La bellezza è verità


 
 

"La bellezza è verità, la verità bellezza, questo è tutto
ciò che  voi sapete in terra, e tutto ciò che vi abbisogna di sapere."
J. Keats

 

 
… e soprattutto ci “abbisogna” di sapere che della Bellezza abbiamo bisogno, dentro le nostre vite, anche se ci siamo abituati a non pensarci troppo.
 
Basta gironzolare un po’ per la blogosfera.
Migliaia di blog a testimoniare, urlare quasi, il bisogno di bellezza dei loro autori.
Melogrande incluso, ci mancherebbe.
 
Bisogno di bellezza e basta, bellezza senza perché e senza condizioni, bellezza senza scopo e senza ragione, bellezza che c’è perché c’è bisogno, perché in giro non ce n’ è abbastanza.
 
Si lavora nel brutto, il più delle volte, circondati dal brutto. Tristi, incapaci di un sorriso. Incapaci pure di ribellarci a questa bruttezza.
Non è considerata cosa essenziale, la bellezza, non lo è più da molto tempo.
Se c’è, bene, se non c’è pazienza, faremo a meno.
Possiamo farne a meno. Certo che possiamo. Siamo qui per lavorare, no ?
Ci siamo abituati a non considerare la bellezza un valore primario, tanto meno un bisogno.
Se un valore è rimasto, connesso alla bellezza, è un valore leggero, inessenziale, un valore un po’ vacuo e superficiale, persino un po’ sospetto, per certi versi.
Non del tutto virile, a dirla tutta.
Contiguo all’ immoralità, quasi. Dalla bellezza alla depravazione è un attimo.
Meglio starci attenti, e diffidare. I valori veri sono altri.
 
Quali altri ?
Beh, ad esempio la Verità, o il Bene, si capisce.
I valori-principe delle religioni rivelate, di sicuro.
Il Bene supremo.
Io sono la via, la verità, e la vita.
In verità in verità vi dico.
Anche se poi, a ben guardare, di bellezza in quelle parole ce n’è, il Libro non rivela solo verità, ma pure bellezza.
Però non è lì che si guarda, non più, da almeno duemila anni.
 
Nonostante il fatto che all’origine, questa distinzione non si facesse proprio, tutt’ altro.
Buono in latino si dice “bonus, ma la versione più arcaica di “bonus” è “benus”, del resto fra buono e bene l’affinità c’è, chi lo può negare. Ora il diminutivo di “benus”, come a dire “buonino”, “ben fatto”, suona qualcosa come “bonulus”, o “benulus” e da qui, proprio da “benulus” viene la parola “bello”. Il bello è buono e il buono è bello. O almeno lo era ai tempi degli dei falsi e bugiardi.
 
Ma qui non c’è di mezzo solo la religione.
La Verità è anche il valore della scienza, si capisce, della tecnica e della razionalità, del progresso e delle scoperte. La natura non inganna, non fa trucchi, al massimo si nasconde, ma se sai fare le domande giuste avrai le tue risposte vere. Dio non gioca a dadi. Il cosmo neppure.
 
La contesa fra scienza e fede, quando c’è stata, è stata appunto sul terreno della verità, chi ne possedeva in maggior misura, non certo su quello della bellezza.
La bellezza è ambigua. Inaffidabile. Soggettiva.
 
Ora, sia chiaro, a me la scienza piace, e la tecnologia pure. Persino.
Le ho studiate per libera scelta. Ci lavoro, addirittura.
E mi pare assolutamente evidente ed innegabile che la maggior parte delle persone conduce una vita molto migliore di come avrebbe potuto persino immaginare alcuni secoli fa.
La vita di un servo della gleba, ad esempio, di un contadino denutrito del Medio Evo.
Questo e non altro sarebbe stato il destino della stragrande maggioranza di noi. Certo non potevamo nascere tutti in un castello.
Se non altro, oggi non siamo denutriti, non siamo malati e quando abbiamo il mal di denti possiamo prendere un analgesico. E campare decentemente fino a ottant’ anni. Qualcosa vorrà pur dire.
 
