Questa non è televisione

 
 
 
L’ evoluzione dei mezzi di comunicazione negli ultimi dieci o quindici anni è stata impressionante, nulla è più come era ed è pertanto difficile interpretare gli eventi, ci si trova sempre leggermente in ritardo rispetto ai fatti. Qualsiasi teoria corre il rischio di essere superata nel momento stesso in cui si riesce a formularla in modo intelligibile. È probabile pertanto che anche queste poche note si riferiscano ad una situazione ormai superata. 
Pazienza, questo non fa venire meno la voglia di continuare a provare, cercando di dare un senso aa quello che accade, cercando di intuire da che parte si sa andando e cosa comporterà.
Non che capire certi fenomeni serva davvero a governarli, non più di quanto si possa pensare di governare i fenomeni naturali, si capisce.
Ma serve quanto meno a prepararsi, serve a criticarli, a porsi in una posizione quanto meno consapevole.
 
Tutta la civiltà occidentale si è fondata sulla tradizione scritta. La scrittura, ed in particolare il libro, sono stati gli strumenti fondamentali di trasmissione del sapere, ancorché non gli unici.
Ma in particolare negli ultimi cinquecento anni, dopo che l’ invenzione della stampa ha reso i libri accessibili a molti, la scrittura è stato praticamente il solo sistema di trasmissione e di conservazione della conoscenza.
Questa situazione è andata avanti fino al Novecento, quando prima la radio e dopo la televisione hanno cambiato alquanto le cose.
Udire le notizie alla radio o vedere un telegiornale non è la stessa cosa che leggere un giornale di carta.
Leggendo, posso fermarmi o saltare, posso tornare a rileggere un punto che mi è sfuggito e semplicemente sospendere la lettura per seguire un pensiero critico nei confronti di quello che sto leggendo.
Ascoltando la radio o guardando la televisione invece non c’è verso, il ritmo lo subisco e se qualcosa mi è sfuggito, amen. Con la televisione la passività è persino superiore, si subisce quello che proviene dallo schermo, e non c’è tempo e modo di intervallare alcuna riflessione.
 
È abbastanza significativo il fatto che, se leggo, non posso fare altro che leggere, e le distrazioni causate da gente che parla o da una televisione accesa mi danno fastidio. Se invece ascolto la radio, invece, di norma non ascolto soltanto la radio, anzi in genere tengo la radio in sottofondo proprio mentre faccio altre cose. Questo è un po’ più difficile con la televisione, che tiene impegnata sia la vista che l’ udito, reclama attenzione in una maniera che trovo fastidiosa. eppure è alquanto comune trovarsi in case dove la televisione è accesa a prescindere da ciò che si fa, come se fosse un focolare.  
 
Una cosa ha in comune il teleschermo col camino acceso, ed è il fatto di ipnotizzare, di indurre una sensazione di anestesia, di stordimento, per non dire di vera e propria apatia.
Ora, l’ inesorabile diffusione di radio e televisione, il crescente uso del telefono hanno portato a pensare, a partire più o meno dala metà del secolo scorso, che la comunicazione scritta avesse i giorni contati e che il futuro fosse segnato da un ritorno dell’ oralità, ancorché un’ oralità diversa dal passato in quanto registrabile ed archiviabile in un modo mai neppure immaginato prima
Oralità permanente una specie di contraddizione in termini, secondo quanto si era abituati a pensare.
 
Poi le cose sono nuovamente cambiate.
I telefoni sono diventati cellulari, hanno incorporato nouve funzioni e capacità, e, complici i piani tariffari, si è affermato l’ uso dell’ SMS. 
Ma soprattutto, c’è stata l’ esplosione di internet.
 
Davanti al pc, è vero che si guardano immagini su di un monitor, ma è anche vero che si comunica, e si comunica in forma quasi esclusivamente scritta.
 
Non c’è modo di fare previsioni sensate per il futuro, va bene, e l’ evoluzione è talmente rapida e la complessità ha raggiunto un tale livello da rendere risibile anche il solo provarci.
Ma per adesso è così.
 
