Biondo veneziano a Londra

 

 

 

 

Fu tanto tempo fa, e lui era giovane ed inesperto, e quella era la prima vera occasione per uscire dal borgo natio.
In realtà, non esattamente di borgo si trattava, ma di città a tutti gli effetti, che però non si sottraeva a quell’ atmosfera un po’ provinciale di chi si atteggia a centro del mondo per non dover ammettere a se stesso di non esserlo affatto. Una finzione cui, passati i diciassette anni, Andrea non era più disposto a credere.

 

Destinazione naturale, Londra, neanche a dirlo, perché se uscire dal nido finalmente si poteva, che lo si facesse in grande stile, per vedere cos’ era davvero un centro del mondo.
Londra dunque, fumosa e frizzante, la Londra underground immaginata, fantasticata e persino vissuta, nei film ed in televisione, nella musica e nelle riviste che di quella musica parlavano e che Andrea divorava. Uno di quei posti insomma in cui sembra di essere già stati prima ancora di partire.
L’ altro era l’ America, naturalmente, ma era troppo fuori portata, per il momento.
Londra no, Londra era raggiungibile e fu raggiunta, con un lunghissimo viaggio in treno che ad Andrea pesò più che altro per la fatica di tenere a freno l’ impazienza di arrivare.
 
La noia no, quella non fu un gran problema, il lungo viaggio fu tutto uno srotolarsi geografico dal finestrino, uno sviluppo morfologico e botanico che pareva racconto, narrazione, la storia fiabesca di una formica su una gigantesca carta geografica. Paesaggi marini lasciarono il posto a paesaggi montani, e questi a foreste, e città dall’ inconfondibile aspetto nordeuropeo, tetti spioventi e campanili aguzzi e galli sulle chiese protestanti. Un’ alluvione di immagini come acqua su terreno arido, questo fu il viaggio per Andrea, che se ne lasciava impregnare con voluttà. Un bisogno a lungo coltivato adesso finalmente trovava il nutrimento naturale. Noia ? Nemmeno a pensarci, sarebbe rimasto su quel treno per giorni e giorni, non fosse stato così impaziente di arrivare al centro del mondo.
L’ arrivo a Calais la mattina presto, e la traversata sul traghetto furono già un gradevole preludio a ciò che lo attendeva, le bianche scogliere e tutto il resto. Una delizia.
 
Un gruppo di ragazzi stava sul ponte, seduti a gambe incrociate. Facevano colazione nell’ aria fredda del mattino. Pane e marmellata e odore salmastro.
“Vuoi ?” disse qualcuno.
Andrea si avvicinò e si sedette con loro, contribuendo al bene comune con il pacco di biscotti che aveva nello zaino. Era un gruppo di ragazzi veneti, più o meno della sua età, anche loro diretti a Londra. Andrea si trovò cooptato nel gruppo in modo naturale, sedette fra di loro a gambe incrociate, si mise a raccontare la sua storia ed ascoltare quella degli altri.
Il gusto del pane con la marmellata di fragole, il caffè del thermos, il vento che soffiava freddo ma non cattivo, quasi un vento di risveglio, ogni cosa pareva contribuire con i suoi effetti ad acuire la percezione e la sensibilità del ragazzo. Il mondo intorno gli appariva più vero del vero, tutti i tratti della realtà portati all’ estremo, il blu intenso del cielo e quello profondo del mare, il bianco abbagliante delle nuvole, e quello altrettanto vivido della spuma sulle onde della Manica e dei gabbiani che planavano attorno al traghetto con grida che, anch’ esse, risuonavano ad alta fedeltà, più reali del reale.
 
