Ah, Theos


 
“Ma se non credi, che parli a fare di religione ? Ignorala, no ?”
Eh, già. Come se davvero si potesse non parlarne, ignorarla nel mondo di oggi.
Ma non basta guardarsi intorno per vedere che è dappertutto, a dire la sua, in ogni conflitto ed in ogni crisi, in ogni passo che facciamo, in ogni discussione, in ogni idea di riforma, in ogni prospettiva di futuro, piccolo, locale, meno piccolo, nazionale, internazionale, nostro o della umana gente ? 
Come si fa ad ignorarla ? E’ semplicemente impossibile.
 
“Per forza”, ti dicono loro, quelli che credono, “avete tentato di fare a meno di Dio, avete proclamato la morte di Dio, addirittura, vedi che non c’è limite all’ arroganza umana, avete provato ad estirparlo, a cancellarlo. Avete detto che era un concetto sorpassato. Ed avete fallito. Non siete riusciti a dare nessuna risposta soddisfacente alle grandi domande, nessun senso alla condizione umana, e per di più le vostre filosofie della morte di Dio, scientifiche, atee, materialistiche hanno insanguinato l’ Occidente intero in quel maledetto XX° secolo da poco concluso. Dal fallimento dell’ ideologia materialistica non poteva che rinascere il sentimento religioso, il ritorno a Dio che va incontro al bisogno umano di trascendenza e spiritualità. Era tutto scritto.”
 
Sarà.
Però qualche obiezione ce l’ ho.
Non fosse altro per il fatto di vederci, nelle teorie scientifiche atee e materialiste un’ intenzionalità che secondo me non c’è. La scienza non è contro la religione per partito preso, l’ ateo non dedica la sua esistenza a convertire i credenti. Non ne conosco, di atei missionari. Conosco atei sofferenti, conosco atei tormentati. Atei che si capisce che preferirebbero non essere tali, se solo trovassero uno spiraglio. Quelli si. Ma non conosco nessuno che abbia la passione di far perdere la fede a chi ce l’ha.
 
La scienza per come l’ ho studiata io (ed un po’ l’ ho studiata) non procede per partito preso, a favore o contro qualcuno o qualcosa, procede con interesse genuino e sincero per la verità, qualunque essa sia, una verità da costruire faticosamente mattone su mattone e sempre provvisoria, precaria, suscettibile di smentita, confutazione, revisione.
L’ unica dote che la scienza porta con sé, è la consapevolezza che questo metodo è costruttivo, il processo a cui dà origine è un processo ascensionale, ogni nuova scoperta arricchisce il quadro e permette una comprensione del mondo un po’ migliore di prima, ogni nuova teoria spiega un po’ di ogni teoria precedente.
Questo processo di scoperta e comprensione ha portato, senza alcuna intenzionalità preconcetta ad una visione del mondo che io trovo molto difficilmente conciliabile con quella delle religioni rivelate.
Ma questa è una conseguenza, non il fine della ricerca.
Il fine della ricerca è la verità, non precostituita, la verità a prescindere.
La scienza non ha la pretesa di sostituire la religione, ma solo quella di scoprire quanta più verità sia possibile a proposito della realtà che ci circonda.
 
È chiaro che la visione di un mondo privo di Dio è spiazzante e niente affatto consolatoria. È una visione che lascia irrimediabilmente orfani e soli.
In questa solitudine hanno fatto irruzione le ideologie, in particolare le grandi ideologie totalitarie del Novecento, che dalla scienza, o meglio dalla sua declinazione pratica, la tecnologia, hanno mutuato l’ idea che si possa progettare a tavolino un sistema sociale perfetto, da realizzare poi nel mondo vero. Da realizzare a qualunque costo, sforzando il materiale umano, piegandolo ad un disegno, adattandolo a ciò che non vuole essere, senza badare ai costi di sofferenza e dolore che questa operazione può comportare.
 