Sulla Rete si comunica, e si comunica in forma scritta.
E non si tratta di una comunicazione limitata al banale chiacchiericcio di chat adolescenziali dove ammazzare il tempo, stiamo attenti.  La Rete è anche un luogo dove si fa giornalismo e si produce cultura, dove si interagisce in blog, social network e forum, un luogo dove circolano idee e conoscenze.
Gli stessi quotidiani e settimanali hanno tutti o quasi tutti realizzato una versione online, versione che normalmente è corredata di possibilità interattive ben maggiori rispetto alle “Lettere alla redazione” dei giornali tradizionali. Spesso la versione online di un giornale è accompagnata da un certo numero di blog tematici, che funzionano come tutti i blog, con il curatore che propone l’ argomento ed una discussione che prende a mana a mano forma attraverso i commenti. Rigorosamente scritti.
 
Tenere o frequentare un blog richiede familiarità con la scrittura, capacità di esprimere un pensiero con chiarezza e precisione ma anche, e questa è una novità importante, con una certa concisione, dato che i pixel affaticano la vista assi più che l’ inchiostro sulla carta.
 
Blog, forum, social network, siamo insomma in pieno Rinascimento della comunicazione scritta, insomma, e per quel che può valere, io stesso non avevo mai scritto così tanto come da quando ho aperto questo piccolo blog.
 
E la socialità ?
Sì, va bene, è facile obiettare che una community virtuale è un insieme di persone che stanno da sole davanti ad un monitor. È vero. Però è pur sempre un insieme di persone che interagiscono, ed è sempre infinitamente meglio che un insieme di persone anestetizzate, telecomando in mano, a subire la comunicazione monodirezionale di un televisore.
 
La comunicazione virtuale è comunicazione limitata proprio perché è scritta, mancano i segnali non verbali, occhi, mani, corpo, ecc, mancano le sfumature emotive, ma è pur sempre comunicazione. Una comunicazione interattiva fra persone che prevede la condivisione di contenuti generati dalle persone stesse. Una comunicazione, per di più, in cui le identità sono definite a prescindere dal ruolo sociale ed economico di ciascuno, ruolo generalmente neppure dichiarato, ma si autodefiniscono esclusivamente in base ai contenuti con i quali ciascun contribuisce alla comunicazione.
 
No, decisamente questa non è televisione.
 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
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22 commenti su “Questa non è televisione

  1. RedPasion ha detto:

    tu stesso non avevi mai scritto così tanto…eppure sembra che non avessi mai fatto altro…evidentemente scrivevi mentre leggevisegnavi sull'agenda della tua mente, mentre vivevi…sognavi, lavoravi…[ovviamente concordo con te…]

  2. Diaktoros ha detto:

    Dici bene: "Qualsiasi teoria corre il rischio di essere superata nel momento stesso in cui si riesce a formularla in modo intelligibile. È probabile pertanto che anche queste poche note si riferiscano ad una situazione ormai superata".Da quel che mi pare di vedere, accanto a una percezione acritica del messaggio televisivo, si sta affermando un ascolto critico, in cui chi ascolta commenta e ironizza su quello che ascolta: Probabilmente non lo faranno le casalinghe ottantenni, ma i giovani lo fanno spesso, come spesso approfondiscono le notizie su altre fonti. L'autorità della televisione, tanto temuta da Pasolini, si sta affievolendo e con lei la paventata affermazione di un big brother che utilizzi questo strumento in decadenza per assicurarsi un potere assoluto. Che poi per questo non si debba rallegrarsi troppo per lo scampato pericolo è un altro discorso.Se si considerano la banalità, la volgarità e la violenza gratuita presenti negli interventi (liberi?) di tanti giovani (o meno giovani) sui blog legati a testate giornalistiche o d'opinione, se si analizzano l'appiattimento e la superficialità degli interventi, potremmo cominciare a preoccuparci seriamente dei destini della nostra nuova società mediatica fondata sulla partecipazione (di quanti?) e sull'interattività.