Era uno stato di grazia, l’ opposto esatto di un sogno ovattato, lì di ovatta non ce n’ era traccia, al contrario i contorni delle cose apparivano netti e definiti come mai prima, e lui era lì in vacanza, libero e solo per la prima volta nella vita.
E fu mentre si godeva questo senso di pienezza che gli davano i suoi sensi eccitati, mentre si sentiva sveglio come mai prima di allora, fu in quel preciso momento che la vide.
Stava un po’ in disparte, avvolta in una specie di giaccone cerato, di colore verde militare. Era impegnata nel tentativo di ricacciare sotto il basco di lana i lunghi capelli biondi che invece continuavano a sfuggire e danzare al vento. Lei girò il viso in modo che il vento spingesse indietro i capelli, e nel fare questo incrociò il suo sguardo.
Ad Andrea parve di non avere mai visto prima niente di così bello. Che frase banale, si disse. Però è vero, si rispose.
 
A diciassette anni si ha poca esperienza della vita e molta sete di assoluto. Da adulto, Andrea non avrebbe saputo dire quanto ci fosse di oggettivo, e quanto ci avesse messo di suo in quell’ incantamento. Ma l’ incantamento ci fu. I lunghi capelli biondi e ribelli nascondevano a tratti come una foschia una carnagione chiara dall’ aspetto fragile e prezioso, e gli occhi azzurri come quel cielo iperrealista sulla Manica.
La ragazza gli rivolse un sorriso, imbarazzata ed un po’ maldestra, mentre Andrea si sforzava freneticamente di inventarsi una battuta intelligente rimanendo, nel frattempo, desolatamente muto. Però a lei pareva che non importasse, e cominciò a chiacchierare fittamente, con una naturalezza che lo conquistò.
Si chiamava Cristina e veniva da Venezia, ma risultò che non faceva parte del gruppo nemmeno lei, era stata “cooptata” poco prima dai ragazzi, più o meno come Andrea, il quale ne fu irragionevolmente sollevato. Continuarono a parlare, ed Andrea quasi non si rese conto di essere nel frattempo sceso dal traghetto, quasi senza neppure salutare gli occasionali compagni, né di essere salito su un treno inglese, quasi sorpreso dal rosso scuro ed antico dei sedili, di cui si accorse solo perché pareva mettere ancora più in risalto i colori delicati di Cristina.
Arrivati a Victoria Station, si recarono insieme al centro turistico studentesco. Col loro inglese scolastico, frastornati dall’ andirivieni incessante di persone, riuscirono comunque a districarsi, trovarono un ostello nella zona di Kensington, cambiarono dei travellers’ cheques, acquistarono i biglietti del metro per Earl’s Court. Tutto era al tempo stesso complicato e divertentissimo, si sentivano costretti da mille impedimenti eppure liberi ed onnipotenti come giovani dei. Continuavano a ridere per niente, e gli occhi di Cristina brillavano di gioia. Ad un certo punto Andrea osò perfino prenderla per mano, e lei non si sottrasse.
 
L’ ostello si trovava in un vicolo di case vittoriane tutte uguali, i gradini con la balaustra portavano alla massiccia porta di ingresso e le finestre sporgevano a bovindo. Era una via dall’ aspetto tranquillo ed elegante, e piacque subito ad Andrea. Si separarono subito dopo essersi registrati, le camerate maschili e femminili erano su ali opposte. Cristina disse che era stanca ed aveva bisogno di riposare un po’ dopo il lungo viaggio, e si salutarono dandosi appuntamento per il pomeriggio.
Andrea sistemò la sua roba nell’ armadietto vicino al letto a castello, si lavò e si cambiò.
Poi uscì dall’ ostello e prese a gironzolare senza una meta precisa. Era stanco anche lui per la notte in treno, ma troppo eccitato per dormire e, comunque, non era venuto a Londra per riposare. Era A Londra, perdio, quella di David Copperfield e della Regina Elisabetta, dei Beatles e dell’ Agente 007, quella vista mille volte nei film ed in televisione, quella che adesso lo circondava e sembrava averlo preso subito in simpatia.
 
