Sano come un pesce


L’ ospedale mi mette a disagio, va bene.
Bella scoperta.
Paura della morte ?
Certo che sì, ma non credo che sia tutto qui.

E forse non è nemmeno paura della sofferenza, quella è chiaro che fa paura, ma in fondo l’ ospedale è il posto in cui la sofferenza viene meglio tenuta sotto controllo, no ?
Se proprio si deve provare dolore, meglio qui che altrove. Qui ci si dovrebbe sentire protetti e confortati.
E invece no.
 
Invece sento il disagio crescere, sento una voce dentro che mi dice “Vai via da qui, scappa più lontano che puoi”.
Ora, io sono qui per un check up, non ho nulla da temere, sono sano, e la visita serve proprio a confermarlo, no ?
Non sarà paura della visita ?
Non credo proprio, in fondo neppure il prelievo del sangue mi ha mai fatto particolarmente impressione, neppure da ragazzo.
E dunque ?
 
Passa una lettiga, una donna. È coperta da un lenzuolo, sotto il quale si vede scomparire il tubicino  trasparente della flebo. Due infermieri la spingono, chiacchierando del più e del meno.
Troppo facile il moralismo, gli infermieri qui ci lavorano tutto il giorno tutti i giorni, è inevitabile farci l’ abitudine, non c’è da scandalizzarsi, un eccesso di immedesimazione e di empatia gli impedirebbe di lavorare, persino.
E dunque non è il fatto che ridono e scherzano in presenza del dolore a darmi fastidio, semmai quel di più di noncuranza esibita, quella sfumatura forzata che sembra dire noi di malati così ne maneggiamo dieci al giorno, che sarà mai, non possiamo certo trattarli come se fossero vasi preziosi, non si finirebbe più.
 
Ma in fondo, no, non è nemmeno quello il vero problema.
Il vero problema è che mi immedesimo nella donna sulla lettiga. Cosa starà provando ?
Dolore, probabilmente, è cosciente, l’ anestesia sta cessando i suoi effetti ed il dolore la starà invadendo lentamente come l’ alzarsi lento ed implacabile della marea.
È probabile che quando sarà tornata in corsia le daranno degli analgesici, ma serviranno semmai ad attutire, a mitigare, difficile che il dolore cessi del tutto.
Per fortuna a lungo andare un dolore sopportabile diventa come un odore sgradevole, ci si abitua e non lo si sente più tanto se non capita che muti di intensità all’ improvviso.
Ed allora qual è il problema ? Perché sto provando tanta ansia ?
 
Il fatto è che quella donna è legata, vincolata, non può muoversi, non può fare quello che vuole. Non può alzarsi , non può camminare, non può andare da nessuna parte. Persino per andare in bagno deve farsi aiutare.
È questo il mostro.
La perdita dell’ autosufficienza. La restrizione al movimento. La mutilazione della libertà personale.
Dover dipendere, dover essere accudito, non poter fare da se.
Questo è il fantasma che mi fa venire voglia di fuggire da qui.
Non altro, non il dolore, non la malattia, non le cure. La perdita della libertà.
E mi rendo conto all’ improvviso che anche il resto, questo check up, la cura per me stesso, il mangiare bene, il tenermi in forma per quanto posso hanno al fondo lo stesso identico fantasma.
Voglio restare autosufficiente, e restarlo il più a lungo possibile, questa è la verità, non voglio ammalarmi per non subire limitazioni.
 
Autonomia.
Autosufficienza.
Dal greco autòs, sé stesso.
Ce l’ ho scritto pure nel profilo che sono autocentrato, no ?
 
Fatemi andare via da qui.
 

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14 commenti su “Sano come un pesce

  1. SAMOTHES ha detto:

    Ti capisco benissimo, e non sai quanto. 