  3. feritinvisibili ha detto:

    Il problema poi è che su questi argomenti si fa sempre, inevitabilmente, riferimento ai fenomeni di massa.Conosco un sacco di persone che non vedono la tv da anni, leggono, vanno al cinema, ascoltano la radio (giuro, sono davvero tante!) e ho pure appena conosciuto una signora ottantenne (proprio a Camogli!) che non guarda MAI la televisione. Dato che siamo in tanti un peso, per fortuna, lo abbiamo pure noi, o no?

  4. feritinvisibili ha detto:

    p.s. di chi è il quadro? Mi sembra di conoscere l'autore.. ce l'ho sulla punta della lingua (cioè, sarebbe più esatto dire sulla punta degli occhi (((:)

  5. melogrande ha detto:

    Red, il tuo blog è stato un esempio di comunicazione senza pregiudizi.Forse persino troppo ??? …

  6. RedPasion ha detto:

    Lo è stato…e ne sono orgogliosae mi fa molto piacere che tu lo ricordila mancanza di pregiudizi non è mai troppa…la libertà di comunicazione può risultare "eccessiva" quando lede altre libertà e altri valori di pari dignitàma sono rischi fisiologici in un sistema democratico

  7. melogrande ha detto:

    Guido, di televisione mi intendo davvero poco, spero che le cose vadano come dici tu.Anche a me fa impressione la violenza e l' odio di tanti commenti che compaiono su certe testate giornalistiche, un odio viscerale che pare avere radici soprattutto nella paura.

  8. melogrande ha detto:

    la mancanza di pregiudizi non è mai troppa…la libertà di comunicazione può risultare "eccessiva" quando lede altre libertà e altri valori di pari dignità, ma sono rischi fisiologici in un sistema democraticoParole sacrosante, soprattutto  in un momento come questo; davvero non saprei cosa aggiungere.

  9. melogrande ha detto:

    Hannah,  il quadro è di un artista di origine etiope che si chiama Wosene Worke Kosrof. Non lo conoscevo, ho trovato l' immagine sul web e mi è parso si intonasse bene al tema del post.Così come il video dei CSI che mi è piaciuto soprattutto per il modo in cui suonano, seduti in circolo come a comunicare meglio fra di loro.

  10. RedPasion ha detto:

    mi bastano il tuo rispetto e la tua amiciziaper me è tanto

  11. feritinvisibili ha detto:

    Un artista etiope… non era quello che avevo sulla punta degli occhi, ma mi ricorda tanti altri…I CSI, peccato abbiano smesso di suonare insieme, erano il gruppo giusto per quelli che non hanno la tv, anche loro moooltooo fuori dal coro.Mi piace leggere i vostri commenti su questo argomento, condivido: la frase di Red è bellissima e di una sintesi perfetta