Vide passare un indiano, scuro di pelle e con un turbante, che pareva uscito da un romanzo di Salgari, e si rese conto che nessuno tranne lui sembrava badargli. Pareva un fatto normale, lì. Andrea mangiò un hamburger, curiosò fra negozietti di anticaglie e di cibi esotici, poi tornò all’ ostello e sedette sui gradini.
Cristina uscì verso le sei, si era cambiata anche lei, adesso indossava una gonna corta di jeans ed una felpa scura. Si era anche pettinata ed i capelli lunghi e biondi, divisi in mezzo, le incorniciavano adesso il viso. Scendendo i gradini sorrise. Era bellissima.
Andrea non avrebbe saputo raccontare quel pomeriggio, non avrebbe saputo dire dov’ erano stati di preciso e cosa avevano visto, nulla insomma tranne il fatto che era con lei, nella città da sempre sognata, con una ragazza che avrebbe potuto sognare se ne fosse stato capace di immaginarsela. Gli pareva che ogni passata esperienza del vivere non fosse stata altro che una pallida anticipazione di ciò che adesso, e da adesso, finalmente gli era svelato con pienezza.
Verso sera passarono davanti ad un pub.
“Entriamo ?” “Entriamo !”.
 
Il locale era affollato e vivace, le luci basse, il brusio delle conversazioni a tratti sovrastava la musica proveniente dal juke box. Quest’ ultimo stava in un angolo del locale, ed un ragazzo con una manciata di monete in mano pareva intendesse fare il dj della serata.
Andrea lo guardò incuriosito. Era un ragazzo di colore, magro e piuttosto alto, vestito con pantaloni viola che parevano di raso, una blusa di seta bianca con le maniche larghissime ed un basco portato sulle ventitré. Di nuovo, Andrea ebbe l’ impressione di essere l’ unico a farci caso, e distolse lo sguardo accorgendosi che il ragazzo lo aveva notato.
 
Trovarono un angolino libero e si sedettero su un divanetto basso foderato di tessuto rosso scuro, poi Andrea si ricordò che nei pub non servono ai tavoli e si rialzò per andare a prendere da bere.
Mentre attendeva le birre si sentì sfiorare un braccio e si girò. Era il ragazzo del juke box. Andrea si rese conto che aveva gli occhi truccati e, gli parve, anche del rossetto o un lucido sulle labbra. Sorrideva, e gli disse qualcosa che Andrea non capì, mentre afferrava i bicchieri sul bancone e tornava di fretta al tavolo dove era rimasta Cristina. Mentre si sedeva, gli si parò davanti un ragazzo con un fascio di giornali che evidentemente vendeva ai frequentatori del pub. “Gay News” lesse Andrea.
Tutto chiaro. Erano capitati nel ritrovo gay della zona.
Andrea si guardò intorno, vagamente a disagio. Si rese conto che agli altri tavoli sedevano coppie di uomini, a parte qualche coppia di donne. Lui e Cristina erano l’ unica coppia mista. Al tavolo di fianco due uomini di mezza età brindarono con i bicchieri della birra e poi si scambiarono un bacio appassionato.
Cristina sembrava divertita dalla situazione, ed ancora di più dal suo imbarazzo.
“Che ci trovi da ridere ?” fece lui.
“Non sto ridendo, sto sorridendo”, rispose Cristina piegando leggermente la testa da un lato “Sei buffo”.
“Portami via, salvami” disse lui.
“Non ti fanno niente. Hai paura che pensino che…”
“Non è che pensano e basta” rispose Andrea, “quello lì ci ha proprio provato…” ed indicò il ragazzo nell’ angolo vicino al juke box, che peraltro non aveva smesso di fissarlo.
“Un modo per salvarti ci sarebbe… ” disse Cristina, con un’ espressione monella sul viso. Gli occhi di lei brillavano nella penombra e piccole deliziose rughe si formavano angoli “Vediamo se ci arrivi.”.
Andrea ci arrivò, l’ abbracciò tirandola verso di sé, sentì che lei non faceva resistenza, poi si trovò il viso contro il suo, le bocche si sfiorarono, si baciarono, dapprima esitanti, poi curiose, infine prepotenti.
Il sapore di lei era fresco e dolce e le loro lingue sembravano ripetere di nascosto l’ abbraccio. Fu un bacio lunghissimo, a lui parve di avere varcato una soglia che rendeva superflue le parole, una soglia da cui non poteva e non voleva più tornare indietro. Fu come un’ interruzione della siepe mentre viaggiava in treno, un varco a rivelare attraverso il finestrino un paesaggio interamente nuovo ancora immerso nella foschia sotto la luce irreale della luna piena. Si staccarono infine, Cristina lo guardò senza dire niente e si rannicchiò sul divanetto poggiandogli la testa sulla spalla.
 