Quello che però non mi va di dare per scontato è il fatto che la scienza e la tecnica debbano necessariamente portare alla bruttezza. Questo non lo vedo scritto da nessuna parte.
Chi ha avuto una formazione scientifica sa bene che una buona teoria scientifica ha lo stesso fascino intrigante di una grande opera letteraria, e che un teorema matematico ha la stessa cristallina bellezza di un quadro di Piero della Francesca.
Anzi persino di più, volendo, perché in questo caso si può davvero dire che alla bellezza si accompagna la verità. E senza neppure bisogno di un supporto materiale, pura bellezza nella costruzione della mente. Il non plus ultra.
Sono tradizionalmente gli umanisti, semmai, a mostrare un po’ di sussiegoso senso di superiorità verso il mondo della scienza, quasi mai il contrario.
 
Tutto perfetto e bello in teoria, dunque, peccato che quando la faccenda poi viene messa in pratica il risultato è desolatamente brutto.
Sembra di vedere il parallelo del socialismo reale.
Un ideale di uguaglianza, altruismo, solidarietà, nessuno potrebbe mai trovarci da ridire, e però tutte le volte che è diventato realtà ha prodotto non solo società illiberali, ma anche orrenda bruttezza.
URSS, Polonia, DDR, Bulgaria. Le ho viste, ai tempi del socialismo. Davano l’angoscia. Parola mia.
 
Perché ?
Perché il risultato dell’applicazione della tecnologia è così spesso orrendamente brutto ?
Non perché non sia possibile fare una tecnologia bella.
La Tour Eiffel è bella.
Un’ auto da corsa è bella.
L’ iPod è bello.
Bello si può, dunque.
Ma passiamo di fianco ad una fabbrica, infiliamoci in mezzo ad un quartiere di capannoni industriali.
Anche gli impianti industriali io conosco. Persino quelli meglio tenuti sono posti proprio brutti, bisogna  fare uno sforzo consapevole per entrarci, mentre sei lì che aspetti il pass qualcosa dentro di te vorrebbe girare i tacchi ed andarsene da qualche altra parte. Stai a disagio.
 
Oppure facciamo una passeggiata per una periferia urbana degradata.
Ci si sente forse bene ? A proprio agio ?
 
Con gli anni e con le buone letture (*) ho imparato che tutte le volte che si prova un moto di repulsione, c’è sempre un motivo profondo.
In questo caso il motivo è l’esposizione alla bruttezza in quanto tale, una cosa che avvilisce, rende tristi, fa ritirare la testa dentro il guscio come se delle tartarughe.
 
E’ come se dentro sapessimo quello che il nostro io ben educato ha fatto finta di dimenticare.
 
La bellezza è importante. Cercala, e allontanati dal brutto. Puro istinto.
Come quando ci allontaniamo da una cosa troppo calda o troppo fredda, e cerchiamo una temperatura confortevole.
Nel caso della bruttezza però ci auto-censuriamo, mandiamo giù il rospo ed entriamo nell’orrendo.
 
Perché lo stabilimento industriale, il quartiere di periferia, i capannoni sono così brutti ?
– Perché per farli belli dovremmo spendere di più, e questo ci renderebbe meno competitivi sul mercato. Il budget non ce lo permette.
– Ma anche fare le cose bene, rispettare le specifiche, fare i controlli di qualità costa, eppure ci siamo abituati a farlo.
– I clienti pretendono un prodotto di qualità, non gli importa che la fabbrica sia bella.
– Ma anche per mantenere salubre il posto di lavoro spendiamo.
– Se la gente si ammala la produttività ne risente e alla fine diventiamo meno competitivi. Ci costerebbe di più non farlo.
Giusto.
 
Provate a dire al vostro responsabile che volete comprare il macchinario Y che costa di più di quello X, ha la stessa qualità e costa un po’ di più, ma è più BELLO. Che vi risponde?
Tu ti sei bevuto il cervello, come minimo.
Qualità e prezzo, questo è tutto quello che dovete guardare, non la bellezza.
Solida e onesta Verità. Siamo qui per lavorare.
 
