Partiamo da lontano / La partenza

epoca1914

 
Due genitori, quattro nonni, otto bisnonni, ma già qui si vede poco bene, lo sguardo si offusca alquanto, affiorano frammenti più che altro, come avanzi di un pasto consumato, ai sedici trisavoli non c’è modo di avvicinarsi.
 
Un secolo o poco meno, questo illumina il fascio di luce che si riesce a proiettare nel passato, tre o quattro generazioni se va bene, a meno che non si appartenga ad una dinastia a proposito della quale rimangano fatti e documenti, e qualche storico si sia dato pena di raccoglierli. Un secolo al massimo, oltre c’è solo il buio, l’ infinita potenzialità di connettere tutto con tutto, di far tornare i conti ed insieme la concreta impossibilità di farlo.
 
Porto il nome del mio nonno paterno, si chiamava come me Francesco, e mio padre portava il nome del suo, quanto tempo fa ebbe origine questa specie di Catena di Sant’ Antonio che io ho interrotta, questo non c’è modo di saperlo.
So che il nonno nacque a Calatafimini il 19 agosto del 1888, da Leonardo e da tale Elisabetta Fici. In quali condizioni, se ricchi o poveri, rispettati o emarginati, felici o disperati non è dato di sapere, tutto ciò inghiottito dal buio come se fossero passati millenni, né so come il nonno trascorse l’ infanzia e l’ adolescenza, se andò a scuola e fino a quando e con quali risultati, come quando e perché si trasferì a Palermo.
So però che divenne operaio tornitore e che nel 1909 all’ età di 21 anni lavorava come meccanico presso un autogarage. 
Nel 1909 questa doveva essere una professione all’ avanguardia, come potrebbe essere oggi fare il webmaster, o anche di più se si pensa che la Fiat era nata solo una decina di anni prima e che nel 1900 in tutta Italia circolavano poche centinaia di automobili. Ma tutti le volevano, nel 1912 le auto circolanti in Italia sarebbero già diventate 15.000, e quello era un mestiere del futuro, e forse una passione, per cui il nonno oltre che meccanico divenne presto autista, o per meglio dire “chauffeur” di automobili a noleggio con le quali ricchi e nobili si facevano portare il giro. Il jet-set dell’ epoca…
La famiglia del nonno era numerosa, o almeno così la definiremmo oggi, per gli standard di allora non era nulla di speciale, oltre a lui c’ erano due fratelli e tre sorelle.
C’ era  Michele che  verrà ferito nella Prima Guerra Mondiale, e che successivamente si trasferirà a Siena. C’ era Nino , che invece emigrerà in Eritrea a cercare un po’ di posto al sole. Nino ritornerà indietro con negli anni ’70, ricordo lui e tutta la sua famiglia ospiti per lungo tempo, dapprima graditi poi a dire il vero un po’ pesanti, con loro arrivarono  in casa nostra zighinì e croci copte, meraviglie esotiche e mal d’ Africa.
C’ erano poi le tre cechoviane sorelle, Caterina, Titì e Dina, quest’ ultima assai più giovane e più cagionevole delle altre due, sempre in pellegrinaggio fra medici ed ospedali.
 
L’ evento che cambiò la vita di mio nonno fu l’ incontro con un personaggio alquanto notevole della Palermo del primo novecento: il cav. Pietro Spadaro.
 
