Di dei, uomini ed amebe

 
« Tutti gli uomini sono mortali
Socrate è un uomo
Pertanto, Socrate è mortale »
 

Tranquilli. Non è un post sui sillogismi.
Non che mi dispiacerebbe farne uno, intendiamoci, però ci dovrei studiare su parecchio, e non sono sicuro che verrebbe fuori bene.
 
Per esempio, io ho sempre pensato che quello citato sopra fosse il classico esempio di sillogismo aristotelico, anzi avevo la quasi certezza che fosse tirato fuori pari pari dalla Logica di Aristotele, ma avendo cercato conferma in rete ho scoperto che:
 

  1. Aristotele non l’ ha mai scritto
  2. autorevoli studiosi ritengono che Aristotele s’ incazzerebbe se venisse a sapere che glielo attribuiscono, perché secondo le sue regole quello non risulterebbe neppure un sillogismo valido.

 
Perciò, lascio perdere.
 
La citazione mi serviva solo per far vedere che quando anticamente dovevano pensare a qualcosa che accomuna tutti gli uomini, quando si riferivano ala qualità più universale dell’ essere uomini, qual’ era la prima cosa che gli veniva in mente ? L’ essere mortali.
Di fatto, in quasi tutta la letteratura classica, i termini “uomo” e “mortale” sono usati quasi come sinonimi, come se la natura profonda dell’ uomo fosse propriamente ed esattamente quella di dover morire.
Non sarebbe neppure corretto, “mortale” dovrebbe essere attributo di tutte le creature viventi, non solo degli uomini, ma i Greci chiamavano usavano questo termine solo per gli uomini, non per tutte le altre creature. Gli uomini erano chiamati i mortali, in opposizione alle divinità che sono chiamati, manco a dirlo, “gli immortali”.
 
Gli dei dell’ antica Grecia non sono onnipotenti, non sono onniscienti, men che meno sono buoni, anzi per niente. Sono persino vulnerabili, possono essere feriti e provare dolore fisico.
Qual’ è l’ unica cosa che hanno in comune con la concezione che invece abbiamo noi della divinità ?
L’ immortalità.
Non l’ eternità, neppure quello, gli dei dell’ Olimpo non erano eterni, avevano un’ origine, esiste una anzi più d' una Teogonia pagana. Avevano un’ origine ma non una fine, a differenza dei mortali umani.
È questo il loro vero ed autentico privilegio.
 
Insomma, sembra che questa faccenda del destino mortale sia stata una vera ossessione sin dall’ inizio del genere umano. E questo, naturalmente, non si fa fatica a capirlo. L’ idea di essere creature “a tempo” destinate prima o poi a scomparire produce necessariamente un senso di angoscia.
E forse ancora di più ne dà il fatto ci non sapere nemmeno il perché.
 
“Se è per chiudere gli occhi” diceva Montanelli con la sua spietata lucidità “senza aver saputo da dove vengo, dove vado e cosa sono venuto a fare qui, tanto valeva non aprirli proprio”.
Eccola qui l’ angoscia esistenziale nei suoi termini più crudi e brutali. Paura di non avere un senso, paura che questo maledetto senso magari non esista neppure.

Riguardo al primo aspetto dell’ angoscia, quello che deriva dalla pura e semplice consapevolezza della nostra morte, c’è ben poco da fare. Tutte le creature sono mortali.

Proprio tutte ?
Non esattamente.

C’è un’ idea strepitosa che ho trovato rileggendo un vecchio libro di Carl Sagan (ma perché non lo pubblicano più ?) che qui ci sta bene proprio.
Proviamo ad immaginare un’ ameba che vive tranquilla in un ambiente favorevole, un brodo di colture ricco di zuccheri, proteine, non so di preciso cosa mangiano le amebe, comunque diciamo che sta bene, non le manca nulla, cresce e si riproduce.

Come fa ?
Si allunga, si sforza, si strizza, si contrae al centro, e ad un certo punto, finalmente – ploc – si divide dando origine a due amebe assolutamente identiche. Si è autoclonata.