Certo, quando quello stesso capo fa un acquisto per sé, coi soldi suoi, di cui non deve rispondere a nessuno, allora la musica cambia, come per ciascuno di noi. 
Perché io non ci vedo proprio niente di male a dire che ho comprato l’auto Y che costava più della Y ed è di qualità equivalente, ma è più bella. Perché se spendo tutti quei soldi per comprare l’auto, voglio che mi piaccia, che diamine. Mi aspetto “anche” una gratificazione estetica.
Ho detto “anche”, ma forse dovevo dire “soprattutto”.
Se compro un maglione, non compro quello col massimo potere isolante a parità di prezzo. Ma proprio per niente. E questo non è un fatto tanto secondario, come sanno gli uomini di marketing. Uno può essere disposto a pagare MOLTO di più per una cosa che sia, o gli appaia, molto più bella.
 
Ma sul lavoro è un’altra storia.
Siamo sempre lì. La bellezza paga, quando parliamo del privato delle persone.
Che è come dire che la bellezza è un valore, quando siamo fuori della macchina produttiva.
Quando ci siamo dentro, però, pare una bestemmia.
Se c’è bene, ma che non si parli di spenderci nemmeno un quattrino in più.
 
Siamo presi in trappola, prigionieri di un meccanismo che ci siamo costruiti da soli, che si chiama produttività, efficienza, competitività, taglio dei costi.
Come dev’ essere l’ impresa ideale ? Aggressiva, magra e affamata.
Testuale, parola di consulente. Sembra di vedere un lupo. Ma il lupo almeno è bello. Un lupo magro ed affamato, magari spelacchiato per le privazioni lo è già un po’ meno.
Fare le cose bene è importante, farle in un contesto di bellezza no.
Eppure, dov’ è che passiamo la maggior parte delle nostre vite? Sul lavoro.
 
Ma la bellezza, l’ abbiamo ridotta ad un valore di secondo piano, accessorio ornamentale, desiderabile certo, in grado di aggiungere qualcosa. Ma accessorio, optional. Sul modello base non c’ è
 
Non è più una divinità Afrodite, l’ Economia semmai lo è.
 
Una fabbrica deve essere efficiente e produttiva. Deve essere sicura. Deve essere salubre. Ma non deve essere bella. E di solito non lo è.
Se lo è va anche bene, a patto di non dover spenderci soldi.
E poi va bene fino ad un certo punto.
Perché una fabbrica bella è proprio un’anomalia. Desta sospetti.
Ma perché è così bella? Cosa nascondono? Avranno per caso qualche business strano?
Questo è il punto.
 
Sopravvivono i leoni negli zoo, sopravvivono le opere d’arte nei musei. Rinchiuse per il loro stesso bene, diciamo.
Non è sempre stato così. Ci fu un tempo in cui la bellezza veniva prima di tutto. In cui le cose si facevano perché erano belle, non perché erano utili o perché erano vere. E se costavano tanto, i soldi si trovavano. Per i templi, per i monumenti, per i fori, le piazze e le feste. Per ornare le facciate. Per le statue da mettere nelle strade e nelle piazze, non nei musei, che nemmeno esistevano.
Ci fu un tempo in cui pensavamo persino che se una cosa era bella doveva essere buona per forza. Buona perché bella, senza altri motivi. Perché il bello era il fondamento di tutto.
Il bello era il cosmo. Letteralmente.
 
La parola cosmetico, ricorda James Hillman, viene da Kosmetikòs, “atto a rendere bello”. Bello come il Cosmo. Che a sua volta viene da Kosmos, ornamento, ordine, armonia ed eleganza.
Bellezza, appunto, che è tutto.

 
(*) Fra le cose migliori che ho letto a questo proposito impossibile non citare almeno “Lo Zen e l’ arte della manutenzione della motocicletta" e parecchi testi di Hillman, come “Fuochi Blu", "L’ anima dei Luoghi" o "La vana fuga dagli dei".
 

 
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20 commenti su “La bellezza è verità

  1. feritinvisibili ha detto:

    Questo tuo post mi riporta alla memoria quello che hai scritto tempo fa sulla mancanza di anima (lo scrivo così per necessità di sintesi) nei centri urbani di periferia.Parlando in termini di dei (lo faccio da ignorante però) sembra proprio che quando il dio denaro diventa dominante escude l'anima e tutto ciò che rappresenta un nutrimento per questa, si può dire che fa fuori gli dei che "portano anima"? (o forse meglio: gli dei dell'anima..?)E mi chiedo anche: c'è nell'olimpo greco un dio che rappresenti il denaro?