Ma è un’ estrapolazione impropria, un forzare a proprio uso le stesse teorie scientifiche, che non possono dare nessun fondamento ad esperimenti di ingegneria sociale. Nessuno scienziato serio li appoggerebbe. È usare uno strumento fuori dal suo contesto, è come sostenere che siccome una penna scrive su un foglio di carta allora usiamola anche per disegnare paesaggi sul  fondo dell’ oceano. Non funziona.
Infatti non ha funzionato. E le ideologie basate su questa impropria estrapolazione hanno trasformato il Novecento in un incubo di sangue e crudeltà. 
 
Non può sorprendere nessuno che la caduta delle ideologie abbia generato, per reazione, una rinascita del sentimento religioso,  abbia ha investito con una critica indifferenziata ed uno spirito di rivincita il materialismo, lo scientismo, il laicismo, facendo un solo fascio di erbe molto diverse e non tutte velenose.
Non sorprende, infatti.
 
Va semmai detto che la religione ha un’ altra funzione sociale, una funzione importante, che è quella di fondare le regole di una comunità al di fuori della comunità stessa.
 
La fondazione “trascendente” di queste regole le mette automaticamente al riparo dalla critica dei singoli e permette l’ aggregazione della comunità dei fedeli attorno a principi insindacabili, fosse pure la monarchia assoluta.  Dio come bisogno, Dio come appoggio, come spiegazione, come consolazione e giustificazione, più che come consapevole libera accettazione.
 
Se si vuole fare a meno della religione in questa funzione fondativa delle istituzioni occorre rimpiazzarne la funzione sociale con qualcos’ altro.
 
La fondazione non trascendente di principi e regole di una comunità altro non è che ideologia. Ma è davvero possibile fondare una comunità “dall’ interno” oppure è giocoforza che le regole vengano sempre dal di fuori e dall’ alto perché in caso contrario esse sarebbero sempre soggette alle contestazioni dei singoli ?
 
Si potrebbe dire che o l’ ideologia si pone al di fuori della società a cui l’ ideologia stessa si applica imponendo regole astratte che verranno poi messe in pratica all’ interno della comunità, oppure è destinata a rimanere un’ ideologia debole e continuamente rimessa in discussione, apparentemente insufficiente a fare da vero collante. 
 
Questa ideologia “debole” è in fondo l’ essenza, precaria e vulnerabile, della democrazia.
 
Una funzione sociale forte come quella svolta dalla religione ha bisogno di momenti di condivisione, riti collettivi, adunate, processioni, cerimonie solenni. Le ideologie forti sono caratterizzate da una serie di sostituti in forma di parate militari, discorsi a folle oceaniche, celebrazioni sportive, funerali di stato, acclamazioni e giubilei.
I momenti laici di condivisione tendono ad essere retorici e vuoti a causa del distacco dell’ individuo dalla casta al potere. Retorica allo stato puro, laicamente insopportabile.
Inevitabilmente si viene colpiti dallo scarto fra i principi enunciati e la testimonianza quotidiana di vita contraria ai principi stessi da parte di chi detiene il potere.
Chiunque osservi una contraddizione fra parole e comportamenti prende per veri questi ultimi, in quanto a ragione li ritiene molto meno falsificabili dei discorsi. Ecco quindi il distacco dalle occasioni di condivisione democratica derivanti semplicemente dall’ ostilità istintiva.
 
È però davvero difficile immaginare un laicismo in grado di trionfare senza una vera capacità di mobilizzare e senza una vera capacità di condividere emozioni e passioni e senza una vera capacità comunicativa. 
La libertà è partecipazione, diceva qualcuno un tempo.
La mancanza di partecipazione mette in pericolo la libertà, verrebbe da dire oggi guardandosi intorno.
 
Mi sembra giusto andare avanti accettando la solitudine, la debolezza, la precarietà dell’ esistenza, facendo propri gli errori del passato, imparando le lezioni più amare, rinunciando proprio in virtù di queste lezioni amare ad ogni pretesa di onnipotenza, ad ogni arroganza intellettuale. Con semplicità, con umiltà, con dignità andare avanti.
Quello che è difficile è aggregare consenso attorno ad una consapevolezza del genere. 