  2. SinuoSaStrega ha detto:

    Ogni tanto una revisione ci vuole. Per poi tornare on the road… 🙂

  3. utente anonimo ha detto:

    Quanti argomenti interessanti e degni di essere approfonditi sfiori con questo tuo post!
    La sofferenza fisica, il dolore dell'anima, la morte…
    La difficoltà di dirsi persona (dei diritti e doveri di cui essa è portatrice), quando vengono a mancare quei principi di autonomia, autoderminazione e decisionalità che fanno dell'uomo un essere libero.
    Mi concentro sull'idea di persona:
    Chi o cosa è effettivamente persona?
    Due diverse prospettive si fanno largo nella mia mente:
    quella funzionalistica, la persona è tale se è in grado di relazionarsi, di esprimere le proprie potenzialità(persona, dunque, perché "può fare"…).
    oppure quella dove la persona non è semplicemente una realtà degna di valore perchè in grado di fare, ma intrinseca positività a prescindere dalle modalità in cui si trova a vivere e per questo degna di rispetto, tutela e difesa.
    Le due differenti prospettive inducono ad un'ulteriore riflessione  sulla "qualità della vita": un'esistenza che non risponde più a determinati requisiti(il primo caso dunque) può/deve essere interrotta?
    L'eutanasia è giustificata per porre fine alla vita di individui considerati "non persone" (per la loro vita subnormale, prive di progettualità futura…)?
     
    Luna

  4. egle1967 ha detto:

    Ti capisco profondamente, essere costretti a vivere in maniera da non poter espletare tutte le nostre possibilità di vita è come diventar spettatori della propria morte che si avvicina lentamente, è come guardarla in faccia, ma  a lungo  e puo' risultare troppo doloroso da affrontare lentamente e quotidianamente.

  5. capehorn ha detto:

    Non so perché ma ho letto una leggera inquietudine.
    E' vero, sei sano come un pesce (Non dirlo però al nasello che ho in tavola domani, ne avrebbe a male)
    Ora fuori dallo scherzo, in fondo l'ospedale, il suo significato, porta veramente a pensare che lì vi abita il dolore controllato.
    Anzi il controllo. Controllo sulle malattie, sugli uomini e pure sui loro sentimenti. Sia di pazienti, sia di chi é preposto alla cura dei pazienti stessi.
    Esiste il dolore, é tra quelle mura, tra gli arredi e ciascuno é lasciato a combattere una sua personale battaglia contro di esso.
    Sia che tu abbia una flebo e 10 cc di qualunque calmante, medicamento nel sangue, sia che tu sia quello che l'ha innietato, prescritto pillole, tagliato pance o ingessato braccia, tutti danno una personale risposta al dolore.
    Ciascuno é protagonista nel rappresentarlo e anche se ne sei solo spettatore, il desiderio primo e unico é quello di allontanarsi da esso.
    Rifiutarlo, perché fa star male, spezza un fragile e quanto mai imbarazzante equilibrio. Imbarazzante, perché porta a manifesare a se stesso e agli altri come siamo capaci o incpaci a dominare una situazione che può manifestare tutte le nostre fragilità.
    Eppure é una sorta di rito di passaggio, quello di varcare la soglia di un ospedale.
    La vita quasi ti impone di accostarti e di prendere coscenza che esiste un sentimento ci non ci si potrà sottrarre.
    Non rimane che accettare questa prova, cercando che sia la più breve possibile, che tutto si risolva al meglio, ma soprattutto che non ci siano ostacoli davanti all'uscita.
    Voglio uscire anch'io e in fetta.

  6. astrogigi ha detto:

    Felicità è essere in buona salute, e libertà è essere autosufficieni.

    Felicità e libertà vanno a braccetto.

    Manca una, crolla l'latra

    e quando capita anche solo di dover portare un saluto a chi è prigioniero dle dolore, non vedi l'ora di fuggirne.

    Se poi il progioniero sei tu, la voglia di scappare diventa lacerante.

    gb in fuga anche solo dal pensiero; ho una RMN che ha 3 pagine di commento….mi sa che ci faccio una bella pira dall'orrendo fogo….e mi tengo il mal di schiena…

    GB

  7. feritinvisibili ha detto:

    Vero, immobbilizzati vivremmo la condizione di non poter controllare niente, di dipendere dagli altri… ma in fondo non questa la realtà? Cosa saremmo senza gli altri? Non dipendiamo da tutto il resto dell'umanità in ogni cosa? Controlliamo davvero la nostra vita o crediamo semplicemente di farlo?….
    Un saluto Melo, anzi un abbraccio, H

