sia l’ Occidente, cioè proprio il luogo dove i criteri di efficienza e competitività hanno preso forma.
Se tutti sono inefficienti, rispetto a chi o che cosa viene valutata questa inefficienza ?
C’è una risposta a tutto: siamo inefficienti rispetto alle economie emergenti che crescono assai più di noi.
È la globalizzazione, ragazzi.

Questo è certamente vero: Cina e India messe assieme ormai si avvicinano al Prodotto Interno Lordo dell’ intera Unione Europea. La sola India produce quanto Italia e Francia messe assieme, il Brasile ha sorpassato sia l’ una che l’ altra.

Qual’ è il segreto di queste nuove economie, perché sono così competitive (ed aggressive) da costringerci a correre ai ripari ?
In fondo usano il nostro stesso modello, no ?
È occidentale, infatti, e rigorosamente capitalista, il modello di sviluppo della Cina, dell’ India, della Corea, delle tigri asiatiche.
Proprio in questo consiste la globalizzazione, nella diffusione planetaria di modelli economici e sociali mutuati dall’ Occidente e che adesso vengono usati a discapito dell’ Occidente stesso.

I Paesi che si affacciano all’ industrializzazione lo fanno con metodi e criteri ben noti, che abbiamo inventato proprio noi in occasione della Rivoluzione Industriale: l’ inurbamento delle masse contadine, lo sfruttamento della manodopera, non esclusa quella minorile, i bassi salari garantiti da un serbatoio di diseredati che per di più in molti dei paesi emergenti è in crescita demografica tumultuosa.
Ed è anche questo, a ben vedere, un effetto, per una volta positivo della globalizzazione stessa: è infatti la diffusione della medicina moderna ed il miglioramento degli standard igienici a ridurre drasticamente la mortalità (in particolare quella infantile) ed innescare la reazione a catena della crescita demografica.

Il resto viene da sé. Come abbiamo sperimentato dalle nostre parti un secolo fa, la vita di un operaio in fabbrica, ancorché in condizioni di sfruttamento che oggi giudicheremmo spaventose, è pur sempre un’ alternativa desiderabile per chi proviene dalla campagna. Dentro la fabbrica non piove, ed il salario er quanto misero, arriva puntuale tutti i mesi, indipendentemente dalla stagione, dalla siccità o dalle carestie.

Con quale diritto possiamo allora opporci a che i cinesi o gli indiani o chiunque altro percorra lo stesso tragitto che ha portato i nostri nonni verso il benessere di cui noi oggi godiamo ?

Siamo di fronte ad un macro conflitto di interessi, in questo momento, una fase storica in cui chi si riconosce nei valori della uguaglianza e della solidarietà si trova davanti ad una specie di “alternativa del diavolo”, insomma.

Da una parte l’ esigenza di giustizia ed il principio appunto di uguaglianza impongono di riconoscere ai milioni di diseredati che per la prima volta si affacciano al benessere il diritto di perseguire, anche loro, una vita migliore, dall’ altro questo riconoscimento comporta l’ accettazione di un gigantesco travaso di ricchezza dall’ Occidente verso i Paesi che lo circondano e questa accettazione, neanche a dirlo, va a scapito del benessere delle fasce basse della popolazione dei paesi avanzati.
Da che parte stare ?

Torniamo per un attimo alla globalizzazione,ed ai fattori di successo di queste economie emergenti.
Da un lato c’è sicuramente il bassissimo livello dei salari, dall’altro l’ assenza di sistemi di protezione sociale. Non è così ?
Non del tutto, o almeno questo non può essere completamente vero per un paese come la Cina che non ha mai rinnegato il marxismo, pur sovrapponendogli il peggio del capitalismo.
E difatti non è del tutto vero.

Le leggi sulla tutela dei lavoratori in Cina non sono affatto da Terzo Mondo, il problema semmai è il mancato rispetto di queste leggi da parte delle imprese cinesi, e l’ acquiescenza del governo che chiude entrambi gli occhi.
Sono da Terzo Mondo i salari, naturalmente, ma qui, appunto, è difficile contestarne i principi.

Ci sono dei precedenti, seppure su scala più ridotta.
Uno dei precedenti siamo noi stessi, usciti a pezzi dalla Seconda Guerra Mondiale, rimessi in piedi grazie al Piano Marshall, abbiamo realizzato il miracolo economico degli anni 50.
Subito dopo è venuto il miracolo giapponese. Accusati all’ inizio di copiare di tutto e di più, e di sfruttare i bassi salari della loro manodopera, i giapponesi furono oggetto di una vera fobia, quella del pericolo giallo che ci avrebbe ridotti tutti sul lastrico.
Non è andata così.
Con lo sviluppo economico si sono alzati anche i salari, e questo ha portato ad un equilibrio abbastanza stabile in cui il Giappone è rimasto sì una grande potenza economica, ma non è più una minaccia per l’ intero mondo occidentale.
Né è stata poi sostanzialmente diversa la parabola della Corea. Oggi, gli operai coreani godono del tenore di vita più alto di tutto l’ Occidente (Sì, è proprio così. Dati OCSE).