Post concettoso, lo so. 

 

 

 
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16 commenti su “Ah, Theos

  1. Grillo_Sognatore ha detto:

    Bravo, bravo! Interessante e non banale. Condivido quasi in pieno. Mi riprometto di farti una visitina di tanto in tanto, non ti dispiace no?

  2. feritinvisibili ha detto:

    Allora ti racconto questa.In uno shetl del nord est Europa (shetl erano i villaggi dove vivevano gli ebrei ahskenaziti che parlavano yiddish) c'era un contadino ebreo ateo, che un giorno sente parlare di un saggio molto conosciuto che si professava a sua volta ateo. allora decide di andare a cercarlo e si mette in cammino. Arriva nel villaggio del saggio e chiede di lui, e la gente del posto gli dice "è nella scuola talmudica che devi andare a cercarlo, è sicuramente lì.."Il contadino perplesso raggiunge la scuola talmudica, entra e trova molti rabbini e il saggio che andava cercando presi da un'accanita discussione su un passo talmudico (il talmud è la raccolta di commenti alla Torah, la Legge Orale per intenderci, che ha iniziato a diventare scritta circa 600 anni a.Cristo). Allora il contadino si rivolge al saggio e gli dice: "ma come, io sapevo che sei ateo perciò sono venuto a cercarti, cosa ci fai qui in mezzo ai religiosi a parlare di cose divine?" "Tu non leggi il talmud e neanche la Torah?" gli chiede il saggio, "NO!! Io sono Ateo!!!" risponde il contadino. "Tu non sei ateo, gli dice il saggio, tu sei un ignorante"

  3. Naima ha detto:

    post veramente apprezzabile…grazie!

  4. melogrande ha detto:

    Certo che non mi dispiace, Grillo Sognatore !

  5. melogrande ha detto:

    Eh, già, Hannah, per quanto il sapere sia fonte di dolore (Qohelet…), sembra una di quelle cose di cui non se ne ha mai abbastanza.Conoscere è il presupposto del prendere posizione, altrimenti, come dice la tua parabola, non è che ignoranza.Basta guardarsi intorno.

  6. melogrande ha detto:

    Piacere di rivederti da queste parti, elisa, temevo fossi dispersa ormai nella blogosfera…

  7. tittidiruolo ha detto:

    Sono assolutamente convinta che  sapere nulla di nulla della religione è ignoranza pura. E lo dico con assoluta convinzione, cioè pronta a battermi per questo.

  8. tittidiruolo ha detto:

    PS il post è concettoso, sì. Ma molto interessante. Secondo me qualsiuasi religione è un patrimonio dell'umanità, bello brutto disgustoso o affascinante, ma ha fatto parte dell'Umanità, arretrandola o facendola crescere, comunque è stata uno dei pilastri.la religione va conosciuta, anzi le religioni, meglio sarebbe in lingua originale non tradotta, perchè nelle traduzioni delle lingue antiche entra irreparabilmente in gioco la propaganda. Scusa se sono andata fuori tema. Ciao e ben tornato.

  9. Naima ha detto:

    no no, ci sono sempre. non scrivo, commento poco ma leggo molto e sopratutto…ti tengo d'occhio 😉

  10. SinuoSaStrega ha detto:

    E' un post che fa molto riflettere. Oggi viviamo in un mondo dove coesistoni diverse etiche e culture, per cui è difficile pensare a un bisogno di ragione e a quello di metafisica uguali per tutti. Io penso che, prima di tutto, si debba volere la libertà, e ci sono modi diversi di volere la libertà: questo significa dialogo sociale sempre aperto. Scienza e religione corrispondono a valori diversi, in quanto la prima corrisponde a fatti, mentre la seconda a un bisogno di trascendenza e a valori che non possono essere indicati dalla scienza e dalla ragione. E' un dibattito che, a mio parere, può essere risolto arrivando a una coscienza etica condivisa, ma non imposta, bensì sempre discussa e argomentata dai singoli.