  12. SinuoSaStrega ha detto:

    Andrò sicuramente un po' fuori tema, però almeno ti ho avvisato ; l'argomento mi ha fatto riflettere non solo sulla scrittura.Anche io negli ultimi anni ho quasi del tutto abbandonato la televisione e non solo per la scarsa qualità dell’offerta, ma probabilmente perché internet esercita su di me un fascino maggiore di una TV grazie all’interattività che permette. Di conseguenza, vuoi per saturazione vuoi  per mancanza di tempo, la fruizione televisiva si è ridotta a pochi minuti al giorno.La comunicazione scritta, grazie anche a internet, ha recuperato culturalmente un posto significativo, è vero, ma nel virtuale le regole della scrittura e della lettura propendono per una fruizione superficiale e rapida, del tipo mordi-e-fuggi, cosa che, a mio parere, favorisce la trasformazione della parola in immagine, in modo non troppo lontano da quello del mezzo televisivo. La comunicazione virtuale è anch’essa una rappresentazione mediatica, quindi mediata e infine potenzialmente spersonalizzante, anche se, paradossalmente, pare diventata il modo privilegiato per dichiararsi al mondo, vedi, per esempio, le stesura del quasi immancabile post quotidiano. Mi viene in mente che un tempo apparire in una trasmissione significava sentirsi importanti;  è probabile che con internet stia succedendo qualcosa di simile. Io stessa  percepisco l’invadenza di questo mezzo che, se da un lato mi solleva dal fardello del corpo nella comunicazione (ma penso a quali possono essere i rischi in questo), dall’ altro rischia di alimentare nuovi bisogni, come quello di legittimare il mio essere in vita, infine  i miei pensieri, emozioni e idee  in quanto le comunico ottenendo una pubblica visibilità in una fetta di mondo più ampia possibile. E' come se fosse avvenuto uno spostamento di senso. Mi domando quale sia il disagio sociale che spinge, oserei dire obbliga, una persona di qualunque età, sesso, professione, con una giornata innanzi a sè piena di impegni e doveri, ad affidarsi a una protesi meccanica per confrontarsi, sperimentarsi  in una realtà che resterà sempre distante e di cui non saremo mai protagonisti. Non è un libro. Non è un diario. E' scambio menomato; anche se le parole a volte sembrano carne, sì, e a volte sanguinano e sembra di toccarci, ma c’è un pericolo in questo, non ti pare?  I media nascono per raccontare la realtà, ma se la realtà diventa mediatica, priva cioè di esperienza sensibile, si rischia di ridurre lo spazio vitale, il luogo del tangibile e di legittimare la nostra esistenza in quanto rappresentata. Io in questo tipo di comunicazione vedo un pericolo, e suppongo che una delle cause a monte sia la globalizzazione che ha reso tutti tanto insicuri ed anonimi.

  13. capehorn ha detto:

    Credo chi il discorso vada ulteriormente allargato.In quest'epoca segnata dalla dominante "comunicare", non importa come né quando, per una perverso gioco di contrari diventa sempre più difficile farlo.E' vero esistono mezzi: radio, televisione, internet che spingono al massimo il tasto, eppure, ognuno per il suo verso, ciascuno di quelli mancano di qualcosa.La radio ha una voce o più voci che finiscono nel fluire nella cacofonia che ci assedia.La televisione la si fruisce senza per questo collegare seriamente l'occhio al cervello.Le immagini scorrono, ma non necessariamente vengono catturate ed analizzate.Forse é quel ritmo sincopato, imposto dal mezzo, che favorisce  il meccanismo di difesa del cervello umano, quando viene sollecitato troppo ed in maniera che lui reputa devastante.Quindi, quasi annulla l'instancabile ricerca della mediazione tra bontà e non bontà delle immagine che riceviamo e lascia che queste scorrano  abbassandosi così la soglia critica.Infatti a furia di tali sollecitazioni, molti non riescono a cogliere sottigliezze e differenze e si innescano perverse situazioni nelle quali, deposta la critica assorbiamo in toto quanto proposto e se sollecitati non sappiamo affrontare le tematiche con cui ci siamo rapportati. Parlandone a sproposito, facendo la figura degli allocchi, seguendo l'onda lunga del conformismo.Ecco forse il punto  dolente: informati ma conformisti, immersi e sazi di un pappone completamente asettico.Come difenderci?Se leggiamo, mantenendo vivo il nostro senso critico, abbiamo la possibilità di affrontare più volte lo stesso discorso, però non dovremmo rimanere monchi dello scambio dialettico.Sempre che ci importi questo ulteriore approccio.La virtualità ce ne offre esempi a piene mani, ma rimane assente quel bisogno di cui l'uomo da sempre sente l'esigenza.Il contatto fisico.Io scrivo quest'intervento, ma tu non leggi le espressioni del mio viso, né io ho potuto vedere quelle tue e di chi mi ha preceduto nei commenti.Avrei potuto cogliere significati che vanno oltre il semplice schiacciare un tasto.La mediazione del corpo fa parte integrante del processo cognitivo e vi possiamo leggere espressioni che non possiamo o non vogliamo esprimere a parole.Quelle a volte vanno al di la delle intenzioni e costringono a scelte dolorose e problematiche.Ma come dice Red, fanno parte del rischio fisiologico della democrazia.Radio, televisione, internet sono mezzi e per qualcuno sono assurti a fini e ciò spaventa e sgomenta.Non é mai tardi per ripensare a cosa comunicare, altro punto dolentissimo e come comunicare il nostro pensiero.Sempre che ne abbiamo uno. A quanto pare ne abbiamo e anche tanti e non corriamo neppure il rischio di accavallare le nostre voci.