  2. melogrande ha detto:

    Sì, c'è, è Pluto il dio della ricchezza, ma è un po' una fetecchia di divinità.Non fa parte delle dodici divinità olimpiche, secondo Omero dei dell' Olimpo lo inviano ogni tanto sulla terra per premiare i mortali, ma in realtà non c' è un solo mito importante in cui compaia.E' il protagonista dell' ultima commedia di Aristofane, scritta in un' Atene politicamente in disfacimento.Insomma, non vale un' unghia di Afrodite…

  3. feritinvisibili ha detto:

    Hummm, quindi o i greci non erano degli squlibrati come noi, oppure il valore contemporaneo del denaro è investito di così tanti istinti umani (penso all'avidità ad esempio) che Pluto da solo non riesce a rappresentarli tutti.Parlo sempre in termini simbolici naturalemente, che è l'unico linguaggio che posso usare in merito agli dei nella cultura Greca..E penso pure che l'educazione cristiana ha avuto un ruolo sostanzioso a rendere la povera Afrodite una dea "messa da parte"..  

  4. Pannonica ha detto:

    sono stata al teatro greco di Siracusa a vedere l'Aiace e sono giorni che penso e ripenso ai miti e a Hillman.questo post mi stimola parecchie idee. se non è una sincronicità è qualcosa che le si avvicina molto.tornerò a spiegarmi meglio…

  5. capehorn ha detto:

    La vulgata corrente dice che la bellezza sta negli occhidi chi guarda. Quindi anche un lupo spelachiato ha un'intrinseca bellezza.Se guardi dal di fuori un capannone industriale, ove ancora ce ne sono e rimarcano la loro funzione, sono solo parallelepipedi di cemento precompresso e prefrabbricato. Indiscutibilmente non belli. La bellezza del luogo di lavoro se é stato per un certo tempo un mito, soprattutto nei primi anni del secolo scorso, nei vari dopoguerra é scemato e sparito. La bellezza di un luogo di lavoro é data anche dalla bellezza di chi ci lavora.Credo che le due cose siano inequivocabilmente abbracciate l' una all'altra. Non credo che si possa scindere bellezza ed armonia e anche le piccole cose rendono meno pesante, ciò che di per se stesso già lo é.Architettura ed urbanistica industriale sono una grande sfida, per i progettisti come per i committenti. Se quest'ultimi sono disposti a spendere per il bello, non credo che i primi si sottraggono a cercarlo.E' un fatto di budget, più che un coltivare sogni estetici e tranne qualche "illuminato" é più facile trovare il "cumenda" dietro la scrivania modello Ikea, nel suo cubo di cemento, che aggirarsi tra open space colorati, con oleandri e ficus benjamin.Poi ancora di questi tempi, già guardasi allo specchio ti viene lo sturbo.

