Partiamo da lontano / L’ arrivo

Questa era la dunque residenza dove, dopo il 1904, prese a vivere Pietro Spadaro con la moglieQuesta era la dunque residenza dove, dopo il 1904, prese a vivere Pietro Spadaro con la moglie Girolama (che immagino fosse chiamata “Mimma”) e l’ unica figlia Laura, ed a questo periodo risale l’ incontro di mio nonno con  lo stesso Spadaro.
 
foto s. lorenzo 2

Questa era la dunque residenza dove, dopo il 1904, prese a vivere Pietro Spadaro con la moglie Mimma e l’ unica figlia Laura, ed a questo periodo risale l’ incontro di mio nonno con  lui.

Non so di preciso quando i due si conobbero, ma probabilmente l’ incontro avvenne attorno al 1910. 
 
Mio nonno a quei tempi faceva dunque il meccanico e lo chauffeur, le due cose erano strettamente legate, l’ affidabilità delle auto del tempo era quella che era e l’ autista immagino passasse più tempo con le mani dentro il cofano che sul volante.
 
La leggenda dice che una di queste “pannes” avvenne proprio davanti alla villa di Spadaro, e mi piace immaginare l’ anziano cavaliere, ormai settantenne, osservare il giovane chauffeur che si metteva al lavoro per riparare il guasto, ammirarne forse la destrezza, l’ impegno, la competenza. 

panneMi piace immaginare l’ anziano cavaliere uscire dalla villa incuriosito, magari chiedere al nonno se avesse bisogno d’ aiuto, iniziare una conversazione leggera di circostanza, le solite cose, da dove viene, per chi lavora, ed infine l’ idea che al vecchio possidente uno chaffeur avrebbe fatto proprio comodo, qualcuno che lo accompagnasse in giro con l’ automobile e non solo, si sarebbe ritrovato anche un abile meccanico, un factotum, un braccio destro chissà.

Di sicuro il nonno cominciò a frequentare la villa ed a lavorare, sia pure saltuariamente ma assiduamente, per la famiglia Spadaro, anche e forse ancor di più dopo la scomparsa del vecchio cavaliere, che deve essere avvenuta non molti anni dopo quell’ incontro.

 
Spadaro come sappiamo aveva un’ unica figlia, Laura, purtroppo destinata ad una vita piuttosto breve e probabilmente infelice. 
Il  2 Luglio del 1900 Laura aveva sposato il Barone Francesco Colonna, realizzando probabilmente il sogno a lungo inseguito dal padre di farsi cooptare nella cerchia della nobiltà palermitana mediante un matrimonio importante. 
La scelta era caduta per l’ appunto sul rampollo della famiglia Colonna, la cui occupazione principale appare tuttavia essere stata quella di dilapidare patrimoni propri ed altrui. Una foto lo ritrae di fianco ad un’ auto col cofano aperto, mentre il nonno finge di registrare qualcosa nel motore. Lui si limita ad osservare, l’ aria un po’ annoiata, impeccabile col suo soprabito dai risvolti di pelliccia e cappello sulle ventitré. 
Insieme a mio nonno parteciperà con esiti trascurabili ad un’ edizione della Targa Florio, gara inaugurata nel 1906 e subito divenuta molto di moda fra la gioventù della buona società siciliana.
 
Non sono riuscito a stabilire l’ anno in cui scomparve il cav. Spadaro, di sicuro non arrivò a vedere la Grande Guerra. 
Alla sua morte, la proprietà di San Lorenzo passò in eredità alla figlia Laura, che però gli sopravvisse di poco, morì infatti nell’ Aprile del 1915, non aveva ancora quarant’ anni.
 
Rimasero, a contendersi l’ eredità, l’ anziana vedova ed il giovane barone. 
Devo immaginare una certa turbolenza a questo punto della nostra storia, la vecchia era ben decisa a difendere la villa dalle mani del  genero. 
Si arrivò ad una transazione stipulata dal notaio di fiducia degli Spadaro: il barone rinunciava ai diritti sulla villa, convinto probabilmente di poterla comunque recuperare alla morte della suocera, in cambio della cessione della ditta di pesca di Mondello che dal canto suo la vedova da sola non era in grado di amministrare. Nemmeno il barone, si scoprirà, visto che la ditta andrà in fallimento nel giro di pochi anni.
 
