Semplice è una parola

 

 

 

"Essenzialità non significa privazione.
È solo il punto di partenza per una maggiore consapevolezza." 
Wu Ming – Introduzione a “Walden”
 

La semplicità può essere una roba molto complicata.
Il termine “semplice” vuol dire, letteralmente, “senza pieghe”, all’ opposto di complesso che invece ha molti intrecci.
Ora, basta avere presente come è fatto un cervello umano per convincersi che nella nostra natura le pieghe ci sono, e in quantità.
 
Un animale è più semplice.
Guidato dall’ istinto, l’ animale mangia, beve, dorme e, quando ne ha l’ occasione, si accoppia. È completo così, intero e “rotondo”. Non ha scelte da operare e dilemmi da risolvere. Men che meno questioni morali. È semplice.
Proprio da questa semplicità la natura umana si allontana, e proprio questa semplicità animale è ciò che mai vorrebbe recuperare.
 
E allora di che cosa parliamo ?
Parliamo evidentemente di qualcos’ altro, qualcosa di ben diverso, di un ideale che a tratti balena nelle vicende umane. Parliamo di una semplicità conquistata, di una semplicità di arrivo e non di partenza, traguardo di un percorso che è, esso stesso, assai complesso.
 
Il punto di partenza di questo percorso è probabilmente il riconoscimento del desiderio come elemento di fondo della condizione umana, ed insieme il riconoscimento della natura inestinguibile di questo desiderio che, semplicemente, continua a saltare di qua e di là, cambiando oggetto a mano a mano che si riesce a soddisfarlo. Non appena raggiunto l’ oggetto desiderato, il desiderio si sposta su un nuovo oggetto, o persino, se ne crea uno nuovo. Un bicchiere senza fondo.
 
A questa natura desiderante dell’ essere umano la cultura orientale reagisce identificando il desiderio stesso come il male da estirpare.
Se è vero che non c’è alcuna possibilità di soddisfare l’ eterno desiderio che muta e si trasferisce da un oggetto all’ altro a mano a mano che i singoli desideri vengono esauditi, allora è semplicemente il desiderio stesso che deve essere rimosso, e la realizzazione completa dell’ essere umano consiste appunto nella liberazione dal desiderio.
 
Ma è davvero la realizzazione dell’ essere umano, questa o la negazione della sua natura più profonda ?
Il carattere occidentale, al di là di sporadiche eccezioni, non è mai riuscito neppure a concepire una vita priva di desideri come una vita pienamente realizzata. C’è bisogno di fare, di agire nel mondo, e la spinta all’ azione è sempre lì, proprio in quel desiderio che addita lo scarto fra la percezione di ciò che è e di ciò che si vorrebbe fosse.
È proprio la spinta di cui si parlava prima, quella che ha innescato la deriva di allontanamento dalla semplicità originaria.
È una strada obbligata e senza uscita, dunque ?
 
Non è detto.
Si può provare ad usare il senso critico, ciò di cui l’ Occidente si è sempre fatto forte quando gli conveniva.
Si può provare ad analizzare, a distinguere.
Individuare, nella molteplicità dei desideri, ciò che serve, il nocciolo duro del necessario in mezzo al mare di ciò che si desidera.
Per un motivo che Thoreau spiega assai bene.

 
“Il costo di una cosa è l’ insieme  di quello che chiamiamo vita che, subito o a lungo andare, bisogna dare in cambio per ottenere la cosa stessa.”
(Walden, la vita nei boschi).

 

Chiaro, no ?
C’è un prezzo per ogni cosa, e non è semplicemente il prezzo di acquisto, anzi.
Quello, perlomeno, è un prezzo dichiarato, quantificato, del tutto esplicito e trasparente. Lo si può valutare prima dell’ acquisto.
No.
Thoreau sta parlando di tutt’ altro.
Sta parlando del costo “nascosto” delle cose, del tempo, della cura, delle attenzioni che ogni cosa posseduta richiede, tempo, cura ed attenzioni che vengono prelevati da quel recipiente che è la nostra vita, la cui capacità non è infinita, e dunque, che vengono sottratti a qualcos’ altro.
 

“Gli uomini sono ora diventati strumenti dei propri strumenti”
(ibid.)

 
Appunto.
Ciò che uno possiede a sua volta lo possiede, in una certa misura, sottrae il suo tempo, sequestra la sua attenzione. Possedere molte cose significa trovarsi espropriati di se stessi.
 
E allora ?
Torniamo alla rinuncia ?
No. Essenzialità non vuol dire privazione.
 
Il punto di partenza è il riconoscimento della distinzione fra ciò che vuoi e ciò che ti serve, sostiene Thoreau, riecheggiando non so quanto consapevolmente dottrine assai più antiche.
 