  11. Lillopercaso ha detto:

    Ottheos ! Se fossi passata da qui prima di andare da Hannah, non avrei lasciato quel commentone smangiucchiato nel suo post sul punto di vista della formica. Bel post, mi ha chiarito alcune cose.Ora devo ragionare su:  l'essenza disgraziatamente e indispensabilmente precaria della democrazia;  la difficoltà di creare aggregazione attorno a una consapevolezza individuale;  la libera ma richiesta partecipazione per la costruzione di una libertà che non sia una 'libertà obbligatoria'.Se ne cavo qualcosa di illuminante, ripasso!

  12. melogrande ha detto:

    Non c' è dubbio che la consapevolezza della molteplicità di etiche, culture, sensibilità, dovrebbe essere la chiave per assicurare la sopravvivenza pacifica di una società sempre più "multi".Non è però nella natura delle religioni la concezione di poter essere UNA delle verità possibili, cosa che è invece, o dovrebbe essere, nella natura stessa della democrazia che vive del confronto fra le opinioni.Ne dovrebbe venire un' esigenza comune di "laicizzare" il più possibile le strutture della comunità. Non mi pare che sia questa la strada che stiamo percorrendo, e questo mi ha fatto riflettere su quanto sia difficile aggregare attorno a valori "autonomi", che non vengano dall' alto e che quindi non possano essere percepiti come "assoluti"..Allo stesso tempo, una democrazia vive di opinioni, alle quali deve dar spazio, anche se non tutte queste opinioni sono in sè demoratiche. E' questo il punto di fragilità, ma è anche l' essenza della democrazia. Nel momento in cui si comincia a disquisire su chi abbia diritto di parola, ce ne allontaniamo inesorabilmente.Il "vaccino" è solo la maturità, che si ottiene con l' educazione e con una partecipazione attiva a ricordare, imporre, pretendere il rispetto delle regole, a tutela della libertà di tutti, in particolare di chi NON è al potere.

  13. Diaktoros ha detto:

    Post fondamentale e problematico, che necessiterebbe di una lunga discussione su tutti i livelli e discipline filosofiche che sono coinvolti.Posso solo riportare quello che mi suggerisce la mia esperienza.Ho sempre rifiutato riti, miti e verità preconcette e questo mi ha impedito di abbracciare coscientemente religioni e ideologie. Non ho per questo rinunciato a tentare un percorso conoscitivo, senza rifiutare nulla in modo preconcetto. Ebbene, la mia impressione allo stato attuale è che alcuni principi propri della cultura esoterica, come del pensiero classico, sviluppati nell'antichità forse con un procedimento intuitivo, finiscano paradossalmente per trovare punti di convergenza coll'esperienza scientifica contemporanea. Ho fiducia che il progressivo avvicinarsi alla scoperta delle regole su cui è fondato l'universo, mediante l'avvicendarsi di teorie che giustifichino il maggior numero possibile di fenomeni, indebolisca gli elementi sovrastrutturali e contingenti delle religioni rivelate, mettendo a nudo quel nucleo di conoscenza che è il vero patrimonio dell'umanità. Come poi si comportino nel frattempo le varie comunità umane, quelle ancora legate alla ritualità collettiva o a un ateismo o materialismo altrettanto estremo e ossessivo, non possiamo saperlo. D'altra parte, gli uomini scelgono pur essendo schiavi di una profonda e inconsapevole ignoranza. Come ci si può dichiarare materialisti o spiritualisti se non si ha ben chiaro cosa sia la materia e cosa lo spirito?Come si può privilegiare l'una o l'altra forma di convivenza civile, se tutte possono essere messe in crisi dal comportamento di singoli uomini?