In questo periodo è molto probabile che i rapporti con mio padre si facessero più frequenti, la vedova era ultrasettantenne ed era rimasta sola, è probabile che considerasse mio nonno, che all’ epoca aveva una trentina d’ anni, come una sorta di figlio adottivo, autista, meccanico, factotum e braccio destro, l’ unica persona probabilmente di cui si fidasse.
 
Nel 1916 nel pieno della Grande Guerra il nonno non andò al fronte, come sappiamo ci andò il fratello minore, che rimase ferito. Il nonno rimase a Palermo, oltre a servire la vedova Spadaro  faceva anche l’ operaio presso la “Cooperativa Trento e Trieste” di Palermo e successivamente presso le Officine Meccaniche  Oretee, che verso la fine del 1919 fallirono. 
 
Anni difficili, si sa. 
L’ Europa era stata devastata dalla guerra, la Belle Epoque era finita tragicamente, ma la vita continuava. Proprio in quel periodo il nonno incontrava la sua adorata Lina. Lina era figlia di Giovanni, di professione macchinista navale, e di una donna napoletana di nome Annunziata De Simone, di più non so. So però che nonna Lina era nata il 28 marzo del 1887, era dunque di un anno e mezzo più grande del nonno, fatto quasi inaudito per i tempi in cui le mogli erano spesso dieci o vent’ anni più giovani. Era anche una donna nevrastenica, soggetta a crisi di tanto in tanto, avrebbe probabilmente interessato Freud, ma Vienna era assai lontana.
A me bambino fece sempre un’ impressione un po’ inquietante ed ambigua, portatrice com’ era di quella finta benevolenza che il fiuto dei bimbi riconosce infallibilmente.

 
Il nonno però l’ adorava, doveva esserne perdutamente innamorato, tante sono le foto con dedica e le cartoline dai luoghi dove si recava per lavoro che ho trovato nei cassetti. Tutte da dal nonno a Lina, nulla da Lina  al nonno anche se il fatto di non averle trovate non vuol dire che non ci fossero o che il nonno non fosse corrisposto abbastanza, naturalmente.
 
Nel 1919 mio nonno si trasferì definitivamente nella villa, in una nuova ala che la vedova aveva fatto costruire per ospitarlo insieme alla moglie Lina, incinta di mio papà, le tre cechoviane sorelle e forse anche l’ anziana madre, lui era l’ unico uomo in quella grande casa. Mio nonno allora si licenziò dal suo ultimo incarico presso le Officine Meccaniche Pintacuda ed entrò al servizio della vedova Spadaro fino alla morte di lei, avvenuta nel giugno 1924 all’ età di 81 anni.
 
Poco prima di morire la vedova aveva avuto l’ accortezza di chiamare il notaio e stipulare un testamento olografo a prova di qualsiasi tribunale, nel quale nominava mio nonno erede della villa, e devolveva in beneficenza TUTTI i beni restanti, che non erano pochi. Al  genero, neppure un centesimo, e non so come la prese.
 
Mio nonno si ritrovava, a 36 anni, proprietario di una principesca villa, e con una vita davanti. Ma le ville costano, a volerle mantenere, ed oltre alla villa il nonno aveva sulla spalle una numerosa tribù totalmente femminesca. Che fare ?
 
Scelse di tornare a fare ciò che sapeva fare e che amava fare, cioè lo chauffeur, questa volta però in proprio, aprì addirittura un noleggio auto, assunse qualche collaboratore, imparò chissà come un po’ di inglese e cominciò ad offrirsi per far visitare la Sicilia ai facoltosi clienti stranieri che desideravano ripercorrere le orme di Goethe o di Maupassant. 
 
Le macchine ideali per questo servizio erano le Landaulet, auto in cui i passeggeri erano isolati dallo chauffeur e potevano farsi aprire la capote a loro piacimento, mentre quest’ ultimo aveva un tettuccio rigido.
 
Nel 1927 il nonno possedeva una macchina belga, una Landaulet Minerva da 25HP, che rivendette per comprare una più confortevole Landaulet 525 Fiat da 33HP a sei posti.
 
L’ ultima vettura della sua carriera e pezzo pregiato della collezione fu una straordinaria Lancia Dilambda, col poderoso motore 8 cilindri da 100 HP, un’ autentica gran turismo che rimase in produzione fino al 1935.