Passarono il resto della serata a baciarsi senza sosta, continuarono a baciarsi nel pub, poi si baciarono per strada poi si baciarono ancora, seduti sui gradini dell’ ostello, prima di rientrare nelle rispettive camerate. Andrea sentiva il corpo di lei premere forte contro il suo, mentre ondate di desiderio folle lo invadevano. “Why don’t we do it in the road ?” cantavano i Beatles. “Perchè non lo facciamo per strada ?” Ma non lo disse. “Che si fa domani ?” chiese invece, “ti va di vedere i giardini di Kensington ?”.
Lei si fece seria.
“Certo che mi andrebbe, però domani mattina arrivano i miei da Parigi. Devo andare con loro.”
Rimasero entrambi in silenzio, poi Cristina allungò una mano a carezzargli la guancia.
“Ti lascio il mio indirizzo a Venezia. Prometti che mi scriverai. Vorrei che mi venissi a trovare”.
 
Si baciarono ancora, a lungo, mentre il gestore dell’ ostello cominciava a spegnere le luci.
 
Andrea le scrisse davvero, una volta tornato in Italia, e lei gli rispose.
Passarono alcuni anni prima che lui finalmente riuscisse ad andare a Venezia, troppi anni perché fosse la stessa cosa, e dopo un po’ smisero di scriversi.
 
 
 
 
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7 commenti su “Biondo veneziano a Londra

  1. Diaktoros ha detto:

    Un altro bel racconto, melogrande, con una Londra che sembra di toccarla, e anch'io ho un po' di biondo, se non veneziano, di quelle parti, nel cassetto dei ricordi.
    arrivederci

  2. SAMOTHES ha detto:

    Bella l'atmosfera, dolcissimo il racconto che… sembra vero. 🙂 

  3. feritinvisibili ha detto:

    Non ho nessun ricordo biondo di Londra, ma per il resto mi associo in pieno ai commenti di Diak e di Samo.

  4. SinuoSaStrega ha detto:

    Ohiohi, occhè finale è? Ci son rimasta maluccio…
    E' finita come andare in bicicletta giù per un lungo viale alberato e a un certo punto hanno tirato su un muro.
    Bello, colorato, frizzante, arioso. E' proprio vero, quella è roba da giovani, ma giovani giovani. Hai fatto bene a mettere un diciassettenne come protagonista. Ma davvero bisognerà appostarsi sui cancelli dei licei per trovare esseri umani con l'attitudine alla libertà?
    (E ora confessa: la storia non è finita!)

  5. melogrande ha detto:

    Prima o poi ce la farò a scrivere un racconto a lieto fine.
    Mi sto impegnando, credetemi…

  6. SAMOTHES ha detto:

     Non mi ero accorta che non fosse a lieto fine. Sarà che dò sempre per scontato che nulla dura per sempre…. boh! E' nella natura delle cose, no? Specie a quell'età. 🙂

  7. capehorn ha detto:

    Sono ricordi che ti porti dietro tutta la vita.
    Perché ricorderai sempre i tuoi diciassette anni.
    Passati all'ombra della propria innocenza.

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