Domanda : e l’ ameba di prima, dov’è finita ? è una delle due amebe venute fuori dalla scissione ? e se si, quale delle due ? o entrambe ? e se no, dov’è il cadavere ?
Bisogna ammettere che l’ ameba di prima non è morta, sopravvive dopo la scissione con tutto il suo corredo cromosomico. Se le amebe potessero pensare, piacerebbe verificare se le due amebe al momento della divisione cellulare hanno gli stessi pensieri e da quel momento in poi le loro strade cominciano a divergere, i loro destini si biforcano come se fossero scenari alternativi della stessa persona.
Ma le amebe non pensano e non hanno personalità, pazienza.
Quello che importa è che questa divisione cellulare non comporta la morte e la perdita dell’ individuo.

Quante volte può dividersi un’ ameba ? Teoricamente per sempre. Se il brodo di coltura è gustoso e la temperatura confortevole non c’è motivo per cui questo essere monocellulare debba smettere di riprodurre se stesso. In teoria l’ ameba è immortale.
Nella pratica poi, naturalmente, prima o poi un cataclisma la farà morire, o semplicemente qualche errore nella copiatura del DNA la farà degenerare, ma questo accadrà dopo un numero di riproduzioni o di "vite" per noi inimmaginabile. Dunque, le creature potenzialmente immortali ci sono.

Perché noi no ?
Perché noi abbiamo scelto un modo assai complicato per riprodurci (e penso senza nemmeno immaginare QUANTO sarebbe stato complicato …).
Un modo che prevede di mischiare il nostro DNA con quello di un altro individuo in modo da generare degli esseri che non sono cloni dell’ uno né dell’ altro, ma degli “ibridi” con caratteristiche intermedie. Dunque irrimediabilmente “altri” rispetto ai genitori.

Il genitore muore e metà dei suoi geni sopravvive in un essere nuovo e diverso. Un sistema che favorisce la varietà, la flessibilità e l’ adattamento, ma che smarrisce per strada l’ individualità.

Insomma, ci siamo capiti.
Ad un certo punto della storia evolutiva abbiamo sacrificato l’ immortalità in cambio del sesso.

Se poi sia stato un buon affare, che ognuno lo giudichi da sé…

 

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17 commenti su “Di dei, uomini ed amebe

  1. SinuoSaStrega ha detto:

    Una vita che non dovesse finire sarebbe insopportabile. Questo è il mio pensiero. Già è difficile portare se stessi sempre addosso, ovunque e nel tempo che mediamente ci è dato, immagino la noia e perfino l'avversione verso un sè immortale. L'eterno nemico.Si potrebbe solo ipotizzare una semplificazione massima; probabilmente ridursi a un organismo non è cosciente del concetto di eternità, proprio come un'ameba. No, grazie. Mi va bene così!

  2. feritinvisibili ha detto:

    Posso osare? Sì lo considero un ottimo affare, anche se dovessi firmare un contratto tipo il mio regno per un cavallo.Un'esistenza senza fine e senza sesso? No, non è roba per me ((:

  3. Lillopercaso ha detto:

    In tempi di vacche magre, le amebe si ri-raggruppano per risparmiare energie e quindi cibo; se non basta, alcune "si sacrificano" per favorire la sopravvivenza della specie, alcune diventando tipo semi, altre 'infrastrutture' destinate a morire. Altre invece barano e si tirano indietro o approfittano del sacrificio di altre cellule. Le furbette del quartiere.Me l'ha detto un amico, perché io mica discendo da un'ameba!

  4. capehorn ha detto:

    Certo che per parlare del tempo e di sesso, mettere di mezzo Aristotele solo una sottile mente come la tua poteva organizzare un post così sopraffino.Invenzione umana per allontanare un pensiero dominante, quello della morte, cui tutti gli esseri sono soggetti.Diventa difficile pensare che dal pensiero del  tempo e da quell'idea ne sia nata un'altra molto profonda e poco indagata, cioé che nulla si crea e nella si distrugge ma tutto si trasforma.Forse perché quel pensiero lo abbiamo confinato nella scienza eppure, secondo me, é alla base della nostra vita stessa.Le trasformazioni sono da una parte evidenti nella nostra crescita, ma non accettiamo il concetto che siamo frutto di una trasformazione e ne saremo l'occasione.Riguardo l'immortalità la lascio a miti consolotari.So che vengo da una trasformazione e vado verso un'altrettanta trasformazione.In mezzo mi assumo la responsabilità di vivere.A dirla tutta se scappa un po di sesso, ben venga.Lo trovo un ottimo sistema per …. ammazzare il tempo.