  6. SinuoSaStrega ha detto:

    La fame di bellezza di cui parli, in un’epoca tragica come questa, sembra un grido di libertà oltre che di verità. Mi rendo conto che, invece, verrebbe facile accusare la bellezza di distoglierci da problemi più importanti e urgenti, ma non lo credo. Certamente in una civiltà che ha degradato il bello a realtà di mercato non è scontato collegare la bellezza con la verità; forse l’occhio, e quindi l’anima, possono addirittura assuefarsi alla bruttezza. La domanda che mi pongo è se siamo ancora capaci di scorgere la bellezza e di farci scuotere dalla sua forza. Guardare è, in fondo, una manifestazione del desiderio creativo, ma se non veniamo educati a coltivare questa capacità! Proprio Hillman in “Fuochi blu” (bellissimo) sostiene l’attaccamento innato del bambino alla bellezza estetica e fa discendere l’insorgere di disturbi (videodipendenza, iperattività…) dalla mortificazione del desiderio di bellezza e di creatività. Hai presente lo stato dei nostri edifici scolastici? Sono monumenti all’educazione offesa: brutti, grigi e decrepiti, non ricevono adeguata manutenzione, hanno arredi in totale disarmonia e del tutto privi di gradevolezza; niente se pensiamo che in molti casi non sono neppure sicuri. Seppur in negativo, la bruttezza delle nostre scuole testimonia il valore etico della bellezza e del bisogno che la società investa in ricerca esistenziale. Anzi, proprio perché capace di confrontarsi con il negativo, il desiderio di bellezza si sprigiona come un guizzo di libertà che dovrebbe smuoverci. Dovremo indignarci, anzi. Inoltre abbiamo al governo uno degli uomini più brutti della storia politica italiana, motivo in più per desiderare una rivalutazione del bello, anche in senso etico. Secondo me, la fame di bellezza che sentiamo non è semplicemente un contraltare alle brutture di questi tempi, ma un di più. O almeno così spero. Penso a Dante quando vede per la prima volta Beatrice e viene colto da un tremito violento, tutti i suoi sensi sono scossi: come se la bellezza avesse il potere di inquietarci, di risvegliarci alla vita, come se ci investisse molto più profondamente rispetto al semplice campo percettivo. Forse chi desidera avvicinarsi alla bellezza desidera riempirsene per portarla nel mondo. Allo stesso modo in cui chi si avvicina alla verità lo fa per diventare consapevole, la bellezza restituisce vita e creatività, se non fa diventare addirittura“belli”. Se i contenuti della mia coscienza sono pieni dei suoni degli uccelli, di bei paesaggi, di visioni di opere d’arte, di rappresentazioni mentali dei balletti, di frasi gentili ascoltate e dette, anche io mi riempio di bellezza e posso restituirla. E’ libertà originaria perché tanto vicina ala verità soggettiva e forse costituisce un campo di lotta per il cambiamento. Sarò un’idealista?

  7. feritinvisibili ha detto:

    C'è un bel post da Larpederba, che sembra proprio il compagno di questo tuo  http://larpaderba.splinder.com/post/22831193ho anche lasciato il link del tuo da lei

  8. melogrande ha detto:

    Cape, certo che il progettista può fare bella anche una fabbrica di automobili, se qualcuno glielo chiede…

  9. melogrande ha detto:

    SinuosaStrega,"come se la bellezza avesse il potere di inquietarci, di risvegliarci alla vita, come se ci investisse molto più profondamente rispetto al semplice campo percettivo"A volte penso addirittura che recuperare il valore prioritario della bellezza sia la cosa più importante ed urgente, se vogliamo lasciare alle prossime generazioni un senso della vita ed un mondo dove viverla…Idealista tu, o esagerato io ?

  10. melogrande ha detto:

    "La bellezza di Afrodite rimanda alla superficie lucente di ciascun evento particolare, alla sua trasparenza, alla sua particolare brillantezza, al fatto stesso che le singole cose si mostrino alla vista e proprio nella forma in cui si mostrano.La bellezza è dunque la percettibilità stessa del cosmo, è il suo avere qualità tattili, tonalità, sapori e forza di attrazioneSe la bellezza è inerente ed essenziale all’anima, allora essa appare dovunque appaia l’anima. La rivelazione dell’essenza dell’anima, il concreto manifestarsi di Afrodite nella psiche, il suo sorriso, nella lingua dei mortali sono chiamati "bellezza".Tutte le cose, in quanto esibiscono la loro natura innata, mostrano l’oro di Afrodite; in quanto risplendono alla vista, sono estetiche.La forma visibile è esibizione dell’anima. L’essere di una cosa è rivelato nell’ostensione del suo Bild, della sua immagineVoglio dire: l’attività del percepire, la sensazione, in greco è aisthesis, la cui radice rimanda ad "accogliere" e "inspirare": quel trattenere il fiato dalla meraviglia che è la risposta estetica primaria.A "salvare il mondo" non sono necessariamente la grazia o la fede o le teorie olistiche e neppure l’oggettività scientifica o la soggettività trascendentale. I fenomeni sono salvati dall’anima mundi, dalla loro stessa anima e dal nostro ingenuo trattenere il fiato di fronte a tanta bellezza immaginaleOrbene, l’organo che percepisce il volto delle cose è il cuore.Dunque il problema del male, come quello del brutto, rimanda in primo luogo al cuore anestetizzato, al cuore che non reagisce a quello che ha davanti e che trasforma con ciò stesso il variegato volto sensuoso del mondo in monotonia, in uniformità, in unità. Il deserto della modernità.Il mondo è un’ esperienza estetica, anche se non tutti gli esseri umani ne sono coscienti."James Hillman, naturalmente