La situazione di Cina ed India (o Cindia, come ormai si usa indicarle), è però molto diversa sul piano quantitativo. Tremendamente diversa. Stiamo parlando di due miliardi di persone, non di cento o duecento milioni.
Ed una differenza quantitativa può diventare qualitativa, se non si sta attenti, perchè se aspettiamo che le cose vadano come in passato, che i salari degli operai cinesi ed indiani crescano per effetto dell’ aumentato benessere riportando in equilibrio il sistema, beh, potremmo fare in tempo a morire di fame tutti quanti, nel vecchio Occidente.

Ecco perché, mentre da un lato pare inevitabile adattarsi ad una riduzione del nostro tenore di vita e dei costi di assistenza sociale, dall’ altro si può (e si deve) cercare di far salire il più in fretta possibile il loro tenore di vita, e questi non (soltanto) nel loro interesse, ma nel nostro.

Anche per il non trascurabile effetto, migliorando le condizioni di vita in quei paesi, di ridurre l’ incentivo ad emigrare, dovuto spesso più alla disperazione che al calcolo economico.

Anche questo, in effetti, reca un problema etico non indifferente.
“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti.”

Oggi, a noi viziati e privilegiati figli dell’ Occidente, appare innaturale che ci possa venire negato il visto di ingresso in un qualsiasi Paese del mondo, giusto ? Senza dubbio vivremmo un tale rifiuto come un’ inammissibile ed intollerabile limitazione della nostra libertà, un’ offesa ai nostri sacrosanti diritti.

Chi fa dei diritti dell’ uomo una bandiera si trova dunque nell’ impossibilità logica di negare ad un altro essere umano, qualunque sia la sua nazionalità, il diritto di cercare fortuna altrove, così come peraltro hanno fatto molti dei nostri nonni.
Ancora meno possiamo negare questo diritto dopo avere entusiasticamente (e forse un po’ avventatamente) predicato e messo in atto il principio della libera circolazione a livello mondiale dei capitali e delle merci. Perché mai i soldi e le merci sì e le persone no ?

Se questo suona ragionevole, dobbiamo accettare il principio che milioni di persone minacciate dalla fame e dalle malattie possano tentare di migliorare le proprie condizioni sviluppando l’ economia del proprio paese oppure emigrando in paesi più ricchi per cercare fortuna.

A questo punto, chi è ostile agli immigrati dovrebbe essere il primo sostenitore del miglioramento delle condizioni di vita nel  terzo Mondo, no ?
Più l’ immigrazione fa paura, più si dovrebbe far di tutto per favorire un rapido sviluppo delle economie del Terzo Mondo, in base al semplice principio che chi sta bene a casa sua ha meno voglia di affrontare i rischi, i sacrifici e le umiliazioni dell’ emigrante.
Elementare.

Il potere economico è oggi nelle mani delle grandi Corporation multinazionali, e sovrasta persino quelli dei singoli Stati nazionali. Una multinazionale è in grado di giocare su una scacchiera assai più ampia di quella di qualsiasi governo nazionale, spostando la produzione da un punto all’ altro del pianeta sulla base delle migliori condizioni di remunerazione dell’ investimento.

Di fronte ad interlocutori globali, ogni risposta locale appare patetica prima ancora che inefficace. Qualsiasi politica sociale si pensi di poter attuare attraverso strumenti nazionali porta semplicemente il potere economico a trasferire la produzione altrove, determinando paradossalmente il danno peggiore proprio alla parte sociale che si intendeva proteggere.

È questo ad aver determinato la paralisi del welfare, l’ impotenza dei progressisti, ridotti fra l’ incudine ed il martello, fra il desiderio (nonché compito storico) di mantenere una difesa dei ceti più deboli attraverso meccanismi di solidarietà sociale e l’ evidenza che la messa in atto di questi meccanismi determina un ulteriore danno a questi ceti, facendo perdere competitività al sistema economico del proprio Paese e determinando di conseguenza lo spostamento della produzione altrove.
Da questa “alternativa del diavolo non si esce certo con la contrattazione collettiva, neppure a livello nazionale. Occorre alzare lo sguardo.

La sede appropriata è altrove, gli interlocutori sono altrove, in particolare negli organismi sopranazionali. Il Parlamento europeo, ad esempio, dove si potrebbe cominciare a parlare di contratti di lavoro sopranazionali, di diritti e principi irrinunciabili da garantire in tutti i Paesi e da far recepire dalle singole normative nazionali, in modo da armonizzare le discipline del lavoro e mettere fine alle guerre fra poveri quanto meno all’ interno della stessa Comunità Europea.
Altra sede naturale è il WTO, il luogo ove mettere a punto meccanismi di “Fair Trade” che obblighino i produttori, ovunque questi beni vengano prodotti, a garantire un livello minimo di salario, di previdenza, assistenza per i lavoratori, il rispetto di certi diritti, l’ assenza di pratiche nocive o illecite.