 
Era ancora lì nel garage della villa quando io ero bambino, anche dopo la morte del nonno e quando cominciarono le incomprensioni fra gli eredi. 
 
 
 Girolama (che immagino fosse chiamata “Mimma”) e l’ unica figlia Laura, ed a questo periodo risale l’ incontro di mio nonno con  lo stesso Spadaro.
 
Non so di preciso quando i due si conobbero, probabilmente l’ incontro avvenne attorno al 1910. 
Mio nonno a quei tempi faceva il meccanico e lo chauffeur, le due cose erano strettamente legate, l’ affidabilità delle auto del tempo era quella che era e l’ autista immagino passasse più tempo con le mani dentro il cofano che sul volante. La leggenda dice che una di queste “pannes” avvenne proprio davanti alla villa di Spadaro, e mi piace immaginare l’ anziano cavaliere, ormai settantenne, osservare quel giovane chauffeur che si metteva al lavoro per riparare il guasto, ammirarne forse la destrezza, l’ impegno, la competenza. Mi piace immaginare l’ anziano cavaliere uscire dalla villa incuriosito, magari chiedere al nonno se avesse bisogno d’ aiuto, iniziare una conversazione leggera di circostanza, le solite cose, da dove viene, per chi lavora, ed infine l’ idea che al vecchio possidente uno chaffeur avrebbe fatto proprio comodo, qualcuno che lo accompagnasse in giro con l’ automobile e non solo, si sarebbe ritrovato anche un abile meccanico, un factotum, un braccio destro chissà.
Di sicuro il nonno cominciò a frequentare la villa ed a lavorare, sia pure saltuariamente ma assiduamente, per la famiglia Spadaro, anche e forse ancor di più dopo la scomparsa del vecchio cavaliere, che deve essere avvenuta non molti anni dopo quell’ incontro.
 
Spadaro come sappiamo aveva un’ unica figlia, Laura, purtroppo destinata ad una vita piuttosto breve e probabilmente infelice. 
Il  due Luglio del 1900 Laura aveva sposato il Barone Francesco Colonna, realizzando probabilmente il sogno a lungo inseguito dal padre di farsi cooptare nella cerchia della nobiltà palermitana mediante un matrimonio importante. 
La scelta era caduta per l’ appunto sul rampollo della famiglia Colonna, la cui occupazione principale appare tuttavia essere stata quella di dilapidare patrimoni propri ed altrui. Una foto lo ritrae di fianco ad un’ auto col cofano aperto, mentre il nonno finge di registrare qualcosa nel motore. Lui si limita ad osservare, l’ aria un po’ annoiata, impeccabile col suo soprabito dai risvolti di pelliccia e cappello sulle ventitré. 
Insieme a mio nonno parteciperà con esiti trascurabili ad un’ edizione della Targa Florio, gara inaugurata nel 1906 e molto di moda fra la gioventù della buona società siciliana.
 
Non sono riuscito a stabilire l’ anno in cui scomparve il cav. Spadaro, di sicuro non arrivò a vedere la Grande Guerra. 
Alla sua morte, la proprietà di San Lorenzo passò in eredità alla figlia Laura, che però gli sopravvisse di poco, morì infatti nell’ Aprile del 1915, non aveva ancora quarant’ anni.
 
Rimasero, a contendersi l’ eredità Spadaro, l’ anziana vedova Girolama ed il giovane barone Colonna. 
Devo immaginare una certa turbolenza a questo punto della nostra storia. 
La vecchia era ben decisa a difendere la villa dalle mani del  genero. 
Si arrivò ad una transazione stipulata dal notaio di fiducia degli Spadaro: il barone rinunciava ai diritti sulla villa, convinto probabilmente di poterla comunque recuperare alla morte della suocera, in cambio della cessione della ditta di pesca di Mondello che dal canto suo la vedova probabilmente non era più in grado di amministrare. 
 
In questo periodo è molto probabile che i rapporti con mio padre si facessero più frequenti, la vedova era ultrasettantenne ed era rimasta sola, è probabile che considerasse mio nonno, che all’ epoca aveva una trentina d’ anni, come una sorta di figlio adottivo, autista, meccanico, factotum e braccio destro, l’ unica persona probabilmente di cui si fidasse.
 