  8. Diaktoros ha detto:

    Ti dirò. Paradossalmente, il fatto che qualcuno scherzi o si comporti normalmente mentre sto male mi rasserena; significa che il mio star male non è così importante, che il mondo continuerà ad andare avanti anche senza il mio apporto, che io stesso non sono che una insignificante pedina, e allora perché preoccuparmi? Peggiore è la sensazione di perdita della libertà, non poter far pipì quando se ne ha bisogno, aspettare i tempi tecnici necessari per le analisi o le terapie. Insomma, tutto sommato in ospedale sarebbe preferibile non metterci piede; in fondo, se le automobili avessero una coscienza, forse non desidererebbero andare dal meccanico, o dallo sfasciacarrozze. Forse sarebbe meglio morire in pace e velocemente, nascondendosi come un vecchio gatto.

  9. melogrande ha detto:

    Mi sembra che il senso generale dei commenti sia nella direzione del controllo della propria esistenza da parte di ciascuno, e della misura in cui questo controllo può essere ceduto ad altri.

    E' un tema molto ma molto interessante, merita un post di suo, prima o poi.

  10. capehorn ha detto:

    Allora attendiamo fiduciosi e … vediamo se sei capace di controllarci.

  11. anja ha detto:

    E’ anche la mia paura,essere dipendente,essere un peso per qualcuno,per qualcuno per il quale magari prima eri un punto di riferimento.E leggere negli sguardi intorno pena,insofferenza,stanchezza,irritazione…cercandovi l’amore che quando tutto funzionava era cosi facile…

  12. melogrande ha detto:

    Sì, anja (ci conoscevamo su splinder, per caso ?),

    l’ idea di passare dall’ accudire all’ essere accuditi, il dubbio di scoprirsi forse persino mal sopportati. L’ idea che la rete attorno possa venire meno di colpo, o che sia persino un’ illusione.
    Cose così.

    Ce n’è abbastanza da fuggire a gambe levate, non credi ?

  13. massimo giuliani ha detto:

    Io due anni fa ho avuto la ventura di terminare le mie vacanze estive in ospedale. Quattro giorni, mi pare: nel reparto di oculistica della mia città. Passai quattro giorni a domandarmi perché, se uno ha male a un occhio, debba trascorrere il tempo in pigiama. Vada per i fagiolini bolliti e il resto (immagino che in ospedale sia coerente sottoporsi a un regime alimentare sano e controllato), ma perché dovevo condurre lo stile di vita di uno che si era spezzato entrambe le gambe? Chiaro che in quel contesto la differenza fra il pigiama e i miei pantaloni era un certo grado di libertà.
    Non sono medico, ma svolgo una professione di cura. So che farsi curare richiede di metterti per un po’ in una posizione di dipendenza: è necessario. Io ho mal di gola, qualcuno può far qualcosa per farmelo passare: per quanto autocentrati, si può provare ad accettarlo. Succede però che le professioni di cura tendano talvolta a premere sul pedale della relazione di potere e dello svuotamento di competenza e di responsabilità del curato, e questo va oltre la cura; forse addirittura va contro.
    È una vecchia questione sulla quale si lavora, anche da dentro, anche da parte di professionisti che non pensano che avere una competenza di cura comporti per forza esercitare un controllo sulle persone.
    Buon anno!

  14. melogrande ha detto:

    Max (piacere di vederti da queste parti…),
    Quello che indichi è senza dubbio un altro importante aspetto della questione.

    Vedi, avendo parecchi medici tra i familiari, sono persino disposto a riconoscere a molti (non a tutti) una certa buona fede.
    Penso ragionino più o meno così: una componente essenziale di qualsiasi cura è la convinzione del paziente che quella cura gli farà bene, e da questo punto di vista un medico moderatamente assertivo e sicuro di se potrebbe ottenere risultati migliori di uno troppo esitante o accomodante…

    Basta però non esagerare: certi padreterni in camice bianco a cui pare ci si debba accostare con atteggiamento supplice come di fronte ad un terribile oracolo proprio non si possono sopportare, e sono pure convinto che l’ effetto sia controproducente.

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