  14. melogrande ha detto:

    Interventi importanti, niente affatto fuori tema e che pongono questioni non banali.Provo a dire la mia, senza pretesa alcuna. Premetto che praticamente qualunque  cosa può dare origine ad una dipendenza nel momento in cui cessa di arricchire la nostra vita per cominciare invece a governarla.E quindi nessuna sorpresa se, fiocco rosa, è nata la IAD (Internet Addiction Disorder) a tenere compagnia a fumo, sesso, droga, corse dei cavalli, gioco d’ azzardo e lavoro. E televisione, naturalmente. Lasciamo da parte il caso clinico, magari aiuta il cercare di non prendersi troppo sul serio. In fondo, siamo qui perchè ci divertiamo, perchè alla fine è quello, no ? Internet affascina perché è interattivo, perché non è fruizione passiva, perché mette in comunicazione esseri umani che (evidentemente) hanno qualcosa in comune, trovano qualcosa da dirsi, altrimenti non si filerebbero proprio.Io in questo tendo piuttosto a vedere il bicchiere mezzo pieno, Sandra.La critica che si tratta di comunicazione superficiale e di rapido consumo, di stampo televisivo, la vedo più mirata ai social networks tipo Facebook e Twitter (“A che stai pensando ?” “ Che stai facendo ?” “Ho fatto la spesa e adesso cambio l’ olio alla macchina” “Ah, beh” ). Vengono i brividi. Il blog no. Il blog è un po’ diverso, credo. Almeno qualche volta, vi circolano idee, emozioni, sentimenti. Il blogger la farina del suo sacco in fondo ce la mette. Io quando scrivo un post cerco di farlo bene, così gli altri che frequento, e tu pure, se posso dire.Apposta vi ho linkato…È comunicazione scritta, quindi limitata, è vero.Manca il corpo. Come in tutta la letteratura, del resto. Però le parole sanno a volte farsi carne e sangue e lacrime e carezze. Come nella letteratura. O come le lettere con cui comunicavano Foscolo, Byron, Oscar Wilde o Baudelaire. O Valmont e Madame Mme Merteuil.Sperando che non si offendano. Anzi di più.Il blog è un mezzo espressivo più ampio, puoi giocare coi caratteri e coi colori, arricchire un post con immagini, musiche, video. Se è mediale, è perlomeno multimediale… Non è poi così limitato. Certo, un po’ di narcisismo nel blogger non manca, è sicuro, altrimenti non saremmo qui.Ma anche in questo, non è possibile che la maschera aiuti a dire la verità, a svelare ciò che con nome e cognome non si oserebbe ?E non è persino possibile che questo “svelamento protetto”, questo confronto mediato ma pur sempre confronto con gli altri, e soprattutto, fra gli altri, con quelli che selezioni e verosimilmente stimi, si dimostri alla un modo non banale di lavorare su se stessi, superare i propri limiti, spingere un po’ più in là la propria consapevolezza ?I pensieri non ci mancano, come dice capehorn, ne abbiamo e anche tanti, e non corriamo neppure il rischio di accavallare le nostre voci, qui. 