“(…) dei desideri, alcuni sono naturali, altri vani: e, dei naturali, necessari gli uni, solo naturali gli altri: dei necessari certi sono necessari alla felicità, certi al bene stare del corpo, altri alla vita stessa”.

 
È Epicuro, nella Lettera a Meneceo.
 
Una specie di classificazione tassonomica dei desideri, suddivisi in specie, classi, famiglie.
Distinguendo attentamente fra ciò che si vuole e ciò che è necessario alla vita, alla salute, al benessere o alla felicità.
 
A quale scopo ?

“(…) non eleggiamo ogni piacere, ma talora a molti rinunziamo, quando ne consegue per noi maggiore incomodo” (ib.)

 
Allo scopo non di rinunciare, ma di garantire la libertà di scelta.

 

“Consideriamo gran bene l’ indipendenza dai desideri non perché sempre debba bastare il poco, ma perché (…)siamo persuasi che soavissimamente gode l’ abbondanza chi minimamente ne ha bisogno.”
(ib.)

 
Chiaro, no ?
Non è la rinuncia l’ ideale di vita a cui può aspirare l’ “homo occidentalis”, quanto la gestione consapevole dei piaceri.
La distinzione fra ciò che è necessario e ciò che non lo è non è la premessa per rinunciare al non necessario, ma il passaggio obbligato per impadronirsene invece di diventarne schiavo.
Trovata questa soglia, il nocciolo duro di ciò che è necessario, infatti, tutto il resto si configura come libera scelta individuale, che si può esercitare oppure no a seconda che il piacere che ne derivi, misurato nella propria soggettiva scala, superi o no il conseguente, ed inevitabile “incomodo”.
 
Una vita fatta non di rinunce ma di scelte consapevoli è una vita libera.
Ed è anche una vita semplice, di una semplicità non originaria ma acquisita, non di partenza ma di arrivo, non primitiva ma, al contrario, assai sofisticata.
 
Qualcosa, per intenderci, di questo genere:
 

 

 

 
Semplice, no ?
 
 
 
 
 

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22 commenti su “Semplice è una parola

  1. feritinvisibili ha detto:

    …soavissimamente gode l'abbondanza chi minimamente ne ha bisogno… Sembra una contraddizione riferito all'occidente che è stato l'inventore della società del consumo=benessere, e sono proprio d'accordo: quella consapevolezza di cui parli nello scegliere tra ciò che si desidera e ciò che è davvero necessario è la nostra sfida, e mi sembra anche l'unica strada per salvarci dall'autodistruzione.

  2. serrenett ha detto:

    Semplice è una parola difficile da interpretare.

  3. Diaktoros ha detto:

    Hai riassunto molto bene, Francesco, il pensiero di Epicuro. Quando vorrò spiegare a qualcuno perché mi sento epicureo ed occidentale, credo che rimanderò alla lettura della Lettera a Meneceo e, ovviamente, al tuo post

  4. melogrande ha detto:

    Epicuro e Thoreau sono stati entrambi largamente fraintesi.

    Epicuro ne era persino cosciente e si affannava a spiegare che:
    "Quando noi diciamo che il fine è il piacere, non intendiamo i piaceri dei dissoluti e dei gaudenti – come credono certuni, ignoranti o dissidenti o che mal ci comprendono".  Inutile.
    La dottrina epicurea non ha mai smesso di puzzare di zolfo, benchè in realtà Epicuro sostenesse i meriti di un autocontrollo tale che "quando, di tanto in tanto, ci accostiamo a vita sontuosa ci rende meglio disposti nei confronti di essa".

    A me pare che Thoreau sia stato frainteso in modo opposto.
    Non intese voltare definitivamente le spalle alla civiltà per rifugiarsi nella natura. Intese invece fare un esperimento, di durata limitata, per determinare il limite di ciò che è indispensabile alla vita.
    Non per privarsi del resto, ma per apprezzarlo consapevolmente.

    Io trovo una certa affinità fra le due posizioni, ed anch' io, come Hannah e Guido trovo la concezione di base abbastanza attuale.

  5. capehorn ha detto:

    Nell'esperienza speculativa, l'uomo occidentale é riuscito a cogliere una serie di passaggi che lo pongono al riparo di tanti o troppi integralismi, che financo si voluto creare.
    E' riuscito a diluire certe tensioni attraverso figure create apposta. Se il mal guidato senso animale del possesso, fosse il territorio e/o le prede che vi appartengono, risultasse condizione tale da diventare una sorta di ossessione, ecco che quella viene arginata dal senso di peccato. Qualcosa che frange quell'esprerienza e la stempera nella penitenza, che porterà, ove possibile al perdono.
    L'uomo occidentale é riuscito a dare sistema al suo possesso, trovando momenti di diverso equilibrio, giustificando così il suo impianto speculativo.
    Quasi che non riesca e le dottrine filosofiche succedutesi con i secoli, a trovare, almeno in questo occidente, quel disstacco tale per cui può spezzare quel cerchio ed avere un moto lineare per passare attraverso le cose che o circondano, senza esserne schiavo, senza dover alimentare brama e peccato, pentimento e perdono.
    La libertà é partecipare alla vita, prirpia e degli altri attingendo a soddisfare quei bisogni essenziali, ma che possano essere caratterizzanti e caratteristiche di ciascuno.
    Senza invadenze nell'altrui, ma senza invasioni dell'altrui.
    Non é ancora finita e forse perché sotto sotto sentiamo ardere un desiderio.