  11. SinuoSaStrega ha detto:

    Certo che si tratta di pensieri "alti" in un mondo come questo, fondato sulla tecnica e sul denaro.Se esistere significa "guardare fuori da sè" (ex-sistere) questo vuole dire anche che il nostro essere si manifesta in ogni cosa che ci circonda.Se sperimentiamo spesso lo stato mentale che si ha di fronte al bello (il contrario del cuore anestetizzato descritto da Hillman) forse la bellezza potrebbe davvero salvare il mondo.

  12. feritinvisibili ha detto:

    L'ultima frase di Hillman: Il mondo è un’ esperienza estetica, anche se non tutti gli esseri umani ne sono coscienti"  sintetizza una delle "malattie" ( ma forse sarebbe stato meglio scriverlo senza virgolette..) di cui noi occidentali siamo gravemente affetti: la separazione tra mente e corpo che è alla base della nostra cultura. Pensiero/ragione da una parte e sfera percettiva, sentimenti, anima dall'altra.A me sembra che veniamo educati fin da bambini a scindere queste sfere del nostro essere e a "declassificare" quella del sentire. Penso ad esempio ai bambini, i quali nella maggior parte dei casi fino ai 2 o 3 anni ballano in modo naturale a ritmo con la musica e intorno ai 5 o 6 sono già diventati rigidi e "stonati" nel corpo… Non so se avete mai visto ballare bambini o adolescenti rom, beh tutta un'altra cosa..Sì è proprio come se fossimo incoscienti, o dimentichi e anestetizzati verso ciò che in noi stessi è in relazione diretta con il mondo, come se non ne misconoscessimo il vocabolario naturale..

  13. feritinvisibili ha detto:

    …ops, soliti pasticci alla Hannah, mi correggo: come se ne misconoscessimo il vocabolario naturale..

  14. piadellamura ha detto:

    bella è la vita, comunque sia. respirare e poi ancora respirare ed anche nel vuoto c'è la bellezza dell'essere.

  15. melogrande ha detto:

    E' vero, sono discorsi "alti". Ma se non li facciamo noi che siamo "prodotti di nicchia" come dice capehorn, chi mai li dovrebbe fare ? '

  16. melogrande ha detto:

    Bella è la vita anche nel vuoto, Pia, è vero.Però piena è pure più bella…

  17. capehorn ha detto:

    Per una volta non concordo con il nostro ospite.NON siamo un prodotto di nicchia, o almeno tendiamo ad esserlo perché ci interroghiamo sugli aspetti più dessueti del nostro vivere.Abbiamo perso il filo della bellezza, anche come provocazione.Non riusciamo più a provocarci ad essa, né a provocarla.Eppure sappiamo della sua esistenza e la ricerchiamo, a volte felici di trovarla nelle parole degli altri, altre dolenti che un velo ricopara tutto e tutti, noi compresi.Tanto che la sentiamo distante, scomparsa ai nostri sensi.Forse é quello il significato di "Prodotto di Nicchia".Voler cercare ed approfondire quelle cose che ci paiono scontate, usuali entrate e poi rimaste sciape, nelle nostre abitudini.Abbiamo pensieri e nulla e nessuno potrà toglierceli.Neppure noi e con loro quotidianamente é e sarà confronto e anche scontro.Sono voci insopprimibili a cui bisogna prestare orecchio , forse perché ci stimolano a vivere presenti a noi stessi.Quella presenza che molti vorrebbero annullata, imbavagliata, addomesticata in nome della deformazione, disinformazione, massificazione etc.Ma é la goccia che scava la pietra, una inondazione solo distruzione.

  18. melogrande ha detto:

    E facciamoci goccia, allora…

  19. feritinvisibili ha detto:

    Te le invidio proprio queste cosette animate! Questa è bellissima, fa anche sentire fresco ((((:

  20. capehorn ha detto:

    Sono cose che trovi solo sotto  un "melogrande".Rinfreschiamoci

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