Nel 1916 nel pieno della Grande Guerra il nonno non andò al fronte, come sappiamo ci andò il fratello minore, che rimase ferito. Il nonno rimase a Palermo, oltre a servire la vedova Spadaro  faceva anche l’ operaio presso la “Cooperativa Trento e Trieste” di Palermo e successivamente presso le Officine Meccaniche  Oretee, che verso la fine del 1919 fallirono. 
 
Anni difficili, si sa. 
L’ Europa era stata devastata dalla guerra, la Belle Epoque era finita tragicamente, ma la vita continuava. Proprio in quel periodo il nonno incontrava la sua adorata Lina. Lina era figlia di Giovanni, di professione macchinista navale, e di una donna napoletana di nome Annunziata De Simone, di più non so. So però che nonna Lina era nata il 28 marzo del 1887, era dunque di un anno e mezzo più grande del nonno, fatto quasi inaudito per i tempi in cui le mogli erano spesso dieci o vent’ anni più giovani. Era anche una donna nevrastenica e soggetta a crisi di nervi di tanto in tanto. A me bambino fece sempre un’ impressione un po’ inquietante ed ambigua, portatrice com’ era di quella finta benevolenza che il fiuto dei bimbi riconosce infallibilmente.
Il nonno però l’ adorava, doveva esserne perdutamente innamorato, tante sono le foto con dedica e le cartoline dai luoghi dove si recava per lavoro che ho trovato nei cassetti. Tutte da dal nonno a Lina, nulla da Lina  al nonno anche se il fatto di non averle trovate non vuol dire che non ci fossero o che il nonno non fosse corrisposto abbastanza, naturalmente.
 
Nel 1919 mio nonno si trasferì definitivamente nella villa, in una nuova ala che la vedova aveva fatto costruire per ospitarlo insieme alla moglie Lina, incinta di mio papà, le sorelle e forse anche l’ anziana madre, lui era l’ unico uomo in quella grande casa. Mio nonno allora si licenziò dal suo ultimo incarico presso le Officine Meccaniche Pintacuda ed entrò al servizio della vedova Spadaro fino alla morte di lei, avvenuta nel giugno 1924 all’ età di 81 anni.
 
Poco prima di morire la vedova aveva avuto l’ accortezza di chiamare il notaio e stipulare un testamento olografo a prova di tribunale, nel quale nominava mio nonno erede della villa, e devolveva in beneficenza i beni restanti. Al  genero, neppure un centesimo, e non so come la prese.
 
Mio nonno si ritrovava, a 36 anni, proprietario di una principesca villa, e con una vita davanti. Ma le ville costano, a volerle mantenere, ed oltre alla villa il nonno aveva sulla spalle una numerosa famiglia. Che fare ?
 
 
Scelse di tornare a fare ciò che sapeva fare e che amava fare, cioè lo chauffeur, questa volta però in proprio, aprì un noleggio auto, assunse qualche collaboratore, imparò chissà come un po’ di inglese e cominciò ad offrirsi per far visitare la Sicilia a facoltosi clienti stranieri che desideravano ripercorrere le orme di Goethe o di Maupassant. 
Le macchine ideali per questo servizio erano le Landaulet, auto in cui i passeggeri erano isolati dallo chauffeur e potevano farsi aprire la capote a loro piacimento, mentre quest’ ultimo aveva un tettuccio rigido.
 
Nel 1927 il nonno possedeva una macchina belga, una Landaulet Minerva da 25HP, che rivendette per comprare una più confortevole Landaulet 525 Fiat da 33HP a sei posti.
 
L’ ultima vettura della sua carriera e pezzo pregiato della collezione fu una straordinaria Lancia Dilambda, col poderoso motore 8 cilindri da 100 HP, un’ autentica gran turismo che rimase in produzione fino al 1935.
 
Era ancora lì nel garage della villa quando io ero bambino, anche dopo la morte del nonno e quando cominciarono le incomprensioni fra gli eredi. 
 
Questa era la dunque residenza dove, dopo il 1904, prese a vivere Pietro Spadaro con la moglie Girolama (che immagino fosse chiamata “Mimma”) e l’ unica figlia Laura, ed a questo periodo risale l’ incontro di mio nonno con  lo stesso Spadaro.
 