  15. feritinvisibili ha detto:

    Era tutto il giorno che ci pensavo e che avrei voluto aggiungere un mio pensiero ai vostri, ci riesco solo adesso, e il commento di Francesco mi solleva dalla fatica di scrivere un bel po' di cose che avevo in testa, e che non avrei saputo esprimere così bene come hai fatto tu Melogrande (((:Aggiungo una cosa. Credo che se siamo o non siamo sinceri fino in fondo con noi stessi il risultato non cambia: qualsiasi mezzo di comunicazione usiamo verso chi ci ascolta o legge o osserva.Se non possiamo essere autentici di fronte a noi stessi (e magari permetterci di essere perfino stupidi ogni tanto, e fare e dire anche cazzate inutili senza vergognarci troppo) continueremo a cercare restituita dallo sguardo dell'altro un'immagine che sia accettabile di noi stessi, e cioè in linea con il maledetto modello del nostro giudice interno, che sia attraverso le parole, lo sguardo o i movimenti del corpo, se quel giudice ci padroneggia ci padroneggia in qualsiasi relazione o comunicazione con l'altro.Questo è un mezzo che permette di pesarle più a lungo le parole prima di dargli un corpo definitivo, così come nella letteratura, ognuno secondo il proprio talento, il suo modo di essere unico e irripetibile, come in tutte le espressioni di noi stessi.Penso che ci sia un tipo di narcisismo che io definisco "normale" (e lo metto tra virgolertte perché la normalità per me non esiste ), che fa parte della natura umana ed è psichicamente funzionale al senso di integrità del nostro io, e uno "patologico" (ma che in realtà non è "uno" ma possono essere di diverso genere e grado patologico), ma anche questo lo si percepisce sia attraverso le parole di un blogger che incontrando una persona in carne ed ossa.In ogni caso anche qui ci si sceglie, come dici tu Francesco, così come quando ci si incontra di persona.

  16. feritinvisibili ha detto:

    p.s. mi sono "riletta" e la faccenda dell'essere o non essere sinceri con se stessi forse non è molto chiara messa così. Intendevo dire che ciò che di noi trasmettiamo all'altro non cambia se parliamo a voce, se siamo uno di fronte all'altro o se l'altro legge le nostre parole. Credo che in tutti i casi la nostra comunicazione contiene quello che siamo e ciò che ci spinge nel comunicare e sta al cuore del nostro relazionarsi con l'altro.Il caldo mi ha un po' fusa, magari non c'era bisogno di questo p.s… abbiate pazienza (((:

  17. SinuoSaStrega ha detto:

    Non avrei voluto apparire troppo critica. Il tuo post è ricco di riflessioni significative e anche gli elementi positivi che mi sottoponi in risposta li condivido in pieno;  penso allo “svelamento protetto” che agevola la manifestazione degli aspetti interiori repressi nella realtà, oppure la scelta di diversi media per arricchire la comunicazione (e questo particolare fa del blog uno strumento valorizzato di sicuri privilegi rispetto al diario cartaceo).Inoltre sono pienamente d’accordo che l’introspezione sia stimolata dal confronto con altri che, sebbene dall’altra parte di uno schermo, siamo in grado di scegliere attraverso filtri alternativi ed efficaci rispetto al cosiddetto riconoscimento  “a pelle”.Resto comunque un po’perplessa sull’aspetto della socialità virtuale che sembra indurre una sorta di scissione, con qualche rischio non solo nell’ambito patologie preesistenti. Mi domando se non si finisce per sopravvalutare questa modalità comunicativa, pur sempre molto autoreferenziale  e così facendo si impoverisca il dialogo con le persone che fanno parte della nostra rete relazionale extrafamiliare:  la vicina, il fornaio, quelle figure che un tempo (non ancora troppo lontano) sapevano tutto di noi, del nostro carattere e perfino dei tic che ci contraddistinguono, e che oggi vediamo rappresentare scenette inquietanti quando, in frangenti di una certa tragicità,alla domanda del giornalista “Lei lo conosceva, che persona era?”, rispondono “Mah, normale”.  A volerla buttare sul grottesco-surreale, quasi mi aspetterei come replica qualcosa del tipo “Non so, l’ho cercata diverse volte su Facebook, ma non l’ho trovata”…

