Bad Luck – Prima parte

 
Il venerdì non c’è tanto da fare in cantiere.
In tutti i paesi islamici, il venerdì è giorno di festa, dedicato alla moschea.
In cantiere vanno avanti quei lavori che non si possono fermare, o quando c’è da recuperare qualche ritardo, oppure si approfitta della calma e della assenza di personale per fare ispezioni, radiografare le saldature, fare manutenzione ai mezzi.
Shail era lì proprio per quello.
Non era musulmano lui, come non lo era la maggior parte delle quasi novemila persone che popolavano normalmente il Site. Era indiano, del nord dell’ India.
 
Per tutta la settimana Shail aveva sentito un rumore sulla sua gru, un fastidioso ticchettio tutte le volte che alzava o abbassava il braccio telescopico. Tic. Tic. Tic. Fastidioso.
Era una gru bella nuova, quella, tutta computerizzata, sofisticata, una meraviglia di gru. Non grandissima, a dire la verità, una gru da 100 tonnellate non è una rarità in cantiere, nulla a che vedere con quel bestione che era arrivato dalla Germania per sollevare le grandi colonne.

Che spettacolo, quello.
Ci avevano messo dieci giorni a montarla, le casse tirate giù dai camion, tutti pezzi e pezzettini, e collaudarla, non si usa una gru così senza provarla prima. Poi ci avevano messo una settimana a fare ciò che si doveva ed un’ altra a smontarla di nuovo e mandarla da un’ altra parte in tutta fretta.
Già, perché un giocattolo del genere a noleggiarlo costa 150,000 dollari al giorno, così si mormorava al campo nelle ore di pausa ed allora prima se ne va e meglio è.
Però finché c’era stata, in cantiere, che spettacolo, la si vedeva già da lontano, ancora sul bus che portava Shail e gli altri in cantiere tutte le mattine alle sei. Torreggiava su tutto il resto, col suo braccio alzato a quasi cento metri d’ altezza, come un palazzo di trenta piani, solo a Bombay Shail aveva visto palazzi alti così, quella volta che ce l’ avevano portato per prendere l’ aereo e venire lì, lui non era di Bombay, lui veniva da un paese nel nord e lì il palazzo più alto non era più di tre piani.
 
La nuova gru di Shail non era la meraviglia del mondo, ma nel suo piccolo faceva la sua figura, tutta bianca immacolata, nuova nuova al suo primo cantiere, e poteva tranquillamente allungare il suo braccio telescopico di cinquanta metri ed ancora sollevare dei bei carichi, da così lontano. C’ erano lavori che solo lui poteva fare, e allora lo chiamavano di qui e di là, Darshan gli dava gli incarichi, gli diceva sempre “Non perdere tempo che poi ti devo mandare da un’ altra parte”.
Niente di strano, avrebbe potuto fare un po’ di straordinari, con questa gru. Già, perché anche la sua gru costava un bel po’ di soldi di noleggio, certo non i centocinquanta mila di quell’ altra che era stata la meraviglia del cantiere, ma non pochi di sicuro.
Shail nemmeno lo sapeva come fossero fatti 150,000 dollari tutti insieme, lui stento arrivava a metterne insieme duecento al mese, duecentocinquanta lavorando il venerdì, come oggi.
 
E poi lui era uno degli anziani, lavorava con le gru da quindici anni, ormai.
Per quello gli avevano data la nuova gru quando era arrivata in cantiere ai primi di Marzo. Perché lui era un gruista esperto, e tutti dicevano che era sveglio, ed infine non erano poi tanti quelli che si raccapezzavano con il computer di bordo e riuscivano a far funzionare quell’ aggeggio.
Già, perché questa non era come le gru piccole che facevano il grosso del lavoro quotidiano in cantiere, quelle gru tutte leve e bottoni , gira di qua e spingi di là a seconda dei segni che fa il caposquadra a terra, quelle gru che le guida anche un bambino, basta solo fare attenzione a non fare manovre troppo brusche e che il carico da sollevare non sia troppo, sennò c’è il rischio di ribaltarsi.

No, questa gru era diversa, perché non ci parlavi direttamente con le leve, tu parlavi col computer e poi il computer parlava con la gru. Se volevi posizionarla in un certo modo con le zampe in fuori ed il braccio alzato, dovevi mettere dentro al computer quello che volevi, finchè sullo schermo non ti compariva un pupazzetto con la gru messa come volevi tu, allora dovevi schiacciare Enter due volte e poi un bottone ed ecco che la gru si muoveva da sola e si portava nella posizione giusta.
Mica tutti erano capaci.

Per quello avevano scelto lui, lo sapeva il suo ingegnere che lui era sveglio, per quello gliela aveva assegnata, c’ erano stati anche dei commenti, ma Shail si era sentito importante, lo aveva anche detto alla moglie a casa quella sera con una telefonata fuori programma, aveva speso un po’, ma in cantiere le novità sono così rare che non aveva potuto resistere.
 
Tre giorni prima era cominciato il ticchettio.
Non lo si sentiva sempre,  veniva fuori solo quando alzava o abbassava il braccio. Non quando girava, non quando allungava. Ma se alzava o abbassava, tic-tic-tic-tic.