  5. melogrande ha detto:

    Dunque, l' eternita' e' noiosa…Better to burn out than fade away, e tutto il resto.Nonostante che Lillo ci abbia svelato una vita sociale delle amebe davvero insospettabile (chissa' se nei tempi buoni organizzano feste come le formiche di una vecchia pubblicita', tipo no ameba no party …)Molto interessante. !

  6. melogrande ha detto:

    Mi fai sentire diabolico, cape !Ti confido un segreto: non finisce qui !Al prossimo post dalle amebe ti riporto, se non proprio ad Aristotele, nei paraggi …

  7. Lillopercaso ha detto:

     La mia amica Ameba L' Amena dice che no, non fanno party, solo noiosissime orge…

  8. Lillopercaso ha detto:

    Interessante, Capeh;   'Sta cosa che nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma, effettivamente, calza più col discorso tuo sulla nostra vita che con quello  scientifico supposto da me profana, per cui sembra che niente vada perduto invece no, si va inesorabilmente in una direzione, pare, cioè verso la quiete. Ma allora, Melogrande, non eravamo più vicini alla quiete da Amebe?  

  9. melogrande ha detto:

    Lillo, un' orgia di organismi monocellulari asessuati deve essere effettivamente una roba noiosissima…Cosa fanno, giocano a pinnacolo ?

  10. melogrande ha detto:

    Lillo, certo che eravamo più vicini alla quiete da amebe. Molto più vicini.TROPPO vicini eravamo, porca miseria !La vita è un ALLONTANARSI dalla quiete, no ?

  11. Lillopercaso ha detto:

    Eh, APPUNTO!  Ma allora cos'è questo infrangere le regole universali, dico io?  Vabbè, siamo sempre lì, alle solite.Proverò a ripensarci, di nuovo,  il prossimo inverno._Detto così, superficialmente, non strigliatemi: a me non dispiacerebbe essere immortale, come individuo intendo, andrebbe bene anche come me stessa: per curiosità, davvero!  (a patto che lo fossero anche gli altri).Peccato, altrimenti potrei dire 'L'immortalità è  una noia mortale'

  12. Lillopercaso ha detto:

    Com'è bello questo pezzo, con quegli sprazzi di vita che irrompono sfuggendo alla quiete.

  13. melogrande ha detto:

    Mah, penso che non dispiacerebbe neanche a me l' immortalità.Alla maniera di APOLLO, però, non delle amebe…Alla peggio, forse si può provare la strada di diventare vampiri, che ne dici ?

  14. Lillopercaso ha detto:

    Se lo dici tu…Proviamo! 

  15. capehorn ha detto:

    Sono curiosissimo.Come il macaco di Celebes, che pare sia uno dei primati più curiosi al mondo.Cara Lillo, non farei molto affidamento su di una quiete futura.Già le amebe festeggiano in un orgia, nella quale la parte più eccitante é  "pinnacolo", ma fonti attendibili riferiscono di anfiossi dediti alle sconcezze più turpi quali ramino, burraco e bridge.Questo per dire di cosa bolle il brodo primordiale Quindi non poniamo indugio e trasformiamoci.Quietamente, va bene, ma facciamolo.

  16. Diaktoros ha detto:

    Più si ha coscienza individuale e più si desidera l'immortalità, almeno dai tempi di Gilgamesh, l'eroe ossessionato dalla ricerca dell'immortatità per gli uomini. Probabilmente altri animali sociali hanno minore coscienza individuale e più coscienza sociale. Insomma, quello che interessa veramente è la sopravvivenza della comunità o della specie. Credo anche che gli organismi più semplici non abbiano un pensiero che consenta loro di annoiarsi. Comunque, prima o poi, gli uomini troveranno il modo per trasferire la coscienza individuale, cioè la memoria personale, in un altro organismo biologico o in una macchina, e allora il l'immortalità sarà raggiunta. Il raggiungimento dell'obiettivo darà fortemente osteggiato da politici, economisti, sacerdoti e sindacalisti, che non saprebbero più che pesci prendere. Insomma, il potere ostacolerà la scienza in ogni modo (come già sta facendo), per far sopravvivere l'organizzazione attuale del genere umano.

  17. capehorn ha detto:

    Diak non ha tutti i torti.La prova di questo work in progress l'abbiamo con internet.Forse ancora in uno stato caotico e anarchico, ma le tracce di se, lasciate sui vari socialnetwork, i vari tubes, parrebbero andare verso quella direzione.Un desiderio realizzabile d'immortalità.Molte sono ancora le domande che attendono una risposta, però.

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