  6. Lillopercaso ha detto:

    Commentone cancellato!! Una volta tanto ch'ero seria!

     

  7. Lillopercaso ha detto:

    Vabbè, giusto per :
    La cosa su cui lavoro è la capacità critica che mi renda in grado di affrancarmi dal bisogno,  o almeno di ridimensionarlo,
    tenendo anche conto di quanti desideri sono indotti a bella posta.
    Materiali e no, intendo. (Naturalmente l'analisi di quelli materiali è più semplice di quelli emotivi, psicologici e via anelando).

    Dopodiché, un piacere scelto consapevolmente sarà la ciliegina sulla torta della vita, e non l'anguria sul pasticcino.

  8. Lillopercaso ha detto:

    Pensandoci ancora, il desiderio connesso con la vita degli altri è quello che più mi soddisfa. E forse è il sogno che più di frequente si realizza; mentre la vita è anche accettare che pochi sogni si realizzeranno davvero.
    ' Ma sempre sentiamo ardere il desiderio, e continuiamo a sognare', come dice Capeh.
    (Certo che per te, Capeh, l'essere semplice è complicato, almeno quando scrivi! Almeno per me…)

  9. giadaluce ha detto:

    Nella vita i sogni non si realizzano quasi mai,ma accettarlo è già una conquista

  10. SinuoSaStrega ha detto:

    No, non è semplice.
    Ripercorro quanto hai scritto. Semplicità = libertà, passando per  la gestione oculata dei desideri e dei piaceri.
    Cosa vuol dire impadronirsi del desiderio? A quanto leggo significa soprattutto rinunciare a quelli che porterebbero più incomodo che piacere (evitando così il rischio di diventare schiavi). Quale sarebbe l’altro modo per impadronirsene?
    Visto che si parla di desideri, non vedo perché sono stati esclusi dalla trattazione i bisogni che, intrecciati ai desideri, contribuiscono all’umana complessità. E quando poi il bisogno si confonde col desiderio? Melogrande, qualcosa non mi convince. Principalmente perché non credo affatto che si possa ritenere l’inclinazione al desiderare come base della nostra complessità.  Poi perché tanta ragionevolezza, calcolo e governo sui desideri è proprio il modo per complicarsi la vita e non per semplificarla. Credo piuttosto che al fondo di un desiderio vi siano ragioni intrinseche ben precise, le quali ci parlano e ci indirizzano attraverso il desiderio stesso il quale rappresenta un’istanza interiore molto più significativa e profonda di quanto si pensi. So di fare una considerazione lapalissiana, ma spesso  per rendersi conto se una strada sia errata bisogna percorrerla. Perché semplice è qualcosa che non riduce, ma risolve una complessità di fondo, in un certo senso il contrario del mettersi al tavolino e incasellare ciò che è opportuno da ciò che non lo è, il giusto dallo sbagliato, il guadagno dalla perdita. La semplicità è acerrima nemica di un simile atteggiamento molto poco umile. Non ti sembra che così rischiamo di complicare ciò che di per sè sarebbe un innocente fluire?                                                                                                                                                                                     

  11. Lillopercaso ha detto:

    Sinuosa, ciò che dici mi piace molto,  ma l'innocente fluire temo sia una traguardo conquistato a suon di cadute su quella strada lapalissianamente percorsa di cui – giustamente- parli. E anche a suon di ragionamenti, calcoli, e ripensamenti, e spoliazioni,

  12. Lillopercaso ha detto:

    M'è partito il commento prima ancora che lo rileggessi: ho perso un po' il filo…..
    Insomma: ritrovare l'innocenza perduta; a questo punto, niente più è semplice. Ma se non abiuriamo lo spirito critico, se lo insegnamo con l'esempio, forse per le prossime generazioni sarà più facile..
    Pare impossibile, eh?

  13. SinuoSaStrega ha detto:

    @lillopercaso: no, la via della semplicità è legata più all'intuizione che allo scervellamento. Sul concetto d'innocenza poi, ci sarebbe da scrivere un post (anche due!).

  14. melogrande ha detto:

    Le tue osservazioni sono interessanti, SinuoSaStrega.
    Provo a rispondere.