Non so di preciso quando i due si conobbero, probabilmente l’ incontro avvenne attorno al 1910. 
Mio nonno a quei tempi faceva il meccanico e lo chauffeur, le due cose erano strettamente legate, l’ affidabilità delle auto del tempo era quella che era e l’ autista immagino passasse più tempo con le mani dentro il cofano che sul volante. La leggenda dice che una di queste “pannes” avvenne proprio davanti alla villa di Spadaro, e mi piace immaginare l’ anziano cavaliere, ormai settantenne, osservare quel giovane chauffeur che si metteva al lavoro per riparare il guasto, ammirarne forse la destrezza, l’ impegno, la competenza. Mi piace immaginare l’ anziano cavaliere uscire dalla villa incuriosito, magari chiedere al nonno se avesse bisogno d’ aiuto, iniziare una conversazione leggera di circostanza, le solite cose, da dove viene, per chi lavora, ed infine l’ idea che al vecchio possidente uno chaffeur avrebbe fatto proprio comodo, qualcuno che lo accompagnasse in giro con l’ automobile e non solo, si sarebbe ritrovato anche un abile meccanico, un factotum, un braccio destro chissà.
Di sicuro il nonno cominciò a frequentare la villa ed a lavorare, sia pure saltuariamente ma assiduamente, per la famiglia Spadaro, anche e forse ancor di più dopo la scomparsa del vecchio cavaliere, che deve essere avvenuta non molti anni dopo quell’ incontro.
 
Spadaro come sappiamo aveva un’ unica figlia, Laura, purtroppo destinata ad una vita piuttosto breve e probabilmente infelice. 
Il  due Luglio del 1900 Laura aveva sposato il Barone Francesco Colonna, realizzando probabilmente il sogno a lungo inseguito dal padre di farsi cooptare nella cerchia della nobiltà palermitana mediante un matrimonio importante. 
La scelta era caduta per l’ appunto sul rampollo della famiglia Colonna, la cui occupazione principale appare tuttavia essere stata quella di dilapidare patrimoni propri ed altrui. Una foto lo ritrae di fianco ad un’ auto col cofano aperto, mentre il nonno finge di registrare qualcosa nel motore. Lui si limita ad osservare, l’ aria un po’ annoiata, impeccabile col suo soprabito dai risvolti di pelliccia e cappello sulle ventitré. 
Insieme a mio nonno parteciperà con esiti trascurabili ad un’ edizione della Targa Florio, gara inaugurata nel 1906 e molto di moda fra la gioventù della buona società siciliana.
 
Non sono riuscito a stabilire l’ anno in cui scomparve il cav. Spadaro, di sicuro non arrivò a vedere la Grande Guerra. 
Alla sua morte, la proprietà di San Lorenzo passò in eredità alla figlia Laura, che però gli sopravvisse di poco, morì infatti nell’ Aprile del 1915, non aveva ancora quarant’ anni.
 
Rimasero, a contendersi l’ eredità Spadaro, l’ anziana vedova Girolama ed il giovane barone Colonna. 
Devo immaginare una certa turbolenza a questo punto della nostra storia. 
La vecchia era ben decisa a difendere la villa dalle mani del  genero. 
Si arrivò ad una transazione stipulata dal notaio di fiducia degli Spadaro: il barone rinunciava ai diritti sulla villa, convinto probabilmente di poterla comunque recuperare alla morte della suocera, in cambio della cessione della ditta di pesca di Mondello che dal canto suo la vedova probabilmente non era più in grado di amministrare. 
 
In questo periodo è molto probabile che i rapporti con mio padre si facessero più frequenti, la vedova era ultrasettantenne ed era rimasta sola, è probabile che considerasse mio nonno, che all’ epoca aveva una trentina d’ anni, come una sorta di figlio adottivo, autista, meccanico, factotum e braccio destro, l’ unica persona probabilmente di cui si fidasse.
 
Nel 1916 nel pieno della Grande Guerra il nonno non andò al fronte, come sappiamo ci andò il fratello minore, che rimase ferito. Il nonno rimase a Palermo, oltre a servire la vedova Spadaro  faceva anche l’ operaio presso la “Cooperativa Trento e Trieste” di Palermo e successivamente presso le Officine Meccaniche  Oretee, che verso la fine del 1919 fallirono. 
 