Shail non riusciva a non pensarci. Lo aveva detto all’ ingegnere della manutenzione, Samir, quel giovanotto tutto leccato coi pantaloni bianchi e gli occhiali da sole, chissà dove pensava di stare, questo è un cantiere, non una spiaggia per ricchi. Ma quello neanche ascoltava. “Sì, Shail, vedremo cosa c’è al prossimo turno di manutenzione”. Shail cercava di spiegargli che questo non era di quei rumori che fa la gru quando è un po’ che non ingrassano le guide, questo era un rumore meccanico preciso, pareva venisse da dentro il braccio, occorreva qualcuno capace di smontare, di vedere cosa c’ era dentro, forse era meglio chiamare il costruttore, era ancora in garanzia la sua gru, no?

Giovedì sera glielo aveva ripetuto ancora una volta, a Samir.
“Va bene, va bene, Shail, adesso parcheggiala di fronte all’ officina, domani mattina presentati qui che c’è il turno di manutenzione, ingrassiamo tutto per bene e se il rumore ancora non passa sabato vediamo il da farsi.”

Per questo Shail stava qui, oggi che era un venerdì di luglio, alle tre del pomeriggio, nella cabina della sua gru con 45 gradi fuori. Per via di quel testone.
Perché la mattina lui si era presentato alle sei e mezza, come gli avevano detto, e poco dopo era arrivata la squadra di manutenzione. Beh, squadra per modo di dire. Si era presentato Sati  Singh con un aiutante bengalese, poco più che un ragazzino. Di Samir neppure l’ ombra, figurati se si rovinava il venerdì quello.

Però almeno c’ era Sati .
Non che lo conoscesse tanto bene, ma era indiano come lui. Con Sati  non erano amici, ma si capivano. Era anche lui del nord dell’ India, ma lui era un sikh, quasi tutti quelli che si chiamano Singh sono sikh, ma era un sikh senza turbante e che si taglia i capelli. Aveva circa quarant’ anni Sati , una decina meno di Shail, ed era un tipo tranquillo. Non molto alto di statura, avevi occhi neri mobili e curiosi e dei gran baffi.

Ci si poteva parlare con Sati , e poi anche lui era nato in un posto dove parlano hindi, il che non era cosa da poco, tante volte fra indiani si fa proprio fatica a capirsi con quelli che parlano Mahastri o urdu, a volte si deve persino ricorrere all’ inglese e Shail non ne sapeva molto di inglese.

Anche il ragazzo del Bangla Desh che accompagnava Sati  parlava hindi, per il poco che parlava, era un tipo talmente timido, se ne stava in disparte, aspettava che Sati  lo chiamasse per passargli un nuovo barattolo di grasso, o un rullo, o la chiave inglese per aprire le portelle di lubrificazione della gru.

Avevano lavorato tutta la mattina fino a mezzogiorno passato, Sati  era mancino ed era un po’ curioso vederlo lavorare, impugnando il rullo, cacciandolo dentro il barattolo, passandolo avanti e indietro sulle guide, sempre col braccio sinistro, non che ci sia niente di male, ma certo era strano a vedersi, più strano che vedere qualcuno scrivere con la sinistra..

Avevano ingrassato tutto l’ ingrassabile, una due e tre volte, ogni volta Sati  aveva chiesto a Shail di provare a far muovere il braccio ed avevano sentito che il ticchettio non era scomparso.
“Viene da dentro il braccio, da lì dentro, mi sa che è il perno principale, l’ avevo detto a Samir che si doveva smontare.”
“Ok ok non c’è problema, adesso andiamo al campo, nel pomeriggio torniamo qui e ci diamo un’ altra occhiata, va bene ? ”

Torniamo a far che, non ci capisci niente tu e non ci capisco niente io, pensò Shail, però non lo disse, se tornava nel pomeriggio era qualche ora in più di paga, e glielo avevano pure chiesto, non lo aveva proposto lui. E poi gli stava bene a Samir che non ascoltava mai nessuno, lo aveva detto lui che ci voleva l’ esperto.

Per questo adesso stava qui, alle tre del pomeriggio col vento che sollevava sbuffi di sabbia come una nebbia dorata, la vedeva dalla cabina della gru Shail, mentre Sati  trafficava intorno alla gru ed il ragazzo stava giù a terra con lo sguardo assente.

(continua)

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2 commenti su “Bad Luck – Prima parte

  1. feritinvisibili ha detto:

    E' un racconto scritto molto bene Francesco, tu sembri un osservatore esterno, ma ho il sopspetto che tu fossi lì con loro in realtà..Lo avevi già pubblicato un paio di anni fa, vero? Mi sembra di ricordare di averlo letto tempo fa girellando tra i tuoi post …

  2. melogrande ha detto:

    Hai ragione su entrambi i punti.Il racconto non è nuovo, l' avevo pubblicato circa tre anni fa, ma a quel tempo non avevo pensato che era un po' troppo lungo per un post e temo che lo abbiamo letto in pochi.Mi ero ripromesso prima o poi di dargli un' altra opportunità dividendolo in due, e lo faccio ora, complice la calura estiva, in fondo si legge come un racconto.E, sì, io ero lì, effettivamente.

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