    Il bisogno non e' affatto scomparso dal discorso, la distinzione fra bisogno e desiderio e' il punto di partenza.
    Ed e' una distinzione che non proviene da un ragionamento a tavolino ma da una pratica di vita, assai personale.
    Questo ando' a fare Thoreau nei boschi per due anni, cercando di cosa avesse davvero bisogno. Non ascetismo ma esperimento, determinare limiti e priorità, e quella distinzione fra bisogno e desiderio che come dici tu tende a confondersi.
    Poi tornò a godersi la vita in città.

    Faccio anch' io degli esempi banali.
    Avere sperimentato che la televisione, il cinema o il calcio non sono dei bisogni mi consentono di godermi una partita quando capita senza che diventi un dramma se invece ho altro da fare.
    Leggere no, quello per me e' sempre stato un bisogno, e per quello ho sempre trovato il tempo, anche nei periodi più turbolenti.
    Per molti anni la moto e' stata per me un bisogno, poi mi sono accorto che non era più cosi'.
    Cose di questo genere, anche semplici.
    Non per rinunciare a tutto ma per  godere di tutto con la consapevolezza che se ne potrebbe fare a meno, volendo, e rimanere se stessi. 

    Non e' semplice, e non vorrei farla qui più semplice del dovuto, ma credo ci sia una chiave importante in questo atteggiamento.

  15. capehorn ha detto:

    # 8 = complicato io? Mais pourqois?

    Rifacendomi ai precedenti, non vorrei che la chiave fosse nella risoluzione bisogno = desiderio.
    Un bisogno é nutrirsi, bere, dormire.
    Quando questi bisogni si trasformano in desideri e questo desiderio ci porta a volerne sempre in quantità maggiore, via via selezionando quei beni materiali o spirituali fino al punto di non apprezzare altro che quel cibo, quella bevanda facendone diventare  una sorta di totem imprescindibile allora si intaccano le parole semplicità e libertà.
    Il desiderio é mirato e per soddisfarlo dobbiamo giocoforza attendere a cose complicate di per se e complicato é il raggiungerle.
    E' ossessione e quindi vendiamo la libertà per esse.
    Siamo come il cane che si morde la coda.
    Personalmente non posso stare senza leggere, ma posso stare a guardare il dorso di libri che ho acquistato e non ho letto.
    Acquisto spinto da un bisogno frainteso, in un empito che si é rivelato poi un falso clamoroso.
    Eppure un giorno quei libri li leggerò, ma sarà per libera scelta.
    Forse il bisogno non dobbiamo farlo trasformare in ossessione per non perdere qualla libertà che ci permette anche di ignorare anche il bisogno stesso.

  16. SinuoSaStrega ha detto:

    Scusatemi tanto, ma al momento a me tutto questo "saper" vivere sembra più una dannazione che altro. E' già complicato vivere.
    Sì, sì, lo so… Capisco tutto quello che volete dire. Capisco tutto…

  17. Lillopercaso ha detto:

    In effetti, Sinuosa, mi capita di scervellarmi su qualcosa ed alla fine scoprire che la risposta, o soluzione, era esattamente quella che fin dall'inizio avevo intuito. Forse non mi fido -o snobbo- il mio intuito, o forse sono distratta. (Oppure tutto, quel tutto fondato sul mercato di merci e idee, tende a volere che ci si complichi la vita.. e non cascarci è pur sempre un lavoro..  un lavoro è non essere distratta, per esempio.)

  18. Lillopercaso ha detto:

    A proposito di separazione tra bisogno e desiderio, o di fusione bisogno- desiderio:
    perchè non pensare che il desiderio sia un bisogno?
    o ancor meglio: che il bisogno si serva del desiderio per raggiungere i suoi scopi.
     

  19. melogrande ha detto:

    Lillo, il desiderio è ancora più di questo, è il motore fondamentale del nostro agire nel mondo, del nostro essere uomini e donne d' occidente. 
    Per quello dicevo che è illusorio pensare di liberarsene come farebbe un santone indiano o un monaco tibetano. Non è quello che siamo, a parte qualche eccezione.

    Il meglio che possiamo imparare a fare, penso, è riuscire a governare consapevolmente il come, quando e in che misura.
    E questo parte dalla critica del troppo comodo "non ne posso fare a meno".
    Non è quasi mai vero. Provare per credere.
    Tranne pochissime cose, del resto posso fare a meno.
    Il che non vuol dire poi che ne debba fare a meno . 
    Però saperlo aiuta.
    Come dice Cape, aiuta a non perdere la liberà.

  20. melogrande ha detto:

    SSS,
    qui è come se chiacchierassimo fra amici davanti al caminetto, vivere è un altro paio di maniche, lo so, specie quando sembra di trovarsi dentro una lavatrice in fase di risciacquo.

  21. capehorn ha detto:

    # 20 = veramente siamo già passati alla centrifuga. Quì gira tutto !

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