Anni difficili, si sa. 
L’ Europa era stata devastata dalla guerra, la Belle Epoque era finita tragicamente, ma la vita continuava. Proprio in quel periodo il nonno incontrava la sua adorata Lina. Lina era figlia di Giovanni, di professione macchinista navale, e di una donna napoletana di nome Annunziata De Simone, di più non so. So però che nonna Lina era nata il 28 marzo del 1887, era dunque di un anno e mezzo più grande del nonno, fatto quasi inaudito per i tempi in cui le mogli erano spesso dieci o vent’ anni più giovani. Era anche una donna nevrastenica e soggetta a crisi di nervi di tanto in tanto. A me bambino fece sempre un’ impressione un po’ inquietante ed ambigua, portatrice com’ era di quella finta benevolenza che il fiuto dei bimbi riconosce infallibilmente.
Il nonno però l’ adorava, doveva esserne perdutamente innamorato, tante sono le foto con dedica e le cartoline dai luoghi dove si recava per lavoro che ho trovato nei cassetti. Tutte da dal nonno a Lina, nulla da Lina  al nonno anche se il fatto di non averle trovate non vuol dire che non ci fossero o che il nonno non fosse corrisposto abbastanza, naturalmente.
 
Nel 1919 mio nonno si trasferì definitivamente nella villa, in una nuova ala che la vedova aveva fatto costruire per ospitarlo insieme alla moglie Lina, incinta di mio papà, le sorelle e forse anche l’ anziana madre, lui era l’ unico uomo in quella grande casa. Mio nonno allora si licenziò dal suo ultimo incarico presso le Officine Meccaniche Pintacuda ed entrò al servizio della vedova Spadaro fino alla morte di lei, avvenuta nel giugno 1924 all’ età di 81 anni.
 
Poco prima di morire la vedova aveva avuto l’ accortezza di chiamare il notaio e stipulare un testamento olografo a prova di tribunale, nel quale nominava mio nonno erede della villa, e devolveva in beneficenza i beni restanti. Al  genero, neppure un centesimo, e non so come la prese.
 
Mio nonno si ritrovava, a 36 anni, proprietario di una principesca villa, e con una vita davanti. Ma le ville costano, a volerle mantenere, ed oltre alla villa il nonno aveva sulla spalle una numerosa famiglia. Che fare ?
 
 
Scelse di tornare a fare ciò che sapeva fare e che amava fare, cioè lo chauffeur, questa volta però in proprio, aprì un noleggio auto, assunse qualche collaboratore, imparò chissà come un po’ di inglese e cominciò ad offrirsi per far visitare la Sicilia a facoltosi clienti stranieri che desideravano ripercorrere le orme di Goethe o di Maupassant. 
Le macchine ideali per questo servizio erano le Landaulet, auto in cui i passeggeri erano isolati dallo chauffeur e potevano farsi aprire la capote a loro piacimento, mentre quest’ ultimo aveva un tettuccio rigido.
 
Nel 1927 il nonno possedeva una macchina belga, una Landaulet Minerva da 25HP, che rivendette per comprare una più confortevole Landaulet 525 Fiat da 33HP a sei posti.
 
L’ ultima vettura della sua carriera e pezzo pregiato della collezione fu una straordinaria Lancia Dilambda, col poderoso motore 8 cilindri da 100 HP, un’ autentica gran turismo che rimase in produzione fino al 1935.
 
Era ancora lì nel garage della villa quando io ero bambino, anche dopo la morte del nonno e quando cominciarono le incomprensioni fra gli eredi. 
 
 
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10 commenti su “Partiamo da lontano / L’ arrivo

  1. feritinvisibili ha detto:

    Una famiglia allargata nei primi del '900, dal tuo ritratto tuo nonno sembra persona decisamernte fuori dal comune e assai in gamba (d'altronde un Melogrande non poteva che avere buone radici). Ho sentito tutto vivo nel tuo racconto, soprattutto le relazioni tra le persone.Spero ti verrà voglia di continuare a raccontarci!(adesso ti ho pure invaso i post con i mei commenti )):)

  2. RedPasion ha detto:

    credo, seriamente, potresti e – forse – dovrestifarne un libro.molto molto interessante.