  18. capehorn ha detto:

    Ritorno sul luogo del delitto, come ogni buon assasino che si rispetti.Per porre l'accento su uno degli aspetti di questa conversazione.Cioé come la televisione ed aggiungerei radio ed internet,riesca a distorcere la realtà.Mi spiego o almeno tento.Avete, ciuscuno declinando secondo sensibilità, parlato di "svelamento protetto". Chi scrive come chi legge ha nei confronti dell'argomento e del lettore una propria sensibilità. Questa, che chiamo per semplicità "pudore" aiuta a mantenere una giusta distanza tra datore e fruitore. Chi scrive, chi parla, chi trasmette non lo fa fino in fondo, ma mantiene una zona d'ombra ove possiamo trovare la sua essenza vera. Anche colui che va in video e quindi immediatamente riconoscibile, credo che non getti mai una certa maschera. Non sto ad illustrare i motivi, in quanto non esaustivi e non ho capacità psicologiche tali da poterli esporre tutti.Credo che sia un giusto mezzo d'autodifesa. In fondo non ci conosciamo personalmente tutti quanti e non ci conosciamo così bene da permetterci di mostrarci quali veramente siamo. Non solo noi che partecipiamo a questa conversazione. Tutti abbiamo una zona d'ombra, che ci serve anche da ultima difesa. Credo che sia naturale.Come credo naturale che al momento in cui ci rapportiamo tendiamo a dare il meglio di noi, ma così facendo, riallacciandomi a quanto detto in precedenza, distorciamo la verità. Nostra e di ciò che ci circonda.Credo che sia il prezzo che dobbiamo pagare. Non in maniera arbitraria, bensì credo che questo atteggiamento sia insito naturalmente, poiché é uno dei mezzi con cui accettiamo e ci facciamo accettare. E' una sorta di bisogno insito per far parte di un gruppo. E' la soddisfazione del bisogno di socialità, che accomuna gli esseri umani.Soddisfare questo bisogno  facendo emergere o soffocare queste zone d'ombra, calcare o meno la mano  sul "pudore" personale ci permette di socializzare meglio, con tutte le implicazioni  del caso.Se poi viene la possibilità di sederci intorno ad un tavolo a gustare dolcetti curdi e sorbire vodka e questo per permettere una migliore frequentazione e un restringimento delle zone d'ombra, perché no.Lo svelamento sarà protetto in rapporto a quanto sopportiamo gli effetti dell'alcool.

  19. feritinvisibili ha detto:

    Mi chiedo se a voce la discussione sarebbe la stessa, con la stessa ponderatezza di pensiero e parole, con lo stesso stile, lo stesso ascolto reciproco… io penso di sì, certo qui mancano gli occhi, i gesti, i sorrisi e tutto il resto, ma pensate un po', senza questi spazi cibernetici non ci saremo mai conosciuti!Sorriso complice per l'ultima frase Capeh

  20. melogrande ha detto:

    Anch' io penso di sì.Avendo avuto modo di conoscere "offline" un certo numero di bloggers (penso ormai una decina) posso dire che nemmeno una volta ho trovato un vero scarto fra la persona e ciò che di quella persona traspariva dai suoi post, a riprova del fatto che la maschera ci svela alquanto…Se una caratteristica in comune dovessi indicare, è quella di una curiosità intellettuale in eccesso rispetto alla vita di tutti i giorni.Fermo restando che, in ciascuna persona, oltre al blogger c' è di più…(I dolcetti curdi li ho finiti, ma è forse un problema ?)

  21. feritinvisibili ha detto:

    …  la Vodka del Musicista resiste, aspetta e ha il vantaggio di non guastarsi con il tempo…. (((:(le maiuscole non sono un caso)

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