Il cav. Spadaro era un ricco possidente ma non solo, era anche imprenditore di pesca e tonnare, console del Paraguay, proprietario di tenute in varie zone della Sicilia e personaggio di notevole iniziativa. Da giovane aveva probabilmente simpatie rivoluzionarie e risorgimentali, dal momento che risulta destinatario di una accalorata lettera da parte di un garibaldino reduce dalla battaglia di Milazzo, nell’ estate del 1860. Ne ho parlato qui un po' di tempo fa. Ammesso che fossero ventenni entrambi, il cav. Spadaro doveva essere nato nei dintorni del 1840.
Agli inizi del ‘900 Spadaro, aveva brillantemente superato il passaggio dal Regno borbonico al Regno d’ Italia, ed era titolare della tonnara di Trabia nonché di alcune barche da pesca, attività sulle quali riceveva rapporti quotidiani a mezzo di cartoline postali. L’ andamento delle aziende, i chili di pescato quotidiano, i fabbisogni di reti, cordame e quant’ altro, il cav. seguiva molto da vicino tutte le sue attività economiche, e pure con un certo successo se è vero che nel 1907 pensò di allargarsi comprando anche la tonnara di Mondello.
Il cav. Spadaro aveva sposato nel 1874 una tale Girolama Battaglia, nata nel febbraio del 1843, e dunque matura trentunenne al momento del matrimonio; lo sposo era di qualche anno più anziano, sempre che l’ ipotesi della nascita di Pietro Spadaro intorno al 1840 sia corretta.
Ai primi del Novecento Spadaro acquistò una proprietà nei dintorni di Palermo, nella località nota come Scannaserpe, presso i Colli di San Lorenzo. Si trattava di una zona da poco venuta di moda presso la “buona società” palermitana in quanto, trovandosi in posizione leggermente più elevata rispetto alla città, gode di un clima migliore, più fresco e ventilato d’ estate.
Molti nobili proprio in quel periodo costruirono case di villeggiatura in quella zona, ville Liberty anche di un certo pregio artistico. Fra questi il principe Tomasi di Lampedusa, l’ autore del Gattopardo, che il nonno sosteneva di avere conosciuto.
La proprietà acquistata da Spadaro comprendeva una striscia di terreno ed un fabbricato, che egli avrebbe ristrutturato profondamente, ampliandolo ed abbellendolo fino a farlo diventare una vera villa.
Una leggenda un po’ sinistra narra che la casa, nel momento in cui Spadaro l’ acquistò, fosse abitata da una vecchia, che fu costretta pertanto a sgomberare, ed andò via scagliando improperi e maledizioni contro il cavaliere, i suoi successori e tutti i futuri proprietari di quella che evidentemente riteneva ancora casa sua. 
Una villa stregata, se questo fosse un racconto gotico, ma non lo è.
I lavori come si diceva furono importanti e durarono a lungo, ne ho ritrovato l’ intero capitolato, ma quando nel 1904 giunsero alla fine, ne risultò una villa all’ altezza di quelle dei nobili vicini.
 

foto s. lorenzo 1

 

Il prospetto era delimitato da due coppie di colonne a sezione quadrata, che sostenevano uno spazioso balcone.  Per questa via  si entrava in un atrio grande abbastanza da consentire l’ accesso ad una carrozza, e successivamente ad un’ automobile, di modo che i padroni di casa o i loro ospiti potessero essere condotti fino ai piedi della grande scalinata di marmo che costituiva il principale ingresso al piano nobile della villa.
La scalinata conduceva ad un grande ingresso nobiliare con stemmi, spade e lance incrociate, e da lì al grande salone dei ricevimenti in stile barocco, tutto oro e stucchi e ghirigori. I soffitti del salone e di tutte le altre sale del piano nobile erano affrescati.
Sul lato sinistro dell’ ingresso si apriva l’ appartamento di Spadaro, con un ampio soggiorno (la “stanza di mezzo”), una camera da letto principesca con bagno privato ed annesso piccolo studiolo, e la grande sala da pranzo con un ampio terrazzo.
Dalla parete opposta dell’ ingresso si accedeva invece alla grande cucina, con annesso bagno di servizio e cameretta per la cameriera.
 
Al piano terra di fronte alla scalinata si apriva lo studio privato di Spadaro con una piccola cappella privata ed una biblioteca ben fornita, in cui non mancavano testi sulle grandi rivoluzioni europee e sul rRsorgimento, a confermare la giovanile passione per l’ impresa dei Mille.
Al piano terra si trovavano anche la lavanderia, l’ officina e due appartamenti, forse per custodi, servitori o ad uso foresteria per gli ospiti.
Un edificio separato dal corpo principale era utilizzato come legnaia, e poco distante dalla casa era una grande gebbia, o vasca d’ acqua fuori terra, usata come serbatoio per l’ irrigazione.
 
Nel 1910 il cav. Spadaro acquistò il lotto di terreno retrostante alla villa, un ettaro circa, , acquisto che subito gli costò una causa col vicino a causa di certi diritti di servitù sull’ acqua per irrigare.
 
Questa era la dunque residenza dove, dopo il 1904, prese a vivere Pietro Spadaro con la moglie Girolama (che immagino fosse chiamata “Mimma”) e l’ unica figlia Laura, ed a questo periodo risale l’ incontro di mio nonno con  lo stesso Spadaro.
 