  3. capehorn ha detto:

    La ricerca delle radici, quasi a giustificare il nostro essere quì, adesso risponde ad un desiderio di conoscenza , da una parte,del passato.Ciò da cui sorgiamo, ciò da cui traiamo quell'inconscio lessico famigliare che ci accompagna. La curiosità di sapere chi ci precedette su questa terra, la sua vita, i suoi pensieri e allargando l'orizzonte, quale fosse il tessuto nel quale visse. Osservando tutto di nascosto, pronti allo stupore e alla meraviglia.Stupore nel vedere come un'invenzione, destinata in principio a pochi, abbia così tanta influenza su tutti: l'automobile. La meraviglia di trovare tra gli antenati chi di quest'invenzione ne intuì le immense potenzialità e se ne fece antesignano, con spirito pioneristico e certamente sicuro della scelta compiuta.Dall'altro scontrarsi sulle e colle ragioni del nostro presente e riscontrare quanto siamo legati, quale cordone ombelicale é rimasto tra noi e i nostri avi. Stupirsi di ritrovare certi aneliti, uguali a quelli che spinsero certe scelte e compiacersi, per un momento che passato e presente abbiano trovato una strada comune e che questa potrà essere battuta anche da chi arriverà o se già quì, non ha paura di percorerla.Mi hai fatto venir voglia di scavare nella scatola delle fotografie e nella mia memoria.

  4. SinuoSaStrega ha detto:

    Sono colpita positivamente dall'attenzione verso la storia della tua famiglia e da questo scritto che mi fa pensare alla possibilità di "immaginare" la nostra vita attuale come evoluzione della nostra storia genealogica. Un modo per coltivare la memoria e avere cura dell'impronta culturale e psicologica che riceviamo in eredità da chi ci ha preceduto. Un'attenzione, quindi, alla propria vita e a chi raccoglierà questo patrimonio.

  5. Diaktoros ha detto:

    Wow: sembra di leggere un romanzo della nostra migliore tradizione, da Verga a De Roberto a Bacchelli a Tozzi ecc. Se dovessi puntare sul verismo e sulle radici dovrei recuperare molta memoria persa (e i vecchi sono tutti morti); poi verrebbe fuori una specie di Malavoglia (ma l'ha già scritto Verga). Non mi mancherebbe nemmeno il necessario legame con la Sicilia (uno dei miei nonni è vissuto per qualche tempo a Palermo e uno dei miei pro-bis-zii aveva sposato una nipote di Crispi). In realtà, la vera capitale d'Italia è Palermo (o no?) 

  6. melogrande ha detto:

    Le famiglie "allargate" di una volta, quelle che oggi definiremmo "tribù" erano fino a non molto tempo fa, semplicemente, le  "famiglie".E' semmai la famiglia di oggi, un bozzolo asociale che faccio fatica a capire che cosa sia e perché sia oggetto di tanta venerazione…

  7. melogrande ha detto:

    Il nostro essere è il frutto  di quelle radici, il prodotto di quel cordone ombelicale. Fino a che punto siamo determinati da ciò di cui abbiamo perso finanche il ricordo ?Il nonno paterno di cui parlo qui era un patriarca, io lo ricordo imponente (anche per stazza fisica) e severo, padre padrone dai voleri indiscutibili, benché le immagini da giovane, comprese quelle che ho postato, lo mostrino con un viso gioviale e sereno, una contraddizione di cui mai sono venuto a capo se non ragionando che la severità è spesso l' abito della timidezza.Ero più affezionato al nonno materno, patriarca anche lui ma più alla maniera del Grande Puffo, un autentico folletto a cui ho dedicato ricordi (credo) più teneri che precisi.

  8. feritinvisibili ha detto:

    Le radici di cui abbiamo perso memoria. Per esperienza personale sò che in me sono decisamente determinanti. Per esempio dai traumi transgenerazionali che si ripercuotono da generazioni in generazioni, e la mia famiglia ne è un esempio da manuale (non a caso sono andata in Bosnia  a lavorare con i traumi…)Anch'io ho avuto un nonno "patriarca" simile al tuo: severo e distante, e un'altro (quello materno) che era l'esatto opposto, e naturalmente ero anch'io molto affezionata al secondo, anche se per certi aspetti era un uomo pieno di mistero, da "buon traumatizzato", sì anche lui…Ho letto delle caramelle del nonnno Tano, quelle caramelle di carruba descritte da te sembrano un reperto di memoria storica impresso nei sensi, sapresti farle?

  9. melogrande ha detto:

    Il procedimento me lo ricordo bene (era "ritualizzato" !), le dosi ovviamente no.Penso che provando e riprovando ce la potrei fare…

  10. […] paterno che a sua volta aveva ereditato una villa nobiliare con la relativa biblioteca. Ne avevo parlato un po’ di tempo fa (tanto tempo […]

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