  14. feritinvisibili ha detto:

    Diaktros penso che hai centrato in pieno un cosa fondamentale. Hai messo in luce l'assoluta vulnerabilità del nostro sguardo di umani sull'esistente (che comprende l'inesistente, lo spirito…) e qui penso a quanto tutti i sistemi di "interpretazione" dal momento che si strutturano in ideologie e certezze diventano automaticamente sistemi in un certo senso morti e pericolosi, fonti di fanatismo e totalitarismo. E non solo quando diventano politica o religione, ma anche pensiero standardizzato, chiavi di lettura del mondo ritenute verità.

  15. capehorn ha detto:

    A un post così é impossibile sottrarsi. Come é altrettanto impossibile dare esaustive risposte. Non perché manchino i temi per darle, ma piuttosto manca il tempo e lo spazio per sviscerarle fino in fondo. Tema mai finito e per certuni, mai iniziato. Vero é che, attaverrsato il secolo scorso, alcuni di noi possono guardare al dualismo religione e scienza con una misura più completa.  Pur abbandonati alle facili chimere degli "ismi", che tanto hanno travagliato il nostro passato, ancor oggi ci poniamo giustamente il problema se Dio sia effettivamente morto.Non solo il Dio degli eserciti, oppure l'Agnello o il Misericordioso, del quale non si deve mostrare il volto.Il dio che indico é quello nella sua forma più elementare: l'uomo.Credo che le due,religione e scienza siano inscindibili l'una dall'altra a patto che l'uomo sappia maturare la fede in esse, in maniera responsabile.Si richiede a gran voce, dai laboratori e dalle chiese, che l'uomo si avvicini e viva l'empirismo e la trascendenza, con un atteggaimento diverso da quello di un tempo.Forse perché ci si é accorti che gli "ismi" di cui prima, hanno mostrato il fianco ed abbiano causato più guai che altro.Hanno generato spinte centrifughe, non volute, nè cercate e completamente diverse da quelle previste.Ecco come il fattore umano, ancora una volta gioca la sua fondamentale partita. Vuoi perché gli uomini si accostano a scienza e religione forti della loro educazione sociale, vuoi per la personale predisposizione all'una, come all'altra.Religione e scienza, al di là delle formule con cui basano i loro fondamenti, ciascuna offre e senza risparmio parole come dignità, perserveranza, umiltà, coesione, pace.Accettarle e viverle con consapevolezza e maturità d'animo, saranno queste le grandi sfide che dovremo affrontare per riuscire a condividere, nella propria vita, fede e scienza, senza che l'una possa prevalere sull'altra.

  16. melogrande ha detto:

     Il punto toccato da Diaktoros è assai interessante.È vero che più si indaga sulla natura ultima del mondo e più la verità sembra confondersi in una nebbia. A domande fondamentali sulla natura dello spazio, del tempo, della materia si danno risposte sempre più complesse, lontane in modo addirittura imbarazzante dalla comprensione comune. Alla domanda se la natura ultima della materia sia corpuscolare oppure no si riesce solo a rispondere: “Dipende”. Non era questo che si voleva.Sembra quasi che la natura si ritragga quanto più ci si avvicini ad essa con strumenti sempre più raffinati e sensibili. Oppure  che l’ ordine ultimo della verità stia su un piano razionalmente inaccessibile .Non lo so.Però questo mi porta semmai ad essere ancor più diffidente rispetto ad ogni forma di verità assoluta, “rivelata” invariabilmente da uomini che affermano essere proprio quella verità (e nessun’ altra) di provenienza divina.Questione di fede, lo so. Non ho nulla contro le religioni in se, ne riconosco l’ importanza individuale, sociale, fondativia di senso dell' esistenza e della comunità. Mi rendo conto Mi ribello soltanto ad ogni pretesa di imporre i propri codici anche a chi in quei codici non si riconosce, una questione non da poco in tempi bui in cui un fondamentalismo chiama l’ altro. 

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