(segue)
 
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7 commenti su “Partiamo da lontano / La partenza

  1. RedPasion ha detto:

    …intanto ho letto con estremo interesse…

  2. feritinvisibili ha detto:

    … vogliamo il seguito!

  3. melogrande ha detto:

    Non è che volessi fare il misterioso, so per esperienza che i post troppo lunghi si fa fatica a leggerli.Comunque, d' accordo, adesso metto online il resto della storia…

  4. feritinvisibili ha detto:

    Avevo capito il motivo del segue Francesco, il mio era un modo, forse un po' troppo sbrigativo, di esprimere il fatto che leggere fin qui mi ha stimolato il desiderio di conoasce tutta la storia, ma posso aspettare! Non c'è fretta… è come dici tu, se è troppo lunga c'è il rischio che chi non è ancora passato di qui e ha voglia di leggerla rinunci

  5. feritinvisibili ha detto:

    .. ah, hai pubblicato il seguiro, non me ne ero accorta…

  6. utente anonimo ha detto:

    Il tuo post mi riporta alla memoria la casa dei nonni paterni. Non è però un ricordo dolce come il tuo in quanto quella casa non è mai stata un luogo in cui stavo davvero bene. Non ci stavo bene, non per come erano gli zii, ma per come era fatta e vissuta quella casa.E’ una casa di montagna (ne parlo al presente perché per quanto ne so ancora c’è) .Una casa di sasso. Una casa su due piani ma non grande. Una casa con tante piccole stanze. Stanze fredde, quasi gelide d’inverno. La stufa a legna stava in cucina. Stanze mai realmente in ordine. I miei zii lavoravano quella terra aspra di montagna e dopo tanto lavoro poco si preoccupavano se la casa fosse un luogo bello in cui tornare. A casa, loro, ci stavano solo la sera, anche di domenica. La polenta, un bicchiere di sgnappa, la pipa e poi a letto. La giornata incominciava presto. D’inverno il lavoro nei campi era meno duro, richiedeva meno tempo ma c’erano sempre le bestie. Anche le donne stavano poco in casa. Là il lavoro non graziava nessuno. Io ci andavo l’estate per qualche giorno ma non posso dire che stare in quella casa mi piacesse davvero. Certo mi piaceva la montagna (ancora oggi ne sento il bisogno) ma non so se davvero amassi il paese dei miei nonni e la casa. I nonni in realtà già non c’erano più ma la loro casa continuava ad essere abitata da uno dei figli. I montanari si sa sono gente difficile, ruvida, poco incline al sorriso. Almeno così erano i montanari della mia infanzia. La vita lassù era davvero dura. I figli, tranne due, se ne andarono presto.  La Prima Guerra mondiale fu davvero dura e i miei bisnonni paterni (ma anche quelli materni, per quanto ne so io) persero gran parte di ciò che avevano.  Col tempo presero a tornarci l’estate ma conservarono il carattere duro, spesso arcigno, del montanaro. Ma torniamo alla casa. Era una casa che sentivo respingermi. Una casa che un po’ mi spaventava. Lo zio che ci viveva era cacciatore e alle pareti aveva quei trofei terribili: teste di camosci, caprioli. Guardavo le teste di quei poveri animali e mi sentivo morire. Lo zio mi sorprendeva a fissarle e non capiva perché restassi in silenzio. La mia tristezza lo indispettiva. Lui era un cacciatore di quelli bravi. Me li ricordo ancora i suoi fucili. Era una casa in cui non giocavo mai, c’era qualcosa che me lo impediva. Venne poi il tempo in cui non ci andai più. Ne fui felice Ora il paese dei nonni è un paese noto, come tutte le località lì intorno. Tempo fa ho voluto tornarci. Nulla era più uguale. Nemmeno la casa sembrava più la stessa. Nulla in verità era stato cambiato della casa ma il fatto che lì intorno invece tutto fosse cambiato la faceva sembrare un’altra casa. Che dire? Così vanno le cose. La sola cosa positiva è che almeno dalle pareti sono scomparse le teste di quei poveri animali. Il paese, la casa oggi posso ritrovarli solo nei ricordi. Ciò che là oggi ritroverei è altro. Altro che non mi piace. Da tanto avevo dimenticato. Il tuo post ancora una volta è stato occasione per ricordare.Demian 

  7. melogrande ha detto:

    Non si dovrebbe mai tornare indietro, fisicamente intendo.La villa di cui parlo è un centro congressi, adesso.Non sono autorizzato ad entrarci. Meglio così.

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