Non è impossibile: basterebbe introdurre opportuni protocolli di ingresso delle merci.

I protocolli non sono dazi.
I protocolli, si badi bene, esistono già, ma sono indirizzati ad altri fini.
Un’ apparecchiatura elettrica, anche un semplice asciugacapelli, per essere venduto in un paese europeo deve rispettare certe normative ed ottenere un’ omologazione ed un marchio CE. Questa procedura serve a garantire che quell’ apparecchio possieda un livello di qualità e sicurezza sufficiente, indipendentemente dal luogo in cui è stato prodotto e dal come è stato prodotto. Quello che conta è il risultato, insomma, e quello deve essere in regola con gli standard del paese di destinazione, non di quello di origine.
Ad un livello superiore esiste anche una certificazione delle Aziende produttrici, la più comune delle quali è la cosiddetta “ISO 9000”. La certificazione, rilasciata da un ente terzo, assicura che l’ Azienda disponga di un efficace sistema di controllo del processo produttivo, indipendentemente da quello che produce.

Non dovrebbe essere impossibile, analogamente, mettere a punto un protocollo ed un corrispondente sistema di certificazione mirato a controllare le condizioni di lavoro in una certa fabbrica.
Che i dipendenti siano assunti con un regolare contratto, per dire, che dispongano di un livello minimo di assistenza sanitaria, di previdenza sociale, che esista un’ assicurazione contro gli infortuni, che non vengano impiegati bambini, che gli orari ed i turni di lavoro siano umani.
Cose così.

Una certificazione di questo genere rilasciata da un organismo internazionale riconosciuto costringerebbe le imprese che hanno stabilimenti nei paesi emergenti a migliorare, se non i salari, quanto meno le condizioni di vita dei loro operai, pena il bando delle loro merci dai ricchi mercati d’ Occidente.

Questo certamente non azzererebbe il divario salariale fra i Paesi dell’ Occidente e quelli emergenti, ma contribuirebbe se non altro ad un livellamento verso l’ alto, e non più verso il basso, delle tutele sociali obbligatorie, e ridurrebbe un po’ il famoso gap competitivo da cui eravamo partiti per queste riflessioni, e pertanto la necessità dei tagli drastici che stiamo operando, questo non va dimenticato, sulla carne dei nostri figli.

Se non si fa carico di queste cose, una sinistra moderna, a che cosa serve ?

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3 commenti su “Farewell, welfare

  1. egle1967 ha detto:

    Ecco perché, mentre da un lato pare inevitabile adattarsi ad una riduzione del nostro tenore di vita e dei costi di assistenza sociale, dall’ altro si può (e si deve) cercare di far salire il più in fretta possibile il loro tenore di vita, e questi non (soltanto) nel loro interesse, ma nel nostro 

    Questo mi sembra un punto cruciale di tutto il discorso.
    E il tuo post si distingue da molti altri, perchè (finalmente) ho trovato qualcuno che propone qualcosa di preciso, oltre che afare un'analisi dettagliata e globale della situazione economica.
    Non ho particolari competenze per argomentare,e quindi mi limito ad apprendere e riflettere.
    Complimenti, davvero!
    Una cosa….ma c'è ancora una sinistra?

  2. melogrande ha detto:

    Non ho ricette, egle, magari ne avessi.
    Cerco, con gli strumenti che ho e che sento assai inadeguati, di intravedere qualche via d' uscita.

    il buon senso mi dice che l' economia è una cosa importante al servizio degli uomini, che serve a soddisfare i bisogni primari e migliorare la qualità della vita dell' umanità 
    Oggi me pare che il concetto precedente sia completamente capovolto, e sia la qualità della vita ad essere sacrificata sull' altare dell' economia, ed i bisogni primari (leggi: i consumi) amministrati esclusivamente in funzione di "stimolo" per la crescita economica.

    Ascoltiamo le ricette di banchieri ed economisti con l' atteggiamento devoto e suppice, con cui un tempo ci si accostava agli oracoli, e subiamo le ripetute crisi economiche con animo rassegnato, come se fossero manifestazioni dell' ira di una divinità a cui abbiamo mancato di sacrificare o che abbiamo offeso come Odisseo nei confronti di Poseidone.

    Possibile che non ci sia nulla da fare per riprendere il controllo di un mostro che noi stessi abbiamo creato ?

    La sinistra sembra rendersi conto del problema, ma non del fatto che alla globalizzazione si può solo sperare di rispondere con l' internazionalismo, non certo coi contratti aziendali o di area.

  3. […] attorno alla quale si è effettuata la virata, è il tema della globalizzazione. Ne abbiamo parlato qui, tempo fa, non è necessario ripetere. E dunque, tutto gira attorno a questo principio […]

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